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“Brucia” oltre 100 miliardi di imposte l’anno e senza differenze, per una volta, tra nord e sud. Al centro dell’indagine del vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, contenuta in un rapporto (qui il documento in .pdf) inviato in Parlamento dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, l’evasione fiscale.
Che da molti anni in Italia ha livelli elevati (di ben quattro volte) rispetto a quelli dei paesi europei e delle maggiori economie avanzate. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti percentuali di Pil di entrate mancate.
Il cambio di politica tributaria sta però, continua il documento di Visco, portando i suoi frutti e “tra il 2006 e il 2007 sono stati recuperati al fisco circa 23 miliardi di euro di maggiori entrate precedentemente non pagate e in parte legate ad un miglioramento dell’adesione tributaria dei cittadini”. L’importo del recupero di base imponibile fiscale può essere considerato considerato “acquisito” in modo “non temporaneo”, si legge ancora nella relazione “I risultati della lotta all’evasione fiscale”. I risultati ottenuti dal governo hanno cominciato a intaccare in modo serio questa realtà che, però resta di dimensioni ancora eclatanti.
Una volta tanto, si diceva, non ci sono differenze tra Nord e Sud, sul fronte dell’evasione: “i dati dell’evaso Irap sono, in termini assoluti, simili in Campania e in Lombardia, in Veneto e in Puglia, per le città come Napoli e Torino”, attesta la relazione di Visco.
Vero che, ammette il rapporto del vice ministro, l’evasione risulta maggiore in alcune regioni del Sud del Paese, se la si guarda in termini relativi, ma evidenzia subito che “a livello provinciale tanto nel Nord come nel Sud d’Italia ci sono province in cui la base imponibile evasa supera addirittura la base imponibile dichiarata”.
Tra le tipologie di contribuente, invece, il rapporto evidenzia che “l’evasione coinvolge sia le grandi sia le piccole imprese, sebbene risulti più diffusa tra queste ultime”. Così, se in termini assoluti risulta più alta nelle grandi imprese a causa della loro dimensione, le Pmi “occultano al fisco quasi il 55% in più della base imponibile di quanto facciano le imprese di maggiori dimensioni”.
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È una Finanziaria del valore di 10 miliardi e 670 milioni di euro quella preparata dal ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa che Panorama.it ha potuto avere e che il Consiglio dei ministri oggi si appresta a discutere e valutare.
Una manovra che, almeno nelle intenzioni del responsabile del dicastero economico, rispetta le premesse di leggerezza contabile. Ora si tratta di vedere come uscirà dall’esame collegiale del governo considerato che restano assai distanti le posizioni delle varie componenti della maggioranza e dei singoli ministri.
Ai 10 miliardi e 670 milioni si arriva attraverso un incremento delle entrate di oltre 6 miliardi e una riduzione delle spese di 4 miliardi e 620 milioni. Per quanto riguarda le entrate ben 4 miliardi e mezzo sono previsti come effetto della congiuntura economica favorevole (maggior gettito tendenziale). Un altro miliardo e passa da un ulteriore maggior gettito e 350 milioni di maggiori contributi sociali. Sul versante della riduzione delle spese una buona quota di risparmi è ottenuta attraverso una semplice razionalizzazione delle spese di manutenzione ordinaria mentre un miliardo e mezzo si prevede che possa essere ottenuto attraverso una mera operazione contabile di modifica dei termini di conservazione dei residui finanziari.
L’utilizzazione dei 10 miliardi e 670 milioni si concentra su 5 voci: fiscalità, pubblico impiego, welfare e lavoro, università e una sfarinata di impieghi contabilizzati sotto la voce “altro”.
Per quanto riguarda il fisco l’attenzione maggiore è dedicata alla casa con agevolazioni di circa 2 miliardi. Al pubblico impiego vengono destinati 1 miliardo e 859 milioni: 1 miliardo e 650 per l’aumento medio di 101 euro al mese in busta paga ai dipendenti statali. Più altri 100 milioni circa per i professori e altri 100 per poliziotti, carabinieri e Guardia di Finanza. Al capitolo welfare vanno circa 2 miliardi di cui la metà in seguito all’accordo di luglio con i sindacati. Trecento milioni vengono stanziati per l’Università.
Sotto le generica voce “altro” sono raggruppate una ventina di voci per un totale di oltre 2 miliardi di spese. Tra le voci più significative quella per il terremoto dell’Umbria e delle Marche (100 milioni), per l’editoria (50 milioni), per il rispetto del protocollo di Kyoto (altri 50 milioni) e per il cinema (ulteriori 50 milioni).
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Strano: spunta un nuovo tesoretto. Si tratta di 7-8 miliardi dei quali, però, non è ancora certa la paternità. Potrebbe essere un semplice artificio contabile: il Pil nel 2007 crescerà meno del previsto (1,8 anziché 2%), ma il deficit resterà invariato in rapporto al Pil. questo provocherebbe un introito extra nei conti pubblici.
Più probabile che si tratti ancora della lunga scia del gettito fiscale. Ai 4 miliardi già maturati a agosto se ne aggiungerebbero altri 3-4 tra tasse e contributi da qui a fine anno. Non solo. Mentre la gran parte dei dipendenti ha lasciato il proprio Tfr in azienda, e le aziende lo hanno dirottato all’Inps, il governo non ha ancora impiegato questa somma, che avrebbe dovuto alimentare gli investimenti in infrastrutture.
Che fare del nuovo tesoretto? La cifra dovrebbe garantire una Finanziaria indolore, ma soprattutto, per il centrosinistra, con un certo appeal elettorale. E, particolare non irrilevante, in grado di accontentare sia i moderati sia i radicali dell’Unione. Per questo Vincenzo Visco, il viceministro che finora ha fatto il lavoro sporco dell’inasprimento fiscale, è ora il più deciso a concedere alleggerimenti d’imposta: Ici, agevolazioni per le aziende, facilitazioni per le microimprese, bonus per le famiglie numerose che sostituirebbe gli assegni familiari.
Visco si scontra con Tommaso Padoa-Schioppa. Il dissapore con il ministro dell’Economia, benché mascherato dal garbo reciproco, è sempre più forte nella sostanza. TPS è cauto nell’utilizzo di queste nuove risorse: per prima cosa perché non è convinto che si tratti di entrate strutturali, cioè permanenti.
Inoltre teme l’assalto alla diligenza dei ministri, che al di là dei buoni propositi non vogliono affatto tagliare le spese. Infine perché vede avvicinarsi le nubi nere di una recessione mondiale, magari breve, in arrivo dagli Usa. Una frenata che nasce dalla crisi del settore immobiliare americano e che rischia di coinvolgere le banche europee che hanno speculato sui mutui ad alto rischio, ma che soprattutto potrebbe produrre una mancanza di liquidità sui mercati.
Non è un problema solo italiano, come dimostra l’attuale difformità di strategie tra Federal reserve e Bce: la prima riduce i tassi d’interesse, la seconda li ha semplicemente tenuti fermi, in attesa di nuovi aumenti. Lo scontro si riproduce a livello di governi, con il presidente francese Nicolas Sarkozy che attacca la linea della Bce. Insomma, Padoa-Schioppa preferirebbe, del tesoretto, metterne da parte almeno la metà per ridurre il debito pubblico in attesa che il quadro si chiarisca. Visco, che è un tecnico ma soprattutto un uomo di partito, avverte l’urgenza di riconquistare al governo un po’ di consensi. Le elezioni, che siano nel 2008 o nel 2009, si avvicinano, e questo preoccupa molto più Visco che Padoa-Schioppa.
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Per il pubblico impiego “è divenuto indispensabile cambiare strada” scrive perentorio il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, nella parte finale delle sei cartelle di preparazione alla manovra di bilancio 2008-2010, documento di cui Panorama è entrato in possesso. È l’avvio di una specie di crociata contro i privilegi dello sterminato e ben protetto esercito dei 3,3 milioni di statali?
Padoa-Schioppa sembra fare sul serio prendendo di petto la faccenda: “Negli anni passati si è cercato di frenare la spesa riducendo gli stanziamenti per acquisti di beni e servizi al di là delle elementari esigenze di funzionamento delle amministrazioni”. Nello stesso tempo “si sono accordati ai pubblici dipendenti cospicui incrementi retributivi, addirittura superiori a quelli del settore privato”. Un’incongruenza bella e buona che il ministro dell’Economia dice di voler correggere riprendendo “il controllo della dinamica retributiva” e cercando anche di governare ciò che per decenni è stato quasi lasciato allo stato brado e cioè “la struttura e l’organizzazione delle pubbliche amministrazioni”.
Insomma, la guerra alle spese pazze e improduttive e ai benefici spesso immotivati a favore dei travet pubblici è dichiarata; ora bisogna vedere come andrà a finire, perché la crociata personale di Padoa-Schioppa contro i Fantozzi annidati negli uffici statali rischia di fare la fine delle crociate vere del Medioevo, organizzate per mettere in riga gli infedeli e spesso tramutatesi in inconcludenti vagabondaggi di avventurieri e pitocchi.
Come biglietto da visita di buona volontà il ministro può esibire il tentativo di riorganizzazione di un pezzo della macchina statale lanciato con la Finanziaria del 2007 e che a differenza di altri provvedimenti contenuti in quella legge non solo non si è ancora perso per strada, ma sta entrando in una fase cruciale. Quel tentativo è il progetto di riduzione delle sedi periferiche dello stesso ministero dell’Economia e della Ragioneria generale dello Stato. Un piano che somiglia come una goccia d’acqua a quello del governatore Mario Draghi per la Banca d’Italia e che nelle intenzioni di Padoa-Schioppa dovrebbe diventare il modello per la ristrutturazione di buona parte dell’amministrazione pubblica, soprattutto in periferia, dalle prefetture alle questure, alle sedi dei vigili del fuoco e delle agenzie fiscali.
Il programma di tagli è contenuto nel nuovo regolamento del ministero e prevede la cancellazione di circa 80 sedi, cioè il 40 per cento delle 103 strutture decentrate dello stesso ministero e delle 103 sedi provinciali della Ragioneria generale dello Stato. I dipendenti interessati sono 1.700, circa il 20 per cento del totale. Le funzioni degli uffici soppressi dovrebbero essere trasferite alle sedi territoriali ministeriali o della Ragioneria più vicine, mentre i dipendenti o verrebbero assorbiti dalle strutture rimaste e quindi potenziate oppure potrebbero chiedere il trasferimento presso altri uffici periferici della pubblica amministrazione. Secondo fonti del ministero i risparmi dovrebbero essere considerevoli, dagli affitti per i palazzi e gli appartamenti alle spese per i macchinari o per i servizi del personale addetto alla sicurezza.
Conclusa una gestazione tutto sommato veloce, almeno in relazione ai tempi soliti della politica e della pubblica amministrazione, dopo circa 9 mesi il piano di Padoa-Schioppa ora passa all’esame del Parlamento, nelle commissioni Bilancio e Finanze di Camera e Senato. Qui avrà il primo battesimo del fuoco, perché, così come è successo al piano di tagli della Banca d’Italia, anche quello dell’Economia rischia di finire contro il muro di gomma delle lobby trasversali di parlamentari della periferia uniti come un solo uomo a “difesa del territorio” contro ogni tentativo di depauperamento e marginalizzazione. Superati eventualmente questi ostacoli, il progetto del ministro dovrà passare l’esame di ammissione dei sindacati, di solito assai poco accomodanti quando si parla di tagli e ristrutturazioni.

Fino a oggi e per un trentennio proprio l’azione congiunta di una parte del Parlamento e dei sindacati ha impedito, di fatto, ogni tentativo di risanamento e riqualificazione del pubblico impiego. Anche all’interno dell’attuale governo di centrosinistra, del resto, non tutti sono disposti a mettersi al fianco di Padoa-Schioppa nella guerra contro gli sprechi delle amministrazioni pubbliche. Di solito per le questioni che riguardano la pubblica amministrazione i governi sono costretti alla pratica di una specie di doppia morale: inflessibili e rigoristi nei documenti ufficiali e nei convegni, accomodanti e lassisti nei comportamenti e nelle decisioni concrete.
Lo stesso numero dei dipendenti pubblici (3,3 milioni, che diventano almeno 7 milioni con i familiari) sconsiglia qualsiasi politico o ministro che non sia un tecnico senza partito come Padoa-Schioppa di prendere il problema di petto nel senso dell’efficienza e del rigore. Perché quei 7 milioni quando vanno a votare rappresentano una potenza, sono un elettore su 6 e si ricordano bene di chi li blandisce e di chi, invece, vorrebbe farli rigare dritti. Quei 7 milioni di voti, oltretutto, sono concentrati in regioni elettoralmente cruciali: 12,4 per cento in Lombardia, 12,1 nel Lazio, 10,1 in Campania, 9,1 in Sicilia.
Da qualche anno, inoltre, i dipendenti pubblici sono diventati come i metalmeccanici di un tempo, fortemente sindacalizzati, con simpatie soprattutto verso le organizzazioni di sinistra. L’80 per cento dei travet è iscritto a una delle tre sigle confederali e da un po’ di tempo la Cgil guidata dai radicali Carlo Podda e Paolo Nerozzi ha superato la Cisl in termini di consensi.
Di fronte a questa realtà non ci sarebbe da stupirsi se alla fine Padoa-Schioppa scoprisse di essere un generale senza esercito nella crociata per il pubblico impiego. Già l’altr’anno, del resto, in vista della manovra di bilancio sembrò per un attimo che sulla pubblica amministrazione si sarebbe concentrato il rigore del governo. È finita che in molti uffici gli stipendi sono aumentati oltre misura per effetto di quella contrattazione integrativa lasciata di nuovo senza briglie proprio da alcuni codicilli della Finanziaria.
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Allo Stato diamo tanto ma riceviamo troppo poco. E lo sappiamo da tempo.
Però mettere a confronto il prelievo fiscale e spesa sociale pro capite in Italia, Francia e Germania, come ha fatto uno studio comparato del centro studi della Camera di commercio di Mestre, serve a inquadrare puntualmente la situazione.
Allora, i numeri dicono come ogni italiano versi all’erario in media 6.665 euro di imposte l’anno contro i 5.877 pagati da un cittadino tedesco. E se i francesi pagano allo Stato qualcosa di più di noi, in media 6.778 euro di tasse pro capite, è pur vero che ricevono in cambio 9.467 euro sotto forma di spesa sociale a fronte dei soli 7.047 euro degli italiani. Anche la Germania dimostra più generosa con i propri cittadini, che beneficiano di un trasferimento pro capite pari a 8.655 euro.
“È un dato molto negativo”, commenta il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi “perché dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come pur in presenza di un peso tributario così elevato, in Italia non vengano destinate risorse adeguate per la casa, per aiutare le famiglie i giovani, i disabili e chi vive ai margini della società”. Un quadro a tinte fosche quello disegnato da Bortolussi.
“Le tasse, spiega Bertolussi, “sono così elevate perché siamo costretti a mantenere una spesa pubblica eccessiva, un apparato elefantiaco fonte di enormi sprechi di denaro pubblico e di inefficienze e se qualcuno può obiettare che se le tasse sono alte perché c’è troppa evasione, cosa innegabile, allora si faccia emergere tutta l’economia sommersa e si faccia pagare chi è completamente sconosciuto al fisco e non si continui a colpire chi le tasse le paga già”.
Detta così, una passeggiata…
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L’Iva, imposta sul valore aggiunto, compie 50 anni.
Ma pare che li dimostri tutti, a detta degli esperti. I difensori dell’Iva sostengono che sia una macchina per fare soldi perché consente ad un governo di far aumentare le entrate. Ma la gente è stanca di questo balzello e il Fondo Monetario internazionale appare “preoccupato per la crescente evasione sull’Iva e per l’aumento delle frodi. La Commissione europea nel 2004 - si legge in uno studio del Fmi - ha affermato che le perdite per frodi hanno rappresentato in alcuni Stati membri il 10 percento delle entrate nette Iva”.
“L’argomento centrale dei difensori dell’Iva è che l’imposta rappresenta una strada particolarmente efficiente per far aumentare le entrate. Questo è considerato come un elemento di forza dell’Iva, anche e soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove il rafforzamento delle entrate fiscali è una delle strategie per favorire la crescita e ridurre la povertà” spiega il Fondo monetario, mettendo comunque in evidenza come alcuni osservatori constatano come l’efficienza dell’ Iva potrebbe causare un pericolo e cioé un “non benvenuto” aumento del peso del governo, che con maggiori entrate a disposizione, può intervenire più pesantemente.
Il Fmi nel proprio studio osserva inoltre come la crescita delle entrate Iva è solitamente associata ad una riduzione circa della stessa misura di un altro genere di entrate. “L’importanza del ruolo che l’economia sommersa ha sia nel sistema fiscale che in quello amministrativo è ben conosciuta. È, naturalmente, difficile misurare in modo accurato il suo peso” sostiene il Fondo, osservando che nei Paesi in via di sviluppo l’economia sommersa è circa pari al 41% del reddito nazionale lordo.
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Gettito fiscale a gonfie vele nei primi quattro mesi dell’anno. Le entrate tributarie di cassa tra gennaio e aprile 2007 sono aumentate di 6,7 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2006, con un incremento del 6,9 per cento.
A fare i conti è la Banca d’Italia nel supplemento Finanza Pubblica del Bollettino statistico (qui il .pdf 185 kB), secondo il quale, al netto dei fondi speciali della riscossione (cioè dei fondi registrati ma non ripartiti) nei primi quattro mesi dell’anno, sono stati incassati 103.815 milioni contro i 97.118 del gennaio aprile 2006. Corre il debito degli enti locali e in un anno mette a segno una crescita sei volte più veloce (più 16,6 per cento) rispetto al trend del debito pubblico nazionale (più 2,7 per cento).
A tirare la crescita del debito sono soprattutto le regioni e le amministrazioni locali del Nord Ovest, che in un anno sono passate da 24,2 a 29,8 miliardi, con un incremento percentuale del 23,3 per cento (più 5,6 miliardi). A segnare una crescita inferiore alla media sono le regioni del Sud (più 14,5 per cento in un anno).
Nonostante questi dati, restano comunque alti quelli dell’evasione fiscale, che da noi ha superato i 270 miliardi di euro: il 19,2% del Pil (prodotto interno lordo). A misurare l’entità della ricchezza che viene nascosta al fisco è stato l’Ufficio studi dell’Agenzia delle entrate, che è risalito all’ammontare evaso elaborando i dati Iva del 2004: rispetto agli 818.403 milioni di base imponibile effettiva vengono pagate imposte solo su 548.301 milioni. All’appello, quindi, mancano 270.101 milioni di euro.
Un dato, questo, che non rappresenta solamente un danno per lo Stato, ma anche una beffa per i contribuenti onesti: sono loro, infatti, a farne le spese. Proprio in virtù dell’evasione, infatti, i cittadini che pagano le tasse si trovano a pagare più di quanto dovrebbero. Nel 2004, ad esempio, a fronte di un prelievo “apparente” del 41,42% del Pil, la pressione fiscale reale, spalmata su una platea ridotta di cittadini, ha fatto sì che gli italiani onesti abbiano dato all’erario il 50,74% dei redditi prodotti.
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