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Una pioggia di cifre negative. E l’Italia si scopre con “le stime alla gola”

Salvadanaio

Un bombardamento. Di stime e percentuali: tutte al ribasso. Stiamo parlando delle previsioni per l’economia italiana nel 2009. La Banca d’Italia ha rivisto le sue: meno 2,6%, rispetto al meno 2 calcolato a gennaio. Appena più ottimista la Confindustria: meno 2,5% a fine anno. Quanto al governo, il suo è un sorriso a denti stretti: nella nota di aggiornamento pubblicata a febbraio ha indicato un meno 2 per il 2009 ed un più o,3% per il 2010. Mentre il minsitro Tremonti proprio oggi certifica che il “2009 sarà più difficile dell’anno scorso, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”.
Due giorni fa l’Istat aveva rivisto al ribasso il consuntivo 2008 (non siamo quindi parlando di stime): l’anno si è chiuso con un Pil a meno 1% ed un quarto trimestre in calo dell’1,8 rispetto al trimestre precedente. Ed è questo dato negativo con conseguente trascinamento sul 2009, sommato alla fase acuta della crisi, ad aver convinto gli economisti di via Nazionale a rivedere all’ingiù le previsioni per tutto l’anno.
Naturalmente l’Italia non è sola in questa sorta di gioco al massacro delle cifre. Nel weekend ha destato raccapriccio il dato del quarto trimestre degli Usa: Pil a meno 6,2%, rispetto ad una stima preliminare di meno 3,8. Il più brusco ribasso dell’economia americana registrato dal 1982. L’America era da poco uscita dal deficitario quadriennio di Jimmy Carter, alla Casa Bianca c’era da un anno Ronald Reagan ma il famoso edonismo reaganiano, l’ondata di benessere e di follie di Wall Street, era ancora di là da venire. La crisi, allora, durò ventisei mesi, dal luglio 1981 al settembre 1983: poi gli States ripresero a galoppare (e Reagan fu rieletto). Se corsi e ricorsi hanno un senso, c’è speranza pure per noi di uscirne anche stavolta.
Ma perché questa grandinata di cifre, tutte negative? “In una situazione fortemente condizionata da un contesto globale, fare previsioni è difficile per chiunque” afferma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. “L’importante è mantenere sotto controllo la finanza pubblica”. Tradotto: ci andrà bene se il deficit non sfonderà di molto il 3% del Pil, e soprattutto se i titoli di Stato continueranno ad essere collocati presso i risparmiatori. Questa è infatti la vera scommessa del governo e del Tesoro.
Anche su questo fronte l’Italia è in numerosa compagnia. La Francia ha proprio oggi rivisto le stime sul proprio deficit a fine 2009: meno 5,6%, un record, fuori da ogni parametro di Bruxelles. Quanto agli Usa, il deficit federale salirà nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il 12,3% del Pil: il tetto massimo ragiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. I dati sul Pil e quelli sul deficit (e sul debito) sono come un cane che si morde la coda. Poiché il Pil fa da numeratore al deficit, più si riduce il primo più aumenta in proporzione il secondo. Per l’Italia, come abbiamo detto, ciò significa un rischio paese sul fronte dei titoli pubblici: finora gli investitori, nazionali e non, hanno continuato a comprarli, anche in mancanza di alternative. Ma domani? I fondi sovrani arabi, gonfi di liquidità e abbastanza al riparo dalla crisi, stanno a guardare, e questa potrebbe essere una via di salvezza. Basta del resto pensare che già oggi il 30% del debito americano è in mano a fondi cinesi.
Ma il calo del Pil riflette anche e soprattutto la crisi dell’economia reale, cioè aziende e posti di lavoro. Da questo punto di vista l’Isae, un altro istituto indipendente di grande prestigio, può indurre ad un timido ottimismo. Esattamente una settimana fa aveva anticipato Bankitalia, prevedendo un Pil 2009 a meno 2,6%. Ma ipotizzando una ripresa dello 0,4% nel 2010. Per quanto debole, il segno che il picco massimo della crisi lo stiamo vivendo esattamente in questi mesi.
Ma c’è da fidarsi? E perché questi continui ritocchi nelle previsioni? La realtà è che tutti gli istituti, comprese le banche centrali, sono abituati a ragionare su situazioni di normalità. Oscillazioni di decimi di punto, non di due o tre punti, o addirittura di dodici come negli Stati Uniti. Lo dimostra anche il numero di summit mondiali dedicati alla crisi: dieci negli ultimi sei mesi; e senza particolari risultati. Così come privi di grandi riscontri restano per ora i provvedimenti annunciati da Barack Obama per salvare banche, industria dell’auto e contemporaneamente per risanare il bilancio federale.
Tutto inutile, dunque? Siamo senza paracadute? “La realtà è che ci troviamo come all’inizio della seconda guerra mondiale, “scrutiamo l’orizzonte con i binocoli in mezzo alla nebbia” ha ammesso un paio di giorni fa Ben Bernanke, presidente della Fed, la banca centrale Usa. “Tuttavia poi fu inventato il radar”.
In attesa di munirci di qualcosa di simile, resta da consolarsi con le poche buone notizie di queste ore. In Europa la flessione degli acquisti è aumentata sì, ma un po’ meno del previsto: purtroppo per noi il secondo dato peggiore, dopo la Spagna, è proprio dell’Italia; mentre sembra reggere la Germania. E la Bce si accinge a tagliare di nuovo il tasso di sconto: dal 2 all’1,5%.

Usa, azzerato il costo del denaro: tagliato allo 0-0,25%

euro sfonda quota 1,43 dollari e fa tremare le aziende

Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.

L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.

La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.

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Wall street in rialzo: è l’effetto Geithner. Giornata nera per le borse europee

 Jean-Claude Trichet alla guida della Banca centrale europea

La Fed riduce i tassi all’1%. E i listini schizzano

Wall Street
La sede storica della borsa di Wall Street

Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro.

Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi.

L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento.
A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.

La Fed salva Aig con un prestito da 85 miliardi di dollari

La sede della banca centrale americana, la Fed

La sede della Federal Reserve,la banca centrale americana

Con una mossa senza precedenti la Fed evita in extremis il fallimento di Aig, accordandole un finanziamento da 85 miliardi di dollari. Il piano si salvataggio, orchestrato una volta da banca centrale Tesoro e appoggiato dal presidente George W.Busgh, prevede inoltre che il colosso assicurativo passi sotto il controllo del Governo: una decisione storica visto che, a differenza di Fannie Mae e Freddie Mac, Aig non è regolata dal governo federale.

Dopo aver deluso Wall Street non tagliando il costo del denaro, la Fed cerca così di tranquillizzare il mercato, ancora scosso dal fallimento di Lehman Brothers. Il crac di Aig avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sui mercati americani e mondiali, già sotto stress: mastodonte con un bilancio da 1.040 miliardi di dollari, il colosso assicurativo se fosse fallito avrebbe rischiato di innescare un effetto domino, spingendo al collasso una serie di intermediari finanziari e causando perdite - secondo le prime approssimative stime - per oltre 180 miliardi di dollari solo alle istituzioni finanziarie.
Per la seconda volta dai tempi della Grande Depressione, la Fed si è avvalsa della speciale autorità conferitale della statuto, che le consente in circostanze estreme di concedere prestiti a ogni società non in grado di assicurarsi un’adeguato finanziamento da parte di altre banche. Il prestito straordinario, che giunge al termine di dieci giorni che hanno ridisegnato la finanza americana, punta ad “assistere Aig a far fronte gli impegni presi. Il finanziamento faciliterà il processo nel corso del quale Aig cederà alcune delle proprie attività in modo ordinato”, spiega la Fed, sottolineando che al Governo va il 79,9% della società, compreso il diritto di veto sul pagamento dei dividendi. Il prestito ha una scadenza di 24 mesi e sarà ripagato con la vendita degli asset Aig.

Plaude il presidente Bush all’operazione della Fed, che punta a “promuovere la stabilità nei mercati finanziari e limitare i danni all’economia in senso lato”. Soddisfatto anche Paulson, il segretario del Tesoro, che mette in evidenza come il prestito preveda “misure a tutela dei consumatori”. Un’affermazione, questa, che sembra mirata a prevenire possibili critiche da più parti: il Tesoro, così come la Fed, è stata già oggetto di critiche per l’eccessivo interventismo in soccorso di Wall Street. Lasciando fallire Lehman Brothers, il maggiore crac della storia, Bernanke e Paulson hanno cercato di dimostrare di non essere disposti a salvare tutti e di non usare usare i soldi dei contribuenti per aiutare Wall Street. Ma di fronte ai possibili effetti del fallimento di Aig, non se la sono sentita di stare a guardare. Questo non li esimerà probabilmente da critiche, soprattutto quelle riguardanti l’avallare la filosofia del ‘moral hazard’ che con Lehman sembrava destinata sulla via del tramonto, dopo il salvataggio di Bear Stearns prima (costato ai contribuenti più di 20 miliardi di dollari) e quello di Fannie Mae e Freddie Mac poi (il costo per tasche dei consumatori sarà superiore, secondo le stime, ai 100 miliardi).

Subito le reazioni del mondo politico ed economico italiano. “Il fallimento di Lehman Brothers rappresenta un mondo che è finito con la globalizzazione finanziata dal debito” ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti al Tg1 aggiungendo che adesso “occorre fare nuove regole” e le regole devono farle “i governi e le autorità” vietando i paradisi fiscali e i bilanci falsi delle aziende”.
Per il governatore di Bankitalia Mario Draghi “quella in atto è una delle crisi finanziarie più dure e complesse dei nostri tempi”. “Le sfide” ha aggiunto “saranno sostanziali: restaurare la stabilità dei prezzi per sostenere la crescita e garantire che i necessari aggiustamenti nei bilanci bancari e in quelli delle famiglie, oltre che la correzione degli squilibri mondiali, avvengano in modo ordinato”. Secondo Draghi ciò richiederà “un’azione sul fronte monetario, su quello fiscale e su quello normativo”, oltre che un’azione decisiva sul fronte privato. Per affrontare le crisi finanziarie serve “una più forte cooperazione e la condivisione delle informazioni tra le autorità sia nazionali sia transfrontaliere” ha aggiunto il governatore sottolineando inoltre come sia necessaria “una maggiore trasparenza e un miglioramento dei processi informativi da parte del settore privato per permettere di valutare pienamente le condizioni del sistema finanziario e per formulare una politica economica appropriata”.

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Dollaro a picco, la Fed si prepara a tagliare i tassi

Euro ancora in volo nei primi scambi della mattinata sui mercati valutari europei, dopo la decisione di ieri della Fed di tagliare i tassi
La Federal Reserve si prepara a dare una sforbiciata ai tassi d’interesse: l’inflazione, la crisi del mercato delle case, le incertezze sul fronte dell’occupazione e i timori sulla tenuta del credito sono i rischi che più minacciano la crescita degli Stati Uniti e, per evitare il peggio, il presidente della Fed Ben Bernanke dice che l’istituzione da lui guidata “agirà in modo tempestivo sulla base delle necessita” per salvaguardare l’economia. E che “è importante riconoscere il fatto che i rischi al ribasso dell’economia restano”. Valutazioni che rilanciano l’ipotesi che il 18 marzo, in occasione della prossima riunione del board monetario, il Fomc, l’istituto centrale Usa possa allentare di nuovo la stretta sui tassi. Almeno in base alle attese dei mercati che credono a Fed Funds in calo dello 0,5%, al 2,5%, in linea con lo scenario che coinciderebbe in sostanza con l’azzeramento del costo del denaro in rapporto all’andamento dell’inflazione cosiddetta ‘core’, quella depurata da cibo e petrolio. E oggi l’euro è arrivato ai massimi assoluti sul dollaro, fino a 1,5130.

In più, nel corso della sua attesa testimonianza semestrale alla commissione Servizi finanziari della Camera, il numero uno della Fed mette in chiaro che il 2008 per l’economia Usa si è aperto all’insegna di sostanziale stallo, con la “possibilità che mercato immobiliare o mercato del lavoro si deteriorino più di quanto non sia adesso possibile prevedere e che le condizioni del credito possano irrigidirsi ancora di più”. Le compravendite di case nuove, a gennaio, segnano un calo del 2,8%%, al tasso annuo di 588.000 unità, contro attese medie degli analisti di contrazione dello 0,7%, a 600.000 unità. “Il settore immobiliare si avvicina al suo minimo”: dovrebbe pesare sull’economia “nei prossimi trimestri”, dice Bernanke, insieme al comparto non residenziale che, se lo scorso hanno ha tenuto le posizioni, dovrebbe segnare ora ”una brusca frenata”. La spesa dei consumatori ‘’sembra avere un rallentamento significativo” e i mercati finanziari rimangono sotto ‘’stress notevole”. Nelle sue previsioni economiche trimestrali diffuse la scorsa settimana, la Fed ha ribassato le stime di crescita del 2008 di 0,5 punti percentuali, alla forchetta di 1,3-2%, ben al di sotto di quanto atteso nel mese di luglio.
“Quotazioni al rialzo del greggio aumentano la spesa della bolletta energetica e surriscaldano l’inflazione”, anche se sottolinea di non prevede nel 2008 “livelli di crescita come quelli registrati nel 2007″. Il petrolio, conclude Bernanke rispondendo a una domanda, si manterrà su “livelli più moderati” rispetto agli oltre 102 dollari segnati oggi.

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Paura per l’economia Usa, la Fed taglia mezzo punto

La sede della Federal Reserve,la banca centrale americana
L’economia americana accusa una brusca frenata e vede sempre più nitido all’orizzonte lo spettro della recessione. E la Federal Reserve ha tagliato di mezzo punto percentuale il tasso di riferimento degli Stati Uniti, quello sui Fed Fund, portandolo al 3%: ora il divario fra il costo del denaro negli Usa e quello in Eurolandia è salito a un punto. In parallelo la Banca centrale americana ha ridotto il tasso di sconto di 50 punti base portandolo al 3,50%. “L’azione politica di oggi, combinata con quelle prese in precedenza, dovrebbe aiutare a promuovere una crescita moderata nel tempo e a mitigare i rischi per l’attività economica”, si legge nel comunicato diffuso dal Federal Open Market Committee.

Tagliando a sorpresa il tasso sui Fed Funds di 75 centesimi lo scorso martedì, la Federal Reserve aveva segnalato ulteriori significativi rischi per la crescita, spingendo i mercati a scommettere su un nuovo allentamento di mezzo punto percentuale. “I mercati finanziari permangono sotto considerevole stress e il credito si è ulteriormente ristretto per alcune aziende e famiglie”, è scritto ancora nella nota. Il rallentamento economico rende necessario approvare velocemente il pacchetto di misure di stimolo fiscale da 150 miliardi di dollari varato dalla Casa Bianca: il segretario al Tesoro statunitense, Henry Paulson, ha spiegato detto che sarebbe molto favorevole a “una rapida approvazione da parte del Senato”.

La Fed sta cercando di evitare una situazione critica: negli Stati Uniti una larga fetta dei mutui a tasso variabile rimoduleranno le rate nel primo semestre dell’anno per adeguarle al nuovo livello dei tassi. L’istituto agisce così per dare un aiuto concreto alle famiglie e ai mutuatari che rischiano di perdere le proprie case. Prospettiva confermata del resto anche dai future sui Fed Funds, che scontano un nuovo taglio di 25 punti base in marzo e un ulteriore abbassamento dei tassi entro giugno al 2,25%, livello che dovrebbero mantenere fino alla fine dell’anno.
La frenata dell’economia Usa, infatti, si deve essenzialmente alla recessione immobiliare e al raffreddamento dei consumi, componente che vale da sola i due terzi della crescita. Nell’ultima parte del 2007, le costruzioni residenziali sono crollate del 24%, il calo più forte da 26 anni, sfilando l’1,2% in termini di prodotto interno lordo. Sull’economia ha pesato pure la contrazione delle scorte che riflette il timore crescente delle aziende per una gelata dei consumi. In particolare, nel quarto trimestre i consumi privati, hanno evidenziato un rallentamento (+2%) rispetto al terzo trimestre (+2,8%). Per tutto il 2007 l’aumento e’ stato di appena il 2,9%, il più basso degli ultimi quattro anni.

Oro, la corsa continua: oltre quota 910 all’oncia

Oro, toccato nuovo record: oltre 910 dollari l'oncia | Ansa
L’oro ha toccato quota 914,30 dollari l’oncia al mercato di Londra, segnando un nuovo record storico e confermandosi l’investimento rifugio per eccellenza. Prezzi in corsa anche per il platino schizzato al nuovo massimo di 1.589,25 all’oncia.
La corsa del metallo giallo, iniziata nei giorni scorsi e già arrivata venerdì scorso sopra i 900 dollari, nasce dall’allarme sulla recessione americana e soprattutto dalla possibile conseguente riduzione dei tassi di interesse Usa di 50 punti base al 3,75%, prospettata giovedì dal presidente della Fed Ben Bernanke per fine mese.
Gli investitori temono che ne possa derivare un aumento dell’inflazione e un’ulteriore perdita di valore del dollaro. Da qui la scelta di investire nei beni rifugio, a cominciare dall’oro.

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Dollaro in calo: anche le top model gli preferiscono l’euro

La modella brasiliana Gisele Bundchen
Il dollaro Usa non è più una moneta che rende? Nessun problema: basta farsi pagare solo in euro.
Così ha pensato, e fatto, la bella Gisele Bundchen, la mannequin più pagata del mondo (33 milioni di dollari di guadagni solo nel 2006 secondo la rivista Forbes). La bionda modella si rifiuterebbe di ricevere compensi nella valuta statunitense, perché considerata troppo debole. Chi adesso volesse metterla sotto contratto dovrebbe specificare che il pagamento verrà effettuato in euro, a causa dei continui ribassi degli ultimi mesi della valuta statunitense proprio nei confronti della moneta europea.

Il cambio di valuta viene rivelato dal settimanale brasiliano Veja, secondo il quale per pubblicizzare una linea di prodotti per capelli, la top model brasiliana avrebbe preteso dalla multinazionale Procter & Gamble di ricevere il proprio compenso in euro. Altrettanto sarebbe avvenuto, sempre secondo la rivista brasiliana, nello stilare il contratto con Dolce & Gabbana per il nuovo profumo “The One”.
“D’ora in poi stipuleremo i contratti in euro, perchè non sappiamo cosa accadrà al dollaro” ha spiegato all’agenzia economica Bloomberg Patrizia Bundchen, la sorella della top model che, tra gli altri, ne cura gli interessi.

Insomma, come il miliardario Warren Buffett, leggendario investitore, come Bill Gross, il ceo di Pimco, il primo fondo obbligazionario del mondo, adesso anche la supermodel brasiliana si pone in cima alla lista dei super-ricchi che hanno deciso la loro strategia valutaria. Il dollaro può solo continuare a svalutarsi, dice Gisele, “perché l’America e gli americani vivono al di sopra dei propri mezzi”. Prospettiva condivisa, con dati e cifre alla mano, anche se il dollaro ha già perso il 34% dal 2001, gli investitori istituzionali e gli economisti più accreditati sostengono che la valuta Usa si indebolirà ulteriormente, per via del calo del prezzo delle case e dei probabili futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve.

Cambi: euro sfonda quota 1,43 dollari e fa tremare le aziende

Il mercato dei cambi tra moneta unica europea e biglietto verde
Vola a un nuovo massimo storico l’euro, che tocca la soglia di 1,43 dollari superando il precedente record, di 1,4282 nei confronti del biglietto verde. Sono ormai settimane che la moneta unica mette a segno rialzi a ripetizione nel suo cambio contro il dollaro. In queste ore dunque l’ultimo picco, pari a 1,4305. L’euro si è poi riassestato scendendo intorno a quota 1,4292.
La pressione della moneta unica sul biglietto verde è alimentata da un lato dalla convinzione di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve (dopo la sforbiciata di mezzo punto dello scorso 18 settembre) e, dall’altro, dalla possibile stretta della Bce. La Federal Reserve ha rimarcato che la crisi dei mutui non è passata e sta rallentando l’economia.
A pesare negativamente sul dollaro sono anche i dati sulle nuove costruzioni, piombate ai minimi di 14 anni e le parole di Eisuke Sakakibara, l’ex “Mr. Yen”, secondo cui il dollaro potrebbe precipitare nel 2008 con una crescita economica in decisa frenata ad un tasso dell’1% circa.
La corsa dell’euro fa però paura alle aziende, che temono un rallentamento delle loro esportazioni: i leader della Confindustria europea hanno scritto una lettera con un un appello ai Governi di Italia, Francia e Germania, e all’Eurogruppo sull’urgenza di “difendere l’interesse europeo in una fase di squilibri mondiali che aumentano il pericolo di ulteriori apprezzamenti dell’euro”.

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