
Il presidente americano Barack Obama (Credits: LaPresse)
Gli americani hanno criticato con insistenza la credibilità degli ’stress test’ voluti dalla Commissione Europea per misurare la stabilità degli istituti di credito del Vecchio continente e, a fronte di un risultato positivo (solo sette banche su 91 non hanno superato il test), dare nuovo slancio e fiducia agli investitori e ai mercati. Ma dal punto di vista della stabilità finanziaria, anche i passi avanti compiuti dagli Stati Uniti dagli ultimi giorni non sono stati accolti con grande entusiasmo dal presidente della Federal Reserve Ben Bernanke. Continua

C’è luce in fondo al tunnel? Se a dirlo è Nouriel Roubini, l’economista della New York University che con largo anticipo aveva previsto la crisi finanziaria e che è noto per i suoi scenari apocalittici, qualche motivo di speranza c’è, al di là dell’ottimismo mostrato dai governi. Secondo Ben Bernanke, presidente della Federal reserve, la banca centrale Usa, la tempesta ha passato la fase acuta, la calma verrà a fine 2009 e la ripresa l’anno prossimo. Il suo collega della Bce Jean-Claude Trichet è appena più prudente: la crisi, sbarcata in Europa più tardi, se ne andrà un po’ dopo. Naturalmente non mancano i pessimisti: il loro guru è il premio Nobel Paul Krugman, critico con la Casa Bianca di Barack Obama. La sua sponda italiana è Alessandro Penati, docente alla Cattolica di Milano ed editorialista di Repubblica: a suo avviso “il peggio deve ancora arrivare”.
Eppure se alziamo lo sguardo dalle diatribe tra economisti e guardiamo ai mercati e all’economia reale, dieci fondati motivi per essere (cautamente) ottimisti ci sono.
Il piano di Geithner piace ai mercati
Il piano da 500 miliardi di dollari di Tim Geithner, segretario americano al Tesoro, è stato accolto dai rialzi in tutte le borse del mondo. Poi ci sono stati i ribassi, ma non come nei mesi scorsi. Soprattutto, è la prima volta che un progetto della nuova amministrazione Usa incontra il favore dei mercati. In che cosa si differenzia dai precedenti, che hanno già impegnato risorse per 787 miliardi? Nella strategia di fondo: anziché nazionalizzare banche, assicurazioni e agenzie di mutui, e concedere aiuti a pioggia ai settori in crisi (come l’auto), il piano Geithner si propone di ripulire dai titoli tossici i portafogli di aziende e famiglie. Coinvolgendo nell’opera i privati, generosamente protetti dai prestiti delle agenzie governative e dalla garanzia di ultima istanza della Fed.
La Federal reserve compra a piene mani
“La recessione negli Usa finirà nel 2009, la ripresa inizierà dal 2010, e nessun’altra grande banca americana fallirà”. È il verbo di Ben Bernanke, ripetuta nell’ultima settimana ben tre volte, a Phoenix, New York e Washington. Contemporaneamente la Federal reserve ha iniziato a comprare titoli pubblici a scadenze medie e lunghe. Con un doppio obiettivo: ridurre l’imponente debito americano e tenere sotto controllo i rendimenti, per mitigare il ritorno dell’inflazione, cioè il rischio maggiore della ripresa. Insomma, la Fed ha mostrato di non voler solo spegnere gli incendi, ma di puntare ad una “exit strategy”. Lo può fare perché non ha i vincoli di noi europei nello stampare e ritirare dollari, o addirittura attingere alle riserve come sta facendo in questi giorni. Né, come la Bce, deve mettere d’accordo 16 governi. A Bernanke basta agire in tandem con Obama, e pare che ci stia riuscendo.
Segnali positivi dall’industria
Ma ancora prima Wall Street e le borse mondiali hanno esibito una serie di rialzi concentrati su banche e assicurazioni: titoli paria fino a poche settimane fa. Che cosa fa sperare che non si tratti solo di speculazione? In primo luogo lo stabilizzarsi su un andamento piatto della produzione industriale mondiale, dopo i tonfi di tutto il 2008. Il segno meno aveva raggiunto il 31 per cento in Giappone, il 20,5 per cento in Spagna, il 19,5 per cento in Germania, il 15,5 per cento in Italia, il 14 per centoin Francia, l’11 per cento in Gran Bretagna e Usa. Gli indici generali sono ancora al ribasso, ma la produzione manifatturiera è ripresa tra dicembre e febbraio in Giappone e Stati Uniti. E ha arrestato il crollo in Europa: gli indicatori dei direttori acquisti (Purchasing Managers Index) pubblicati il 24 marzo sono meglio del previsto. Il Pmi manifatturiero è risalito leggermente a quota 34 da 33,5 di febbraio. Il Pmi dei servizi è passato a 40,1 da 39,2, contro previsioni di ulteriore peggioramento a 39,1.
Crescono le vendite di case
I dati più spiazzanti provenienti dagli Usa sono quelli del mercato immobiliare. Prima la costruzione di nuove case, aumentate a febbraio del 22,2 per cento, cioè 583 mila abitazioni, ben 150 mila più di quelle previste. Appena a gennaio la costruzione di case nuove si era ridotta del 10,2 per cento, toccando il minimo storico. Poi la vendita di immobili usati: più 5,1 rispetto a marzo, contro previsioni di meno 0,9 . Un mini-boom dovuto certo al calo dei prezzi del 15 per cento ed al fatto che la metà delle compravendite riguarda beni pignorati: ma è pur sempre dalla casa che tutto era partito.
Una crisi dura 18 mesi e siamo arrivati a 15
Siamo al 15mo mese di crisi, iniziata negli Usa a gennaio 2008 con il crac dei mutui subprime. Secondo le statistiche la durata media delle crisi, sempre più acute e brevi, è di 18 mesi. Se questa teoria verrà confermata, la fine del tunnel sarà a cavallo dell’estate. Ma c’è chi non è d’accordo, ed è proprio Roubini, stavolta nei suoi più congeniali panni di pessimista: “Questa non è una recessione a V, ma ad U, la ripresa non sarà veloce e verrà preceduta da alcuni mesi di economia piatta”. Comunque, già qualcosa.
L’Europa ha reagito con decisione
Dall’Europa, così come è arrivata dopo, la crisi se ne andrà in ritardo rispetto agli Usa. Tuttavia anche Trichet si sbilancia: “C’è una previsione generale di tutte le istituzioni pubbliche e private che il 2010 sarà l’anno della ripresa”. Fa ben sperare anche il decisionismo mostrato dai governi: l’Europa ha mobilitato risorse pari a quelle degli Usa. E, a differenza che in politica, stavolta ha reagito compatta.
Le materie prime stanno ripartendo
Il prezzo delle commodities - l’assieme di materie prime e servizi essenziali - sta ripartendo. In particolare di quelle “buone”, che individuano non beni rifugio (l’oro su tutti), ma i propellenti primari dell’economia: petrolio, cereali, metalli, carbone, noli marittimi. Il termometro-leader di queste voci si chiama Baltic dry index: nel 2008 tra giugno e dicembre era precipitato da 11.600 a 660 punti, perdendo il 94 per cento. Ora è ad un passo da quota 2.300, un rimbalzo del 250 per cento.
Meglio del previsto in Italia i bilanci aziendali
In Italia i consuntivi 2008 delle grandi aziende sono risultati migliori del previsto: Unicredit, Intesa SanPaolo, Mediaset, Mediolanum e Banco Popolare hanno in qualche modo sorpreso gli analisti, anche se ognuno ha poi seguito strategie diverse: l’Unicredit (2,6 miliardi di utile) non ha rinunciato al dividendo, sotto forma di azioni. Intesa (4 miliardi) ha deciso di mettere fieno in cascina, rinviando a tempi migliori. Forse, non ha escluso l’amministratore delegato Corrado Passera, già nel 2009.
Gli incentivi all’auto rianimano le vendite
Il mercato dell’auto europea si sta riprendendo. Gli incentivi, varati in Germania a gennaio e in Italia a febbraio, hanno già fatto volare del 40 per cento gli acquisti dei tedeschi, mentre da noi hanno ridotto le perdite: la Fiat ha ha registrato 70 mila ordini, il doppio rispetto a gennaio ed il 30 per cento in più ripetto a febbraio 2008.
Per marzo sia l’Unrae (l’associazione delle case estere in Italia), sia il centro studi Promotor vedono rosa: l’indice di affluenza negli show room è passato dal 4 per cento di gennaio ad oltre il 60 di marzo. Le vendite potrebbero raggiungere le 214 mila auto di un anno fa, con benefici soprattutto per Fiat e Ford. Il che rafforzerebbe Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, nel piano di acquisto della Chrysler e di sbarco nel mercato Usa.
Migliora l’export verso l’Europa
I consumi negli Usa e Gran Bretagna sono in ripresa. La Cina segnala un aumento dell’8 per cento della produzione industriale. L’Italia, in attesa di rivedere file di clienti nei negozi e soprattutto più posti di lavoro, deve per ora accontentarsi di segni positivi davanti all’import e all’export verso i paesi europei: rispettivamente più 2,1 per cento e più 1,3 rispetto a gennaio. Non è moltissimo, ma qualcosa si muove. Forse la fine del tunnel non è davvero così lontana.
- Tags: americana, banca-centrale, Ben-Bernanke, denaro, dollari, Fed, Federal-reserve, governatore, manovra, ribasso, tassi
-

Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.
L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.
La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.
Il VIDEO servizio:
La sede storica della borsa di Wall Street
Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro.
Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi.
L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento.
A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.
Tre numeri vanno tenuti presenti in questi giorni, perché sono collegati tra loro e sicuramente hanno un impatto su ciascuno di noi: lo zero (la crescita dell’economia italiana in un anno); il 2,5 (il tasso di interesse di base sui crediti in dollari); il 4,5 (il tasso di interesse per i crediti in euro).
Lo zero. In base ai dati dell’istituto di statistica, nel secondo semestre dell’anno l’economia italiana, invece di crescere, è diminuita dello 0,3 per cento. Rispetto ad un anno fa, e cioè al secondo trimestre del 2007, non c’è stata crescita: zero.
Questo significa meno consumi, meno soldi disponibili, minor lavoro per le imprese, meno occupazione.
Il 4,5. La banca centrale europea ha deciso di lasciare fermi i tassi di interesse di base sui crediti in euro al 4,5 per cento. Con la paura dell’inflazione che ha sempre dimostrato la Bce (inflazione che si frena anche aumentando i tassi di interessee cioè rendendo il denaro da spendere meno disponibile) questa decisione significa una sola cosa: adesso fa più paura la stagnazione, cioè la troppo bassa crescita dell’economia, con tutti gli effetti negativi che ciò comporta.
Il 2,5. Anche la Federal Reserve Usa ha lasciato fermi i tassi di base sui crediti in dollari al 2,5 per cento. Le ragioni? Le stesse: paura di una crescita scarsa.
Tenere a mente questi due numeri: 2 e 36,3.
Il primo si riferisce al livello del tasso di interesse di riferimento deciso dalla Federal Reserve, la banca centrale degli Usa. Il tasso di riferimento indica il costo di base del denaro negli Usa e quindi è una misura alla quale si collegano il costo finale dei crediti in dollari alla clientela, i rendimenti dei titoli pubblici Usa (che sono prestiti allo Stato) e il tasso di interesse con il quale deve fare i conti il mondo della finanza. Pur di dare una spinta alla crescita dell’economia americana e di evitare che la crisi dei mutui negli States possa aggravarsi a causa di una scarsità di denaro in circolazione, la Federal reserve ha mantenuto fermo al 2 per cento il tasso di riferimento sul dollaro. Molti esperti temevano una decisione inversa, cioè un ritocco al rialzo dei tassi di interesse per frenare l’inflazione (se i prestiti sono più cari si riduce il denaro disponibile, si spende di meno e dunque si mette un freno alla crescita dei prezzi). Le borse di tutto il mondo hanno brindato con guadagni consistenti. Ora si attende la decisione della Banca centrale europea sui tassi relativi all’euro.
Il secondo numero si riferisce al decreto del governo che ha anticipato la manovra economica per la correzione dei conti pubblici in Italia (è stato convertito in legge martedì 5 agosto con il voto definitivo della Camera dei deputati): in tre anni - 2009, 2010 e 2011 - produrrà secondo i calcoli del governo un effetto complessivo di 36,3 miliardi di euro (riduzioni di spesa per 14,9 miliardi nei ministeri, 9,2 miliardi nelle Regioni e negli enti locali, 3 miliardi nella sanità). Obiettivo finale: il pareggio nel bilancio dello Stato promesso anche all’Unione europea.