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evasori

Moduli per la compilazione del modello Unico (ANSA / FRANCO SILVI )
Dal primo gennaio l’estratto conto non verrà recapitato solo al titolare. Una copia, infatti, arriverà anche sul tavolo dell’Agenzia delle entrate. Con l’inserimento nella manovra di una sezione dedicata all’emersione della base imponibile (l’articolo 11), il governo Monti dà il definitivo colpo di grazia al segreto bancario in Italia. Continua

(Credits: ANSA)
Gli spread nei mercati obbligazionari europei sembrano impazzire, le borse crollano, gli Stati sono sull’orlo del collasso, i governi cambiano, soprattutto nei paesi periferici dell’area euro (i cosiddetti Piigs). E i soldi degli italiani? Quelli dei paperoni di casa nostra sono pronti ad espatriare. Continua

In barba alla crisi economica degli ultimi tre anni, i paperoni italiani sono aumentati di numero. Li ha contati il quotidiano Italia Oggi, confrontando le dichiarazioni dei redditi relative al 2005, pubblicate online dall’Agenzia delle entrate nel 2008, con le dichiarazioni 2010 del Dipartimento delle finanze e le cifre rese note pubblicamente dal ministro dell’Economia nei giorni scorsi a Cernobbio. Continua

Sono oltre cinquemila le imprese edili che negli ultimi tre anni hanno eseguito lavori di ristrutturazione senza dichiarare un euro di reddito. La Guardia di Finanza ha scovato 5.246 evasori totali nell’ambito del progetto “Pandora”, l’operazione avviata nel 2006 sulle ristrutturazioni per le quali sono stati richiesti sgravi fiscali e sviluppata dal Nucleo Speciale Entrate delle Fiamme Gialle in stretta sinergia operativa con i reparti territoriali.
L’inchiesta ha evidenziato che i redditi non dichiarati sono pari a circa 3 miliardi di euro. I controlli sono stati possibili partendo dal controllo sugli sgravi fiscali chiesti dai contribuenti (36% sull’Irpef) nelle loro dichiarazioni dei redditi. In pratica le ditte coinvolte emettevano fatture per consentire ai proprietari di casa di avere gli sgravi previsti dalla legge ma poi nella loro dichiarazione occultavano i redditi. Nell’ambito di questi controlli risultano anche circa 500 milioni di euro di Iva non versata all’erario.
Questa grande evasione è stata possibile anche perché attorno a queste attività ruota un’ampia fascia idi lavoro nero. Sono circa 10.000, in particolare, le posizioni lavorative irregolari scoperte dalle Fiamme Gialle nei controlli effettuati tra le imprese edili. Anche in questo caso, oltre che per i lavoratori direttamente coinvolti, ne deriva un danno per l’erario dovuto ai mancati versamenti dell’irpef dei lavoratori e dei relativi contributi sanitari e previdenziali.
La società Gemma fu fondata 9 anni fa per fornire «un supporto all’amministrazione del Comune di Roma nell’analisi e gestione di pratiche amministrative con particolare riferimento alle imposte di competenza degli enti locali». In pratica doveva essere il cane da guardia del Campidoglio nei confronti di chi fa il furbo con le tasse. Peccato che Gemma le tasse non le paghi e abbia accumulato un debito con l’erario di quasi 2 milioni di euro. Una barzelletta? Un’assurdità? Purtroppo no.
Di situazioni paradossali ce ne sono a bizzeffe nell’elenco segreto, consultato da Panorama, dei 5 mila grandi morosi della capitale sopra i 250 mila euro, una lista in cui appaiono molte società pubbliche nazionali con sede a Roma. Tutti insieme questi debitori d’alto bordo devono al fisco la bella cifra di circa 16 miliardi di euro: più di un decimo di tutta l’evasione nazionale (che, secondo stime prudenziali, è di almeno 100 miliardi), molto più del doppio di ciò che è stato incassato nel 2007 con la lotta all’evasione (6,3 miliardi).
Sedici miliardi sono l’equivalente di una Finanziaria pesante, rappresentano un debito fiscale colossale e per di più non aleatorio o ipotetico, cioè ancora nella fase dubbia dell’accertamento, ma molto concreto, accumulato soprattutto attraverso il mancato o insufficiente pagamento di Ici, Tarsu (rifiuti urbani), imposte varie e contributi previdenziali (Inps) e tradotto dal fisco in cartelle e avvisi di pagamento. Inoltre, 16 miliardi di euro sono circa il 70 per cento di tutta l’evasione fiscale da riscossione accumulata da 1,5 milioni di contribuenti, in prevalenza romani. Anche facendo la tara su questa cifra, e considerando con un eccesso di pessimismo che una cartella esattoriale su tre non sia giusta o possa dare adito a contestazioni e ricorsi, la cifra complessivamente evasa resta una massa di quattrini con cui si potrebbero finanziare cinque o sei manovre come quella sull’Ici decisa dal governo.
L’elenco dei 5 mila consultato da Panorama è una specie di rutilante fiera del contenzioso fiscale, una gigantesca rassegna della morosità fiscale in cui c’è di tutto, dall’attore di fiction al politico, dal regista al manager del porno, dall’industrialotto semisconosciuto all’imprenditore di grido, fino al giornale dal passato economico difficile come L’Unità (circa 700 mila euro di tasse non pagate relative al 2001).
Poi ci sono i partiti vecchi e nuovi, comuni grandi e piccoli, le province, gli enti pubblici e morali, gli ospedali, i sindacati, le cooperative, le aziende sanitarie locali, le case di cura, l’ex Iacp.
C’è anche la categoria delle aziende pubbliche o che svolgono servizi di pubblica utilità, locali e nazionali, molto ben rappresentate soprattutto per l’entità degli importi dovuti. Società ricche e in ottima salute come Finmeccanica, Enel, Autostrade, che però con le tasse e con lo Stato si comportano come quelle mogli che di nascosto alleggeriscono il portafoglio del marito.
Molti di questi gruppi lavorano e guadagnano facendo pagare ai clienti bollette, canoni, biglietti e pedaggi, e giustamente stanno ben attenti ai furbi. Ma quando tocca a loro pagare, la musica cambia e gli amministratori, passati dall’altra parte, si ritengono vittime di uno Stato esoso. O forse perché non vogliono perdersi il gusto di partecipare al campionato dell’evasione, che in Italia va sempre di moda. Una trentina di queste società da sole hanno accumulato un’esposizione di oltre 300 milioni di euro, destinati a salire a quasi 400 se si considerano le cartelle in fase di notifica.
Il caso della Gemma è esemplare anche perché c’è l’aggravante che si occupa proprio di tributi e quindi è come un poliziotto che nei ritagli di tempo rapini le banche. Nel marzo 2006 l’attività della società fu presa direttamente in gestione dal Comune di Roma tramite la Roma Entrate con un contratto d’affitto a un canone di 10 mila euro al mese, che il Campidoglio paga a Laura, Carla e Renzo Rubeo, proprietari della Gemma attraverso un complicato sistema di società madri e figlie che da Servizi territoriali passa per Italeco e finisce con Edh Italia.
Renzo Rubeo, in particolare, è noto a Roma per almeno quattro motivi. Il primo è che è stato lo stampatore di centinaia di milioni di bollette Telecom ai tempi in cui amministratore dell’azienda dei telefoni era Francesco Chirichigno. Il secondo che è stato l’editore di un giornale specializzato, il Corriere delle telecomunicazioni. Inoltre, terzo motivo, con un’altra sua società, la Edicomp, occupa un lussuoso appartamento nello stesso palazzo di piazza San Lorenzo in Lucina in cui ci sono anche gli uffici di Giulio Andreotti. Infine, è noto per aver piazzato in tutta Roma, su incarico del ministero dei Beni culturali, centinaia di pannelli di metallo in cui si descrivono piazze e monumenti, curati da una sua ennesima creatura, la Mp Mirabilia.
La lista delle società pubbliche o che svolgono servizi pubblici annovera nomi eccellenti. Tra le altre ci sono Acea (acqua e luce del Comune di Roma con 1 milione di euro), Autostrade (2,5 milioni, oltre 30 cartelle ricevute, più un debito considerato potenziale dai riscossori di altri 35 milioni), Rai e Raisat (un po’ meno di 3 milioni di euro), Rfi, società della rete delle Ferrovie (quasi 11 milioni di debito scaduto e 3 in scadenza), Metropolitana di Roma (30 milioni), Finmeccanica (poco meno di 900 mila euro e quasi 40 cartelle ignorate). E infine l’Enel, che attraverso alcune aziende (Spa, Distribuzione, Energia, Facility management, Produzione, Trade) detiene il record della morosità con circa 260 milioni di debito complessivo, forse favorito dalla complessa struttura territoriale del gruppo e anche dalla controversa questione dell’imposizione sulle centrali.
Nella lista ci sono anche i partiti, quelli ormai defunti con la Prima repubblica, come il Psdi, in pratica falliti anche economicamente e quindi finiti nelle sabbie mobili delle liquidazioni con annessi e connessi, tipo i debiti fiscali, appunto. Ma anche i movimenti politici più recenti come Alleanza nazionale, Ds, Forza Italia.
Complessivamente partiti storici e moderni hanno un debito con gli uffici fiscali di circa 15 milioni di euro: 2,5 a carico delle vecchie formazioni, una dozzina imputabili, invece, ad Alleanza nazionale (7 milioni), Forza Italia (3) e Ds (2).
In alcuni casi i responsabili amministrativi hanno aperto un confronto informale con i rappresentanti del fisco, mentre i Ds attraverso il loro tesoriere Ugo Sposetti parlando con Panorama negano l’esistenza dell’esposizione.
Sempre in ambito pubblico una bella quota di evasione cade sulle spalle delle aziende sanitarie romane e su ospedali come il Policlinico Umberto I (1,3 milioni di euro non pagati). Tutte insieme le varie asl hanno accumulato con il fisco un debito di quasi 14 milioni di euro e circa 150 avvisi di pagamento ignorati. Il record con 2,5 milioni circa è dell’Asl C, Eur e zona sud di Roma, quella degli amministratori arrestati e dello scandalo delle parcelle pagate per prestazioni mai effettuate a Lady Asl, al secolo Anna Iannuzzi.
Poi ci sono le case di cura e gli ospedali privati. In cima alla lista c’è il Rome American Hospital che al fisco deve oltre 7 milioni di euro, poi le case di cura Nomentana, Santa Lucia e Villa Fulvia (circa 2 milioni ciascuna).
Tra gli enti spiccano per morosità la Provincia religiosa di San Pietro dell’ordine ospedaliero (oltre 4 milioni), l’Istituto delle figlie di Maria Immacolata (5,8 milioni), gli Istituti fisioterapici (26 milioni), l’Unione delle cooperative (440 mila euro), il sindacato Unione generale del lavoro-Ugl (250 mila). E c’è il caso limite e già noto dell’Ater, ex Iacp, con 520 milioni di euro di mancati pagamenti relativi soprattutto all‘Ici sull’immenso patrimonio di case popolari possedute.
Di fronte a questi numeri lo Stato come reagisce? Inviando nei mesi passati avvisi di riscossione a pioggia, molti dei quali contestati dai contribuenti che hanno reagito avviando 10 mila ricorsi. Risultato: un’arrabbiatura di massa per i cittadini e pochi quattrini incassati dal fisco. l
di Terry Marocco
Zitti e ricchi. La pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi ha alimentato la morbosa curiosità dei malpagati, gli altri, quelli ad alto reddito, si sono resi trasparenti, tutti con la consegna del silenzio. Tutti zitti. A cominciare dai capi del personale raggiunti al telefono da Panorama. Provati da giorni bui. Sfiancati dalle imboscate e dalle delazioni. Se alcuni tentano di fingere il nulla spiegando che “nella multinazionale dove lavorano, i dipendenti non sono neanche capaci di scaricarli da internet”, altri invece vorrebbero ormai vederli affissi in bacheca questi benedetti redditi. Tutti, ma proprio tutti chiedono di restare anonimi, sapendo che è in questi momenti che bisogna inabissarsi, “perché tanto fra tre mesi è tutto dimenticato”. Forse tre mesi non basteranno. Dentro le aziende si è scatenato il caos. E si comincia riesumando la sublime poetica pasoliniana dell’anvedi (in questo caso: “Anvedi quello, quanto guadagna…”). Un crescendo di sorpresa, meraviglia, risentimento, riflessione che poi sfocia invariabilmente in rabbia.
Sorpresa per redditi molto più alti, o molto più bassi, di quello che voi umani potevate immaginare. “Stavo cercando la tua dichiarazione dei redditi online e non puoi capire il mio stupore quando ho letto che quest’anno hai dichiarato solo un tavolino da ping pong e un paio di scarpe da calcetto…” si sfoga l’anonimo su un blog. A toccare con mano la sindrome 730 c’è andato Yuri Grandone, inviato di Pirati, il nuovo programma di Gregorio Paolini su Raidue, con megafono e banchetto al mercato di via Andrea Doria a Roma. “Vendevamo per 5 euro cd con tutte le dichiarazioni dei redditi, dando la possibilità di consultare i primi nomi gratuitamente”. Dischi perfetti e assolutamente falsi, ma in un’ora più di 30 persone si sono avvicinate e dieci hanno speso i cinque euro. L’aiutante di un macellaio ha addirittura aspettato mezz’ora per poter conoscere il reddito del suo boss, “ha detto che era disposto a tutto per quella informazione e quando ha scoperto che era a reddito zero ha cominciato a strepitare che non era possibile con la vita che faceva”.
Le donne sono curiose, ma l’invidia è vizio maschile e arrivati alla mezz’età scava l’anima come una trivella. “Nessuno ha chiesto di controllare il reddito di personaggi famosi o di politici. Tutti si sono concentrati sul loro microcosmo: vicini di casa, datori di lavoro, il genero, alcuni chiedevano anche del figlio. Neanche uno ha voluto controllare il proprio. Un pensionato insisteva per sapere quanto guadagnava il suo ex compagno di classe, già raccomandato dai tempi della scuola. Non lo vedeva da una vita, ma smaniava per sapere se aveva fatto più carriera di lui. Un caso d’invidia retroattiva”. La rabbia scattava non tanto per chi guadagnava tanto e dichiarava tanto, continua Grandone, ma “per chi viveva alla grande e dichiarava poco”. L’invidia logora anche il popolo della rete: “È vero, avevo detto che non importava sapere degli evasori, perché lo sapevamo già. Ma mi sono state riferite delle cose e vorrei far ridere anche voi: il gioielliere più rinomato della mia città dichiara10 mila euro l’anno, l’agenzia di pompe funebri leader nel settore 6 mila, l’avvocato numero uno dichiara meno di un dipendente statale, dulcis in fundo, il mio dentista dichiara 800 euro. E non ho dimenticato uno o due zeri, è proprio ottocento”.
Alain Elkann, che all’invidia ha dedicato un romanzo (L’invidia, Bompiani, 2006), spiega: “È nel dna degli esseri umani, come il colesterolo, gli zuccheri, il diabete. Chi è invidioso spesso ha paura o non è felice. Chi è invidiato non dovrebbe stuzzicarla: già questo è un peccato”. E chi è senza peccato scagli la prima pietra. Alla Rai pare che alcuni analisti certosini abbiano confrontato i redditi dei giornalisti in chiave politica scoprendo che gli stipendi di chi è il reddito dipende dal padrino politico. E dopo che Italia Oggi ha pubblicato lista e cifre di giornalisti benpagati, sono partite le mosse difensive: “Ma quello non è il mio stipendio, è il mio reddito. Io sono ricco di famiglia”. Anvedi.
Ma chi appare nelle liste come esimio contribuente non sempre se ne dispiace. A volte chi non è tra i primi soffre anche di più. Racconta un commercialista di Roma (anche lui anonimo per non urtare la suscettibilità dei già provati clienti): “Vengono e si lamentano di aver dichiarato molto, ma di non apparire. La vivono come una doppia beffa. Alcuni minacciano di voler fare ricorso, non si capisce però a chi”.
Esserci o non esserci, sbirciare o ignorare? In quasi tutti gli uffici si sono creati due partiti e c’è sempre quello che loda la pubblicità: “È giusto che si sappia che io, se non sono soddisfatto, possa andare dal capo del personale e chiedere perché”. Commenta il sociologo Enrico Finzi: “In una società liberale si dovrebbe sapere, il segreto è lo strumento dell’iniquità. Sarebbero auspicabili più trasparenza, meno disuguaglianza ingiustificata e maggior attenzione al merito. Ma in Italia l’entità degli stipendi per mansioni simili è legata alle storie personali. Chi è stato assunto in anni in cui si concedeva di più guadagna meglio di chi è stato assunto dopo, e il fatto è che non si può tornare indietro. Persino l’anzianità in certi casi produce ingiustizia. La diversità è accettabile in base al merito, ma quello che è sconvolgente da noi è la misura della disparità che aumenta nel tempo e grida vendetta”.
Lucia Cascella lavora in un’agenzia di pubblicità: “Sono stata la prima a scaricare le denunce da internet, mentre i miei colleghi mi guardavano con biasimo. Poi a uno a uno sono venuti a chiedermi di controllare: dall’amica che usciva con tre uomini contemporaneamente e voleva sapere qual era il più ricco a quella che controllava il reddito dell’ex moglie del fidanzato per sapere se gli alimenti erano giustificati”. Una sindrome che si può trovare anche in Rete: “Per quattro giorni ho ricevuto giorno e notte sms con nomi, cognomi e date di nascita da controllare. Gente che voleva sapere dei colleghi, dei superiori, degli amici dell’asilo, degli ex fidanzati, dei fidanzati attuali, delle persone con cui escono, dei nemici condominiali, di quelli che fanno il medesimo lavoro ma sono più affermati, degli insegnanti, delle celebrità di nicchia (mio fratello mi ha chiesto il reddito di Ricky Memphis), persino alcuni che volevano verificare il proprio, di reddito. Mia madre mi manda ancora messaggi con nomi di parenti a me semisconosciuti e altre conoscenze di quartiere”, racconta un esperto informatico.
Nelle aziende la pubblicazione è arrivata come uno tsunami. “I poveri direttori del personale sono stati subissati di proteste e di richieste” racconta uno di loro che lavora in una grande azienda del Nord Est, ed è nelle risorse umane dal 1974. “La curiosità più morbosa era quella di conoscere non tanto i redditi dei megaboss quanto piuttosto quelle dei quadri, perché è la zona oscura di ogni impresa”. Etica era la parola più frequente abbinata alle lagnanze. “Si è alzato il velo sulla vita di ognuno e sono emersi i pagamenti dei ruffiani, di quelli che informano la proprietà, dei lecchini. E ognuno leggeva storie sordide, spesso interpretate in chiave sessuale. La pena maggiore è stato sicuramente lo “sputtanamento””. Lo sputtanamento olè, come cantavano Cochi e Renato. “Aumenti di stipendio dopo le proteste? Nessuno, anzi le aziende hanno congelato eventuali miglioramenti per non dare l’impressione di averli decisi sotto schiaffo”.
C’è chi si è preso anche un giorno di ferie per guardarseli tutti con calma. Il grido del dipendente ferito viene ancora dalla Rete: “Sì, sono curioso (e non me ne vergogno): li ho guardati tutti. Avrò controllato una cinquantina di colleghi che conosco (con due o tre sorprese clamorose) e ancora me ne vengono in mente durante la giornata. Tengo quei file sul desktop sempre pronti a una consultazione”. È l’apoteosi dell’anvedi. “È stata la quantificazione delle differenze sociali” osserva il sociologo Domenico De Masi. “Per la nostra visione cattolica, chi ha successo è un ladro. Se fossimo un paese protestante, il ricco sarebbe protetto da Dio. In America chi fa i soldi è un virtuoso, arrivano a dichiarare di più e a pagare più tasse per migliorare la propria reputazione. La nostra visione ci frega, restiamo complessati e un moralista deve essere per forza povero, la dichiarazione dei redditi può infangarlo”. (ha collaborato Luca Dello Iacovo)

di Laura Maragnani con Antonella Palmieri e Elena Porcelli
Piove fitto sui boschi e sui prati del lago d’Orta. Piove sul santuario della Madonna del Sasso. Piove su una quindicina di vacche dalla schiena massiccia e dagli appiombi perfetti, ottimi esemplari di razza bruna alpina, e piove sul padrone che le porta al pascolo: A.E., 45 anni, mani grandi come badili, collo massiccio e occhi quieti come le sue bestie. Da queste parti lo chiamano semplicemente “il Citu”. Gran brava persona, dicono.
Eppure nel 2005 il Citu, come altri 9 milioni di italiani, non ha pagato un solo euro di tasse. Eccolo, il suo nome, tra i redditi zero dell’Agenzia delle entrate. E come campa? Occhiata diffidente. “La zia tiene l’orto, i conigli e le galline. Il papà dà una mano con le vacche e col fieno. Io faccio il formaggio. Di fame non si muore”. Divertimenti? Occhiata ancora più diffidente. “Quando si hanno le bestie, in vacanza non si va mica. Però la domenica vado al circolo”.
Il circolo Arci apre solo sabato e domenica. Il paese ha 30 anime. Non c’è un negozio, il parroco è part time, il medico condotto si fa vedere solo un’ora la settimana. Il Citu non ha nemmeno una moglie: “Le donne sanno che con le vacche la fatica è tanta e i soldi pochi. Preferiscono gli operai delle rubinetterie giù a San Maurizio”.
E allora: benvenuti nell’Italia delle storie a reddito zero. Vere? False? Furbette? C’è chi minaccia querele, come P. P., 45 anni, avvocato titolare di due studi legali tra Puglia e Basilicata: “Queste sono informazioni riservatissime. Vi denuncio tutti”. Chi fa l’inglese, come S.M., consulente umbro: “Nel 2005 ho lavorato a Londra e le tasse le ho pagate là”. C’è chi sbatte giù il telefono e chi il telefono nemmeno ce l’ha: provare, per credere, a rintracciare una delle decine di signore che, senza uffici né recapiti, fanno le mediatrici d’affari in provincia di Potenza. E c’è chi a fatica tira fuori un filo di voce, come M.G., allevatrice di conigli dalle parti di Cuneo: “Non capisco niente. Ormai non mi alzo nemmeno più dal letto, perché io sono vecchia vecchia, sa?”.
È un mondo incredibile quello a reddito zero. E ne esce un ritratto del Paese quasi insospettabile. Non solo di furbi, ma anche di sconfitti. Di furibondi, di depressi, di marginali. Come L.S., 72 anni, bracciante agricolo con un boccone di terra tutta sua. Basilicata profonda. Come mai nel 2005 non ha guadagnato niente? “Si vede che non lavorai” mormora pieno di vergogna. E come ha fatto a vivere? Ammutolisce e riattacca.
Reddito zero? “Il mio lo chiami pure sottozero” ride amaro Francesco Corbosiero, 44 anni, provincia di Foggia. Non ha paura a fare nome e cognome, anzi: “Magari servisse a far capire il nostro dramma”. Faceva il rappresentante fino a 10 anni fa, poi con tre amici (tutti muratori o imbianchini) ha presentato “un business plan” e ottenuto i finanziamenti per l’imprenditoria giovanile. Allevamento di conigli, 16 dipendenti. Poi, dannato etanolo: il carburante verde ha fatto impazzire le quotazioni dei cereali e dei mangimi, che dal 2007 a oggi sono cresciuti del 33 per cento.
Corbosiero produce 1,6 milioni di chili di carne di coniglio l’anno. Ogni chilo gli costa 1,80 euro. Il consumatore paga fino a 8 euro al chilo, ma lui intasca 1,5 euro quando va bene. Che dire di più? “Ce la caviamo grazie all’aiuto dei nostri genitori” dice con voce piena di sconforto.
Sconfortato anche il collega Stefano Bison, presidente della categoria: “per gli 8 mila cunicultori italiani, se il governo non approva in fretta lo stato di crisi, la disfatta è dietro l’angolo”. Le banche hanno chiuso i rubinetti, “l’intero settore zootecnico è considerato da allarme rosso”. Se nel 2005 i redditi zero qui erano 560, quanti saranno nel 2008?
Maledetto etanolo. Piangono gli allevatori di suini. Arrancano gli allevatori di bovini e di bufale. Nelle stesse condizioni del Citu, a reddito zero, in Piemonte nel 2005 erano 1.751. In tutta Italia, 25.949. Nella sola provincia di Bolzano, su 5.500 produttori di latte ben 3 mila non hanno guadagnato nulla. Dati 2006 dell’Ismea: su ogni euro pagato dal consumatore all’allevatore arrivano meno di 20 centesimi.
Risultato? “Le spese si mangiano tutto. Tenere in vita il maso di famiglia non è più redditizio, lo si fa solo per testardaggine” scuote la testa Andreas Felderer, direttore dell’associazione provinciale allevatori altoatesini.

Sono 35 mila i redditi zero tra i produttori di olio, vino e frutta. Tutto regolare: in agricoltura vige un particolare tipo di tassazione, detto forfettario, su base catastale. Il reddito viene automaticamente calcolato in base alla superficie dei terreni e al tipo di coltivazione. E dunque “abbiamo un milione di aziende agricole, 9 su 10 sono ditte individuali. In Sicilia e in Puglia sono spesso piccolissime, con redditi irrisori” calcola Franco Preziosi, esperto tributario della Coldiretti. Ecco che basta qualche deduzione, allora, e il gioco è fatto: zero.
E però: “In certe zone montane semiabbandonate” avverte Preziosi, “coltivare la terra rende ormai così poco che gli agricoltori dovrebbero essere pagati solo per rimanere dove stanno, a tener vivo il territorio”. Esagera? L. S., tre figli, moglie di un reddito zero della provincia di Chieti: “Nei supermercati il mangiare costa tanto, ma a noi contadini arrivano le briciole”. Dati Coldiretti: su 1 euro pagato dal consumatore finale all’agricoltore arrivano 18 centesimi. Il marito coltiva grano, la signora S. gli dà una mano allevando lepri, a casa loro si vive come in un affresco rurale del dopoguerra: “Mia suocera fa il pane in casa, abbiamo i polli e l’orto. Per comprare il latte del bambino piccolo ci aiutano i miei genitori, che sono pensionati”.
Che Italia è mai questa? Marginale, residuale, sommessamente chiusa in un’economia di pura sussistenza: chi se ne ricordava più? Voci rassegnate, montagne e colline in via di spopolamento, poveri pieni di pudore e di vergogna. Gli esperti di Coldiretti e Aia, l’associazione degli allevatori, parlano di “difficoltà di filiera”, “materia prima sottopagata”, “costi di produzione in costante aumento”. Però ci sono “processi di ristrutturazione in corso”. Segnali di speranza.
Montalcino, Siena, la patria opulenta del Brunello, dove un ettaro di vigneto vale da 250 a 400 mila euro. Eppure anche qui, tra i produttori del vino più famoso del mondo, non mancano i redditi zero: quasi 50. Uno scherzo? “Tutt’altro. Per i piccoli produttori, soprattutto all’inizio, è molto dura” sostengono Katia e Gigi Fabro, produttori al podere San Polino dal 1998. Un ettaro di Brunello, uno di rosso, tre di ulivi. Tutto biologico. Grappoli raccolti a mano. Calcolano: “Facciamo 10 mila bottiglie l’anno di Brunello e ognuna ci costa 20 euro. Su quelle 10 mila bottiglie dobbiamo ammortizzare i costi di avviamento, i mutui, gli interessi, il trattore, le fiere, tutto. Difficile, no?”. E allora? “Allora lavoriamo come matti per vendere il vino dove lo pagano bene: in America, in Danimarca, in Giappone. Ma non è certo una passeggiata”. Pentiti? “Niente affatto. Nel 2008, dopo dieci anni, finalmente i guadagni supereranno le spese”. Niente più reddito zero. Almeno per loro.
