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Dal prossimo primo aprile nuova riduzione per le bollette di luce e gas. Dopo i cali di inizio anno, l’Autorità dell’Energia ha stabilito un taglio del 2% per l’energia elettrica e del 7,5% per il gas, con una diminuzione totale media ponderata di circa il 6%. La spesa su base annua della famiglia tipo, si legge in una nota, diminuirà così di circa 9,4 euro per l’energia elettrica e di 83 euro per il gas naturale, con un risparmio complessivo di 92 euro su base annua.
Continua inoltre il sensibile calo del Gpl (gas di petrolio liquefatto) distribuito in rete: -5 %, con una minore spesa di 35 euro su base annua, sempre per una famiglia tipo. “Possiamo oggi annunciare ulteriori riduzioni delle bollette, a vantaggio dei consumatori, grazie al calo del petrolio dal settembre 2008″ ha commentato il presidente dell’Autorità, Alessandro Ortis. “Per l’elettricità, questi positivi effetti si erano già tradotti in ribassi nel precedente aggiornamento, con un -5,1% da gennaio”. “Particolarmente significativa” ha sottolineato Ortis “è l’attuale diminuzione dei prezzi del gas, il cui aggiornamento segue a distanza l’andamento dei prezzi elettrici, essendo i prezzi del gas collegati all’andamento delle quotazioni dei prodotti petroliferi nei 9 mesi precedenti. Per questo, a gennaio la riduzione sul gas, -1%, era stata meno evidente di quella attuale e piu’ significativa, -7,5%”.
Il ministro dello Sviluppo Economico Scajola ha invece messo in evidenza i potenziali effetti benefici sull’economia derivanti dal calo delle tariffe considerato che l’attuale diminuzione si somma a quella già registrata a gennaio (-5,1% per la luce e -1% per il gas). “In Italia ci sono quasi 18 milioni di lavoratori dipendenti a reddito fisso: la grandissima maggioranza di essi non teme per il proprio posto di lavoro, ha un reddito certo e un potere d’acquisto in aumento rispetto a sei mesi o un anno fa”, ha rilevato il titolare dello Sviluppo economico.
“Nei giorni scorsi il Centro Studi Confindustria, confermando una previsione che avevo fatto nell’ottobre scorso, ha calcolato che quest’anno una famiglia media che ha un mutuo immobiliare spenderà circa 4mila euro in meno per il calo dei prezzi energetici e dei tassi d’interesse”, ha aggiunto. Ora si tratta di guardare con ottimismo alla destinazione del maggior reddito disponibile.

Nel 2008 i debiti delle famiglie italiane sono aumentati del 41,1%, con punte che raggiungono il +53,2% in alcune province come Cremona. è quanto sottolinea Contribuenti.it spiegando che “al 30 novembre 2008 il livello medio del debito delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 19.630 euro e la più “esposta” è la provincia di Roma, con oltre 24.250 euro”.
Dall’inizio dell’anno “l’indebitamento medio delle famiglie è cresciuto del 41,1%” e i “dati 2008 confermano la crisi economica delle famiglie con una crescita dell’indebitamento che nell’ultimo anno ha raggiunto il 53,2% in provincia Cremona, il 51,4% a Bologna, il 49,6% a Milano, il 48,2 a Napoli, il 47,6 a Palermo, il 46,2 a Pescara, il 45,9 a Torino, il 44,0 a Caserta, il 43,1 a Bari ed il 42,7 a Firenze”.
Le province dove, invece, l’indebitamento è cresciuto in misura inferiore alla media nazionale sono quelle “di Isernia con il 27,3%, seguita da Potenza con 28,2%, Campobasso con 29,7%, Enna con 30,8%, Brindisi con 31,3, Udine con 32,4, Pisa con 33,6%, Avellino con 34,7%, Aosta con 35,6% e Rieti con 36,2%”.
In particolare, le famiglie residenti nella provincia di Roma hanno visto crescere l’indebitamento del 41,6% anche se, in termini assoluti di indebitamento, al 30 novembre 2008 sono quelle che guidano la classifica con 24.250 euro, a cui seguono quelle di Milano con 23.335 e Napoli con 22.229.
“Le province più indebitate” afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it “sono quelle che registrano anche i più alti debiti con il fisco. Non è da escludere che molte famiglie hanno contratto debiti per pagare il fisco a rate. Tra queste, vi sono anche delle famiglie che si sono rivolte alle fondazioni antiusura. Tuttavia, la iniqua rateizzazione fiscale attuata dai concessionari non agevola le famiglie: accade anche di pagare 8.000 euro per prima rata e rate da 300 euro mensili per i successivi 3 anni”.
A fine 2007 è salito dal 4,2% al 5,3% il numero delle famiglie che ha dichiarato di avere avuto nel corso dell’anno “momenti con insufficienti risorse per l’acquisto di cibo”. Emerge dall’indagine dell’Istat sulla distribuzione del reddito e le condizioni di vita in Italia. Sale dal 14,6 al 15,4% il numero delle famiglie che ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese. L’Istat rileva “segnali di disagio particolarmente marcati” al sud e nelle isole, ed in particolare in Sicilia dove sale al 10,1% il numero di famiglie con problemi di risorse per il cibo.
Tutti gli indicatori rilevati dall’Istat, nell’indagine annuale su un campione di 28 mila famiglie, mostrano un peggioramento delle condizioni di vita a fine 2007. Già prima, quindi, della crisi economica, per gli esperti dell’Istituto di statistica, le famiglie hanno iniziato a vivere una “fase particolarmente critica”. Condizioni di difficoltà che riguardano in particolare i nuclei familiari con tre o più figli, gli anziani soli soprattutto se donne, e le famiglie mono-genitore in particolare per le donne sole divorziate o vedove.
Il 32,9% delle famiglie ha dichiarato di non essere in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro. Sale dal 10,4% al 10,7% la quota di famiglie che ha avuto difficoltà nel riscaldare adeguatamente la propria abitazione. L’Istat giudica “non trascurabili” le percentuali di famiglie che hanno registrato difficoltà relative a beni di prima necessità: oltre al dato sugli alimentari, è salito dal 10,4% all’11,1% la quota di famiglie che nel corso del 2007 ha avuto momenti con insufficienti risorse per le spese mediche, mentre sale dal 16,8 al 16,9% il numero di famiglie che ha avuto difficoltà per l’acquisto di abiti necessari.
Al sud e nelle isole l’Istat registra “segnali di disagio particolarmente marcati rispetto al resto del paese”, con il 22% delle famiglie che “arriva con grande difficoltà alla fine del mese” ed il 46,4% che “dichiara di non poter far fronte ad una spesa imprevista di 700 euro”. I disagi maggiori in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia.
Al nord la regione fanalino di coda e’ il Piemonte mentre al centro è il Lazio.
Nel 2007 il 18,5% delle famiglie monoreddito ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese mentre “le famiglie che possono contare su un reddito autonomo come fonte principale sono quelle che riportano meno frequentemente situazioni di difficoltà”. La famiglia tipo che presenta minori difficoltà economiche è quella senza figli: è dell’11,2% la quota che ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà a fine mese.
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Famiglie sempre più in difficoltà, con il portafoglio vuoto già alla seconda, terza settimana e la sola alternativa di tirare la cinghia di fronte ad una crisi che viene vista lunga, destinata a peggiorare nei prossimi due anni. Oltre 6 milioni di famiglie italiane, infatti, arrivano a fatica alla terza settimana del mese, più di 2 milioni addirittura non riescono ad andare oltre la metà del mese. A dirlo è un sondaggio realizzato da Confesercenti-Swg su un campione nazionale rappresentativo, dal quale emerge una diffusa disillusione ed una preoccupazione crescente, tanto che il 58% degli intervistati teme che la situazione economica peggiorerà nei prossimi 12 mesi. Di fronte a ciò, non resta che ridurre le spese e rinunciare a qualcosa, di indispensabile o meno: la pensa così l’82% degli italiani.
“La netta percezione delle famiglie italiane sulla gravità della situazione richiama l’assoluta necessità di interventi immediati e forti”, commenta Marco Venturi, presidente della Confesercenti, lanciando un appello: “Non sprechiamo l’occasione del Natale per sostenere i redditi bassi e la domanda interna. Proprio il Natale può essere invece il trampolino di lancio per restituire fiducia all’economia ed alle famiglie e per cominciare ad accorciare i tempi della crisi”, partendo dal sostegno alle pmi, “anche per impedire migliaia di chiusure e l’aumento della disoccupazione”.
Per 8,3 milioni di famiglie (il 34% del campione) la fase recessiva durerà da un minimo di un anno fino a due anni. Per altri 6 milioni invece (il 26%) potrebbe superare anche la soglia dei due anni. C’è poi un 12% che ritiene la crisi un problema di 6-12 mesi mentre i più ottimisti (9%) la giudicano superabile entro i sei mesi; mentre un 19% non risponde.A fronte del 58% che teme un peggioramento della crisi, c’è una piccola pattuglia di fiduciosi, il 14%, che al contrario scommette su un miglioramento; per il 28% non cambierà nulla. Rispetto al 2007 raddoppia (dal 16 al 32%) la percentuale di chi guarda con preoccupazione alla situazione della sua famiglia.
Se il 62% delle famiglie dichiara di arrivare alla fine del mese con il proprio reddito, la terza settimana diventa, invece, l’angoscioso capolinea per 6,3 milioni di famiglie (il 26%). Mentre a metà mese il reddito è esaurito per altri 2,2 milioni di famiglie, vale a dire il 9% del campione. Il 3% non risponde.
Se nel 2007, evidenziano i risultati del sondaggio, erano più di due terzi gli italiani che affermavano di aver ridotto le spese, nel 2008 si tocca la percentuale dell’82% degli intervistati. In testa alle rinunce, abbigliamento e calzature con un taglio rispetto al 2007 di quattro punti in più (dal 48% al 52%). Restano costanti i risparmi per beni domestici ed alimentari. Invece, si cerca di conservare l’opportunità di andare in vacanza, magari più breve ed economica: i rinunciatari che nel 2007 erano il 32%, scendono nel 2008 al 25%.
Le preoccupazioni per la crisi finiscono per far attribuire responsabilità tanto al Governo che all’opposizione. Il 74% del campione giudica poco o per niente adeguati gli interventi del Governo per fronteggiare la congiuntura negativa. Si contrappone un 22% di giudizi positivi fra i quali quelli che promuovono l’esecutivo a pieni voti, che sono però solo il 2%. Altrettanto severi verso l’opposizione: il 76% non lo giudica positivamente, assoluzione invece dal 18%.
Tra le priorità da mettere subito in agenda, sempre secondo il sondaggio, al primo posto vengono collocate misure a sostegno delle pmi “per evitare le chiusure di imprese e la perdita di posti di lavoro”; la pensa coì il 30% del campione. Al secondo posto c’è la richiesta di detassare le tredicesime (22%); a ruota seguono la riduzione degli interessi per i mutui ed il taglio delle tasse per le famiglie numerose (14%).
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All’attivo ci sono 264 miliardi di euro in meno rispetto a un anno fa. Al passivo, cioè nel capitolo dei debiti, ci sono quasi 21 miliardi di euro in più. In estrema sintesi, questi numeri raccontano che cosa è accaduto ai conti delle famiglie italiane nell’era della grande crisi. Certo, non dicono tutto. Non spiegano per esempio che il patrimonio finanziario delle famiglie, 3.500 miliardi di euro tra soldi liquidi, depositi bancari e postali, titoli di Stato e obbligazioni private, azioni, quote di fondi comuni o polizze vita e fondi pensione, è ancora ingente. E neppure indicano che i debiti, 643 miliardi di euro per larga parte concentrati nelle fasce più ricche della popolazione, sono lontani anni luce dai livelli raggiunti dalle famiglie negli Usa o nei principali paesi europei. Ma sono sufficienti per capire che la crisi ha morso anche la carne viva, ovviamente a cominciare da quella dei meno abbienti.
Basta andare oltre le cifre generali, come ha fatto Panorama, per verificare infatti che in un anno la crisi ha spinto le famiglie a moderare in modo notevole i consumi e a cambiare radicalmente le scelte relative ai propri soldi. Al passivo ci sono meno carte revolving (grazie alle quali gli acquisti si pagano a rate), meno finanziamenti per l’acquisto di auto, di motorini, di frigoriferi, di mobili e invece più cessioni del quinto sullo stipendio; meno mutui per l’acquisto di immobili e più mutui per ristrutturare il debito. All’attivo risultano più depositi e titoli di Stato e meno azioni e fondi comuni.
In particolare, secondo i dati della Banca d’Italia, nel giugno scorso le famiglie italiane avevano oltre 66 miliardi di euro in più rispetto allo stesso mese del 2007 tra soldi liquidi, conti correnti bancari e soprattutto depositi postali (vedere la tabella a pagina 124). Nello stesso periodo, e nonostante il rapporto critico tra clienti e banche, anche la quota relativa alle obbligazioni bancarie in mano alle famiglie era cresciuta di circa 59 miliardi di euro. In aumento sono risultati pure i titoli di Stato in mano alle famiglie, ma tutto il resto ha fatto registrare un calo. Clamoroso è stato quello relativo ad azioni e partecipazioni societarie: oltre 305 miliardi di euro in meno, un dato provocato insieme dalla discesa dei valori e dalle vendite. Non meno rilevante è stata la fuga dai fondi comuni: oltre 84 miliardi di euro in meno sono risultati nei conti finanziari delle famiglie. E va segnalata infine anche la flessione relativa alle riserve tecniche di assicurazione, un aggregato che comprende polizze vita e fondi pensione.
In sostanza, nel complesso le famiglie italiane hanno ancora una ricchezza finanziaria consistente. Ma la crisi ne sta erodendo il valore e la scarsa dinamica dei redditi che ha caratterizzato gli ultimi anni sta spingendo gli italiani a utilizzarne una parte per vivere. «Non ci vuole molto a capirlo» dice Mauro Novelli, dell’Adusbef, associazione dei consumatori: «Basta vedere anche i dati della Banca d’Italia sulla quantità decrescente di soldi messi da parte ogni anno dalle famiglie italiane: 83,6 miliardi nel 2004; 71,2 nel 2005; 68,0 nel 2006; 51,8 nel 2007».
Ancora più interessante è il capitolo dei debiti. I dati della Banca d’Italia segnalano che in un anno i prestiti a breve termine contratti dalle famiglie sono aumentati di un paio di miliardi di euro e che i debiti a medio e lungo termine sono cresciuti di quasi 17 miliardi di euro. Dal punto di vista macro non sono somme da allarme rosso. «Gli italiani sono i meno indebitati tra i cittadini dei paesi Ocse. E neppure lontanamente la situazione è paragonabile a quelle degli Stati Uniti o di Gran Bretagna, Germania e Francia» assicura Umberto Filotto, segretario generale dell’Assofin, l’organizzazione che rappresenta le società finanziarie (vedere la tabella a pagina 124). Ma anche in questo caso quando si scende dai dati generali a quelli più particolari emerge una realtà molto variegata.
Anche se la gran parte del debito è concentrata, in Italia, sulle spalle delle famiglie più abbienti e quindi non determina crisi di restituzione, oggi, secondo un recente lavoro di Giorgio Gobbi e Silvia Magri della Banca d’Italia, cominciano a esserci anche problemi di sostenibilità. Riguardano «le fasce di famiglie che si sono indebitate per acquistare l’abitazione» e che stanno nella parte bassa nella scala della distribuzione del reddito. Quante sono? Le stime variano tra 150 e 300 mila nuclei in sofferenza, perché l’onere relativo al mutuo nel loro caso rappresenta in media più del 40 per cento di quanto entra nelle casse familiari ogni mese.
Al di là di questi casi di difficoltà, il peso delle rate immobiliari e la frenata del mercato del mattone sono testimoniati anche dall’andamento più complessivo dei mutui casa, rilevato dall’Osservatorio Assofin: rispetto allo stesso periodo del 2007, nel primo semestre del 2008 vi è stata una flessione delle somme finanziate pari al 9,8 per cento, determinata dalla combinazione di una drastica frenata dei mutui destinati all’acquisto di immobili con una crescita di quelli volti invece a sostituire o a surrogare i debiti contratti in precedenza.
Cambiamenti importanti ci sono stati anche nel settore del credito al consumo, cioè nei prestiti contratti dalle famiglie per acquistare beni meno importanti di una casa. La prudenza nella quantità e nella qualità dei consumi indotta dalla crisi ha infatti provocato una radicale svolta nelle scelte delle famiglie italiane. Secondo i dati dell’Osservatorio Assofin nei primi nove mesi del 2008 e rispetto allo stesso periodo del 2007, sono risultati in netto calo i prestiti destinati all’acquisto di automobili nuove (meno 11,6 per cento) e di auto usate (meno 9,8 per cento), di motocicli (meno 17,7 per cento), di elettrodomestici (meno 19,5 per cento) e di mobili (meno 8,6 per cento).
Un autentico boom ha invece caratterizzato, nello stesso periodo, i prestiti contratti dalle famiglie e che dovranno essere restituiti attraverso la cessione del quinto dello stipendio o della pensione. Nel complesso, i crediti di questo tipo sono ammontati a 3,7 miliardi di euro, il 31,6 per cento in più rispetto al 2007. Ma con una fortissima accelerazione tra i pensionati. Un miliardo e 434 milioni sono finiti infatti ai dipendenti pubblici (più 13,2 per cento); 1,239 miliardi ai lavoratori privati (più 25,5 per cento); e 1,047 miliardi ai pensionati, con una crescita di addirittura l’82,9 per cento rispetto ai primi nove mesi dell’anno scorso.
Sono dati significativi: segnalano che la realtà complessiva ancora è positiva rispetto a quella di altri paesi industrializzati, ma che vi sono anche alcune aree di difficoltà. «Il problema oggi è rappresentato sicuramente dai redditi bassi, anche se è sbagliato generalizzare» dice Giuseppe Roma, direttore del Censis. E spiega: «Dal punto di vista sociale, ci sono alcune fasce, i giovani e gli anziani a basso reddito per esempio, o le famiglie con un solo genitore a basso reddito, che oggi vivono una fase di vero disagio. Dal punto di vista geografico, nel Mezzogiorno produrre reddito è diventato un problema. Ma va detto che ci sono anche aree del Paese, come il Centro-Nord, che sono allo stesso livello, anzi in molti casi stanno decisamente meglio per reddito e ricchezza, rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna».
Un’anziana a Roma nel mercato rionale di Val Melaina raccolgono generi di prima necessità in terra tra gli scarti
Il 12,8 per cento degli italiani è sotto la soglia di povertà: si tratta di circa 7 milioni e mezzo di persone. Lo dice l’Istat, che ha presentato oggi i risultati della ricerca sulla povertà relativa in Italia nel 2007. Rispetto all’anno precedente, non si misura una crescita significativa del dato. Secondo l’istituto italiano di statistica l’11,1 per cento delle famiglie si trova in condizioni di ristrettezza economica. Di queste, la metà circa (il 4,9% del totale) ha un livello di spesa inferiore rispetto alla linea d’indigenza. Secondo l’Istat la “soglia” di povertà, che varia a seconda dei componenti del nucleo familiare, è pari a circa 600 euro al mese di capacità di spesa per una persona che vive da sola, 1600 per quattro persone. La povertà relativa si conferma maggiormente diffusa al Sud, dove l’incidenza è quattro volte superiore a quella del resto del Paese; tra le famiglie più ampie in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni.”Rimangono invariate”, afferma il direttore centrale dell’Istat, Linda Laura Sabbadini, “le caratteristiche tipiche della povertà italiana: l’indigenza colpisce soprattutto il Sud, le famiglie numerose, i woorking poor (persone con bassi profili professionali, dal momento che il reddito basso non tutela più dalla povertà), le persone anziane e le famiglie monogenitore”. La regione con la minor incidenza di povertà è il Veneto (3,3 per cento). Quella che ha migliorato di più è la Toscana, passata dal 6,8 al 4 per cento Maglia nera invece alla Sicilia (27,6 per cento), che si riconferma all’ultimo posto della classifica nazionale. Anche se la ricerca non valuta il costo della vita, inferiore al meridione e fuori dalle grandi città.
In cinque anni, cioè dall’adozione della moneta unica alla fine del 2007, le famiglie italiane si sono indebitate in modo crescente, tanto da raddoppiare quasi la loro esposizione nei confronti degli istituti di credito. Tra mutui per comprare casa, finanziamenti per ristrutturarla, prestiti per investire, ma anche per credito al consumo e per affrontare il peggioramento della situazione economica di molte famiglie, soprattutto del Sud, l’indebitamento degli italiani è salito, tra il 2002 e il 2007, del 93,28%.
Secondo uno studio della Cgia di Mestre l’indebitamento medio delle famiglie italiane ha toccato nel dicembre del 2007 i 15.765 euro, con la provincia di Roma in testa, con una media di 21.949,94 euro. Seguono le famiglie milanesi (21.321,68 euro), quelle della provincia di Lodi (20.593,26 euro), quelle di Reggio Emilia (20.138,44 euro) e le riminesi (con 20.060,99 euro). In cinque anni, il record della crescita del debito è invece di Napoli, con un aumento del 116,36%, che non si discosta molto da quello di Reggio Emilia e Piacenza (116,1%). In ogni caso sono moltissime le province che hanno in sostanza raddoppiato il loro indebitamento: in 20 hanno avuto una crescita superiore alla media e le poche province che si situano in coda alla classifica vedono comunque una crescita del 50% circa, con un minimo al 42,45%.
“Le città più indebitate” rileva Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre “sono quelle che registrano anche i livelli di reddito più elevati. Non è da escludere che tra questi ‘indebitatì vi siano anche delle famiglie appartenenti alle fasce sociali più deboli. Tuttavia, appare evidente che la forte esposizione in queste realtà, soprattutto a fronte di significativi investimenti nel settore immobiliare, ci deve preoccupare relativamente. Altra cosa è quando analizziamo la variazione di crescita registrata negli ultimi anni. Nei primi posti abbiamo molte città del Sud. Ciò sta a significare che questo aumento è probabilmente legato al perdurare della crisi economica che ha indotto molte famiglie a ricorrere a prestiti bancari per affrontare questa difficile situazione”.
Secondo l’analisi della Cgia in coda alla classifica dell’ammontare del debito da onorare nei confronti degli istituti di credito o degli istituti finanziari a fine 2007 sono le famiglie del Sud. Quelle residenti nella provincia di Isernia sono indebitate per 7.119,83 euro, a Reggio Calabria per 7.099,05 euro, a Benevento per 6.951,66 euro e, infine, a Vibo Valentia per 6.769,92 euro.
Ecco di seguito una tabella con l’ammontare medio dell’indebitamento 2007 delle prime dieci province e quella con le prime dieci variazioni percentuali tra il 2002 e il 2007.
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