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Oltre la crisi: dieci ragioni per essere ottimisti

Borsa di New York
C’è luce in fondo al tunnel? Se a dirlo è Nouriel Roubini, l’economista della New York University che con largo anticipo aveva previsto la crisi finanziaria e che è noto per i suoi scenari apocalittici, qualche motivo di speranza c’è, al di là dell’ottimismo mostrato dai governi. Secondo Ben Bernanke, presidente della Federal reserve, la banca centrale Usa, la tempesta ha passato la fase acuta, la calma verrà a fine 2009 e la ripresa l’anno prossimo. Il suo collega della Bce Jean-Claude Trichet è appena più prudente: la crisi, sbarcata in Europa più tardi, se ne andrà un po’ dopo. Naturalmente non mancano i pessimisti: il loro guru è il premio Nobel Paul Krugman, critico con la Casa Bianca di Barack Obama. La sua sponda italiana è Alessandro Penati, docente alla Cattolica di Milano ed editorialista di Repubblica: a suo avviso “il peggio deve ancora arrivare”.
Eppure se alziamo lo sguardo dalle diatribe tra economisti e guardiamo ai mercati e all’economia reale, dieci fondati motivi per essere (cautamente) ottimisti ci sono.

Il piano di Geithner piace ai mercati

Il piano da 500 miliardi di dollari di Tim Geithner, segretario americano al Tesoro, è stato accolto dai rialzi in tutte le borse del mondo. Poi ci sono stati i ribassi, ma non come nei mesi scorsi. Soprattutto, è la prima volta che un progetto della nuova amministrazione Usa incontra il favore dei mercati. In che cosa si differenzia dai precedenti, che hanno già impegnato risorse per 787 miliardi? Nella strategia di fondo: anziché nazionalizzare banche, assicurazioni e agenzie di mutui, e concedere aiuti a pioggia ai settori in crisi (come l’auto), il piano Geithner si propone di ripulire dai titoli tossici i portafogli di aziende e famiglie. Coinvolgendo nell’opera i privati, generosamente protetti dai prestiti delle agenzie governative e dalla garanzia di ultima istanza della Fed.

La Federal reserve compra a piene mani
“La recessione negli Usa finirà nel 2009, la ripresa inizierà dal 2010, e nessun’altra grande banca americana fallirà”. È il verbo di Ben Bernanke, ripetuta nell’ultima settimana ben tre volte, a Phoenix, New York e Washington. Contemporaneamente la Federal reserve ha iniziato a comprare titoli pubblici a scadenze medie e lunghe. Con un doppio obiettivo: ridurre l’imponente debito americano e tenere sotto controllo i rendimenti, per mitigare il ritorno dell’inflazione, cioè il rischio maggiore della ripresa. Insomma, la Fed ha mostrato di non voler solo spegnere gli incendi, ma di puntare ad una “exit strategy”. Lo può fare perché non ha i vincoli di noi europei nello stampare e ritirare dollari, o addirittura attingere alle riserve come sta facendo in questi giorni. Né, come la Bce, deve mettere d’accordo 16 governi. A Bernanke basta agire in tandem con Obama, e pare che ci stia riuscendo.
Segnali positivi dall’industria
Ma ancora prima Wall Street e le borse mondiali hanno esibito una serie di rialzi concentrati su banche e assicurazioni: titoli paria fino a poche settimane fa. Che cosa fa sperare che non si tratti solo di speculazione? In primo luogo lo stabilizzarsi su un andamento piatto della produzione industriale mondiale, dopo i tonfi di tutto il 2008. Il segno meno aveva raggiunto il 31 per cento in Giappone, il 20,5 per cento in Spagna, il 19,5 per cento in Germania, il 15,5 per cento in Italia, il 14 per centoin Francia, l’11 per cento in Gran Bretagna e Usa. Gli indici generali sono ancora al ribasso, ma la produzione manifatturiera è ripresa tra dicembre e febbraio in Giappone e Stati Uniti. E ha arrestato il crollo in Europa: gli indicatori dei direttori acquisti (Purchasing Managers Index) pubblicati il 24 marzo sono meglio del previsto. Il Pmi manifatturiero è risalito leggermente a quota 34 da 33,5 di febbraio. Il Pmi dei servizi è passato a 40,1 da 39,2, contro previsioni di ulteriore peggioramento a 39,1.
Crescono le vendite di case
I dati più spiazzanti provenienti dagli Usa sono quelli del mercato immobiliare. Prima la costruzione di nuove case, aumentate a febbraio del 22,2 per cento, cioè 583 mila abitazioni, ben 150 mila più di quelle previste. Appena a gennaio la costruzione di case nuove si era ridotta del 10,2 per cento, toccando il minimo storico. Poi la vendita di immobili usati: più 5,1 rispetto a marzo, contro previsioni di meno 0,9 . Un mini-boom dovuto certo al calo dei prezzi del 15 per cento ed al fatto che la metà delle compravendite riguarda beni pignorati: ma è pur sempre dalla casa che tutto era partito.
Una crisi dura 18 mesi e siamo arrivati a 15
Siamo al 15mo mese di crisi, iniziata negli Usa a gennaio 2008 con il crac dei mutui subprime. Secondo le statistiche la durata media delle crisi, sempre più acute e brevi, è di 18 mesi. Se questa teoria verrà confermata, la fine del tunnel sarà a cavallo dell’estate. Ma c’è chi non è d’accordo, ed è proprio Roubini, stavolta nei suoi più congeniali panni di pessimista: “Questa non è una recessione a V, ma ad U, la ripresa non sarà veloce e verrà preceduta da alcuni mesi di economia piatta”. Comunque, già qualcosa.
L’Europa ha reagito con decisione
Dall’Europa, così come è arrivata dopo, la crisi se ne andrà in ritardo rispetto agli Usa. Tuttavia anche Trichet si sbilancia: “C’è una previsione generale di tutte le istituzioni pubbliche e private che il 2010 sarà l’anno della ripresa”. Fa ben sperare anche il decisionismo mostrato dai governi: l’Europa ha mobilitato risorse pari a quelle degli Usa. E, a differenza che in politica, stavolta ha reagito compatta.
Le materie prime stanno ripartendo
Il prezzo delle commodities - l’assieme di materie prime e servizi essenziali - sta ripartendo. In particolare di quelle “buone”, che individuano non beni rifugio (l’oro su tutti), ma i propellenti primari dell’economia: petrolio, cereali, metalli, carbone, noli marittimi. Il termometro-leader di queste voci si chiama Baltic dry index: nel 2008 tra giugno e dicembre era precipitato da 11.600 a 660 punti, perdendo il 94 per cento. Ora è ad un passo da quota 2.300, un rimbalzo del 250 per cento.
Meglio del previsto in Italia i bilanci aziendali
In Italia i consuntivi 2008 delle grandi aziende sono risultati migliori del previsto: Unicredit, Intesa SanPaolo, Mediaset, Mediolanum e Banco Popolare hanno in qualche modo sorpreso gli analisti, anche se ognuno ha poi seguito strategie diverse: l’Unicredit (2,6 miliardi di utile) non ha rinunciato al dividendo, sotto forma di azioni. Intesa (4 miliardi) ha deciso di mettere fieno in cascina, rinviando a tempi migliori. Forse, non ha escluso l’amministratore delegato Corrado Passera, già nel 2009.
Gli incentivi all’auto rianimano le vendite
Il mercato dell’auto europea si sta riprendendo. Gli incentivi, varati in Germania a gennaio e in Italia a febbraio, hanno già fatto volare del 40 per cento gli acquisti dei tedeschi, mentre da noi hanno ridotto le perdite: la Fiat ha ha registrato 70 mila ordini, il doppio rispetto a gennaio ed il 30 per cento in più ripetto a febbraio 2008.
Per marzo sia l’Unrae (l’associazione delle case estere in Italia), sia il centro studi Promotor vedono rosa: l’indice di affluenza negli show room è passato dal 4 per cento di gennaio ad oltre il 60 di marzo. Le vendite potrebbero raggiungere le 214 mila auto di un anno fa, con benefici soprattutto per Fiat e Ford. Il che rafforzerebbe Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, nel piano di acquisto della Chrysler e di sbarco nel mercato Usa.
Migliora l’export verso l’Europa
I consumi negli Usa e Gran Bretagna sono in ripresa. La Cina segnala un aumento dell’8 per cento della produzione industriale. L’Italia, in attesa di rivedere file di clienti nei negozi e soprattutto più posti di lavoro, deve per ora accontentarsi di segni positivi davanti all’import e all’export verso i paesi europei: rispettivamente più 2,1 per cento e più 1,3 rispetto a gennaio. Non è moltissimo, ma qualcosa si muove. Forse la fine del tunnel non è davvero così lontana.

Usa, azzerato il costo del denaro: tagliato allo 0-0,25%

euro sfonda quota 1,43 dollari e fa tremare le aziende

Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.

L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.

La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.

Il VIDEO servizio:

La Fed riduce i tassi all’1%. E i listini schizzano

Wall Street
La sede storica della borsa di Wall Street

Con un taglio di mezzo la Banca centrale americana ha portato i Fed Funds all’1 per cento e il tasso di sconto all’1,25 per cento, cioè ai minimi dal 2003, quando occorreva rilanciare l’America ferita dagli attacchi dell’11 settembre contro le Torri Gemelle e il Pentagono. La Borsa, dopo il rally di martedì, ha salutato prima con un solido rialzo la decisione della Federal Reserve per poi chiudere in rosso, con il Dow Jones in perdita di quasi l’un per cento, dato che molte perplessità rimangono. Non è detto infatti che la banche, visti i rischi ancora esistenti dopo la devastante crisi dei mutui che le ha messe in ginocchio, torneranno a concedere crediti con maggiore facilità. In giornata l’ipotesi di un taglio ha fatto volare gli indici a Piazza Affari: il Mibtel ha recuperato l’8,48% (15.874 punti) e lo S&P/Mib il 9,87% (20.466 punti) mettendo a segno il secondo miglior balzo di sempre. Il tutto mentre alcuni dei titoli a maggiore capitalizzazione sono stati costretti alle sospensioni per eccesso di rialzo, con gli investitori che sono tornati a posizionarsi sul mercato. Tra questi Fiat, Telecom, UniCredit, Intesa SanPaolo ed Eni. Complessivamente sono cresciuti anche gli scambi che hanno raggiunto 923 milioni di azioni, per un controvalore di quasi 3 miliardi di euro.

Secondo il Wall Street Journal, il presidente della Fed, Ben Bernanke, che insegna alla prestigiosa università di Princeton, ha studiato da vicino il caso del Giappone, dove alcuni anni or sono la politica dei tassi d’interesse zero non era riuscita a rilanciare la macchina economica. Tutti gli occhi sono ora rivolti verso la produzione economica, che ha subito un sicuro rallentamento. Domani verranno pubblicati i primi risultati sul prodotto interno lordo (Pil) del terzo trimestre, e si parla di un calo di mezzo punto. A questo punto la parola che è ormai su tutte le labbra, cioè “recessione”, verrà finalmente pronunciata ad alta voce e non più soltanto sussurrata, come è successo fino ad oggi.

L’economia statunitense ha registrato un “marcato rallentamento”, afferma la Fed motivando così la decisione odierna, presa all’unanimità, vista anche la gelata dei consumi privati. Nel comunicato diffuso in serata la Fed ha sottolineato che “le recenti misure, incluso il taglio odierno, le riduzioni coordinate del costo del denaro da parte delle banche centrali, gli straordinari interventi a sostegno della liquidità e i passi ufficiali per rafforzare il sistema finanziario dovrebbero riuscire col tempo a migliorare le condizioni del credito e promuovere il ritorno a una moderata crescita economica”. Paradossalmente, il livello del costo del denaro è tornato a quello dell’era di Alan Greenspan, molto criticato ultimamente e considerato da alcuni esperti (e politici) uno dei responsabili della crisi attuale, attraverso la sua politica quasi anarchica di deregulation e i bassi tassi di interesse. Secondo i nemici di Greenspan sarebbe stato proprio il basso costo del denaro ad avere incoraggiato il moltiplicarsi di operazioni a rischio come i mutui subprime, e il conseguente scoppio della ‘bolla’. Dopo aver abbassato all’1 per cento nel giugno 2003 i tassi, la Fed ne ha mantenuto stabile il livello per un anno per poi operare una serie di rialzi consecutivi che in poco tempo lo hanno portato addirittura al 5,25 per cento.
A settembre dell’anno scorso il costo del denaro ha iniziato progressivamente a scendere per tentare di arginare la grande crisi scoppiata in seguito.

0 - 4,5 - 2,5

Tre numeri vanno tenuti presenti in questi giorni, perché sono collegati tra loro e sicuramente hanno un impatto su ciascuno di noi: lo zero (la crescita dell’economia italiana in un anno); il 2,5 (il tasso di interesse di base sui crediti in dollari); il 4,5 (il tasso di interesse per i crediti in euro).

Lo zero. In base ai dati dell’istituto di statistica, nel secondo semestre dell’anno l’economia italiana, invece di crescere, è diminuita dello 0,3 per cento. Rispetto ad un anno fa, e cioè al secondo trimestre del 2007, non c’è stata crescita: zero.
Questo significa meno consumi, meno soldi disponibili, minor lavoro per le imprese, meno occupazione.

Il 4,5. La banca centrale europea ha deciso di lasciare fermi i tassi di interesse di base sui crediti in euro al 4,5 per cento. Con la paura dell’inflazione che ha sempre dimostrato la Bce (inflazione che si frena anche aumentando i tassi di interessee cioè rendendo il denaro da spendere meno disponibile) questa decisione significa una sola cosa: adesso fa più paura la stagnazione, cioè la troppo bassa crescita dell’economia, con tutti gli effetti negativi che ciò comporta.

Il 2,5. Anche la Federal Reserve Usa ha lasciato fermi i tassi di base sui crediti in dollari al 2,5 per cento. Le ragioni? Le stesse: paura di una crescita scarsa.

Numeri da ricordare

Tenere a mente questi due numeri: 2 e 36,3.
Il primo si riferisce al livello del tasso di interesse di riferimento deciso dalla Federal Reserve, la banca centrale degli Usa. Il tasso di riferimento indica il costo di base del denaro negli Usa e quindi è una misura alla quale si collegano il costo finale dei crediti in dollari alla clientela, i rendimenti dei titoli pubblici Usa (che sono prestiti allo Stato) e il tasso di interesse con il quale deve fare i conti il mondo della finanza. Pur di dare una spinta alla crescita dell’economia americana e di evitare che la crisi dei mutui negli States possa aggravarsi a causa di una scarsità di denaro in circolazione, la Federal reserve ha mantenuto fermo al 2 per cento il tasso di riferimento sul dollaro. Molti esperti temevano una decisione inversa, cioè un ritocco al rialzo dei tassi di interesse per frenare l’inflazione (se i prestiti sono più cari si riduce il denaro disponibile, si spende di meno e dunque si mette un freno alla crescita dei prezzi). Le borse di tutto il mondo hanno brindato con guadagni consistenti. Ora si attende la decisione della Banca centrale europea sui tassi relativi all’euro.
Il secondo numero si riferisce al decreto del governo che ha anticipato la manovra economica per la correzione dei conti pubblici in Italia (è stato convertito in legge martedì 5 agosto con il voto definitivo della Camera dei deputati): in tre anni - 2009, 2010 e 2011 - produrrà secondo i calcoli del governo un effetto complessivo di 36,3 miliardi di euro (riduzioni di spesa per 14,9 miliardi nei ministeri, 9,2 miliardi nelle Regioni e negli enti locali, 3 miliardi nella sanità). Obiettivo finale: il pareggio nel bilancio dello Stato promesso anche all’Unione europea.

Gli Usa tagliano il costo del denaro e i mercati crollano. È la recessione-sprint

La sede della Federal Reserve,la banca centrale americana
Se una banca centrale (in questo caso la Federal Reserve americana) taglia il costo del denaro, triplica i termini dei crediti e come risposta le borse sprofondano, i consumi scendono ed il Pil cala in picchiata sulle due sponde dell’Atlantico, c’è qualcosa nell’economia mondiale o di veramente irrazionale o di veramente grave. Normalmente infatti avviene il contrario: il taglio dei tassi fa volare le borse, dà fiato ai consumi, alimenta il Pil.

Ma la decisione di Ben Bernanke, il presidente della Fed, di tagliare di un quarto di punto il tasso di sconto, concedere 30 miliardi di dollari di finanziamento alla Bear Stearns - l’ultima banca Usa ad essere entrata nel vortice della crisi - e di allungare da 30 a 90 giorni i tempi di rimborso dei prestiti tra istituti di credito , ha fatto vivere ai mercati nuove ore di panico. Come mai? La spiegazione più ovvia è che anziché tranquillizzare gli animi, le misure di urgenza della Federal Reserve stiano moltiplicando l’allarme. Per giunta molti scommettono che tra poche ore la Fed potrebbe operare un taglio ben più sostanzioso ai cosiddetti tassi di rifinanziamento (il credito alle banche appunto), portandoli dal 3% al 2 o addirittura all’1,75: un altro segnale sgradito.
Le ripercussioni sono paradossali: oggi il tasso di sconto è del 3,25% negli Usa e del 4 in Euurolandia, frutto questo di una serie di rialzi decisi nel 2007 dalla Banca centrale europea. Motivo per cui l’euro continua a rafforzarsi sul dollaro e raggiunge la quota record di 1,6 biglietti verdi: in pratica il dollaro vale solo il 40% di ogni moneta da un euro che abbiamo nel portafoglio. Una pacchia per chi va negli Usa per turismo o per lavoro, una catastrofe per le esportazioni.

Non solo. L’ultimo bollettino mensile della Bce è di nuovo tutto centrato sui rischi d’inflazione, prevista tra il 2,6 e il 3,2% nel 2008 e tra l’1,5 a e il 2,7% nel 2009: insomma, i banchieri centrali europei fanno capire che non seguiranno gli americani sulla via del taglio dei tassi, nonostante i malumori crescenti dei governi di Berlino, Parigi e anche Roma. Risultato di tutto ciò, il tasso interbancario europeo, il famigerato Euribor (quello che determina tra l’altro il variare delle rate dei mutui) è risalito al 4,65%, dopo qualche giorno di pausa.

Se gli Usa sono nel panico da fallimenti bancari, noi europei siamo assillati dal caro-denaro, dal supereuro e dai continui rialzi del greggio e delle materie prime. Aggiungiamoci la frenata di tutte le economie mondiali e abbiamo una situazione di semi-recessione accompagnata da alti prezzi. Quella che gli economisti definiscono “stagflazione”.

Ma sono incubi notturni o timori giustificati? Secondo Alan Greenspan, ex numero uno della Federal Reserve, “si tratta della peggiore crisi del dopoguerra”. Greespan a sua volta è ormai additato come uno dei responsabili dell’esplosione della bolla immobiliare americana a causa della politica di credito facile che ha portato avanti tra il 2001 e il 2004, quando i tassi hanno raggiunto un minimo dell’1%. Così come la Casa Bianca è accusata per aver trasformato l’avanzo di bilancio in deficit destinato a finanziare le spese militari.

Eppure una situazione simile il mondo l’ha già vissuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, in pratica con il passaggio di testimone tra George Bush padre e Bill Clinton. Anche allora gli Usa avevano un alto deficit, il dollaro era debole, le case restavano invendute, i mutui andavano in sofferenza. Era vivo il ricordo del venerdì e lunedì neri di Wall Street del 1987. Per giunta il Giappone era in recessione. In Europa il Pil era negativo, il valore degli immobili crollava. Poi vennero la new economy, le borse ripresero a galoppare, la presidenza Clinton venne identificata come l’età dell’oro per la finanza. E anche l’Italia si dette da fare con i rialzi di borsa e l’aumento del valore delle case.

Che cosa c’è di diverso rispetto ad allora per far temere che non si tratti solo della parte bassa di un fisiologico ciclo economico? Il fatto che alcune banche, principalmente americane, ci abbiano rimesso le penne, travolte dai mutui spericolati o del panico della clientela. Ma accanto a questo fattore indubbiamente negativo ce n’è un altro positivo: il sistema monetario è più regolato, e in Europa le singole monete non sono più abbandonate a se stesse, avendo la tutela (opprimente, per alcuni) dell’euro. In più tutti gli esperti concordano sul fatto che i cicli economici si stanno accorciando: un periodo di crisi, così come uno di boom, non dura più diversi anni, al massimo un paio o tre. E qualcuno ha già coniato il termine di mini-recesssione, o recessione sprint.

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Bce attendista. Monetaristi: quest’anno tassi stabili

Una immagine di archivio della sede centrale della Bce a Francoforte
La Bce attende sui tassi d’interesse. Cioè aspetta di decidere se aumentare o diminuire il costo del denaro. Su questo tono hanno titolato molti quotidiani a proposito della situazione in cui si trova l’istituto monetario europeo.
L’instabilità dei mercati, l’euro forte, i rincari del petrolio e dei generi alimentari, sono alcuni dei motivi che fanno ritardare una decisione della Banca centrale europea sul tasso d’interesse. Decisione che, secondo alcuni monetaristi, potrebbe essere presa alla fine di quest’anno o, più probabilmente, nel 2008 inoltrato.
“Questa situazione lascia la Bce tra l’incudine e il martello”, dice Marco Annunziata, di Unicredit intervistato dal sito del quotidiano australiano Daily Telegraph. Secondo Annunziata, l’istituto centrale europeo rialzerà i tassi al 4,5% dopo un rialzo intermedio al 4,25% nella seconda metà del 2008.
Da un recente sondaggio Reuters risulta che molti esperti monetaristi giudicano improbabile che la Bce segua l’esempio della Federal Reserve che ha tagliato i tassi d’interesse del dollaro.
In una dichiarazione al Frankfurter Allgemeine Zeitung, Juergen Stark, membro dell’esecutivo della Bce, ha detto: “I rischi d’inflazione (dell’Eurozona, ndr) sono cresciuti”. Le turbolenze finanziarie, ha aggiunto, avranno un impatto “limitato” sull’economia.
Due monetaristi italiani prevedono che l’istituto presieduto da Jean-Claude Trichet non prenderà decisioni sui tassi almeno per quest’anno.
Carlo Altomonte, assistent professor di macroeconomia alla Bocconi di Milano, ha detto: “Se mettiamo insieme questi tre fattori: manovra di rialzo dei tassi che non era finita, crescita europea molto vicina al potenziale, limitato valore dell’argomentazione euro forte, ne consegue che sicuramente la banca non abbasserà i tassi”.
Giovanni Verga, professore di economia monetaria presso l’università di Parma, è di un parere leggermente diverso: la Bce non ha necessità di alzare o abbassare il suo tasso perché sono mutate altre condizioni. “La mia opinione - dice - è che non fa niente anche perché non facendo niente la politica è già stata restrittiva visto che il tasso di mercato, l’Euribor, è salito per effetto del premio a rischio. Quindi è come se la Bce avesse aumentato i tassi”. Se ci sarà una decisione al rialzo o al ribasso del costo del denaro, secondo Verga, è più probabile che questo avvenga a 2008 inoltrato. “Quest’anno - dice - è difficile che la Bce abbassi i tassi. Più probabile che li alzi o li abbassi il prossimo anno ma non tanto presto. A meno che non capiti qualcosa di particolare. Qualunque cosa faccia, sia in aumento che in diminuzione, sarà un piccolo movimento. La Bce dà più peso a un mini rialzo. Ma secondo me lo fa per controbilanciare le aspettative di un mini ribasso. In realtà è più facile che non lo muova. Perché anche il picco inflazionistico c’è però è potenziale e quindi non è detto”.

Tassi di sconto in ordine sparso. Ma mutui italiani sempre in salita

la banca centrale statunitense annuncia il taglio del tasso di sconto dello 0.50 per cento per affrontare la crisi innescata dai mutui subprime.
Che cosa sta accadendo nel circuito mondiale del denaro, e quindi dei prezzi? Le notizie sembrano una grandinata autunnale, speriamo non si trasformino in un ciclone.
La Federal reserve, la banca centrale Usa, taglia il tasso di sconto (l’interesse praticato alla banche) dello 0,50%, una sforbiciata maggiore del previsto, e lascia intendere che da qui a fine anno ci potrebbe essere un altro ribasso dello 0,25. Oggi il tasso di sconto americano è al 4,75%, potrebbe dunque scendere al 4,50.
In Europa la Bce stava andando in direzione contraria: un semi-annuncio di rialzo a settembre per giungere dal 4% attuale fino al 4,50-4,75 entro l’anno. La condotta della Fed l’ha spiazzata e gli aumenti europei sono, per ora, congelati.
Tanta diversità di decisioni, ma soprattutto di opinioni, si deve a due circostanze: la crisi dei mutui a rischio americani e il conseguente rischio di una recessione di tutta l’economia Usa; ma soprattutto al fatto che la Fed privilegia principalmente il sostegno alla crescita economica, e il soccorso all’economia quando scatta qualche allarme. L’obiettivo prioritario della Bce resta invece il controllo dei prezzi, e solo in seconda battuta l’aiuto all’economia.
Ma queste belle teorie sono contraddette dalla pratica. In Europa l’inflazione è ai minimi termini, tra l’uno e due per cento. Al contrario la ripresa, se c’è stata, è passata inosservata. Soprattutto, però, sia la Fed sia la Bce si sono prodigate nel fornire alle banche, esposte sui mutui a rischio e sui derivati finanziari prodotti dalla speculazione su questi prestiti allegri, massicce dosi di liquidità. Cioè di denaro a tasso più basso di quello ufficiale. L’ha fatto più l’austera Bce che non l’allegra Fed. La cosa ha scatenato polemiche tra i due istituti, e fin qui poco interessa al comune cittadino.
Attuale per tutti è la domanda: è giusto che le autorità monetarie si preoccupino di soccorrere le banche, più dei loro clienti? Già, perché il risultato è che le banche hanno comunque un paracadute, mentre un cittadino che ha in corso un mutuo o un’azienda che chiede un finanziamento vede aumentare vertiginosamente gli interessi da pagare.
L’Italia è al solito maglia nera. Il tasso medio dei mutui italiani, quelli variabili, ha raggiunto quota 5,63%, quasi un punto in più della media europea. Eppure il tasso della Bce è uguale per tutta l’area dell’euro. A che cosa si deve la differenza? Al famoso o famigerato “spread”, quel margine in più che le banche italiane applicano alla loro clientela, e poi all’Euribor, un termine oscuro che indica comunque l’interesse sul denaro nel circuito bancario europeo. L’Euribor può scontare le attese di rialzi dei tassi, ed è eguale per noi, tedeschi e francesi. Lo spread è invece affare italiano. Ricapitolando: tasso di sconto ufficiale della Bce, più Euribor, più spread stanno producendo, da noi, i mutui più salati d’Europa.
Certo, qui probabilmente non c’è il pericolo dei muti allegri americani. Ma quelli in corso rischiano di venutare terribilmente tristi o meglio insostenibili per chi li deve pagare. Basta ricordare che dall’estate 2006 ad oggi gli interessi sono aumentati del 50%. Non una bazzecola.
Non solo. Il petrolio schizza a 82 dollari al barile, lasciando presagire un inverno non solo al freddo e al buio, come dice l’Eni, ma soprattutto molto caro. Ancora: l’euro è sempre più sopravvalutato rispetto al dollaro - che ormai vale sei decimi della moneta europea - comlplicando le cose per le nostre esportazione. Unica consolazione, una vacanzina e un po’ di shopping negli Usa divengono decisamente a buon mercato.
Conclusione: le autorità di controllo mondiali sul denaro stanno procedendo ognuna per proprio conto. Non c’è un prezzo, non esiste un metro di giudizio che vada d’accordo con l’altro. È noto da tempo che è impossibile governare la massa di capitali speculativi in giro per il mondo. Ma almeno qualche telefonata in più tra Francoforte e Washington si potrebbe tentare.
Guarda il VIDEO servizio sulla decisione della Federal Reserve

e il VIDEO servizio sui mutui italiani

Supereuro, a chi conviene?

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photo_zoom.gne?id=22489680&size=o]Christian Fleschhut[/url] by Flickr)[/i]
Avete un figlio, volete mandarlo all’estero per un corso estivo di inglese? Se scegliete l’Inghilterra, anche tenendovi alla larga dalla costosissima Londra, spenderete molto di più rispetto a qualsiasi destinazione negli Usa: e dunque i costi di Birmingham o del Galles battono nettamente quelli di New York e Boston. Per non parlare del Canada, dove Toronto appare decisamente la meta più a buon mercato.
Colpa della sterlina proibitiva, cosa che da anni angustia la shopping-mania da Harrods e dintorni? No: merito (o demerito) del dollaro sempre più debole rispetto all’euro. Siamo al record storico: sfondato il muro di 1,3680 dollari per un euro.
Il limite precedente era di 1,366, fissato il 29 dicembre 2004, anche se nel corso di un paio di sedute si è toccato 1,370 . Ormai un dollaro vale stabilmente due terzi di un euro, con grande beneficio non solo dei corsi d’inglese ma anche di chi può fare un salto oltre Atlantico per dare un’occhiata agli ultimi modelli di iPod da 80 giga: scontati, costano l’equivalente di alcune decine di euro che da noi. Per non parlare di pc, software, cellulari.
Ma a che cosa si devono il super-euro, o il mini-dollaro? La prima spiegazione è tecnica: mentre la Federal reserve, la banca centrale americana, lascia da tempo il tasso di sconto del dollaro al 5,25 per cento, la Banca centrale europea lascia intendere in maniera più che ufficiosa che gli interessi, oggi al 3,75, saliranno entro l’estate al 4, e che questa soglia non rappresenta affatto un tabù. Insomma, si potrà andare oltre. Gli interessi sono la prima molla a rafforzare una moneta, ed anche se quelli sul dollaro sono più alti, i mercati scontano le attese: tassi in calo in America, tassi in salita in Europa.Causa di tutto ciò è in primo luogo l’andamento dell’economia. E quello Usa, sia pure da livelli molto alti, è previsto in calo. Aumentano le richieste di sussidi per disoccupazione, calano le richieste di nuove case e si riducono i consumi interni. In Europa c’è invece un mini-boom: economie stagnanti da anni, come in Germania o in Italia, segnano progressi intorno al 2%. In cifra assoluta, siamo ancora lontani dagli americani: ma appunto quello che conta è la tendenza.
Terzo motivo, dopo i tassi d’interesse e l’economia, è l’incertezza politica: l’anno prossimo ci saranno le presidenziali americane, la Casa Bianca con il Congresso ostile non ha più il controllo del Tesoro, insomma non si sa che direzione prenderanno gli Stati Uniti.
Ma oltre a chi pianifica un soggiorno di studio, o l’acquisto di uniPod, chi guadagna dal dollaro debole? In teoria questa situazione dovrebbe favorire i prodotti made in Usa, che costano al consumatore americano molto meno. In realtà non è sempre così. Le auto americane sono in crisi, in patria e nel resto del mondo. Per la prima volta la Toyota ha sorpassato la General Motors: ma questo è un altro discorso, che riguarda la qualità, la sicurezza e l’ecologia.

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