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Tutti con Renato Brunetta, il nostro ministro della Pubblica amministrazione. Al suo fianco molti “suoi” dipendenti; non solo l’opinione pubblica. Che ha preso molto sul serio e a cuore la rivoluzione nella e della burocrazia messa in piedi in questi mesi dal professore di economia.
Per lui, parlano i numeri: nel mese di luglio, secondo il “giustiziere di corso Vittorio”, l’assenteismo è calato del 30 per cento, ha detto in un’intervista al Secolo XIX. Anche i più critici ammettono l’effetto Brunetta. La lotta agli sprechi arranca: Camera e Senato continuano ad elargirsi bilanci da favola. Le autonomie locali sono lì che si moltiplicano. Ma i 3,6 milioni di dipendenti pubblici tremano.
Brunetta ha sottolineato come il trend dell’assenteismo sia in flessione seguendo una curva aritmetica: 10% a maggio, 20 a giugno e, come detto, più del 30% a luglio. Non solo. Il ministro ha anticipato che, grazie ai risparmi che saranno effettuati con la nuova legge sul pubblico impiego, “i migliori dipendenti statali saranno premiati”. Inoltre, aggiunge Brunetta, “dal primo gennaio arriverà la class action, quella per il settore privato e quella per il settore pubblico; con il ministro ligure Claudio Scajola ci stiamo lavorando alacremente. Ho usato il bastone, è vero, ma ora mi sentirete parlare solo di carota. Una gran parte dei risparmi che saranno prodotti dalla riforma della pubblica amministrazione verrà utilizzata per premiare i più bravi”.
Per Brunetta, “una vasta parte dei dipendenti pubblici solidarizza” con le iniziative del dicastero. “C’è grande volontà di di riconquistare la dignità ed il valore del ruolo” spiega il ministro “c’è il desiderio di potere fare bene il proprio lavoro e di impedire che la sacca dei ‘fannulloni’ continui a rovinare l’immagine della categoria e produca inefficienze esiziali per il sistema. E vedo pure gente che si redime?”.
Il meno trenta per cento di assenteismo per Renato Brunetta però non basta: “Entro l’autunno varerò il disegno di legge per la riforma dei contratti pubblici che legandosi al federalismo fiscale consentirà un livello di trattativa locale a mio avviso fondamentale. E chiuderemo anche il contratto per tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici”. E il rapporto con i sindacati?
“Sono rimasti spiazzati, sbalorditi. Ho teso e tendo loro la mano, chiedo di lavorare insieme per costruire un Paese più efficiente e trasparente. Io”, dice Brunetta “non ce l’ho con i sindacati, ce l’ho con chiunque freni un’azione di riordino della pubblica amministrazione che non è una tendenza maniacale del signor Renato Brunetta, ma un’esigenza improcrastinabile. Victor Uckmar, uno degli amministrativisti migliori, ripete che senza questa riforma in Italia non si possono abbassare le tasse. Ha ragione e io vado oltre: senza questa riforma il Paese non cresce, non compete in Europa e nel mondo, può solo arretrare. E allora non farò sconti a nessuno, a cominciare dai politici”.
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Dice, il ministro Renato Brunetta, che si dimetterà se fra un anno la sua “rivoluzione” anti-fannulloni non sortirà risultati. Ma pronostica: “Tra un anno il tasso di assenteismo nella pubblica amministrazione sarà pari a quello del settore privato”. Brunetta lo dice da palco di “CortinaIncontra”, intervistato da Bruno Vespa.
Un Brunetta a tutto campo, quello ascoltato alla kermesse ampezzana, che ha menato fendenti su vizi e mali della pubblica amministrazione, pur ribadendo che i “furbi” sono 100-150 mila su un esercito di 3,5 milioni di pubblici dipendenti che invece lavorano sul serio. Ai critici che gli rimproverano un’operazione tutta “fumo”, il ministro replica deciso: “Ho fatto una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica che ha denunciato i certificati facili e l’assenteismo.
Dov’e il fumo? Ho fatto cose concrete, ho fatto anche l’arrosto’”. Il solo annuncio della “cura Brunetta” sembra infatti aver avuto un effetto non trascurabile: secondo un’indagine del ministero della Funzione Pubblica “nei mesi di maggio e giugno 2008, nel 74% delle 27 amministrazioni intervistate, il numero delle assenze per malattia è risultato in calo rispetto all’anno precedente” e “in ben sette amministrazioni le assenze si riducono di oltre il 15%, con punte che vanno oltre il 50%”. “L’assenteismo” ricorda Brunetta “nel pubblico è diminuito a giugno del 20% e fra qualche giorno avrò a disposizione i dati di luglio. Mi dicono che in Friuli Venezia Giulia, ad esempio, le visite fiscali sono aumentate del 30%. Bisogna che l’opinione pubblica mantenga un atteggiamento di stigmatizzazione verso questi fenomeni”. “Poi - avverte Brunetta - bisogna che le norme siano rafforzate, e che ci sia una fortissima premialità: bisogna cioé premiare i buoni e cacciare i fannulloni”. Certo il responsabile della Funzione pubblica deve ammettere che non tutti, al momento, lo stanno seguendo sull’operazione trasparenza, con la pubblicazione dei dati su costi, consulenze e giorni di malattia dei dipendenti: “Io ho pubblicato tutti i dati del mio ministero” rileva “e ho detto agli altri di fare altrettanto… Alcuni hanno risposto come un sol uomo, come il ministero degli Esteri. Altri invece no. Il ministero del Tesoro ad esempio non ha risposto”. Brunetta non dimentica i tempi politico-economici di maggior attualità.
Come la norma anti-precari inserita con un emendamento nella manovra. “Molto probabilmente - osserva - l’intera materia andrà rivista, e credo che il ministro Sacconi abbia la capacità e la sensibilità per farlo”. Sulle pensioni invece “é necessario riflettere serenamente. Bene ha fatto Sacconi a presentare un libro verde che apre un confronto”. Il tema pensioni “é all’ordine del giorno, ma - avvisa - non è un tema prioritario nell’agenda del Governo”.
Quindi il federalismo fiscale: “Se serve ad eliminare le sperequazioni bene - sottolinea Brunetta - ma se è un federalismo all’italiana, che raddoppia tutto, Dio ce ne scampi e liberi…”. Ma ciò che colpisce, anche nell’incontro cortinese, è la grande popolarità di cui gode in questa fase Brunetta. “Brunetta non sono solo io. È un nome collettivo” ha detto alla platea. “Brunetta siete voi, è la gente che non ne può più”.
Di fronte al palco di Cortina InConTra c’è una platea non proprio di impiegati e operai. E l’obvazione che il monsitro raccoglie non nasconde la dicharazione di guerra che gli sitatali hanno dichiarato contro la circolare del ministro della Funzione Pubblica: milioni di dipendenti pubblici sono pronti a ricorrere al Tar del Lazio lamentando l’illegittimità delle nuove norme messe a punto dal Governo contro le assenze dal lavoro. Gli impiegati definiti “fannulloni” si sono già organizzati nel “Comitato Fannulloni Operosi” (Co.F.O.) e stanno raccogliendo firme in tutto lo Stivale. A preparare il ricorso - secondo quanto apprende l’Agi - sarà, invece, l’avvocato Carlo Rienzi, presidente Codacons, il quale sostiene che prima dei semplici dipendenti devono essere messi sotto controllo i dirigenti e i vertici di enti e ministeri. Nel documento che arriverà dunque all’attenzione dei giudici amministrativi, si rileva come la circolare Brunetta presenti, innanzitutto, “forti dubbi” di legittimità costituzionale, violando la parità di trattamento, il sistema di tutela sociale e il principio di efficienza previsti dalla Costituzione. “Nessun requisito di necessità e urgenza” rileva Rienzi “poi, si rileva per giustificare l’introduzione di queste indicazioni nel decreto legge sulla manovra economica”.
L’aveva lui stesso chiamata rivoluzione, per i dipendenti pubblici. E ora se ne cominciano a vedere le forme.
Quella di Renato Brunetta inizia dalla malattia. La visita del medico fiscale, secondo la nuova circolare firmata dal ministro della Pubblica amministrazione, “È sempre obbligatoria anche nelle ipotesi di prognosi di un solo giorno, salvo particolari impedimenti del servizio del personale”. Parte così la stretta sulle assenze dei dipendenti pubblici che prevede anche la decurtazione dello stipendio per i primi 10 giorni di assenza, per malattia o permessi.
La circolare - che ha validità retroattiva perché si applica alle assenze “a decorrere” dal 26 giugno scorso - è stata indirizzata a tutte le pubbliche amministrazioni per fornire indicazioni sull’applicazione della nuova disciplina in materia di assenze dei pubblici dipendenti contenuta del decreto legge sulla manovra ed è stata inviata alla Corte dei conti per la registrazione. La visita fiscale, quindi, dovrà essere richiesta dalle amministrazioni “anche nel caso in cui l’assenza sia limitata ad un solo giorno” e il medico potrà bussare alla porta con meno limitazioni di orario. Si ampliano infatti le ore in cui potrà essere effettuata la visita: la norma, “innovando rispetto alle attuali previsioni negoziali” scrive Brunetta nella circolare “prevede un regime orario più ampio per la reperibilità al fine di agevolare i controlli”. Ma, oltre ai controlli, la stretta sulle assenze andrà a toccare anche il portafoglio. Ad ogni malattia, nei primi giorni di assenza, indipendentemente dalla durata, si applica la decurtazione della retribuzione, ovviamente non su tutte le voci dello stipendio. Potrà essere tagliata “ogni indennità o emolumento, aventi carattere fisso e continuativo” e ” ogni altro trattamento economico accessorio”. Ma non saranno toccati: il trattamento economico tabellare iniziale, la tredicesima, l’anzianità e gli eventuali assegni ad personam.
Queste tutte le norme previste dalla nuova circolare.
- Se ci si ammala per un giorno. La visita fiscale sarà obbligatoria anche per un periodo così breve ma con un regime orario più ampio per la reperibilità al fine di agevolare i controlli.
- Se la malattia prosegue. Nell’ipotesi di un solo giorno di malattia successivo ad un precedente e distinto “evento” di un solo giorno, occorrerà presentare un certificato rilasciato da struttura sanitaria pubblica.
- Cosa si prevede dopo 10 giorni. Nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare, l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante presentazione di certificazione medica rilasciata da struttura sanitaria pubblica. Il periodo superiore a dieci giorni si realizza sia nel caso di attestazione mediante un unico certificato dell’intera assenza sia nell’ipotesi in cui in occasione dell’evento originario sia stata indicata una prognosi successivamente protratta mediante altro certificato, sempre che l’assenza sia continuativa (”malattia protratta”).
- Il certificato. Le pubbliche amministrazioni non possono chiedere che sui certificati venga indicata la diagnosi, essendo sufficiente l’enunciazione della prognosi.
- Il medico dev’essere convenzionato con il Ssn. Il certificato per essere valido non potrà essere rilasciato da un medico libero professionista non convenzionato con il Servizio sanitario nazionale. Non solo, ma l’evidenza del rapporto con il Servizio sanitario nazionale - dovrà risultare dal certificato.
- Stipendio. Nei primi 10 giorni di assenza è corrisposto il trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità o emolumento aventi carattere fisso e continuativo, nonché di ogni altro trattamento economico accessorio. Vi sono però delle eccezioni, e riguardano i trattamenti più favorevoli eventualmente previsti per le assenze dovute ad infortuni sul lavoro o a causa di servizio, oppure a ricovero ospedaliero o a day ospital o a terapie salvavita.
Presentando la misura “anti-assenteismo”, Brunetta ha fatto il punto della situazione, parlando di dati confortanti: l’assenteismo nella pubblica amministrazione, specie per malattia, registra una diminuzione da fine maggio del 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ha detto il ministro annunciando che da settembre ci sarà un osservatorio sull’assenteismo che pubblicherà mensilmente dati su “questa nostra azione moralizzatrice”, ha detto Brunetta. Il calo del 20%, ha precisato, si registra “da quando è emersa l’opinione che ‘cambiare si può’, quindi con il decreto 112, le circolari e la cosiddetta operazione trasparenza”.
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Il FORUM dei lettori: “Le nuove regole per la malattia del Ministro Brunetta: sono giuste?”
La manovra triennale di correzione dei conti pubblici si attesterà sui 30-35 miliardi di euro. Lo ha detto il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta uscendo da un’audizione parlamentare nel corso della quale aveva affermato che “la manovra correttiva strutturale 2009-2011 sarà eccedente i 10 miliardi di euro per ciascun anno. Probabilmente si arriverà a 12 miliardi di euro l’anno per il triennio”. Il Ministro ha confermato che il “decreto correttivo” con la manovra di stabilizzazione di Tremonti e il collegato pacchetto di Ddl e deleghe, dovrebbe vedere la luce il 18 giugno. “Il decreto sarà di ‘antibiotici e vitamine” per correggere le dinamiche di finanza pubblica che sono in peggioramento. Il provvedimento presenterà i necessari tagli ma non saranno la cosa più rilevante. Ci saranno privatizzazioni e liberalizzazioni, come nelle public utilities, e una manovra fiscale e contributiva, come il superamento del divieto di cumulo fra lavoro e pensione. Poi ci saranno le misure, in positivo come i premi, per una maggiore efficienza della Pubblica amministrazione”.
Quanto agli interventi nel settore pubblico, Brunetta ha ribadito che all’origine del problema c’è la mancanza di mercato. “Si è cercato in tanti modi di portare dentro le regole del mercato” ma i problemi permangono, soprattutto perché “manca il datore di lavoro, o meglio c’è ma è anomalo, è storicamente assenteista o fannullone”. Secondo il sottosegretario “se un privato avesse la stessa attitudine, la sua azienda fallirebbe in una settimana”. Il settore pubblico soffre poi perché ha regole “spesso non finalizzate alla produzione ottimale di beni pubblici ma di autoreferenziali, di connivenza fra datori di lavoro e lavoratori. Sarebbe come se nel settore privato tutto il tempo del datore di lavoro e dei lavoratori si buttasse non per produrre bulloni ma per produrre regole per produrre bulloni”. Il risultato e’ un Ministro “travolto per il 90% del suo tempo da discussioni sindacali non per produrre meglio ma per produrre regole spesso anacronistiche, autoreferenziali, astratte”. Poiché, però, ha proseguito Brunetta, “non penso i dipendenti pubblici siano antropologicamente né diversi né peggiori, tutt’altro, servono regole per il datore lavoro e sanzioni per i datori lavoro. Poi bisogna misurare la soddisfazione dei clienti finali, cioè dei cittadini”. “Sono Napoleone, sono matto? Può essere”, ha aggiunto il sottosegretario, sottolineando comunque che entro un paio di settimane il Parlamento avrà testi di leggi su cui discutere.
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Ieri la Cgil ha abbandonato il tavolo dellla riforma sulla P.A, dopo un quarto d’ora. Oggi il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, rincara la dose. Nel mirino sempre lo stesso ministro: Renato Brunetta. Dal palco della conferenza di organizzazione del sindacato di Corso d’Italia, Epifani ha invitato il ministro della Funzione pubblica a convocare subito un tavolo sulle parti normative dei contratti del settore pubblico.”Siamo un sindacato che non si chiude, ma che si propone, accettando i rischi, di riconquistare un modello valido per tutti, che vuole contrattare di più e che, per quanto riguarda se stesso, si rende più trasparente nella rappresentatività e più democratico”.
Ma ne ha anche per l’esecutivo nel suo insieme il segretario: “Vale” ha sottolineato Epifani “quello che ho detto durante il primo incontro a palazzo Chigi: Patti chiari, amicizia lunga”. Secondo Epifani occorre costruire “obiettivi possibili perché solo così il Paese può uscire dai suoi problemi e recuperare il terreno perso in questi anni: questo” ha puntualizzato “è il suggerimento e l’invito che si può rivolgere al Governo, insieme con l’augurio che, se si vorrà dialogare davvero con il sindacato si abbia volontà e capacità di ascolto, perché in caso contrario il dialogo non può funzionare e prima o poi finirà”.
La Cgil torna anche a rilanciare anche la piattaforma unitaria su fisco e redditi chiedendo al governo “di ridurre il prelievo fiscale sul lavoro dipendente e sulle pensioni e riprendere la lotta contro l’aumento dei prezzi”. Epifani ha inoltre esposto la situazione dei redditi e della perdita del potere d’acquisto, sottolinenado la necessità di “imporre interventi fiscali marcatamente redistributivi dell’ordine di 5-6 miliardi, attraverso il fisco, con un rafforzamento e una rimodulazione delle detrazioni a favore del lavoro dipendente e delle pensioni”. Tale misura, ha aggiunto il numero uno della Cgil, “può consentire un rafforzamento delle retribuzioni dell’ordine di 400 euro”.
Intanto il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, dopo aver dichiarato al Corriere della Sera il “rischio per Guglielmo di farsi male”, si dice “convinto” che la Cgil tornerà al tavolo sugli statali: “Sono convinto” ha detto Bonanni a margine della conferenza organizzativa del sindacato di Corso Italia “che loro torneranno sui loro passi” e “prevarrà la responsabilità”.
Il programma di Brunetta è stato invece giudicato positivamente da Confindustria, che ora attende si passi dalle parole ai fatti. Nelle intenzioni del ministro c’è la volontà di chiudere entro la fine dell’anno la riforma, incentrata sulla caccia ai fannulloni e agli assenteisti, sull’equiparazione del datore di lavoro pubblico all’imprenditore. Una valutazione positiva al progetto di riforma della Pa è giunta dal direttore generale di viale dell’Astronomia, Maurizio Beretta, presente all’incontro. A suo parere, “ora la sfida che abbiamo davanti è quella di passare dalle parole ai fatti: le premesse ci sono e ci sarà l’appoggio del sistema delle imprese”.
Sono bastati appena 15 minuti alla Cgil per decidere di abbandonare il tavolo sulla riforma della pubblica amministrazione avviato, a Palazzo Vidoni, dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta con i sindacati. A spiegare il perché è il coordinatore dei settori pubblici Michele Gentile ha denunciato in apertura del tavolo “un grave errore di metodo perché si è deciso di far partecipare un solo rappresentante per sigla escludendo coloro che poi devono gestire il piano industriale. Così il dibattito parte nelle peggiori condizioni”. Gentile ha inoltre riferito che Brunetta ha cominciato il confronto “proiettando delle slide e chiedendo entro 48 ore un ragionamento di merito da parte nostra: anche questo non va bene”. Sul testo del disegno di legge delega circolato ieri Gentile ha dichiarato che “se rappresentasse la volontà del Governo, sarebbe sbagliato. Oggi non è stato presentato quel testo ma un piano su cui discuteremo che poggia su un decreto legge, un disegno di legge e una delega”.
Il “piano industriale” per rilanciare e rendere efficiente il pubblico impiego, che il ministro Brunetta ha messo in campo contiene una carrellata di misure, dalla legge delega anti-fannulloni, al licenziamento dei dipendenti inefficienti, in primis i medici che rilasciano i certificati falsi. A dire il vero, l’esordio del ministro è stato strong: “La pubblica amministrazione è una palla al piede”, ha ribadito, tornando a sottolineare le inefficienze dell’apparato statale. A chi gli chiede se stia per aprirsi un confronto difficile, Brunetta ha risposto: “Perché difficile? È un bellissimo confronto con tutte le parti sociali e le associazioni dei consumatori. Oggi illustreremo il piano industriale, anche il nome è significativo, per far convergere le pubbliche amministrazioni con il settore privato che è più efficiente”. Quanto alla possibilità che il piano sia condiviso da tutte le parti sociali, il ministro glissa: “Sta con me il 95% degli italiani”.
Sul tavolo ci saranno anche misure mirate a rendere più tecnologica la pubblica amministrazione, dalla digitalizzazione degli uffici, all’eliminazione degli enti inutili. L’operazione trasparenza non risparmierà la “privacy” degli statali con stipendi online dei dirigenti. Le proteste sono già in agguato e si sommano anche a quelle per l’esclusione degli Statali dalle misure del governo sulla detassazione degli straordinari.
A rendere meno fluido il confronto ci sono tuttavia anche le tesi sostenute dal segretario della Uil Luigi Angeletti, per il quale se l’amministrazione è inefficiente, è perché così la vuole la classe politica. “Ora ci sono i nuovi colpevoli e sono i lavoratori del pubblico impiego”, dice Angeletti. “Ho sentito Renato Brunetta in un talk show dire che il vero problema del pubblico impiego è che non esiste imprenditorialità. La verità è che il patrimonio di laureati e di professionalità nel pubblico è superiore al privato, ma non hanno nessuna intenzione di utilizzarlo”, aggiunge. “Io non so” continua il suo ragionamento “quanti protocolli sull’aumento della produttività sono stati firmati e sono stati disattesi. Ci si dovrebbe chiedere perché. Pensate davvero che Cgil Cisl e Uil si sono frapposti? Noi come sindacati abbiamo interesse vitale, morale affinché nella pubblica amministrazione ci sia un aumento della produttività. Perché in un sistema inefficace c’è clientelismo e un uso di potere senza regole, dove non è riconosciuto il merito”.

Gli statali - parola di Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl, sono “incazzati” con il governo e “stavolta lo sciopero lo fanno davvero“. La Finanziaria infatti si è dimenticata di stanziare i soldi necessari al loro contratto per il biennio 2008-2009; o meglio prevede solo 741 milioni, quanto basta per la vacanza contrattuale. Il resto dello stanziamento, 1.8 milioni, copre il 2006-2007.
È il consueto groviglio di promesse fatte e non mantenute, di promesse solenni di migliorare l’amministrazione pubblica finite rapidamente nel cestino. L’accordo è stato firmato a maggio 2007: prevede un aumento medio di 101 euro per tutti e decorrere dal 2007, più gli arretrati del 2006. Non solo: i sindacati contestano il taglio degli straordinari (-10% rispetto all’anno precedente, indennità non riconosciuta ai precari), e il dilagare di contratti a tempo determinato, insomma il ricorso massiccio al precariato da parte dello Stato.
La vertenza, che il 26 ottobre dovrebbe produrre uno sciopero di otto ore e portare in piazza alcune centinaia di migliaia di “incazzati”, fa da pendant a quella dei metalmeccanici. Questi ultimi lamentano da sempre, e con ragione, di essere trattati peggio degli statali: in effetti la dinamica delle loro retribuzioni è inferiore al settore pubblico, e ancora di più soffrono per la perdita di potere d’acquisto. Ma mentre nelle fabbriche si fischiano i sindacalisti, qui sono i sindacalisti a fischiare il governo. Ed è singolare che un esecutivo che ha messo la lotta al precariato tra le priorità, poi usi abbondantemente i precari.

Che significa tutto ciò? Per molti anni la politica e i governi hanno coccolato gli statali considerandoli una fetta strategica di elettorato. Non solo: ogni proposta di introdurre criteri di meritocrazia o di controllo sui luoghi di lavoro è andata a infrangersi contro il tabù dell’egualitarismo. In questo i governi hanno sempre trovato una sponda nel sindacato, che ha ormai tra gli statali il loro secondo bacino di iscritti dopo i pensionati - come nel caso della Cgil - o addirittura prima.
Ora il centrosinistra non appare più in grado di mantenere le sue promesse: eppure tra i dipendenti pubblici si annida gran parte del voto del 2006. Non solo: il governo non è riuscito a far passare quelle forme di risparmio legate alla meritocrazia tante volte evocate da Tommaso Padoa-Schioppa o dagli economisti di sinistra. Ricordate la polemica sui fannulloni? Bene, non solo non si colpisce chi non fa il proprio lavoro, ma si puniscono tutti non onorando un contratto sottoscritto. Risultato: le colpe del governo diventano un alibi per il settore pubblico, fannulloni in testa, a mantenere le proprie inefficienze. Ne risentiranno, oltre ai lavoratori, i cittadini alle prese con qualche ufficio ministeriale.
Restano 20 giorni di tempo per far saltare fuori i miliardi mancanti: il centrosinistra non può rischiare di perdere una fetta così consistente dei propri elettori. Forse i soldi si troveranno. Ma la confusione e le ripicche reciproche, sotto il cielo del governo, sono ormai arrivate a un punto tale da degenerare nell’autolesionismo. Una Finanziaria leggera e redistributiva, come si ostina a definirla Romano Prodi, diventa ogni giorno di più un percorso di guerra.
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