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Jean-Claude Trichet alla guida della Banca centrale europea
Mercati da incubo per le borse europee. Spinte, anzi trascinate al ribasso ovunque dalle dichiarazioni pessimistiche del presidente della Bce Trichet e del presidente dell’ Fmi Dominique Strauss Kahn. Anche Wall Street sembrava avviata a un’altra giornata di profondo rosso, ma in serata l’annuncio dato dalla televisione Nbc della quasi certa nomina di Timothy Geithner a ministro dell’Economia del prossimo governo Obama fa segnare una ripresa notevole degli indici. Dopo il crollo di ieri che aveva riportato il listino delle blue-chips ai livelli del 2003 sotto quota 8.000 punti, il Dow Jones ha guadgnato il 6,55 per cento per chiudere a 8,046.66. Il Nasdaq ha guadagnato invece il 5,18 per cento per finire le contrattazioni a 1.384,35 punti. Geithner è l’attuale capo della Fed di New York e ha avuto un ruolo determinante nel corso della risposta alla crisi economica da settembre in poi. Fu tra i “salvatori” di Bear Stearns e tra gli “affossatori” di Lehman Brothers.
In Europa la crisi dell’economia è stato il tema prevalente: le Borse europee affondano ancora e mandano in fumo circa 110 miliardi di euro con perdite attorno ai tre punti percentuali (-3,07% l’indice paneuropeo Dj Euro Stoxx 50), sui timori che la recessione mondiale sarà più ampia di quanto stimato sino ad ora. Poco incoraggianti in questo senso le parole del presidente della Bce Jean Claude Trichet: “La situazione è cambiata drammaticamente” ha detto, non escludendo prossimi tagli del tasso di interesse, già ridotto di oltre un punto negli ultimi mesi: ”abbiamo già detto che potremmo tagliare i tassi ulteriormente, non è una novità”. Proprio oggi l’indice dei direttori degli acquisti (Pmi) di Eurolandia di novembre, un indicatore affidabile delle prospettive economiche future, è crollato ai minimi storici sia per i servizi che per l’industria. Scende intanto l’euro, quotato a 1,24 sul dollaro, e il petrolio, ai minimi dal 2005, sotto i 50 dollari al barile.
La sede storica della borsa di Wall Street
Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro.
Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi.
L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento.
A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.
La sede della Federal Reserve,la banca centrale americana
Con una mossa senza precedenti la Fed evita in extremis il fallimento di Aig, accordandole un finanziamento da 85 miliardi di dollari. Il piano si salvataggio, orchestrato una volta da banca centrale Tesoro e appoggiato dal presidente George W.Busgh, prevede inoltre che il colosso assicurativo passi sotto il controllo del Governo: una decisione storica visto che, a differenza di Fannie Mae e Freddie Mac, Aig non è regolata dal governo federale.
Dopo aver deluso Wall Street non tagliando il costo del denaro, la Fed cerca così di tranquillizzare il mercato, ancora scosso dal fallimento di Lehman Brothers. Il crac di Aig avrebbe avuto conseguenze catastrofiche sui mercati americani e mondiali, già sotto stress: mastodonte con un bilancio da 1.040 miliardi di dollari, il colosso assicurativo se fosse fallito avrebbe rischiato di innescare un effetto domino, spingendo al collasso una serie di intermediari finanziari e causando perdite - secondo le prime approssimative stime - per oltre 180 miliardi di dollari solo alle istituzioni finanziarie.
Per la seconda volta dai tempi della Grande Depressione, la Fed si è avvalsa della speciale autorità conferitale della statuto, che le consente in circostanze estreme di concedere prestiti a ogni società non in grado di assicurarsi un’adeguato finanziamento da parte di altre banche. Il prestito straordinario, che giunge al termine di dieci giorni che hanno ridisegnato la finanza americana, punta ad “assistere Aig a far fronte gli impegni presi. Il finanziamento faciliterà il processo nel corso del quale Aig cederà alcune delle proprie attività in modo ordinato”, spiega la Fed, sottolineando che al Governo va il 79,9% della società, compreso il diritto di veto sul pagamento dei dividendi. Il prestito ha una scadenza di 24 mesi e sarà ripagato con la vendita degli asset Aig.
Plaude il presidente Bush all’operazione della Fed, che punta a “promuovere la stabilità nei mercati finanziari e limitare i danni all’economia in senso lato”. Soddisfatto anche Paulson, il segretario del Tesoro, che mette in evidenza come il prestito preveda “misure a tutela dei consumatori”. Un’affermazione, questa, che sembra mirata a prevenire possibili critiche da più parti: il Tesoro, così come la Fed, è stata già oggetto di critiche per l’eccessivo interventismo in soccorso di Wall Street. Lasciando fallire Lehman Brothers, il maggiore crac della storia, Bernanke e Paulson hanno cercato di dimostrare di non essere disposti a salvare tutti e di non usare usare i soldi dei contribuenti per aiutare Wall Street. Ma di fronte ai possibili effetti del fallimento di Aig, non se la sono sentita di stare a guardare. Questo non li esimerà probabilmente da critiche, soprattutto quelle riguardanti l’avallare la filosofia del ‘moral hazard’ che con Lehman sembrava destinata sulla via del tramonto, dopo il salvataggio di Bear Stearns prima (costato ai contribuenti più di 20 miliardi di dollari) e quello di Fannie Mae e Freddie Mac poi (il costo per tasche dei consumatori sarà superiore, secondo le stime, ai 100 miliardi).
Subito le reazioni del mondo politico ed economico italiano. “Il fallimento di Lehman Brothers rappresenta un mondo che è finito con la globalizzazione finanziata dal debito” ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti al Tg1 aggiungendo che adesso “occorre fare nuove regole” e le regole devono farle “i governi e le autorità” vietando i paradisi fiscali e i bilanci falsi delle aziende”.
Per il governatore di Bankitalia Mario Draghi “quella in atto è una delle crisi finanziarie più dure e complesse dei nostri tempi”. “Le sfide” ha aggiunto “saranno sostanziali: restaurare la stabilità dei prezzi per sostenere la crescita e garantire che i necessari aggiustamenti nei bilanci bancari e in quelli delle famiglie, oltre che la correzione degli squilibri mondiali, avvengano in modo ordinato”. Secondo Draghi ciò richiederà “un’azione sul fronte monetario, su quello fiscale e su quello normativo”, oltre che un’azione decisiva sul fronte privato. Per affrontare le crisi finanziarie serve “una più forte cooperazione e la condivisione delle informazioni tra le autorità sia nazionali sia transfrontaliere” ha aggiunto il governatore sottolineando inoltre come sia necessaria “una maggiore trasparenza e un miglioramento dei processi informativi da parte del settore privato per permettere di valutare pienamente le condizioni del sistema finanziario e per formulare una politica economica appropriata”.
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La Federal Reserve si prepara a dare una sforbiciata ai tassi d’interesse: l’inflazione, la crisi del mercato delle case, le incertezze sul fronte dell’occupazione e i timori sulla tenuta del credito sono i rischi che più minacciano la crescita degli Stati Uniti e, per evitare il peggio, il presidente della Fed Ben Bernanke dice che l’istituzione da lui guidata “agirà in modo tempestivo sulla base delle necessita” per salvaguardare l’economia. E che “è importante riconoscere il fatto che i rischi al ribasso dell’economia restano”. Valutazioni che rilanciano l’ipotesi che il 18 marzo, in occasione della prossima riunione del board monetario, il Fomc, l’istituto centrale Usa possa allentare di nuovo la stretta sui tassi. Almeno in base alle attese dei mercati che credono a Fed Funds in calo dello 0,5%, al 2,5%, in linea con lo scenario che coinciderebbe in sostanza con l’azzeramento del costo del denaro in rapporto all’andamento dell’inflazione cosiddetta ‘core’, quella depurata da cibo e petrolio. E oggi l’euro è arrivato ai massimi assoluti sul dollaro, fino a 1,5130.
In più, nel corso della sua attesa testimonianza semestrale alla commissione Servizi finanziari della Camera, il numero uno della Fed mette in chiaro che il 2008 per l’economia Usa si è aperto all’insegna di sostanziale stallo, con la “possibilità che mercato immobiliare o mercato del lavoro si deteriorino più di quanto non sia adesso possibile prevedere e che le condizioni del credito possano irrigidirsi ancora di più”. Le compravendite di case nuove, a gennaio, segnano un calo del 2,8%%, al tasso annuo di 588.000 unità, contro attese medie degli analisti di contrazione dello 0,7%, a 600.000 unità. “Il settore immobiliare si avvicina al suo minimo”: dovrebbe pesare sull’economia “nei prossimi trimestri”, dice Bernanke, insieme al comparto non residenziale che, se lo scorso hanno ha tenuto le posizioni, dovrebbe segnare ora ”una brusca frenata”. La spesa dei consumatori ‘’sembra avere un rallentamento significativo” e i mercati finanziari rimangono sotto ‘’stress notevole”. Nelle sue previsioni economiche trimestrali diffuse la scorsa settimana, la Fed ha ribassato le stime di crescita del 2008 di 0,5 punti percentuali, alla forchetta di 1,3-2%, ben al di sotto di quanto atteso nel mese di luglio.
“Quotazioni al rialzo del greggio aumentano la spesa della bolletta energetica e surriscaldano l’inflazione”, anche se sottolinea di non prevede nel 2008 “livelli di crescita come quelli registrati nel 2007″. Il petrolio, conclude Bernanke rispondendo a una domanda, si manterrà su “livelli più moderati” rispetto agli oltre 102 dollari segnati oggi.
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L’economia americana accusa una brusca frenata e vede sempre più nitido all’orizzonte lo spettro della recessione. E la Federal Reserve ha tagliato di mezzo punto percentuale il tasso di riferimento degli Stati Uniti, quello sui Fed Fund, portandolo al 3%: ora il divario fra il costo del denaro negli Usa e quello in Eurolandia è salito a un punto. In parallelo la Banca centrale americana ha ridotto il tasso di sconto di 50 punti base portandolo al 3,50%. “L’azione politica di oggi, combinata con quelle prese in precedenza, dovrebbe aiutare a promuovere una crescita moderata nel tempo e a mitigare i rischi per l’attività economica”, si legge nel comunicato diffuso dal Federal Open Market Committee.
Tagliando a sorpresa il tasso sui Fed Funds di 75 centesimi lo scorso martedì, la Federal Reserve aveva segnalato ulteriori significativi rischi per la crescita, spingendo i mercati a scommettere su un nuovo allentamento di mezzo punto percentuale. “I mercati finanziari permangono sotto considerevole stress e il credito si è ulteriormente ristretto per alcune aziende e famiglie”, è scritto ancora nella nota. Il rallentamento economico rende necessario approvare velocemente il pacchetto di misure di stimolo fiscale da 150 miliardi di dollari varato dalla Casa Bianca: il segretario al Tesoro statunitense, Henry Paulson, ha spiegato detto che sarebbe molto favorevole a “una rapida approvazione da parte del Senato”.
La Fed sta cercando di evitare una situazione critica: negli Stati Uniti una larga fetta dei mutui a tasso variabile rimoduleranno le rate nel primo semestre dell’anno per adeguarle al nuovo livello dei tassi. L’istituto agisce così per dare un aiuto concreto alle famiglie e ai mutuatari che rischiano di perdere le proprie case. Prospettiva confermata del resto anche dai future sui Fed Funds, che scontano un nuovo taglio di 25 punti base in marzo e un ulteriore abbassamento dei tassi entro giugno al 2,25%, livello che dovrebbero mantenere fino alla fine dell’anno.
La frenata dell’economia Usa, infatti, si deve essenzialmente alla recessione immobiliare e al raffreddamento dei consumi, componente che vale da sola i due terzi della crescita. Nell’ultima parte del 2007, le costruzioni residenziali sono crollate del 24%, il calo più forte da 26 anni, sfilando l’1,2% in termini di prodotto interno lordo. Sull’economia ha pesato pure la contrazione delle scorte che riflette il timore crescente delle aziende per una gelata dei consumi. In particolare, nel quarto trimestre i consumi privati, hanno evidenziato un rallentamento (+2%) rispetto al terzo trimestre (+2,8%). Per tutto il 2007 l’aumento e’ stato di appena il 2,9%, il più basso degli ultimi quattro anni.

L’oro ha toccato quota 914,30 dollari l’oncia al mercato di Londra, segnando un nuovo record storico e confermandosi l’investimento rifugio per eccellenza. Prezzi in corsa anche per il platino schizzato al nuovo massimo di 1.589,25 all’oncia.
La corsa del metallo giallo, iniziata nei giorni scorsi e già arrivata venerdì scorso sopra i 900 dollari, nasce dall’allarme sulla recessione americana e soprattutto dalla possibile conseguente riduzione dei tassi di interesse Usa di 50 punti base al 3,75%, prospettata giovedì dal presidente della Fed Ben Bernanke per fine mese.
Gli investitori temono che ne possa derivare un aumento dell’inflazione e un’ulteriore perdita di valore del dollaro. Da qui la scelta di investire nei beni rifugio, a cominciare dall’oro.
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Il dollaro Usa non è più una moneta che rende? Nessun problema: basta farsi pagare solo in euro.
Così ha pensato, e fatto, la bella Gisele Bundchen, la mannequin più pagata del mondo (33 milioni di dollari di guadagni solo nel 2006 secondo la rivista Forbes). La bionda modella si rifiuterebbe di ricevere compensi nella valuta statunitense, perché considerata troppo debole. Chi adesso volesse metterla sotto contratto dovrebbe specificare che il pagamento verrà effettuato in euro, a causa dei continui ribassi degli ultimi mesi della valuta statunitense proprio nei confronti della moneta europea.
Il cambio di valuta viene rivelato dal settimanale brasiliano Veja, secondo il quale per pubblicizzare una linea di prodotti per capelli, la top model brasiliana avrebbe preteso dalla multinazionale Procter & Gamble di ricevere il proprio compenso in euro. Altrettanto sarebbe avvenuto, sempre secondo la rivista brasiliana, nello stilare il contratto con Dolce & Gabbana per il nuovo profumo “The One”.
“D’ora in poi stipuleremo i contratti in euro, perchè non sappiamo cosa accadrà al dollaro” ha spiegato all’agenzia economica Bloomberg Patrizia Bundchen, la sorella della top model che, tra gli altri, ne cura gli interessi.
Insomma, come il miliardario Warren Buffett, leggendario investitore, come Bill Gross, il ceo di Pimco, il primo fondo obbligazionario del mondo, adesso anche la supermodel brasiliana si pone in cima alla lista dei super-ricchi che hanno deciso la loro strategia valutaria. Il dollaro può solo continuare a svalutarsi, dice Gisele, “perché l’America e gli americani vivono al di sopra dei propri mezzi”. Prospettiva condivisa, con dati e cifre alla mano, anche se il dollaro ha già perso il 34% dal 2001, gli investitori istituzionali e gli economisti più accreditati sostengono che la valuta Usa si indebolirà ulteriormente, per via del calo del prezzo delle case e dei probabili futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve.