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di Gino Pagliuca
Due case di caratteristiche analoghe e distanti magari solo poche decine di metri possono avere, per il fisco, valori assai diversi, che possono tradursi in differenze di migliaia di euro se vengono vendute. Possono pesare in misura molto diversa sui proprietari quando si trovano a pagare tre diverse imposte (registro, ipotecaria e catastale). Gli stessi proprietari possono pagare importi diversi nel caso in cui comprino da un costruttore al quale bisogna versare l’Iva. L’Ici, poi, si calcola sul valore presunto dell’immobile, l’Irpef invece sulla rendita, cioè sul canone di affitto teorico che secondo l’erario si potrebbe ottenere. Quella sui rifiuti è una tassa, quindi dovrebbe tener conto dell’”attitudine” del contribuente a produrre rifiuti, invece si paga a seconda dei metri quadrati, come se i rifiuti li producessero i pavimenti e non le persone…
L’elenco delle assurdità nell’imposizione fiscale sulla casa potrebbe continuare a lungo. Di sicuro la legislazione ha contribuito a rendere opaco un mercato come quello immobiliare che già non brilla per trasparenza. Alla fine il risultato è una congerie di norme farraginose che comunque fanno affluire nelle casse pubbliche un fiume di denaro, come si può rilevare dai dati resi noti dall’Agenzia del territorio sul gettito dei 13 tributi principali nel 2007. In cassa sono entrati 42,8 miliardi di euro, con l’Ici a fare la parte del leone (entrate per 11,4 miliardi); nel computo però entrano anche gli 1,7 miliardi arrivati dalla prima casa, che dal 2008 non è più tassata.
Nelle entrate sono considerate anche voci di entità modesta, come gli 80 milioni di euro dell’imposta di successione, abolita nel 2001 dal secondo governo Berlusconi, anche perché ha sempre reso meno di quanto costasse incassarla, e poi riproposta, sebbene con forti esenzioni, dal governo Prodi. Al computo andrebbero aggiunti anche tributi minori (ma non per chi li paga) come quello ambientale per i consorzi di bonifica.
Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha lanciato, all’interno della riforma federale dello Stato, l’idea di un tributo unico sulla casa gestito dai comuni, la cosiddetta service tax, che sostituisca le imposte attuali. Non sarà facile, perché non tutte e 13 si prestano a essere accorpate. è il caso dei tributi (registro, ipotecario e catastale, Iva) legati alle compravendite e che hanno andamenti molto variabili.
L’idea della service tax non dispiace ai rappresentanti dei proprietari di casa, ma con qualche distinguo. Dice il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani: “L’uso dell’inglese è sospetto. Tax significa sia tassa, e quindi corrispettivo di erogazione di servizi, sia imposta. Noi vorremmo che si trattasse di una tassa per i servizi forniti dagli enti locali agli immobili e non di un’imposta patrimoniale. Solo mettendo paletti molto chiari è possibile lasciarne ai comuni la gestione, contrariamente sarebbe come spalancare a una volpe la porta del pollaio”.
Più o meno uno stipendio. È quanto risparmieranno le famiglie italiane grazie alle tre misure adottate dal governo su Ici, straordinari e mutui: fino a 1.400 euro. Il calcolo è stato fatto dal Sole 24 Ore, secondo cui la parte maggiore del taglio alle spese verrebbe dagli straordinari, con un risparmio che premierebbe soprattutto chi più si avvicina al tetto fissato, i 30mila euro di reddito. All’Ici dicono addio 17 milioni di famiglie.
Il capitolo più incerto è quello sul congelamento della rata del mutuo, dove i calcoli sono molto indicativi. Ma quanto ai risparmi legati ai tagli fiscali sugli straordinari, secondo il quotidiano finanziario si potrà arrivare anche fino ai 760 euro. Quanto all’Ici, una famiglia che vive in una grande città potrà contare su un taglio delle tasse anche superiore ai 500 euro.
A continuare a pagare la tassa sulla prima casa a giugno saranno soltanto lo 0,3% delle famiglie, pari in tutto a 54mila nuclei. I “non esentati” saranno infatti i proprietari di case delle categorie catastali A1 (signorili), A8 (ville) e A9 (palazzi e castelli). Poco più di 70mila unità immobiliari, scrive il Sole, su un complesso abitativo nazionale pari a 30 milioni, tra i quali il 73% sono prime case. Insomma, tra ville e residenze di lusso si parla di poco più di 50mila costruzioni, pari allo 0,3% del totale. E i proprietari hanno redditi superiori ai 200mila euro. Che renderanno, con la loro Ici, circa 100 milioni di euro
E sulla possibilità di rinegoziare i mutui a tasso variabile offerta dall’accordo tra governo e Abi? In questo caso, secondo i dati di Ing Direct, un mutuo trentennale che era stato acceso nel 2006 ha già visto crescere la rata di 200 euro al mese. Si potrà dunque contare, ma solo indicativamente, su uno sconto di questo tenore. Ma i benefici di questa misura sono difficilmente calcolabili, dal momento che dipenderanno dall’andamento dei tassi. Infatti congelare la rate del mutuo significherà anche allungarne la durata e quindi pagare di più, proprio in relazione al trend del costo del denaro. Può anche darsi che l’operazione di tornare alla rata del 2006 non venga scelta da tutte le famiglie interessate (un milione e 250mila). Sarà possibile prolungare il prestito da un minimo di tre mesi fino a un massimo di 52.
Per quanto riguarda la detassazione degli straordinari, gli aumenti in busta paga saranno tra i 200 e gli 800 euro l’anno e costeranno allo Stato un miliardo di euro. In tutto sono 17 milioni i dipendenti, a cui bisogna sottrarre quelli pubblici, circa 3 milioni, e quelli che guadagnano meno di 8mila euro, altri 3,8 milioni. Saranno interessati dalla manovra circa l’85% del totale: arriviamo a circa 9 milioni di persone. Tra queste però è difficile conteggiare quelli che ricorreranno agli straordinari. Un calcolo indicativo parla del 45% del totale.
Il VIDEO servizio:

Arriverà con il primo Consiglio dei Ministri, quello che seguirà i due cdm per sistemare tutte le “caselle” del nuovo governo (quelle che riguardano i viceministri e i sottosegretari), l’abolizione totale dell’Ici sulla prima casa. Il premier Silvio Berlusconi ha più volte confermato quello che definisce “un impegno programmatico” nei confronti degli elettori.
Potrebbe arrivare per decreto, per consentire l’applicazione già con l’acconto di giugno. Il costo della misura dovrebbe essere di poco inferiore ai 2 miliardi di euro. Escluse le case lussuose e salvaguardati i Comuni: questi i due punti fermi del provvedimento. Si lavora invece alle coperture. Escludendo di finanziare il taglio di un’imposta con una nuova tassa, la strada che resta è solo quella di un taglio alla spesa.
A meno che nella “due diligence” emerga l’esistenza anche per il 2008 di un extragettito. La congiuntura negativa ha infatti rallentato la crescita delle entrate ma contando sul fatto che le tasse risentono delle dinamiche economiche relative ai mesi passati (quando ancora la congiuntura era positiva) è probabile che un “tesoretto” da utilizzare ancora ci sia. Si potrebbe poi profilare anche un aumento della tassazione per le banche, anche se questa misura annunciata dallo stesso Tremonti in campagna elettorale potrebbe essere legata più che all’Ici ad un alleggerimento del peso dei mutui per le famiglie.
L’abolizione dell’Ici sulla prima casa costerebbe tra 1,7 e 2 miliardi di euro. Questo quanto emerso nella prima riunione informale nei giorni scorsi tra il ministro, allora in pectore, Giulio Tremonti e i rappresentanti dell’Anci. L’associazione dei Comuni stima però un costo della misura leggermente più alto: 2,2 miliardi di euro. Si tratta della cancellazione dell’imposta per quel 60-70% degli italiani che ancora pagano questa tassa dal momento che la Finanziaria per il 2008, con la detrazione aggiuntiva dell’1,33 per mille l’ha di fatto “cancellata” nel circa 30-40% dei casi.
Come già avviene per la nuova detrazione decisa con l’ultima Finanziaria, l’abolizione dell’Ici non riguarderà gli immobili, anche se casa di abitazione, accatastati come ville, castelli e appartamenti di lusso. L’Ici è la fonte primaria del finanziamento dei Comuni e la sua eliminazione sarà per gli stessi a costo zero. L’assicurazione è arrivata nei giorni scorsi dallo stesso Tremonti nell’incontro con l’Anci. Quello che si profilerebbe è dunque un “ritocco” verso l’alto della compartecipazione dell’Irpef nazionale da parte degli stessi Comuni. L’Anci chiede comunque al governo di aprire un tavolo tecnico. Il presidente Leonardo Domenici sottolinea che serve una soluzione ad hoc per quei Comuni che hanno già abbassato per propria iniziativa l’Ici e che rischiano di ottenere una compensazione esclusivamente per il taglio che farà eventualmente il governo Berlusconi, ma non per il loro. Domenici suggerisce dunque che il provvedimento del governo preveda una compensazione che riguardi gli ultimi due anni per i Comuni che hanno già ridotto l’Ici.
È la questione sulla quale si lavorerà nei prossimi giorni. L’impegno è di circa 2 miliardi di euro: extragettito o taglio alla spesa? Si potrebbe però profilare anche una terza ipotesi. Tremonti aveva infatti preannunciato in campagna elettorale un possibile aggravio dell’aliquota Ires per le banche, lasciando “il regalo di Prodi”, ovvero il taglio dal 33% al 27,5%, “solo alle banche che daranno alle famiglie italiane mutui più umani”.

Crescita a due cifre per le entrate di cassa nel primo bimestre del 2008: a gennaio-febbraio sono state pari a 59.173 milioni di euro, il 10,5% in più rispetto al corrispondente periodo del 2007. Lo comunica la Banca d’Italia. Si tratta del dato che calcola le entrate di cassa, ed è più positivo delle anticipazioni per il bimestre gennaio-febbario 2008 che erano state diffuse dal ministero dell’Economia, che però si limita a fornire le cifre sulle entrate di competenza: la crescita in questo caso era del 7,9%.
Dal quadro fornito oggi dalla Banca d’Italia risulta inoltre che nel solo mese di febbraio le entrate sono state pari a 27.902 milioni di euro, il 10,8% in più rispetto ai 25.165 milioni di febbraio 2007.
Via Nazionale ha inoltre reso noto che è tornato a salire il debito pubblico in valore assoluto: a gennaio ha toccato quota 1.621 miliardi di euro rispetto ai 1.596 di dicembre 2007. Un dato in controtendenza rispetto agli ultimi tre mesi del 2007, quando era stato invece in calo.
Cattive notizie invece sul fronte del debito pubblico italiano. Che torna a salire a gennaio. Il dato, informa il Supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia, si è attestato a 1.621,88 miliardi di euro, con un incremento dell’1,5% rispetto ai 1696,762 miliardi di fine 2007. Il debito cresce anche dell’1,95% rispetto ai 1.590,791 miliardi toccati a gennaio dell’anno scorso.

Il governo Prodi “elaborerà, per proporle all’opposizione, al fine di emanare un decreto legge in materia, una serie di strumenti e di iniziative per sterilizzare la quota fiscale di alcune tariffe, in particolare nel settore dell’energia, così da alleviare il peso degli aumenti sulle famiglie, sulla falsariga di quanto abbiamo fatto per i carburanti”. Argomenta così ministro per l’Attuazione del programma, Giulio Santagata, la decisione dell’esecutivo Prodi di mettere in atto all’opposizione un pacchetto di misure urgenti per intervenire sul caro prezzi.
E, a fianco a lui, il collega all’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio della Sinistra Arcobaleno rilancia: “Visto che con l’extragettito i soldi in cassa ci sono, è doveroso ridurre subito i rincari che pesano nelle tasche dei cittadini. La Sinistra Arcobaleno ha chiesto al governo di intervenire con un decreto”.
E tuttavia, dal momento che quello attuale è consapevole di essere “un governo in uscita”, nel corso del Consiglio dei ministri di stamane è stata assunta la “decisione di elaborare una serie di possibilità e strumenti da proporre all’opposizione, un pacchetto di iniziative per alleggerire il peso delle famiglie”. Misure che, sempre attraverso una “valutazione con l’opposizione” potrebbero essere varate con un “eventuale decreto”. Tenendo conto naturalmente della “compatibilità di bilancio”.
Manifestando la preoccupazione del governo “sul versante del potere di acquisto delle famiglie”, Santagata ha ricordato la “positiva attività svolta tanto dal ministro delle Politiche agricole quanto da Mister Prezzi”. “Tuttavia” ha rilevato “si sente l’esigenza di un intervento urgente”. Da qui la decisione di “verificare la praticabilità di sterilizzare la quota fiscale di alcune tariffe, in particolare quelle energetiche, sulla falsariga di quello che abbiamo già fatto per i carburanti”. nella consapevolezza che il governo è “in uscita”, ha aggiunto, verranno elaborate “delle proposte per alleggerire il peso sulle famiglie che saranno avanzate all’opposizione, con l’obiettivo di varare un decreto legge condiviso”.
“Abbiamo chiesto il blocco degli aumenti dei prezzi, e quindi il presidente del Consiglio si rivolgerà anche all’opposizione per fare un decreto legge e bloccare le tariffe di luce, gas e carburanti”, ha aggiunto Pecoraro-Scanio, spiegando che “l’unica strada è intervenire sulle tasse”.
Sabato scorso l’Autorità per l’energia ha comunicato che le tariffe per luce e gas saliranno da aprile di oltre il 4% per effetto del caro-petrolio. Lunedì 31 marzo, l’Istat ha fornito le stime sull’inflazione di marzo che con un aumento del 3,3% su base annua ha segnato il livello più alto da settembre 1996.

di Daniele Martini
Come in un gigantesco gioco di prestigio fiscale, l’extragettito prima c’è e un attimo dopo non c’è più. C’è nel senso che effettivamente nel corso del 2007 i contribuenti hanno fatto piovere nelle casse dello Stato un mare di quattrini: prima 9 miliardi di euro in più rispetto a quelli previsti a marzo dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, poi altri 6 miliardi a fine dicembre rispetto a quelli preventivati tre mesi prima. Basta distrarsi un momento, però, e l’extragettito subito scompare e la manna si trasforma in micragna.
Come in una porta girevole, buona parte dei 6 miliardi incamerati a fine anno sono destinati a uscire dalle casse statali con la stessa velocità con cui sono entrati. E non solo per effetto della spesa delle amministrazioni pubbliche che, seguendo passo passo gli exploit fiscali, è cresciuta in questi ultimi tempi a rotta di collo arrivando a superare il 50 per cento del pil (prodotto interno lordo). Ma anche perché, e qui sta la sorpresa, buona parte degli incassi recenti sono come una meteora, destinati a sparire subito perché collegati all’andamento assai anomalo dell’autoliquidazione di novembre, un fenomeno difficilmente replicabile in futuro.
La circostanza è spiegata con chiarezza dai tecnici del dipartimento delle politiche fiscali dell’Economia in un appunto riservato preparato per il ministro Tommaso Padoa-Schioppa di cui Panorama è entrato in possesso. Dall’analisi del gettito 2007 risulta che almeno 4 dei 6 miliardi incassati in più tra settembre e dicembre sono frutto non di lotta all’evasione o di precise scelte di politica fiscale, ma soltanto di una specie di enorme partita di giro, il risultato abbastanza fortuito del buon andamento dell’autoliquidazione per quanto riguarda l’imposta sulla produzione pagata dalle imprese (Irap) e le imposte dirette (Irpef). Un bel risultato con il veleno nella coda, insomma.
Quei soldi sono stati effettivamente incassati dallo Stato, ma nel giro di pochi mesi quasi sicuramente torneranno in un modo o nell’altro nelle tasche dei cittadini e nelle casse delle imprese. Dei 4 miliardi di euro di entrate impreviste incamerate dall’erario con l’autoliquidazione, 2,5 provengono dall’Irap e gli altri sono dovuti a minori compensazioni delle imposte dirette.
Il maggior incasso dovuto all’Irap è stato quasi per intero causato dalla scelta delle imprese di non avvalersi subito dei benefici collegati allo sconto d’imposta garantito dalla riduzione del cuneo fiscale e contributivo voluto dal centrosinistra. Dal momento che le stesse imprese quasi sicuramente chiederanno l’applicazione del bonus al momento del saldo a giugno 2008, a quel punto l’extragettito incassato dal fisco a novembre si trasformerà in minor gettito perché i soldi invece di fluire ancora nelle casse dello Stato resteranno in quelle delle aziende.
Idem la faccenda delle minori compensazioni delle imposte dirette. Chi paga le tasse con il modello Unico può chiedere all’amministrazione fiscale una compensazione tra il debito dovuto e il credito d’imposta maturato attraverso il cosiddetto modello F24 facendo la somma algebrica tra le imposte da pagare e le somme da riscuotere. Invece di avvalersi di questa facoltà, a novembre molti cittadini hanno preferito pagare subito il dovuto rimandando ad altra data la riscossione del credito accumulato con l’erario. Grazie a questo comportamento lo Stato ha incassato 1,5 miliardi di euro in più, ma anche in questo caso si tratta di un’entrata ballerina: con il prossimo giro di valzer fiscale quei soldi probabilmente torneranno nelle tasche dei contribuenti.
Secondo gli esperti del ministero dell’Economia, insomma, le straordinarie performance enfatizzate per mesi, a conti fatti si rifletteranno sul gettito 2008 per appena 1 miliardo di euro, al massimo 1,5 miliardi. Nel frattempo, però, la brusca frenata dell’economia prosciugherà le entrate per un importo sostanzialmente analogo, almeno 1 miliardo, per cui il saldo tra maggiori entrate e minori incassi fiscali sarà prossimo allo zero.
Anzi, c’è il rischio che possa risultare addirittura negativo perché la previsione dei tecnici ministeriali sulla riduzione del gettito si basa su un presupposto macroeconomico tutto sommato ottimistico, con una crescita dell’1 per cento del pil. L’Unione Europea, invece, proprio alcuni giorni fa per bocca del commissario Joaquín Almunia ha drasticamente rivisto al ribasso le previsioni per l’economia italiana, stimando un aumento del pil di appena lo 0,7 per cento, l’incremento più basso a livello continentale, mentre la Confindustria pronostica addirittura una crescita zero.
Il documento del dipartimento delle politiche fiscali segna un punto fermo nella saga del cosiddetto tesoretto e fa capire perché sia di fatto imploso il progetto di utilizzare il fantomatico extragettito per abbassare subito le tasse sui redditi medi e bassi carezzato a lungo dal governo precedente e poi all’inizio della campagna elettorale dai sindacati e dal leader del Pd, Walter Veltroni.
Un’idea difficile da realizzare per mancanza di soldi, anche se ragionevole, perché ormai è chiaro che, anche alla luce degli ultimi dati sul rincaro dei beni di più largo consumo, dagli alimentari alla benzina (più 4,8 per cento), la caduta del potere d’acquisto e la conseguente contrazione dei consumi non sono un’invenzione.
Con l’appunto dei tecnici ministeriali sulla scrivania che dimostrava quanto i bollettini di vittoria fiscale fossero da prendere con le molle, Padoa-Schioppa ha fatto capire in più di un’occasione di considerare il tesoretto poco più che una chimera sfidando le pressioni della sua maggioranza e le esigenze della campagna elettorale. Forse ormai stufo di tutto il can can che si stava montando sul nulla, una volta ha addirittura ammesso che l’extragettito non c’era, salvo poi correggere il tiro, prendendo tempo e rinviando la valutazione definitiva alla trimestrale di cassa di marzo.
Perfino sulla tenuta delle entrate future ormai è legittimo avanzare qualche dubbio, per almeno altri due motivi. Il primo è che la lotta all’evasione è stata più annunciata che conseguita con un gettito aggiuntivo calcolato anche dai tecnici ministeriali di 2 miliardi al massimo 3 all’anno e non 10. Il secondo motivo è la frenata della crescita economica che provocherà dal 2009 un minor gettito di pari importo: 3 miliardi.

di Daniele Martini
“Poggi e buche fa pari” dice un vecchio motto popolare toscano. Significa che gli opposti si annullano, come nella somma algebrica due valori uguali, ma di segno opposto, danno risultato zero. Anche nei conti pubblici siamo in una situazione di poggi e buche perché nei 19 mesi di governo di centrosinistra le entrate dello Stato sono aumentate a rotta di collo, tanto che i giornali non facevano in tempo a registrare l’emersione di un tesoretto propiziato dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, che quasi per incanto ne spuntava un altro. Dal 2005 al 2007, la pressione fiscale è aumentata addirittura di 3 punti, dal 40 al 43 per cento del pil (prodotto interno lordo). Nel frattempo, però, anche la spesa corrente è cresciuta parecchio, del 3,4 per cento tra il 2006 e il 2007, seguendo quasi in parallelo le impennate del gettito. E continuerà a crescere di molto anche nel 2008, sia per effetto di nuovi impegni di spesa difficilmente differibili, ma non ancora contabilizzati, come quelli per i trasporti ferroviari regionali o i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, sia per la dinamica inerziale delle uscite poco o punto rallentata dall’azione di governo, così come risulta dal budget di spesa del 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato che Panorama ha potuto consultare.
Di modo che ora non è affatto chiaro se nelle casse pubbliche sia rimasto qualcosa di quei vecchi extragettiti, al punto che neanche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ne è sicuro e per prudenza, prima di pronunciarsi, consiglia di aspettare la trimestrale di cassa del mese prossimo. Le uscite per il personale, per esempio, rimangono altissime, sebbene all’inizio della legislatura il governo e in particolare il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, avessero promesso razionalizzazioni negli uffici e tagli radicali. Anche nell’anno in corso la spesa preventivata per i dipendenti pubblici è di oltre 76 miliardi di euro, pari all’87,5 per cento dei costi delle amministrazioni centrali, mentre parecchi ministeri hanno continuato a gonfiare stipendi, contratti e consulenze.
Agli Esteri diretti da Massimo D’Alema l’incremento di spesa 2008 per il personale è di quasi il 25 per cento per effetto del rinnovo del contratto di settembre, degli aumenti di qualifica per i dipendenti distaccati nelle sedi estere e dell’assunzione di nuovi dirigenti a tempo determinato con contratti individuali negli uffici periferici.
Per quanto riguarda le consulenze, il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro ha previsto di spendere quasi il 30 per cento in più rispetto al 2007 (più 83 per cento solo per la pubblicità), mentre il ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero, ha messo in budget un aumento delle spese di promozione pari addirittura al 586 per cento.
Al mancato contenimento della spesa corrente nei prossimi mesi probabilmente si aggiungeranno altre uscite non del tutto impreviste, ma ancora non ufficialmente inserite nei capitoli delle uscite. Secondo Il Sole 24 ore, si tratterebbe di circa 7 miliardi di euro: da 2 a 6 miliardi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, 600 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania, altri 600 milioni circa per l’approntamento di tutta la macchina elettorale e infine 2 miliardi per il miglioramento dei trasporti ferroviari regionali.
Il ministro Padoa-Schioppa non ha negato la necessità di trovare la copertura per queste uscite, anche se ha cercato di inviare un messaggio rassicurante sostenendo che la situazione è sotto controllo. In realtà la nuova stagione dei conti pubblici che sta emergendo dopo la caduta del governo non resterà senza conseguenze. La prima è che, proprio per effetto della spesa corrente non imbrigliata e delle nuove spese non rinviabili, il deficit annuale potrebbe salire dal 2,2 per cento al 2,6. A quel punto sarebbero necessari interventi correttivi, forse addirittura una manovra già in primavera per non perdere il ritmo nel percorso verso il pareggio di bilancio nel 2011 concordato con l’Unione Europea.
La seconda conseguenza riguarderà la diminuzione delle tasse per i ceti medi e bassi che il centrosinistra aveva messo in cantiere proprio negli ultimi giorni prima della crisi e che ora resta in cima ai desideri di uno schieramento ampio che va dai sindacati all’ex capo del governo, Romano Prodi, fino al candidato premier del Pd, Walter Veltroni. Finché sembrava che in cassa arrivassero soldi a profusione e i tesoretti fossero replicabili a piacimento, l’idea di ridurre l’aliquota irpef dal 23 al 20 per cento risultava plausibile; ora, invece, la realizzazione di quel progetto si complica.
In sostanza, mentre in questi mesi dalle tasche dei contribuenti sono continuati a piovere extragettiti nelle casse dello Stato, il governo o se li mangiava con la spesa corrente o programmava nuovi esborsi. È svaporata perfino quella manna inattesa di circa 15 miliardi capitata nelle casse pubbliche con la vicenda della restituzione dell’Iva sulle auto aziendali richiesta dai contribuenti che ne avrebbero avuto diritto in una misura 10 volte inferiore a quella preventivata dal governo. Nei prossimi mesi è assai improbabile che possano spuntare altri extragettiti e possa essere replicato lo schema più tasse più spesa. Appare sempre più chiaro che la costituzione dei gruzzoletti fiscali era frutto di una contingenza favorevole, un periodo di espansione economica straordinaria purtroppo finito già da qualche mese.
Come avevano adombrato tempo fa i tecnici della Banca d’Italia e così come oggi sostiene lo studioso Luca Ricolfi , l’apporto della lotta all’evasione alla moltiplicazione dei pani e dei pesci fiscali è stato tutto sommato modesto, non superiore a 2,8 miliardi di euro nel 2007.
Anche Salvatore Tutino, coordinatore del centro di studi economici Cer presieduto da Giorgio Ruffolo, in un articolo recente lamenta, del resto, la scarsissima trasparenza del governo a proposito dei dati sulla lotta all’evasione.


È scontro sul Tesoretto: il ministro dell’economia, Tommaso Padoa-Schioppa - secondo La Repubblica - dichiara che “non c’è”; il presidente della Camera, Fausto Bertinotti ribatte “le risorse ci sono”, mentre i sindacati incalzano: “Governo imbarazzante ma per noi non cambia nulla: abbassare le tasse è imprescindibile”. Dal centrodestra si denuncia la beffa.
Da Bruxelles, dove l’Ecofin ha appena dato il via libera al programma di stabilità italiano, il ministro torna a parlare del malato Italia e spiega che “esce dalla terapia intensiva e va in corsia, non si è dimesso dalla casa di cura, cosa che avverrà quando il bilancio pubblico si troverà in pareggio”.
Rispondendo a chi chiedeva del tesoretto, Padoa-Schioppa ha ha precisato che di redistribuzione si può anche parlare ma dell’esistenza ed entità di un Tesoretto si saprà solo tra un mese: “Tra un mese uscirà la relazione unificata sull’economia e sulla finanza” ha risposto il ministro ai giornalisti. “Solo in quel momento noi al ministero avremo un quadro aggiornato sui conti. Prima di allora non possiamo pronunciarci. Il vincolo è che si rispetti il programma di stabilità e che non si devii dal percorso che porta al pareggio dei conti”.
“Dentro questo vincolo” ha aggiunto il ministro “è perfettamente possibile fare manovre di bilancio e di restituzione fiscale. Penso che sia perfettamente legittimo”.
“Non sono d’accordo con il ministro Padoa-Schioppa” ha risposto da Roma Bertinotti “perché ci sono delle risorse economiche. Non sono impugnabili limiti di bilancio contro la questione fondamentale di chi con mille euro al mese non arriva alla fine del mese”.
Per i sindacati si tratta di una “posizione del Governo un po’ imbarazzante”, come ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, a margine della riunione degli esecutivi dei chimici di Cgil-Cisl e Uil. “Per noi non cambia nulla, lo abbiamo chiesto, lo chiediamo: è una priorità da cui non si può prescindere”. La Cisl da parte sua ha chiesto l’immediata restituzione fiscale dell’extra gettito a lavoratori e pensionati. “Noi non crediamo al ministro Padoa-Schioppa che troppe volte ha detto una cosa e poi ci ha fatto trovare di fronte un’altra” ha affermato il segretario Raffaele Bonanni. Mentre per il segretario della Uil, Luigi Angeletti, “le risorse ci sono e sarebbe stato opportuno redistribuirle. Ma è anche probabile che troveranno il modo, questo Governo e un altro, di farle sparire”.
“Ma che fine hanno fatto i venti miliardi di extragettito? ” si chiede il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè: “Padoa-Schioppa dice una cosa, Bersani, Damiano e Pecoraro un’altra. Lavoratori e famiglie hanno il diritto di conoscere come stanno davvero le cose. Il balletto di notizie sul ‘tesoretto fantasma’ inscenato in queste ore rappresenta un’irresponsabile presa in giro nei confronti degli italiani” E attacca: “Altrettanto vergognoso è il silenzio sul tema da parte del Pd di Veltroni, che copre le bugie dell’Esecutivo”. Ancor più critico Maurizio Sacconi, responsabile del dipartimento Lavoro di Forza Italia: ”è sempre più vergognosa” la storia del tesoretto e della detassazione degli stipendi. ”Si approfitta dei bassi salari e della campagna elettorale - spiega Sacconi in una nota - per inscenare una cinica pantomima sulla possibilità di un provvedimento a camere sciolte senza neppure che il governo - a quanto dice Padoa Schioppa - sia in grado di darvi copertura.
Per ora è arrivato il via libera Ue al programma di stabilità italiano 2007-2011. Non sono comunque mancate le raccomandazioni di sempre: rafforzare la Finanziaria 2008, attuare la riforma delle pensioni e assicurare un calo rapido del debito pubblico.
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Sorpresa, spunta un nuovo tesoretto: si tratta di 4 miliardi di euro derivanti da un aumento di 7,8 miliardi dell’autotassazione (in percentuale, più 21%). Il dato è stato diffuso dal ministero dell’Ecconomia, dal viceministro Vincenzo Visco, ed è relativo ai primi otto mesi 2007. Considerando che agosto non è ancora terminato, c’è stata un po’ di fretta nella divulgazione. Comprensibile: con quei 4 miliardi in più il governo potrebbe far quadrare i conti della Finanziaria, anche e soprattutto a livello politico.
Si tratta infatti della stessa cifra stimata dall’aumento dell’imposta sulle rendite - Bot, titoli di Stato, obbligazioni, ecc. - chiesta a gran voce da Rifondazione comunista. Quattro miliardi erano stati infatti calcolati come risultato di un innalzamento dal 12,5 al 20% della tassa sulle rendite, compresa la riduzione dal 27 al 20% di quella sui conti correnti.
In caso di aumento solo per le nuove emissioni di Bot e titoli vari, l’introito si sarebbe ridotto a 1,5 miliardi. Se fosse stato applicato per intero, compresi i titoli già sottoscritti, alle aziende, e per il futuro ai cittadini, si sarebbe arrivati a poco più di tre miliardi. Soldi destinati, nelle intenzioni, a ridurre l’Ici sulla prima casa e ad uno sgravio fiscale a favore dei cosiddetti incapienti, i contribuenti a reddito minimo che non possono godere di detrazioni. Insomma, da un punto di vista contabile questi 4 miliardi sono benedetti.
Ma da quello politico basteranno a chiudere la polemica che si è aperta tra Romano Prodi, Rifondazione, il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e in generale tra ala riformista e ala massimalista? Grandi e Rifondazione vogliono la tassazione delle rendite, affermano che sta scritta nel programma dell’Unione.
Non hanno torto: anzi, circa un anno fa, nel documento collegato alla Finanziaria 2007, la maggioranza ha approvato una mozione che impegnava il governo a portare al 20% la tassa sulle rendite. Lo stesso Visco, allora, era favorevole.
Solo che il provvedimento, assieme alla Finanziaria “lacrime e sangue” ed a tutti gli inasprimenti fiscali conseguenti, sarebbe stato indigeribile. Contrario era allora, e a maggior ragione ora, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi: la tempesta di borsa potrebbe provocare una crisi internazionale di liquidità, e l’Italia con il suo debito monstre ne pagherebbe lo scotto più di altri. Nel Dpef varato a giugno la misura è però nuovamente presente. In teoria dunque la sinistra massimalista può vantare delle ragioni, compreso ciò che avviene all’estero. Il problema è che quando si guarda oltrefrontiera non si tiene conto di tutto il resto: il prelievo fiscale complessivo in Italia ha raggiunto livelli record, aggiungerne altre tasse sarebbe un suicidio per la maggioranza e per il Paese.
Non è solo l’opposizione all’attacco, c’è il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo che definisce demenziale l’idea di aumentare la tassa su Bot e dintorni: “Non pagheremo un euro in più”. Prodi ammette di non voler commettere lo stesso errore fatto con l’indulto: “Non è il momento di toccare i Bot”.
Insomma, c’è aria di Finanziaria prelettorale: e quei 4 miliardi “trovati” oggi potrebbero risultare preziosi. Ma ora la battaglia si sposta sul terreno politico: la sinistra saprà accontentarsi o giocherà egualmente la sua battaglia, guardando al dopo Prodi?
Il VIDEO servizio:

Ora è tutto un susseguirsi di appelli, promesse, rassicurazioni di buona volontà. Ministri, dirigenti dell’Unione, capi del sindacato chiedono a Romano Prodi di riprendere la trattativa sulle pensioni, saltata stanotte quando (almeno secondo il premier e il ministro Tommaso Padoa-Schioppa) si era ad un passo dall’accordo.
Ma qual è la reale posta in gioco? Al di là del gioco dello scalone e degli scalini, quello che rischia nell’immediato è il ministro dell’Economia: che cosa scriverà alla voce previdenza nel Documento di programmazione economica, che deve presentare in Parlamento entro sabato 30 giugno? Quali cifre in entrata e in uscita? Già, perché se l’accordo ci fosse e richiedesse una certa copertura, allora bisognerebbe prendere i soldi altrove: o dal famoso tesoretto, oppure dalle tasse. Insomma, il Dpef potrebbe rivelarsi una scatola vuota, fatto non nuovo né tantomeno decisivo per la gente normale, ma politicamente rischiosissimo perché scaricherebbe tutte le tensioni sulla legge Finanziaria, che dovrà essere presentata obbligatoriamente entro settembre, e sempre obbligatoriamente votata (a differenza del Dpef) entro dicembre.
Ancora più complessa la partita politica dietro le quinte di questa vicenda. In questo caso il più esposto è Prodi. L’estrema sinistra sta giocando una propria partita ed è decisa a tirare al massimo la corda mettendo in preventivo due ipotesi: che il premier la accontenti; oppure di far cadere il governo, tornare all’opposizione, restarci e recuperare i voti persi alle amministrative.
Questo spiega la lettera inviata giorni fa dai ministri Ferrero (Rifondazione), Mussi (Sinistra democratica), Bianchi (Pdci) e Pecoraro Scanio (Verdi) per chiedere a Prodi una sterzata a sinistra nella linea economica del governo. Un vero pronunciamento dell’ala estrema dell’Unione.
Con la quale sembra stia giocando di sponda, in un tentativo a non farsi scavalcare, la Cgil. Che cosa accomuna la confederazione con i quattro partiti? Semplice: tutti sono a loro volta insidiati dalle rispettive minoranze antagoniste: i trotzkisti di Rifondazione, che ormai pesano per il 40%, l’area no global e delle varie sigle “no” sparse per l’Italia, e, nella Cgil, i duri di Giorgio Cremaschi, che hanno la base nella Fiom ma che sono presenti pure nei trasporti e nel pubblico impiego.
Ecco perché il negoziato sulle pensioni è diventato molto più importante delle pensioni stesse. Se fallisse, qualsiasi legge che arrivasse in Parlamento sarebbe a rischio di impallinatura. Mentre nel Paese incomberebbero tensioni sociali e scioperi.
E la Corte dei Conti esprime dubbi sull’entità dell’extragettito. Il servizio video:
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