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famiglia

L’altra metà del Cda: donne manager in Italia, la strada è lunga

Emma Marcegaglia, numero 1 di Confindustria - Ansa

Emma Marcegaglia, numero 1 di Confindustria - Ansa

Se pensavate che bastasse una donna sulla poltrona di gran capo degli industriali italiani, quella di Confindustria occupata da Emma Marcegaglia, per parlare di parità dei sessi nel mondo dei manager italiani, vi sbagliavate. L’otto marzo nasce da una tragedia di donne lavoratrici ed è l’occasione giusta per riflettere sulle difficoltà che oggi impediscono a una donna di fare carriera come i suoi colleghi uomini. Continua

Istat: “Una famiglia su 5 a rischio povertà”. Padri disoccupati le nuove vittime

interinale

Redditi bassi, rischio povertà. E i padri di famiglia sempre più a rischio precarietà. Ma anche aziende che resistono e aumentano quote di mercato all’estero nella tempesta economica. Tra i tanti dati diffusi dall’Istat nel suo rapporto annuale sulla situazione del paese (più di 400 le pagine della 17esima edizione) a preoccupare di più è quello dell’esposizione al rischio di “vulnerabilità economica”: l’impossibilità o la difficoltà a fare fronte a spese impreviste. Che secondo l’istituto di statistica riguarda in Italia una persona su cinque. ”Rischi altrettanto elevati” si osservano in Spagna, Grecia, Romania, Regno Unito e nei paesi baltici. Pesano le differenze territoriali: se al nord le persone a rischio sono in media il 9%, al sud si arriva al 30-35%. La percentuale di popolazione a basso reddito nel Paese si attesta al 18,4%, sulla base di valori del 2006; l’incidenza risulta massima in Sicilia (41,2%), Campania (36,8%) e Calabria (36,4%). All’opposto, i valori meno elevati si registrano in Valle d’Aosta (6,8%) e nelle province autonome di Bolzano (6,6%) e Trento (3,8%).
Sul reddito disponibile medio, sempre con i dati al 2006, al nord è circa 20mila euro, mentre nel meridione scende a livelli più bassi, intorno ai 13mila euro.
Per il presidente dell’Istat Luigi Biggeri la crisi di quest’ultimo anno può essere un’occasione “per riflettere sugli errori commessi; per evitare di ripeterli nel futuro; per rilanciare lo sviluppo a partire da basi nuove, poiché la distruzione creativa delle imprese e dei settori più deboli e inefficienti apre - ha concluso - nuove opportunità di riqualificazione e di crescita del sistema produttivo”.
Alcune imprese, sottolinea l’Istituto, sono riuscite a sostenere l’impatto della crisi. Nel primo bimestre 2009 “più di una impresa esportatrice su quattro (quasi il 29%, circa 6.500 imprese) ha infatti registrato incrementi delle vendite all’estero, rispetto allo stesso periodo del 2008″. Il made in Italy continua a trainare fuori dai confini.
Ma nonostante la tenuta buona dell’export, la disoccupazione continua a crescere: per la prima volta dal 1995, infatti, la crescita degli occupati nel 2008, che sono aumentati di 183 mila unità rispetto al 2007, è risultata inferiore a quella dei disoccupati, saliti di 186 mila unità sempre rispetto all’anno prima. E tocca nuove figure: ”Un aspetto preoccupante” rileva infatti il rapporto “è la diminuzione del tasso di occupazione dei padri (dall’83,3% del 2007 all’82,7% del 2008), che contrasta con l’andamento crescente dei precedenti tre anni”. L’identikit del “nuovo disoccupato” secondo l’Istat è un uomo tra i 35 e i 54 anni, residente al centro-nord, con titolo di studio inferiore alla laurea. E nella maggior parte dei casi ha perso il lavoro nell’industria e si tratta di un padre di famiglia. Emerge poi una ”minore qualita’ dell’impiego”: tra il 2007 ed il 2008 i padri con una occupazione part-time, a termine o con una collaborazione sono 17 mila in più. Al contrario, quelli con un’occupazione a tempo pieno e con durata indeterminata risultano essere 107 mila in meno (73 mila tra i 35 ed i 44 anni).

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Internet bluff: la verità di Caio sulla banda larga

Rete telefonica

“Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga”; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.

A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l’innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni. Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce). Partiamo dall’adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga” scrive Caio “la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento” che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010. Il problema è che in molte zone d’Italia la “banda larga” viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l’internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: “Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini”.
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè.
Riguardo agli investimenti Caio scrive che “i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi”. Quindi, “in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l’investimento dei gestori”.
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l’investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest’anno.
A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un’opera così importante. Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po’ particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. “Vince la gara l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico”.
Non manca una felpata critica all’autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all’organismo guidato da Corrado Calabrò di “pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni”.

Gli investimenti sulla banda larga

I problemi crescono se si parla di copertura dell’Italia in fibra ottica: “La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale”; “non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti”; “esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni”.
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell’infrastruttura, “l’Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa” ed “è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione”.
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall’altra la Telecom insegue “obiettivi di riduzione dell’indebitamento” ed è interessata “ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l’infrastruttura di rete)” e, infine, “nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra”. Tanto è vero che, fa notare il dossier, “nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010″. E non di poco. Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell’anno scorso.
Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, “la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili”, come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che “non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l’investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni”.
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi? Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica.
Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l’opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.
Il piano di copertura in fibra della telecom

L’Italia non è un Paese per giovani: emarginati da politica, università e professioni

lavoro
“L’Italia è un paese vecchio: si vive più a lungo e si fanno meno figli. Tuttavia, la società italiana sta invecchiando non solo per motivi demografici, ma anche perchè il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle élite sono infatti caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite”. Questa la fotografia scattata dal Forum nazionale dei giovani e dal Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), in collaborazione con Unicredit Group, nella ricerca “Urg! Urge ricambio generazionale”.
Tradotto in numeri: l’età del primo impiego fisso e stabile (cioè a tempo indeterminato)? Intorno ai 35 anni. A quanti anni si riesce a “metter su” casa e famiglia? Quaranta.
Sono queste le conclusioni a cui si giunge, considrando l’indagine Cnel. Che si è focalizzata su quattro ambiti: lavoro, politica, università, libere professioni. E sono note dolenti.
L’attuale struttura del mercato del lavoro blocca i giovani sia con il precariato - che impedisce loro di avere carriere lunghe e continue - sia premiando l’anzianità lavorativa invece che la produttività e le competenze. In 10 anni, il numero di giovani dipendenti in ruoli dirigenziali è passato dal 9,7% al 6,9% e tra i quadri dal 17,8% al 12,3%. In calo anche i giovani imprenditori, passati dal 22% al 15% e i liberi professionisti, dal 30% al 22%.
La ricerca mette l’accento, in modo particolare, sul nodo precarietà: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni e nell’arco di un anno solo un collaboratore su cinque è diventato lavoratore dipendente, ma la metà di questi ha dovuto accontentarsi di un contratto a tempo determinato.
Accanto al precariato, poi, si va delineando un altro fenomeno: tra il 2006 e il 2007, sono cresciuti di 200 mila unità i giovani inattivi, cioè che non lavorano e non cercano lavoro. Oltre 220 mila i giovani che nel 2006 erano occupati e nel 2007 hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro.
E qui emerge un altro tratto del sistema italiano. L’assunzione di posizioni di rilievo dipende dall’esperienza lavorativa, intesa semplicemente in termini di anzianità aziendale, “a prescindere dai livelli di produttività e delle competenze di ciascuno”.
E il caso dell’Università è in questo senso emblematico: i docenti giovani nell’università italiana sono merce rara. Lo studio del Cnel mostra che l’età media dei docenti universitari è di 51 anni. Ma altri dati, secondo i ricercatori, offrono in pieno “la misura della deriva gerontocratica” dell’università italiana: la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 hanno compiuto 70 anni. I giovani sono solo il 7,6% (su 61.929 docenti e i ricercatori) se si considerano quanti non hanno più di 35 anni. Di questi però la stragrande maggioranza ricopre la qualifica più bassa della gerarchia accademica: i giovani ricercatori, infatti, sono 4.374, i professori associati 311 e gli ordinari solo 21.
Il progressivo invecchiamento della popolazione accademica è un fenomeno che si è accentuato nell’ultimo decennio: mentre dieci anni fa la classe più consistente da un punto di vista numerico era costituita dai docenti con un’età compresa tra i 46 e i 50 anni, gli ultimi dati evidenziano come, ora, la classe modale sia rappresentata dai docenti 56-60enni. E un dato rimane invariato. l’assoluta marginalità degli inder35. Anzi, se possibile la rappresentanza dei giovani docenti si è andata assottigliando: nel 1997 gli inder30 erano l’1,1% del totale e i 31-35 enni il 7,3%; nel 2007 le quote sono rispettivamente scese allo 0,9% e al 6,7%.

Altro capitolo: il deficit democratico ai danni dei giovani e della loro rappresentanza in Parlamento. Dal 1992 ad oggi, sottilina la ricerca del Cnel, i deputati under 35 non hanno mai raggiunto il 10% (a eccezione della legislatura 1994-96), e attualmente alla Camera sono solo il 5,6%. È in atto una vera e propria “deriva gerontocraticà’, denuncia la ricerca, perchè se i 25-35enni costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, il loro peso parlamentare è meno di un terzo (5,6%). Ben diversa è la condizione di altre fasce di età: tra i 36 e i 45 anni si riscontra un rapporto equilibrato tra rappresentanza politica e incidenza sociale. Con l’avanzare dell’età il rapporto si capovolge: la fascia 46-50 anni costituisce l’8,4% della popolazione adulta ma il 20,5% degli eletti e quella 51-55 è il 7,6% della popolazione e il 20,5% degli eletti.
Perchè gli under35 sono una rarità in Parlamento? Secondo la ricerca, i giovani non gareggiano ad armi pari, perchè non vengono quasi mai collocati ai vertici delle liste elettorali. Risultato: nel Pd solo il 7,5% dei candidati giovani è stato eletto, nel Pdl il 16,1% ma solo per effetto della vittoria riportata. La Lega è l’unico partito nel quale questo divario anagrafico si riduce: 11,4% di eletti tra gli under35 contro il 20,1% degli over35.

Persino dove il libero mercato dovrebbe più garantire le competenze rispetto ad altri fattori il freno posto ai giovani non modera il suo effetto, infatti, secondo il rapporto del Cnel, “non poche difficoltà incontrano anche i giovani italiani che vogliono intraprendere la strada del giornalismo, della medicina, dell’avvocatura o del notariato”. “Pur con le dovute differenze, anche questi percorsi sembrano avere dei tratti comuni: in Italia non è vero che il merito premia sempre” continua lo studio “anche le persone più capaci, per riuscire a vivere del proprio lavoro, tra tirocini, concorsi e contratti a brevissima scadenza, devono pazientare fino a quarant’anni circa. Fino ad allora non possono che continuare a sperare nell’aiuto della propria famiglia”.
Ma le conseguenze non sono positive: “Il rischio è che i giovani, rassegnati a questo immobilismo sociale, continuino ad accettare la propria condizione di emarginati in una società organizzata per caste e al cui vertice si trova una gerontocrazia inamovibile”.

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Scuola, quanto mi costi. 332 euro la spesa mensile per le famiglie

classi ponte

Prendete una famiglia con due bimbi, uno al nido, e l’altro alla materna o alle elementari. E chiedetevi: quanto spende per mandare i figli a scuola, refezione compresa? Risposta: 332 euro al mese (3.320 annui) tenendo presente una presenza di 20 giorni al mese per 10 mesi l’anno. Cioè: il 10,7%, mediamente, del budget familiare netto.

I conti li ha fatti uno studio della Uil che ha preso in esame 104 città capoluogo e una famiglia-tipo composta da due lavoratori dipendenti con due figli a carico, uno minore di tre anni che va all’asilo nido e l’altro che frequenta materna o elementare e pranza a scuola; il reddito familiare netto è di 30.900 euro netti l’anno e la dichiarazione Isee (indicatore della situazione economica equivalente), considerando una casa di proprietà, corrisponde a 17.812 euro annui.

In particolare, per la frequenza dei nidi comunali, si spendono in media, ogni mese, 262,66 euro, che equivalgono all’8,5% del budget familiare, con un incremento medio dell’1,5% rispetto all’anno scolastico precedente. Per la mensa, invece, la spesa media mensile è di 70 euro equivalenti al 2,3% del reddito familiare.
La retta per l’asilo nido è riferita sia alla frequenza a tempo pieno, circa 9 ore, che al tempo “normale”, tipico delle città del Sud, in cui il servizio viene erogato con orari ridotti, al massimo fino alle ore 15.00.

Ovviamente, i costi variano sensibilmente tra città e città. Infatti, in una sorta di virtuale classifica, al primo posto troviamo Belluno con 565,40 euro mensili (486,40 euro per gli asili nido e 79 euro per la refezione scolastica) che corrispondono al 18,3% del budget familiare; segue Cuneo con 525,30 euro mensili (445,30 e 80) che corrispondono al 17% del budget; Mantova con 510,28 euro mensili (416,08 e 94,20 euro) pari al 16,5% del bilancio; Bergamo con 505,96 euro mensili (400,36 e 105,60 euro), 16,4% del budget; Pavia con 496,00 euro mensili (396,00 e 100,00 euro) e il 16,1% del budget familiare.

Più “fortunate” le famiglie di Vibo Valentia, dove i genitori per mandare i propri figli a scuola spendono 123,00 euro mensili (93,00 euro per gli asili nido e 30,00 euro per la refezione scolastica) che corrispondono al 4% del budget familiare; segue Ragusa con 140,10 euro mensili (112,10 e 28 euro), 4,5% del budget; Reggio Calabria con 147,94 euro mensili (107,94 e 40 euro), 4% del budget; Catanzaro con 148,46 euro mensili (108,46 e 40 euro), 4,8% del budget familiare; Trapani con 149,85 euro mensili (111,45 e 38,40 euro) che corrispondono al 4,8% del budget familiare. Costi che, naturalmente, possono lievitare se si dovesse usufruire dell’ulteriore servizio di scuolabus.

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La crisi si abbatte sulle case. Per il Sunia: “È emergenza affitti”

Case del entro di Roma

La crisi è ancora più pesante per chi vive in affitto. Aumenta infatti il canone medio e cresce il numero di famiglie che, non potendo acquistare una casa, cerca di concludere un contatto di locazione, ma diminuiscono le risorse pubbliche a sostegno degli inquilini con redditi bassi.
Secondo la ricerca presentata oggi da Cgil e Sunia (Sindacato nazionale unitario inquilini e assegnatari) in dieci anni, dal 1999, i prezzi degli affitti sono cresciuti fino al 145% nelle grandi città. Attualmente il canone medio è di 1.100 euro al mese, mentre per i contratti in corso il prezzo medio è di 740 euro, e solo il 15% dei contratti viene agevolato dallo Stato.
Così che l’incidenza sul reddito della spesa per l’affitto continua a rimanere alta, sopra il 50%. L’indagine traccia vaste “aree di disagio abitativo” tra chi vive in affitto in Italia, circa il 20% delle famiglie. I dati elaborati su Roma e Milano registrano 30.000 famiglie in graduatoria per un alloggio pubblico, 16.000 sfratti e 44.000 richieste di contributi all’affitto. L’emergenza abitativa allarga ancora i suoi confini quando nelle statistiche si fanno rientrare gli immigrati e gli studenti fuori sede.
Se si guarda all’offerta di case in affitto, che pure è aumentata, si nota l’innalzamento della disponibilità sul mercato di tagli piccoli, sopratutto bilocali, situati in zone periferiche. “Questa è una semi-novità che rappresenta l’espulsione dal centro delle famiglie in affitto”, ha spiegato Luigi Pallotta, segretario generale del Sunia. Le richieste di locazione sono in rialzo, ha sottolineato il sindacalista, anche a causa della crisi che ha determinato un calo delle compravendite residenziali: nel terzo trimestre del 2008 il ribasso registrato è stato del 13%. Pallotta ha, poi, osservato come la contrazione delle compravendite non abbia colpito solo le grandi città, ma anche quelle medie.
Per quanto riguarda le differenze territoriali, i canoni maggiori si registrano al centro di Roma e Milano (2.300 e 2.250 euro al mese). In generale i prezzi più alti si trovano nel Nord e nel Centro Italia, fa eccezione Torino, dove il canone medio (850.000 euro al mese) è uguale a quello dei Capoluoghi meridionali “Le istituzioni si sono dimenticate di chi vive in affitto”, ha ammonito Paola Agnello Modica, segretaria confederale della Cgil. “È necessaria” ha aggiunto “una risposta del governo che continua ad annunciare un piano casa mentre erode le già scarse risorse a disposizione”. Secondo l’indagine, il Fondo di sostegno all’affitto dal 2000 si è ridotto del 44,41% e si prevede che nel 2011 segnerà un meno 66,58%.

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Dal bonus famiglia alla Cig: dalla Camera la fiducia al governo

Euro

Dall’una tantum per le famiglie al sostegno al reddito per i negozianti costretti a chiudere per la crisi, dal pagamento dell’Iva per cassa ai pannolini gratis. La Camera ha votato la fiducia al Governo, con 327 sì rispetto ai 252 voti contrari (solo due deputati delle minoranze linguistiche si sono astenuti), dando il suo ok alle misure contenute nel testo del provvedimento anti-crisi così come uscito dalle Commissioni Bilancio e Finanze. Palpabile la soddisfazione del ministro dei Rapporti con il Parlamento Elio Vito: “I 327 voti ottenuti dal governo nella fiducia sul Dl anticrisi rappresentano il più alto risultato ottenuto fino ad ora in questa legislatura”. 75 voti di scarto che stanno a dimostrare “la straordinaria compattezza della maggioranza”.
Il provvedimento, oramai blindato, approderà al Senato dove verosimilmente non subirà ulteriori ritocchi. Eventuali correzioni potrebbero arrivare con un altro provvedimento legislativo. Il decreto vale circa 5 miliardi; quasi la metà verrà impiegata per il bonus famiglia.
Nuove norme sono state introdotte alle misure anti-crisi durante il passaggio nelle Commissioni di Montecitorio. Ci sono per esempio 350 milioni per gli assegni familiari. Novità anche sullo sconto fiscale del 55% per i lavori di ristrutturazione che garantiscono risparmio energetico: potrà essere fruiti in 5 anni e non più in 3. Se i parlamentari del Sud, del Pd e soprattutto dell’Mpa, lamentano una penalizzazione del Mezzogiorno, il testo uscito dalle Commissioni invece contiene nuove norme per Milano (il cosiddetto salva-Malpensa) e per Roma (investimenti per la metro fuori dal patto di stabilità). Proprio quest’ultimo capitolo ha fatto infuriare i sindaci del Carroccio, che hanno annunciato che violeranno il patto di stabilità in segno di protesta dopo che una deroga speciale è stata concessa nei giorni scorsi al Campidoglio. “Nel decreto anticrisi votato oggi con la fiducia è contenuta la deroga di non rispettare il patto di stabilità per il Comune di Roma. È un evidente autorizzazione morale per tutti i sindaci che hanno ben gestito i loro bilanci, erogando servizi di ottima qualità ai loro cittadini, a tenere lo stesso comportamento”.

Ecco di seguito, misura per misura, tutte le norme del decreto varato per far fronte alla crisi.
Bonus famiglia. È l’una tantum da 200 a 1.000 euro per lavoratori e pensionati con redditi bassi. Va ai nuclei familiari e solo nel caso dei pensionati anche a soggetti singoli. Il termine per la domanda è il 28 febbraio.
Assegni familiari. Arrivano 350 milioni di euro per dare un sostegno anche ai lavoratori autonomi e per rafforzare gli aiuti alle famiglie con disabili. La spesa potrà però essere decisa solo dopo una verifica su quanto non speso nel 2009 per garantire un tetto alla rata dei mutui variabili.
Mutui prima casa. Per i mutui in corso le rate variabili 2009 non possono superare il 4% grazie all’accollo da parte dello Stato dell’eventuale eccedenza; per i nuovi mutui, il saggio di base su cui si calcolano gli spread è quello Bce.
Pannolini gratis. Per le famiglie che rientrano tra i beneficiari della social card ci sarà un aiuto per l’acquisto di pannolini e latte per i figli fino a 3 mesi di età.
Affitti, mini-fondo. Arrivano 20 milioni in più.
Ammortizzatori. Il sostegno al reddito di coloro che perdono il lavoro sarà garantito dal nuovo Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, nel quale confluisce anche il Fondo occupazione per gli ammortizzatori in deroga, finanziato per 1 miliardo e 26 milioni di euro.
Massimo scoperto. Se il saldo del cliente risulta a debito per un periodo inferiore a 30 giorni non si paga la commissione.
Bolletta luce, ampliata platea tariffa sociale. L’accesso alla tariffa elettrica agevolata è consentito anche a coloro che in famiglia hanno un malato che ha bisogno di apparecchiature medico-terapeutiche alimentate ad energia elettrica. Destinatarie delle tariffe agevolate anche le famiglie con almeno 4 figli a carico e con Isee non superiore a 20.000 euro.
Fondo crediti nuovi nati. Istituito un fondo per prestiti agevolati alle famiglie con nuovi nati. Accederà alle risorse anche chi ha un familiare affetto da una malattia rara.
Riforma del mercato elettrico. Tra le novità la futura divisione dell’Italia in tre macro-zone.
Pedaggi autostradali. Gli aumenti saranno congelati fino al 30 aprile 2009.
Detassazione produttività. Prorogato al 2009 l’alleggerimento fiscale per i premi di produttività per i lavoratori dipendenti del settore privato.
Deduzione Irap. Sarà possibile scontare ai fini Ires e Irpef il 10% dell’imposta regionale sulle attività produttive.
Iva per cassa. Il pagamento dell’imposta non sarà più al momento dell’emissione della fattura ma all’effettivo incasso dei corrispettivi.
Studi di settore. Revisione legata alla congiuntura economica. Nessun allentamento invece del loro valore probatorio.
Pagamenti PA. Prevista una velocizzazione dei pagamenti dovuti dalla pubblica amministrazione e dei rimborsi fiscali ultradecennali.
Acconti fiscali. L’acconto Ires passa dal 100% al 97%, mentre quello Irap dal 99% al 96%.
Tremonti-bond. Il Tesoro potrà sottoscrivere, su richiesta delle banche interessate, strumenti finanziari privi dei diritti di voto.
Opa. Allentate le regole sulla cosiddetta passivity rule.
Roma. Investimenti per il trasporto pubblico fuori dal patto di stabilità.
Malpensa. Norme a tutela dell’hub milanese, considerato il via della nuova Alitalia.
Rottamazione negozi. Sostegno al reddito ai negozianti che sono costretti a chiudere. Equivarrà alla pensione minima e sarà concesso a chi ha più di 62 anni (57 se donne).
Infrastrutture. Arriva norma che velocizza la realizzazione delle grandi opere.
Iva Sky. Passa dall’aliquota ridotta del 10% al 20%.
Pornotax e maghi. Tasse maggiorate per la produzione e vendita di materiale porno. Ritocco fiscale anche per i maghi.


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