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Sulla crisi hanno ragione i tedeschi. Ma ora il tempo stringe

Il premier francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel (Credits: LaPresse)

Il premier francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel (Credits: LaPresse)

di Oscar Giannino

Rubrica scritta in giorni difficili, dopo il Libro Bianco della Commissione europea che – ne ignoriamo il testo, lo abbiamo solo appreso da «spifferate» a giornali britannici e tedeschi, naturalmente – tenta un’impervia ripresa di autorevolezza e credibilità sul punto più delicato da quando esiste l’euro: cioè le misure straordinarie da assumere prima che il rapidissimo deterioramento di fiducia verso l’euroarea sfoci in una crisi epocale. Tentativo impervio per il semplice fatto che la Commissione Barroso conta pochissimo in questi anni di leadership germanica, travestita da finzione di coleadership franco-tedesca. Continua

Crisi in Europa, ultimi accordi prima del G20 di Cannes

(Credits: ANSA)

(Credits: ANSA)

Concitazione, attesa, un sospiro di sollievo quando le Borse europee hanno chiuso in positivo. È stata una giornata molto tesa, quella che si è  conclusa oggi sui mercati. E nessuno abbassa la guardia. Nonostante il  +2,31% di Milano e il +2,25% di Francoforte, i nervi restano tesi.

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Questa crisi non è figlia del libero mercato


Alain Greenspan, ex Governatore della Federal Reserve (Credits: AP Photo/J. Scott Applewhite)

Alain Greenspan, ex Governatore della Federal Reserve (Credits: AP Photo/J. Scott Applewhite)

di Oscar Giannino

La novità per me poco rassicurante è che mi trovo d’accordo per la prima volta da anni con un editoriale di Paul Krugman pubblicato sul New York Times. Deride pesantemente e insieme amaramente i leader europei in quanto tali, alle prese da due anni invano con l’altra faccia dell’eccesso di consumo privato finanziato a debito e cioè l’eccesso di consumo pubblico finanziato a debito: questi sono i due volti di Giano della crisi mondiale da quattro anni a questa parte ed entrambi sono figli dell’eccesso di liquidità monetaria e dei bassi tassi praticati da Alan Greenspan per anni alla guida della Federal Reserve. Continua

Il G20 tranquillizza le Borse: interverremo sui fondi salva-Stati

(Credits: Ap Photo/Thibault Camus)

(Credits: Ap Photo/Thibault Camus)

Una “risposta forte e coordinata per affrontare le nuove sfide dell’economia mondiale”. E’ questo l’impegno dei rappresentanti del G20, che in tutta fretta hanno diffuso un comunicato stampa subito dopo la cena a margine della riunione del Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

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La recessione è inevitabile?

Borsa di Milano (DANIEL DAL ZENNARO/ANSA /KLD)

Borsa di Milano (DANIEL DAL ZENNARO/ANSA /KLD)

Dopo il secondo giorno da incubo nel giro di un mese per le borse mondiali (298 miliardi bruciati in Europa, di cui 20 a Milano), torna lo spettro di una nuova recessione negli Usa, che secondo Dani Rodrik, professore di Economia ad Harvard intervistato stamane su La Stampa, “a questo punto è inevitabile”. Continua

Una pioggia di cifre negative. E l’Italia si scopre con “le stime alla gola”

Salvadanaio

Un bombardamento. Di stime e percentuali: tutte al ribasso. Stiamo parlando delle previsioni per l’economia italiana nel 2009. La Banca d’Italia ha rivisto le sue: meno 2,6%, rispetto al meno 2 calcolato a gennaio. Appena più ottimista la Confindustria: meno 2,5% a fine anno. Quanto al governo, il suo è un sorriso a denti stretti: nella nota di aggiornamento pubblicata a febbraio ha indicato un meno 2 per il 2009 ed un più o,3% per il 2010. Mentre il minsitro Tremonti proprio oggi certifica che il “2009 sarà più difficile dell’anno scorso, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”.
Due giorni fa l’Istat aveva rivisto al ribasso il consuntivo 2008 (non siamo quindi parlando di stime): l’anno si è chiuso con un Pil a meno 1% ed un quarto trimestre in calo dell’1,8 rispetto al trimestre precedente. Ed è questo dato negativo con conseguente trascinamento sul 2009, sommato alla fase acuta della crisi, ad aver convinto gli economisti di via Nazionale a rivedere all’ingiù le previsioni per tutto l’anno.
Naturalmente l’Italia non è sola in questa sorta di gioco al massacro delle cifre. Nel weekend ha destato raccapriccio il dato del quarto trimestre degli Usa: Pil a meno 6,2%, rispetto ad una stima preliminare di meno 3,8. Il più brusco ribasso dell’economia americana registrato dal 1982. L’America era da poco uscita dal deficitario quadriennio di Jimmy Carter, alla Casa Bianca c’era da un anno Ronald Reagan ma il famoso edonismo reaganiano, l’ondata di benessere e di follie di Wall Street, era ancora di là da venire. La crisi, allora, durò ventisei mesi, dal luglio 1981 al settembre 1983: poi gli States ripresero a galoppare (e Reagan fu rieletto). Se corsi e ricorsi hanno un senso, c’è speranza pure per noi di uscirne anche stavolta.
Ma perché questa grandinata di cifre, tutte negative? “In una situazione fortemente condizionata da un contesto globale, fare previsioni è difficile per chiunque” afferma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. “L’importante è mantenere sotto controllo la finanza pubblica”. Tradotto: ci andrà bene se il deficit non sfonderà di molto il 3% del Pil, e soprattutto se i titoli di Stato continueranno ad essere collocati presso i risparmiatori. Questa è infatti la vera scommessa del governo e del Tesoro.
Anche su questo fronte l’Italia è in numerosa compagnia. La Francia ha proprio oggi rivisto le stime sul proprio deficit a fine 2009: meno 5,6%, un record, fuori da ogni parametro di Bruxelles. Quanto agli Usa, il deficit federale salirà nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il 12,3% del Pil: il tetto massimo ragiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. I dati sul Pil e quelli sul deficit (e sul debito) sono come un cane che si morde la coda. Poiché il Pil fa da numeratore al deficit, più si riduce il primo più aumenta in proporzione il secondo. Per l’Italia, come abbiamo detto, ciò significa un rischio paese sul fronte dei titoli pubblici: finora gli investitori, nazionali e non, hanno continuato a comprarli, anche in mancanza di alternative. Ma domani? I fondi sovrani arabi, gonfi di liquidità e abbastanza al riparo dalla crisi, stanno a guardare, e questa potrebbe essere una via di salvezza. Basta del resto pensare che già oggi il 30% del debito americano è in mano a fondi cinesi.
Ma il calo del Pil riflette anche e soprattutto la crisi dell’economia reale, cioè aziende e posti di lavoro. Da questo punto di vista l’Isae, un altro istituto indipendente di grande prestigio, può indurre ad un timido ottimismo. Esattamente una settimana fa aveva anticipato Bankitalia, prevedendo un Pil 2009 a meno 2,6%. Ma ipotizzando una ripresa dello 0,4% nel 2010. Per quanto debole, il segno che il picco massimo della crisi lo stiamo vivendo esattamente in questi mesi.
Ma c’è da fidarsi? E perché questi continui ritocchi nelle previsioni? La realtà è che tutti gli istituti, comprese le banche centrali, sono abituati a ragionare su situazioni di normalità. Oscillazioni di decimi di punto, non di due o tre punti, o addirittura di dodici come negli Stati Uniti. Lo dimostra anche il numero di summit mondiali dedicati alla crisi: dieci negli ultimi sei mesi; e senza particolari risultati. Così come privi di grandi riscontri restano per ora i provvedimenti annunciati da Barack Obama per salvare banche, industria dell’auto e contemporaneamente per risanare il bilancio federale.
Tutto inutile, dunque? Siamo senza paracadute? “La realtà è che ci troviamo come all’inizio della seconda guerra mondiale, “scrutiamo l’orizzonte con i binocoli in mezzo alla nebbia” ha ammesso un paio di giorni fa Ben Bernanke, presidente della Fed, la banca centrale Usa. “Tuttavia poi fu inventato il radar”.
In attesa di munirci di qualcosa di simile, resta da consolarsi con le poche buone notizie di queste ore. In Europa la flessione degli acquisti è aumentata sì, ma un po’ meno del previsto: purtroppo per noi il secondo dato peggiore, dopo la Spagna, è proprio dell’Italia; mentre sembra reggere la Germania. E la Bce si accinge a tagliare di nuovo il tasso di sconto: dal 2 all’1,5%.

Usa, azzerato il costo del denaro: tagliato allo 0-0,25%

euro sfonda quota 1,43 dollari e fa tremare le aziende

Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.

L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.

La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.

Il VIDEO servizio:


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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