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Maxisequestro di scarpe e borse contraffatte. Con il marchio “made in Italy”

Scarpe, borse e cinture alla moda, prezzo concorrenziale e un falso marchio ‘vera pelle’ o ‘vero cuoio’ stampato all’interno per indicarne l’alta qualità. Tra gli scaffali di un negozio o sul banco di un mercato rionale, nessun consumatore si sarebbe mai accorto di acquistare merce contraffatta. Ma soprattutto altamente nociva per la salute. Il nucleo di polizia tributaria delle Fiamme gialle di Firenze ha sequestrato oltre un milione e 700 mila articoli in pelle contraffatti e cancerogeni provenienti dalla Cina: stavano per essere immessi, assieme agli altri prodotti ‘made in Italy’, nei circuiti commerciali della Toscana, Lombardia, Lazio e Puglia.

L’operazione ‘Toxic shoes’ ha portato alla denuncia di ventotto imprenditori - ventuno di nazionalità cinese e sette italiani - per frode in commercio, vendita di prodotti con marchi falsi, ricettazione e delitto colposo contro la salute pubblica. Era iniziata a maggio scorso con il sequestro di 200mila prodotti tra calzature e borse nella zona industriale del capoluogo toscano: le analisi effettuate dai militari su campioni di merce sequestrata rilevarono la presenza di cromo esavalente utilizzato per la concia delle pelli, in quantità molto superiori a quelle previste dalla direttiva europea. In pochi mesi le indagini coordinate dalla procura di Firenze si sono estese in tutta Italia con perquisizioni a Milano, Taranto, Lucca, Pisa, Pistoia, Firenze e hanno portato al sequestro di un milione e mezzo di articoli in pelle, in particolare scarpe per bambini. La normativa che regolamenta la lavorazione delle pelli, infatti, indica il quantitativo di cromo esavalente (così come per altre due sostanze utilizzate per la concia, il pentaclorofenolo e la formaldeide) che può essere impiegato durante i trattamenti del pellame. E non deve essere superato per evitare di mettere a rischio la salute.

Quali sono le conseguenze più comuni dell’uso? Oltre ai limiti minimi previsti di cromo esavalente, il direttore della clinica dermatologica del policlinico Umberto I di Roma, Stefano Calvieri, indica l’eczema da contatto: “Sono forme allergiche scatenate dai metalli utilizzati durante la concia delle pelli” spiega in medico “che si manifestano con pruriti e formazioni di bolle e vescicole”. L’eccessiva sudorazione, secondo Calvieri, potrebbe essere una delle condizioni che faciliterebbe l’assorbimento del cromo esavalente. Assorbimento che può portare anche a gravi forme tumorali. “Le indagini non sono ancora concluse” spiega il tenente colonnello Francesco Vitale, comandante del nucleo di polizia tributaria di Firenze “stiamo cercando di ricostruire tutti i canali commerciali e individuare i venditori che si rifornivano nei depositi e negozi all’ingrosso dei ventotto imprenditori che, per il momento, sono stati denunciati all’autorità giudiziaria”.

Il video dell’operazione “Toxic Shoes”

Attenzione ai due euro falsi: in sei mesi boom del 418%

Euro
Cresce, e non di poco, il giro delle monete false: prime tra tutte quelle da 2 euro. Nel primo semestre di quest’anno la contraffazione di questi ‘pezzi’ ha registrato un vero e proprio boom: +418% rispetto allo stesso periodo del 2007. Meno forte, ma sempre consistente, anche l’aumento dei falsi da 1 (+125%) e da 50 centesimi (+130%), come si legge nel recente Rapporto Statistico sulla falsificazione dell’Euro (leggi qui il pdf).
Sul fronte delle banconote i Totò-Peppino del nuovo millennio si concentrerebbero, invece, sui tagli da 50 euro: rappresentano “l’obiettivo privilegiato dei tentativi di falsificazione” e costituiscono il 26,76% del totale delle banconote ritirate dalla circolazione nei primi sei mesi. In totale nel periodo la Banca d’Italia ha trovato, nelle sue perizie, 73.889 banconote false. Per un ‘tesoro’ da 4,5 miliardi di euro. A livello territoriale, il fenomeno appare più consistente al Sud che conta oltre 200mila ‘ritiri’ sui 241mila totali con la Puglia al top (201mila), concentrati soprattutto a Lecce (200mila pezzi sequestrati).

L’industria del falso fa più utili del traffico di droga


Un programma per computer falsificato costa al produttore 20 centesimi e viene venduto sul mercato anche a 45 euro. Il guadagno è otto volte superiore a quello che deriva dallo spaccio di un grammo di cannabis, il cui costo di produzione è intorno all’1,52 euro e quello al dettaglio è di circa 12 euro. C’è di più: per un’organizzazione criminale i rischi, a livello giudiziario, legati all’importazione di 100 chili di droga non sono neppure paragonabili a quelli per il traffico di dieci scatoloni pieni di jeans con un falso marchio.

Le organizzazioni criminali più impegnate nel mercato della contraffazione sono le Triadi cinesi, la Yakuza giapponese, la mafia russa e la camorra napoletana. In Italia la camorra e i trafficanti cinesi sono spesso alleati in questo settore, che rappresenta una delle fonti di guadagno insieme al commercio di droga, di armi e di immigrati clandestini. Ma il mercato del falso offre a volte proventi anche superiori a quello degli stupefacenti, da reinvestire poi nelle altre attività criminali. E, come spiega il Rapporto Onu sulla contraffazione presentato oggi, le pene sono notevolmente più basse così come le risorse impiegate dagli Stati per il contrasto.

“Gli strumenti a nostra disposizione per prevenire e reprimere questo fenomeno sono carenti”, spiega Fausto Zuccarelli, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “I cosiddetti ‘reati di falso’ sono considerati ‘contro la fede pubblica’ e prevedono pene non superiori ai tre anni. Questo, tra l’altro, non ci permette di utilizzare metodi di indagine impiegati ad esempio nel caso del traffico di droga. Parlo di intercettazioni telefoniche, consegne controllate, operazioni sotto copertura. Inoltre spesso ci si limita ad arrestare il singolo venditore abusivo o a chiudere il laboratorio clandestino, senza risalire all’origine dell’attività illecita”.

Ma secondo il procuratore Zuccarelli il nodo non è solo l’inasprimento delle pene. “Per il cittadino comprare una borsa con una griffe falsa non è certo grave come acquistare una dose di droga”, dice, “e la contraffazione non è avvertita dall’opinione pubblica come un’emergenza sociale. Questo comporta una scarsa volontà politica nel contrastarla e il fatto che le forze dell’ordine e la magistratura si concentrino su reati considerati più gravi”. Non solo si tratta di un reato comunemente giustificato, ma è dallo stesso cittadino che spesso parte la domanda di merce “taroccata”. Occorre un passo avanti prima di tutto culturale, quindi. “Se il commercio di oggetti falsificati sarà definito come reato ‘contro l’economia’, in questo senso si sta muovendo il legislatore, la gente comincerà a pensare almeno ai posti di lavoro legali che vengono persi”. Senza contare che nel caso della falsificazione di medicinali, cibi, giocattoli, pezzi di ricambio di automobili e di aerei sono la salute e la sicurezza delle persone a essere in pericolo.

C’è moltissimo da fare anche secondo Sandro Calvani, direttore dell’Istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia (Unicri), che ha elaborato il rapporto. “Da noi l’Agenzia delle dogane è molto attiva, basti pensare al volume dei sequestri, con 18 milioni di oggetti confiscati nel 2006″, sottolinea, “tuttavia i controlli non sono ancora sufficienti. E la lista degli interventi urgenti è lunga. Prima di tutto proponiamo un osservatorio permanente sulla contraffazione che aumenti la capacità d’intervento attraverso la cooperazione legislativa e giudiziaria tra i diversi Paesi coinvolti. Compresi quegli Stati in cui il controllo del mercato e la legislazione contro il mercato del falso praticamente non esistono. Occorre inoltre concentrare l’attenzione su Internet, che è il canale utilizzato per vendere gran parte dei prodotti falsificati”. Anche le aziende e le società di trasporto merci dovrebbero autoregolamentarsi e impegnarsi per trovare l’anello debole della catena cui si appigliano le organizzazioni criminali, suggerisce Calvani.

L’Europa e l’Italia in particolare non sono solo il crocevia di questo mercato. Spesso i prodotti contraffatti sono fabbricati o assemblati da noi, magari negli stessi stabilimenti da cui esce la merce legale. Nel nostro Paese al primo posto c’è la produzione di capi di abbigliamento e di ricambi di auto e la camorra detiene il monopolio per quanto riguarda la giacche di pelle con finti marchi e i trapani elettrici simil-Bosch. Le organizzazioni di stampo mafioso costringono poi i negozianti a fornirsi da loro con metodi violenti simili a quelli usati per il pizzo. In questo modo gli oggetti riprodotti entrano nel circuito di vendita lecito, arrivando anche a clienti inconsapevoli.

Hong Kong, un museo del falso per la polizia anticontraffazione

Qui le forze di polizia asiatiche si addestrano a riconoscere la merce con marchi falsificati
Sull’isola di Hong Kong il problema della contraffazione viene preso molto sul serio e da un paio di settimane le forze di polizia di frontiera e anticontraffazione hanno iniziato un corso di aggiornamento in un luogo apparentemente insolito: l’“Intellectual Property Rights Museum”. Rigorosamente chiusi al pubblico, i duecentotrentacinque metri quadrati del museo sono stati divisi in tre parti: una galleria in cui sono esposti più di trecento esemplari di oggetti falsi (dal cibo alle medicine, dalle sigarette agli audiovisivi, dai software ad abbigliamento e accessori); una zona in cui con l’ausilio di manichini sono state simulate situazioni di reato e una sala di lettura multimendiale. Ed è in questo contesto che ai poliziotti viene insegnato come riconoscere un oggetto falso, come entrare all’interno di una proprietà sospetta e come individuare e raccogliere le prove senza alterarle.

Secondo Fredrick Ma, Ministro del Commercio e dello Sviluppo Economico, Hong Kong ha raggiunto negli ultimi anni risultati significativi nel campo della contraffazione. Dal 2005 al 2007 le forze dell’ordine sono riuscite a sequestrare una media di 10.000 oggetti falsi all’anno, per un valore di 100.000 dollari americani. Nell’ottica del Ministro, i nuovi corsi di aggiornamento dovrebbero permettere di migliorare ulteriormente risultati già incoraggianti.

Pin Up Star sfila a Milano senza equivoci sul marchio


Jerry Tommolini, amministratore delegato nonché ideatore delle creazioni Pin Up Stars, uno dei primi marchi italiani nel settore dei costumi da bagno e dell’abbigliamento da spiaggia, deve aver tirato un sospiro di sollievo quando si è accorto che sarebbe riuscito ad arrivare alla settimana della moda milanese con in mano un’ordinanza del giudice che rafforzava ancora di più il suo marchio. IA guardare Elisabetta Gregoraci in costume da bagno, testimonial per la collezione 2007/2008 di Tommolini, sembrava quasi che stesse lì anche lei ad affermare con orgoglio l’unicità del marchio, a prova di imitazione.
L’azienda di recente infatti, è risultata vittima di contraffazione da parte di un’omologa umbra specializzata nel casual che ha scelto di chiamarsi Up Stars (qui un suo prodotto su ebay). Il giudice però, quando cominciavano a vedersi in internet e sui cartelloni stradali, le prime pubblicità del nuovo marchio, ha immediatamente ordinato all’azienda di darsi un altro nome e un altro logo. “In questo caso il giudice non ha parlato di confondibilità tra i due marchi, ma di agganciamento” ha detto il legale di Pin Up, Cesare Galli. “In pratica siccome i nomi si presentavano simili nella sostanza, era possibile che il consumatore proiettasse sui prodotti del contraffattore un po’ dell’apprezzamento che riservava ai costumi Pin Up Stars. Oggi inoltre, l’abbigliamento casual e quello da spiaggia non sono più così distinti: è facile indossare un pareo sopra un jeans, o un bikini con un top. I mercati delle due aziende sono tutt’altro che diversi”.

I due marchi a confronto:
Ancora una volta un giudice è intervenuto per fermare l'utilizzo di un marchio troppo simile ad un altro più famoso

Falsificati in Cina anche i “bimbi” di Anna Geddes

www.annegeddes.com
Bambole, cartoline, cuscini decorati e altri gadget: la contraffazione non conosce più limiti e tutti i settori merceologici debbono stare sul chi va là.

Questa volta è toccato alle bambole che riproducono i volti di bambini fotografati dalla celebre Anne Geddes.
Un carico di pupazzi contraffatti in arrivo dalla Cina è approdato a Roma e stava per essere messo in circolazione dal distributore italiano Giacchieri Trading.
I legali dello studio internazionale Bird & Bird che sono stati prontamente interpellati da Geddes Group Holdings Pty Limited di Sydney, la società titolare dei diritti economici delle fotografie, e da Unimax Toys Limited sua licenziataria esclusiva, hanno quindi fatto ricorso al tribunale di Roma che ha immediatamente disposto il sequestro in via cautelare e d’urgenza, del materiale contraffatto.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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