Leggi tutte le notizie su:


extragettito

E con il federalismo dalla casa spariscono le 13 tasse

Case del entro di Roma

di Gino Pagliuca

Due case di caratteristiche analoghe e distanti magari solo poche decine di metri possono avere, per il fisco, valori assai diversi, che possono tradursi in differenze di migliaia di euro se vengono vendute. Possono pesare in misura molto diversa sui proprietari quando si trovano a pagare tre diverse imposte (registro, ipotecaria e catastale). Gli stessi proprietari possono pagare importi diversi nel caso in cui comprino da un costruttore al quale bisogna versare l’Iva. L’Ici, poi, si calcola sul valore presunto dell’immobile, l’Irpef invece sulla rendita, cioè sul canone di affitto teorico che secondo l’erario si potrebbe ottenere. Quella sui rifiuti è una tassa, quindi dovrebbe tener conto dell’”attitudine” del contribuente a produrre rifiuti, invece si paga a seconda dei metri quadrati, come se i rifiuti li producessero i pavimenti e non le persone…
L’elenco delle assurdità nell’imposizione fiscale sulla casa potrebbe continuare a lungo. Di sicuro la legislazione ha contribuito a rendere opaco un mercato come quello immobiliare che già non brilla per trasparenza. Alla fine il risultato è una congerie di norme farraginose che comunque fanno affluire nelle casse pubbliche un fiume di denaro, come si può rilevare dai dati resi noti dall’Agenzia del territorio sul gettito dei 13 tributi principali nel 2007. In cassa sono entrati 42,8 miliardi di euro, con l’Ici a fare la parte del leone (entrate per 11,4 miliardi); nel computo però entrano anche gli 1,7 miliardi arrivati dalla prima casa, che dal 2008 non è più tassata.
Nelle entrate sono considerate anche voci di entità modesta, come gli 80 milioni di euro dell’imposta di successione, abolita nel 2001 dal secondo governo Berlusconi, anche perché ha sempre reso meno di quanto costasse incassarla, e poi riproposta, sebbene con forti esenzioni, dal governo Prodi. Al computo andrebbero aggiunti anche tributi minori (ma non per chi li paga) come quello ambientale per i consorzi di bonifica.
Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha lanciato, all’interno della riforma federale dello Stato, l’idea di un tributo unico sulla casa gestito dai comuni, la cosiddetta service tax, che sostituisca le imposte attuali. Non sarà facile, perché non tutte e 13 si prestano a essere accorpate. è il caso dei tributi (registro, ipotecario e catastale, Iva) legati alle compravendite e che hanno andamenti molto variabili.
L’idea della service tax non dispiace ai rappresentanti dei proprietari di casa, ma con qualche distinguo. Dice il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani: “L’uso dell’inglese è sospetto. Tax significa sia tassa, e quindi corrispettivo di erogazione di servizi, sia imposta. Noi vorremmo che si trattasse di una tassa per i servizi forniti dagli enti locali agli immobili e non di un’imposta patrimoniale. Solo mettendo paletti molto chiari è possibile lasciarne ai comuni la gestione, contrariamente sarebbe come spalancare a una volpe la porta del pollaio”.

Ici, mutui e straordinari: 1.400 euro in più in tasca per gli italiani

Una busta paga

Più o meno uno stipendio. È quanto risparmieranno le famiglie italiane grazie alle tre misure adottate dal governo su Ici, straordinari e mutui: fino a 1.400 euro. Il calcolo è stato fatto dal Sole 24 Ore, secondo cui la parte maggiore del taglio alle spese verrebbe dagli straordinari, con un risparmio che premierebbe soprattutto chi più si avvicina al tetto fissato, i 30mila euro di reddito. All’Ici dicono addio 17 milioni di famiglie.

Il capitolo più incerto è quello sul congelamento della rata del mutuo, dove i calcoli sono molto indicativi. Ma quanto ai risparmi legati ai tagli fiscali sugli straordinari, secondo il quotidiano finanziario si potrà arrivare anche fino ai 760 euro. Quanto all’Ici, una famiglia che vive in una grande città potrà contare su un taglio delle tasse anche superiore ai 500 euro.
A continuare a pagare la tassa sulla prima casa a giugno saranno soltanto lo 0,3% delle famiglie, pari in tutto a 54mila nuclei. I “non esentati” saranno infatti i proprietari di case delle categorie catastali A1 (signorili), A8 (ville) e A9 (palazzi e castelli). Poco più di 70mila unità immobiliari, scrive il Sole, su un complesso abitativo nazionale pari a 30 milioni, tra i quali il 73% sono prime case. Insomma, tra ville e residenze di lusso si parla di poco più di 50mila costruzioni, pari allo 0,3% del totale. E i proprietari hanno redditi superiori ai 200mila euro. Che renderanno, con la loro Ici, circa 100 milioni di euro

E sulla possibilità di rinegoziare i mutui a tasso variabile offerta dall’accordo tra governo e Abi? In questo caso, secondo i dati di Ing Direct, un mutuo trentennale che era stato acceso nel 2006 ha già visto crescere la rata di 200 euro al mese. Si potrà dunque contare, ma solo indicativamente, su uno sconto di questo tenore. Ma i benefici di questa misura sono difficilmente calcolabili, dal momento che dipenderanno dall’andamento dei tassi. Infatti congelare la rate del mutuo significherà anche allungarne la durata e quindi pagare di più, proprio in relazione al trend del costo del denaro. Può anche darsi che l’operazione di tornare alla rata del 2006 non venga scelta da tutte le famiglie interessate (un milione e 250mila). Sarà possibile prolungare il prestito da un minimo di tre mesi fino a un massimo di 52.

Per quanto riguarda la detassazione degli straordinari, gli aumenti in busta paga saranno tra i 200 e gli 800 euro l’anno e costeranno allo Stato un miliardo di euro. In tutto sono 17 milioni i dipendenti, a cui bisogna sottrarre quelli pubblici, circa 3 milioni, e quelli che guadagnano meno di 8mila euro, altri 3,8 milioni. Saranno interessati dalla manovra circa l’85% del totale: arriviamo a circa 9 milioni di persone. Tra queste però è difficile conteggiare quelli che ricorreranno agli straordinari. Un calcolo indicativo parla del 45% del totale.

Il VIDEO servizio:

Abolire l’Ici: il primo punto nell’agenda del nuovo governo

Modello Ici (l'imposta comunale sugli immobili)
Arriverà con il primo Consiglio dei Ministri, quello che seguirà i due cdm per sistemare tutte le “caselle” del nuovo governo (quelle che riguardano i viceministri e i sottosegretari), l’abolizione totale dell’Ici sulla prima casa. Il premier Silvio Berlusconi ha più volte confermato quello che definisce “un impegno programmatico” nei confronti degli elettori.
Potrebbe arrivare per decreto, per consentire l’applicazione già con l’acconto di giugno. Il costo della misura dovrebbe essere di poco inferiore ai 2 miliardi di euro. Escluse le case lussuose e salvaguardati i Comuni: questi i due punti fermi del provvedimento. Si lavora invece alle coperture. Escludendo di finanziare il taglio di un’imposta con una nuova tassa, la strada che resta è solo quella di un taglio alla spesa.
A meno che nella “due diligence” emerga l’esistenza anche per il 2008 di un extragettito. La congiuntura negativa ha infatti rallentato la crescita delle entrate ma contando sul fatto che le tasse risentono delle dinamiche economiche relative ai mesi passati (quando ancora la congiuntura era positiva) è probabile che un “tesoretto” da utilizzare ancora ci sia. Si potrebbe poi profilare anche un aumento della tassazione per le banche, anche se questa misura annunciata dallo stesso Tremonti in campagna elettorale potrebbe essere legata più che all’Ici ad un alleggerimento del peso dei mutui per le famiglie.
L’abolizione dell’Ici sulla prima casa costerebbe tra 1,7 e 2 miliardi di euro. Questo quanto emerso nella prima riunione informale nei giorni scorsi tra il ministro, allora in pectore, Giulio Tremonti e i rappresentanti dell’Anci. L’associazione dei Comuni stima però un costo della misura leggermente più alto: 2,2 miliardi di euro. Si tratta della cancellazione dell’imposta per quel 60-70% degli italiani che ancora pagano questa tassa dal momento che la Finanziaria per il 2008, con la detrazione aggiuntiva dell’1,33 per mille l’ha di fatto “cancellata” nel circa 30-40% dei casi.
Come già avviene per la nuova detrazione decisa con l’ultima Finanziaria, l’abolizione dell’Ici non riguarderà gli immobili, anche se casa di abitazione, accatastati come ville, castelli e appartamenti di lusso. L’Ici è la fonte primaria del finanziamento dei Comuni e la sua eliminazione sarà per gli stessi a costo zero. L’assicurazione è arrivata nei giorni scorsi dallo stesso Tremonti nell’incontro con l’Anci. Quello che si profilerebbe è dunque un “ritocco” verso l’alto della compartecipazione dell’Irpef nazionale da parte degli stessi Comuni. L’Anci chiede comunque al governo di aprire un tavolo tecnico. Il presidente Leonardo Domenici sottolinea che serve una soluzione ad hoc per quei Comuni che hanno già abbassato per propria iniziativa l’Ici e che rischiano di ottenere una compensazione esclusivamente per il taglio che farà eventualmente il governo Berlusconi, ma non per il loro. Domenici suggerisce dunque che il provvedimento del governo preveda una compensazione che riguardi gli ultimi due anni per i Comuni che hanno già ridotto l’Ici.
È la questione sulla quale si lavorerà nei prossimi giorni. L’impegno è di circa 2 miliardi di euro: extragettito o taglio alla spesa? Si potrebbe però profilare anche una terza ipotesi. Tremonti aveva infatti preannunciato in campagna elettorale un possibile aggravio dell’aliquota Ires per le banche, lasciando “il regalo di Prodi”, ovvero il taglio dal 33% al 27,5%, “solo alle banche che daranno alle famiglie italiane mutui più umani”.

Fisco, entrate ancora in crescita. Torna a salire il debito pubblico

Un contribuente con moglie e figlio a carico e un reddito di 25 mila euro per effetto della riforma delle aliquote Irpef dovrebbe avere un vantaggio di 444,73 euro rispetto al 2006. Ma bastano leggeri aumenti dei tributi locali, da parte di comune e regione, per vedere dissolversi quasi 150 euro.
Crescita a due cifre per le entrate di cassa nel primo bimestre del 2008: a gennaio-febbraio sono state pari a 59.173 milioni di euro, il 10,5% in più rispetto al corrispondente periodo del 2007. Lo comunica la Banca d’Italia. Si tratta del dato che calcola le entrate di cassa, ed è più positivo delle anticipazioni per il bimestre gennaio-febbario 2008 che erano state diffuse dal ministero dell’Economia, che però si limita a fornire le cifre sulle entrate di competenza: la crescita in questo caso era del 7,9%.
Dal quadro fornito oggi dalla Banca d’Italia risulta inoltre che nel solo mese di febbraio le entrate sono state pari a 27.902 milioni di euro, il 10,8% in più rispetto ai 25.165 milioni di febbraio 2007.
Via Nazionale ha inoltre reso noto che è tornato a salire il debito pubblico in valore assoluto: a gennaio ha toccato quota 1.621 miliardi di euro rispetto ai 1.596 di dicembre 2007. Un dato in controtendenza rispetto agli ultimi tre mesi del 2007, quando era stato invece in calo.
Cattive notizie invece sul fronte del debito pubblico italiano. Che torna a salire a gennaio. Il dato, informa il Supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia, si è attestato a 1.621,88 miliardi di euro, con un incremento dell’1,5% rispetto ai 1696,762 miliardi di fine 2007. Il debito cresce anche dell’1,95% rispetto ai 1.590,791 miliardi toccati a gennaio dell’anno scorso.

Prezzi: il Governo pensa a un decreto per frenarli. In accordo col Pdl

Un utente controlla una fattura vicino ad un contatore, in una immagine d'archivio | Ansa
Il governo Prodi “elaborerà, per proporle all’opposizione, al fine di emanare un decreto legge in materia, una serie di strumenti e di iniziative per sterilizzare la quota fiscale di alcune tariffe, in particolare nel settore dell’energia, così da alleviare il peso degli aumenti sulle famiglie, sulla falsariga di quanto abbiamo fatto per i carburanti”. Argomenta così ministro per l’Attuazione del programma, Giulio Santagata, la decisione dell’esecutivo Prodi di mettere in atto all’opposizione un pacchetto di misure urgenti per intervenire sul caro prezzi.
E, a fianco a lui, il collega all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio della Sinistra Arcobaleno rilancia: “Visto che con l’extragettito i soldi in cassa ci sono, è doveroso ridurre subito i rincari che pesano nelle tasche dei cittadini. La Sinistra Arcobaleno ha chiesto al governo di intervenire con un decreto”.
E tuttavia, dal momento che quello attuale è consapevole di essere “un governo in uscita”, nel corso del Consiglio dei ministri di stamane è stata assunta la “decisione di elaborare una serie di possibilità e strumenti da proporre all’opposizione, un pacchetto di iniziative per alleggerire il peso delle famiglie”. Misure che, sempre attraverso una “valutazione con l’opposizione” potrebbero essere varate con un “eventuale decreto”. Tenendo conto naturalmente della “compatibilità di bilancio”.
Manifestando la preoccupazione del governo “sul versante del potere di acquisto delle famiglie”, Santagata ha ricordato la “positiva attività svolta tanto dal ministro delle Politiche agricole quanto da Mister Prezzi”. “Tuttavia” ha rilevato “si sente l’esigenza di un intervento urgente”. Da qui la decisione di “verificare la praticabilità di sterilizzare la quota fiscale di alcune tariffe, in particolare quelle energetiche, sulla falsariga di quello che abbiamo già fatto per i carburanti”. nella consapevolezza che il governo è “in uscita”, ha aggiunto, verranno elaborate “delle proposte per alleggerire il peso sulle famiglie che saranno avanzate all’opposizione, con l’obiettivo di varare un decreto legge condiviso”.
“Abbiamo chiesto il blocco degli aumenti dei prezzi, e quindi il presidente del Consiglio si rivolgerà anche all’opposizione per fare un decreto legge e bloccare le tariffe di luce, gas e carburanti”, ha aggiunto Pecoraro-Scanio, spiegando che “l’unica strada è intervenire sulle tasse”.
Sabato scorso l’Autorità per l’energia ha comunicato che le tariffe per luce e gas saliranno da aprile di oltre il 4% per effetto del caro-petrolio. Lunedì 31 marzo, l’Istat ha fornito le stime sull’inflazione di marzo che con un aumento del 3,3% su base annua ha segnato il livello più alto da settembre 1996.

L’extragettito c’è, ma sparirà a maggio


di Daniele Martini

Come in un gigantesco gioco di prestigio fiscale, l’extragettito prima c’è e un attimo dopo non c’è più. C’è nel senso che effettivamente nel corso del 2007 i contribuenti hanno fatto piovere nelle casse dello Stato un mare di quattrini: prima 9 miliardi di euro in più rispetto a quelli previsti a marzo dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, poi altri 6 miliardi a fine dicembre rispetto a quelli preventivati tre mesi prima. Basta distrarsi un momento, però, e l’extragettito subito scompare e la manna si trasforma in micragna.
Come in una porta girevole, buona parte dei 6 miliardi incamerati a fine anno sono destinati a uscire dalle casse statali con la stessa velocità con cui sono entrati. E non solo per effetto della spesa delle amministrazioni pubbliche che, seguendo passo passo gli exploit fiscali, è cresciuta in questi ultimi tempi a rotta di collo arrivando a superare il 50 per cento del pil (prodotto interno lordo). Ma anche perché, e qui sta la sorpresa, buona parte degli incassi recenti sono come una meteora, destinati a sparire subito perché collegati all’andamento assai anomalo dell’autoliquidazione di novembre, un fenomeno difficilmente replicabile in futuro.
La circostanza è spiegata con chiarezza dai tecnici del dipartimento delle politiche fiscali dell’Economia in un appunto riservato preparato per il ministro Tommaso Padoa-Schioppa di cui Panorama è entrato in possesso. Dall’analisi del gettito 2007 risulta che almeno 4 dei 6 miliardi incassati in più tra settembre e dicembre sono frutto non di lotta all’evasione o di precise scelte di politica fiscale, ma soltanto di una specie di enorme partita di giro, il risultato abbastanza fortuito del buon andamento dell’autoliquidazione per quanto riguarda l’imposta sulla produzione pagata dalle imprese (Irap) e le imposte dirette (Irpef). Un bel risultato con il veleno nella coda, insomma.
Quei soldi sono stati effettivamente incassati dallo Stato, ma nel giro di pochi mesi quasi sicuramente torneranno in un modo o nell’altro nelle tasche dei cittadini e nelle casse delle imprese. Dei 4 miliardi di euro di entrate impreviste incamerate dall’erario con l’autoliquidazione, 2,5 provengono dall’Irap e gli altri sono dovuti a minori compensazioni delle imposte dirette.
Il maggior incasso dovuto all’Irap è stato quasi per intero causato dalla scelta delle imprese di non avvalersi subito dei benefici collegati allo sconto d’imposta garantito dalla riduzione del cuneo fiscale e contributivo voluto dal centrosinistra. Dal momento che le stesse imprese quasi sicuramente chiederanno l’applicazione del bonus al momento del saldo a giugno 2008, a quel punto l’extragettito incassato dal fisco a novembre si trasformerà in minor gettito perché i soldi invece di fluire ancora nelle casse dello Stato resteranno in quelle delle aziende.
Idem la faccenda delle minori compensazioni delle imposte dirette. Chi paga le tasse con il modello Unico può chiedere all’amministrazione fiscale una compensazione tra il debito dovuto e il credito d’imposta maturato attraverso il cosiddetto modello F24 facendo la somma algebrica tra le imposte da pagare e le somme da riscuotere. Invece di avvalersi di questa facoltà, a novembre molti cittadini hanno preferito pagare subito il dovuto rimandando ad altra data la riscossione del credito accumulato con l’erario. Grazie a questo comportamento lo Stato ha incassato 1,5 miliardi di euro in più, ma anche in questo caso si tratta di un’entrata ballerina: con il prossimo giro di valzer fiscale quei soldi probabilmente torneranno nelle tasche dei contribuenti.
Secondo gli esperti del ministero dell’Economia, insomma, le straordinarie performance enfatizzate per mesi, a conti fatti si rifletteranno sul gettito 2008 per appena 1 miliardo di euro, al massimo 1,5 miliardi. Nel frattempo, però, la brusca frenata dell’economia prosciugherà le entrate per un importo sostanzialmente analogo, almeno 1 miliardo, per cui il saldo tra maggiori entrate e minori incassi fiscali sarà prossimo allo zero.
Anzi, c’è il rischio che possa risultare addirittura negativo perché la previsione dei tecnici ministeriali sulla riduzione del gettito si basa su un presupposto macroeconomico tutto sommato ottimistico, con una crescita dell’1 per cento del pil. L’Unione Europea, invece, proprio alcuni giorni fa per bocca del commissario Joaquín Almunia ha drasticamente rivisto al ribasso le previsioni per l’economia italiana, stimando un aumento del pil di appena lo 0,7 per cento, l’incremento più basso a livello continentale, mentre la Confindustria pronostica addirittura una crescita zero.
Il documento del dipartimento delle politiche fiscali segna un punto fermo nella saga del cosiddetto tesoretto e fa capire perché sia di fatto imploso il progetto di utilizzare il fantomatico extragettito per abbassare subito le tasse sui redditi medi e bassi carezzato a lungo dal governo precedente e poi all’inizio della campagna elettorale dai sindacati e dal leader del Pd, Walter Veltroni.

Un’idea difficile da realizzare per mancanza di soldi, anche se ragionevole, perché ormai è chiaro che, anche alla luce degli ultimi dati sul rincaro dei beni di più largo consumo, dagli alimentari alla benzina (più 4,8 per cento), la caduta del potere d’acquisto e la conseguente contrazione dei consumi non sono un’invenzione.
Con l’appunto dei tecnici ministeriali sulla scrivania che dimostrava quanto i bollettini di vittoria fiscale fossero da prendere con le molle, Padoa-Schioppa ha fatto capire in più di un’occasione di considerare il tesoretto poco più che una chimera sfidando le pressioni della sua maggioranza e le esigenze della campagna elettorale. Forse ormai stufo di tutto il can can che si stava montando sul nulla, una volta ha addirittura ammesso che l’extragettito non c’era, salvo poi correggere il tiro, prendendo tempo e rinviando la valutazione definitiva alla trimestrale di cassa di marzo.
Perfino sulla tenuta delle entrate future ormai è legittimo avanzare qualche dubbio, per almeno altri due motivi. Il primo è che la lotta all’evasione è stata più annunciata che conseguita con un gettito aggiuntivo calcolato anche dai tecnici ministeriali di 2 miliardi al massimo 3 all’anno e non 10. Il secondo motivo è la frenata della crescita economica che provocherà dal 2009 un minor gettito di pari importo: 3 miliardi.

Al ministero dell’Economia il mistero dei tesoretti scomparsi

Vincenzo Visco, viceministro dell'Economia
di Daniele Martini

“Poggi e buche fa pari” dice un vecchio motto popolare toscano. Significa che gli opposti si annullano, come nella somma algebrica due valori uguali, ma di segno opposto, danno risultato zero. Anche nei conti pubblici siamo in una situazione di poggi e buche perché nei 19 mesi di governo di centrosinistra le entrate dello Stato sono aumentate a rotta di collo, tanto che i giornali non facevano in tempo a registrare l’emersione di un tesoretto propiziato dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, che quasi per incanto ne spuntava un altro. Dal 2005 al 2007, la pressione fiscale è aumentata addirittura di 3 punti, dal 40 al 43 per cento del pil (prodotto interno lordo). Nel frattempo, però, anche la spesa corrente è cresciuta parecchio, del 3,4 per cento tra il 2006 e il 2007, seguendo quasi in parallelo le impennate del gettito. E continuerà a crescere di molto anche nel 2008, sia per effetto di nuovi impegni di spesa difficilmente differibili, ma non ancora contabilizzati, come quelli per i trasporti ferroviari regionali o i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, sia per la dinamica inerziale delle uscite poco o punto rallentata dall’azione di governo, così come risulta dal budget di spesa del 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato che Panorama ha potuto consultare.
Di modo che ora non è affatto chiaro se nelle casse pubbliche sia rimasto qualcosa di quei vecchi extragettiti, al punto che neanche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ne è sicuro e per prudenza, prima di pronunciarsi, consiglia di aspettare la trimestrale di cassa del mese prossimo. Le uscite per il personale, per esempio, rimangono altissime, sebbene all’inizio della legislatura il governo e in particolare il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, avessero promesso razionalizzazioni negli uffici e tagli radicali. Anche nell’anno in corso la spesa preventivata per i dipendenti pubblici è di oltre 76 miliardi di euro, pari all’87,5 per cento dei costi delle amministrazioni centrali, mentre parecchi ministeri hanno continuato a gonfiare stipendi, contratti e consulenze.
Agli Esteri diretti da Massimo D’Alema l’incremento di spesa 2008 per il personale è di quasi il 25 per cento per effetto del rinnovo del contratto di settembre, degli aumenti di qualifica per i dipendenti distaccati nelle sedi estere e dell’assunzione di nuovi dirigenti a tempo determinato con contratti individuali negli uffici periferici.
Per quanto riguarda le consulenze, il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro ha previsto di spendere quasi il 30 per cento in più rispetto al 2007 (più 83 per cento solo per la pubblicità), mentre il ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero, ha messo in budget un aumento delle spese di promozione pari addirittura al 586 per cento.
Al mancato contenimento della spesa corrente nei prossimi mesi probabilmente si aggiungeranno altre uscite non del tutto impreviste, ma ancora non ufficialmente inserite nei capitoli delle uscite. Secondo Il Sole 24 ore, si tratterebbe di circa 7 miliardi di euro: da 2 a 6 miliardi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, 600 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania, altri 600 milioni circa per l’approntamento di tutta la macchina elettorale e infine 2 miliardi per il miglioramento dei trasporti ferroviari regionali.
Il ministro Padoa-Schioppa non ha negato la necessità di trovare la copertura per queste uscite, anche se ha cercato di inviare un messaggio rassicurante sostenendo che la situazione è sotto controllo. In realtà la nuova stagione dei conti pubblici che sta emergendo dopo la caduta del governo non resterà senza conseguenze. La prima è che, proprio per effetto della spesa corrente non imbrigliata e delle nuove spese non rinviabili, il deficit annuale potrebbe salire dal 2,2 per cento al 2,6. A quel punto sarebbero necessari interventi correttivi, forse addirittura una manovra già in primavera per non perdere il ritmo nel percorso verso il pareggio di bilancio nel 2011 concordato con l’Unione Europea.
La seconda conseguenza riguarderà la diminuzione delle tasse per i ceti medi e bassi che il centrosinistra aveva messo in cantiere proprio negli ultimi giorni prima della crisi e che ora resta in cima ai desideri di uno schieramento ampio che va dai sindacati all’ex capo del governo, Romano Prodi, fino al candidato premier del Pd, Walter Veltroni. Finché sembrava che in cassa arrivassero soldi a profusione e i tesoretti fossero replicabili a piacimento, l’idea di ridurre l’aliquota irpef dal 23 al 20 per cento risultava plausibile; ora, invece, la realizzazione di quel progetto si complica.
In sostanza, mentre in questi mesi dalle tasche dei contribuenti sono continuati a piovere extragettiti nelle casse dello Stato, il governo o se li mangiava con la spesa corrente o programmava nuovi esborsi. È svaporata perfino quella manna inattesa di circa 15 miliardi capitata nelle casse pubbliche con la vicenda della restituzione dell’Iva sulle auto aziendali richiesta dai contribuenti che ne avrebbero avuto diritto in una misura 10 volte inferiore a quella preventivata dal governo. Nei prossimi mesi è assai improbabile che possano spuntare altri extragettiti e possa essere replicato lo schema più tasse più spesa. Appare sempre più chiaro che la costituzione dei gruzzoletti fiscali era frutto di una contingenza favorevole, un periodo di espansione economica straordinaria purtroppo finito già da qualche mese.
Come avevano adombrato tempo fa i tecnici della Banca d’Italia e così come oggi sostiene lo studioso Luca Ricolfi , l’apporto della lotta all’evasione alla moltiplicazione dei pani e dei pesci fiscali è stato tutto sommato modesto, non superiore a 2,8 miliardi di euro nel 2007.
Anche Salvatore Tutino, coordinatore del centro di studi economici Cer presieduto da Giorgio Ruffolo, in un articolo recente lamenta, del resto, la scarsissima trasparenza del governo a proposito dei dati sulla lotta all’evasione.
L'aumento della pressione fiscale e della spesa pubblica secondo i dati del budget di spesa del 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!