Leggi tutte le notizie su:
Federal-reserve

Se una banca centrale (in questo caso la Federal Reserve americana) taglia il costo del denaro, triplica i termini dei crediti e come risposta le borse sprofondano, i consumi scendono ed il Pil cala in picchiata sulle due sponde dell’Atlantico, c’è qualcosa nell’economia mondiale o di veramente irrazionale o di veramente grave. Normalmente infatti avviene il contrario: il taglio dei tassi fa volare le borse, dà fiato ai consumi, alimenta il Pil.
Ma la decisione di Ben Bernanke, il presidente della Fed, di tagliare di un quarto di punto il tasso di sconto, concedere 30 miliardi di dollari di finanziamento alla Bear Stearns - l’ultima banca Usa ad essere entrata nel vortice della crisi - e di allungare da 30 a 90 giorni i tempi di rimborso dei prestiti tra istituti di credito , ha fatto vivere ai mercati nuove ore di panico. Come mai? La spiegazione più ovvia è che anziché tranquillizzare gli animi, le misure di urgenza della Federal Reserve stiano moltiplicando l’allarme. Per giunta molti scommettono che tra poche ore la Fed potrebbe operare un taglio ben più sostanzioso ai cosiddetti tassi di rifinanziamento (il credito alle banche appunto), portandoli dal 3% al 2 o addirittura all’1,75: un altro segnale sgradito.
Le ripercussioni sono paradossali: oggi il tasso di sconto è del 3,25% negli Usa e del 4 in Euurolandia, frutto questo di una serie di rialzi decisi nel 2007 dalla Banca centrale europea. Motivo per cui l’euro continua a rafforzarsi sul dollaro e raggiunge la quota record di 1,6 biglietti verdi: in pratica il dollaro vale solo il 40% di ogni moneta da un euro che abbiamo nel portafoglio. Una pacchia per chi va negli Usa per turismo o per lavoro, una catastrofe per le esportazioni.
Non solo. L’ultimo bollettino mensile della Bce è di nuovo tutto centrato sui rischi d’inflazione, prevista tra il 2,6 e il 3,2% nel 2008 e tra l’1,5 a e il 2,7% nel 2009: insomma, i banchieri centrali europei fanno capire che non seguiranno gli americani sulla via del taglio dei tassi, nonostante i malumori crescenti dei governi di Berlino, Parigi e anche Roma. Risultato di tutto ciò, il tasso interbancario europeo, il famigerato Euribor (quello che determina tra l’altro il variare delle rate dei mutui) è risalito al 4,65%, dopo qualche giorno di pausa.
Se gli Usa sono nel panico da fallimenti bancari, noi europei siamo assillati dal caro-denaro, dal supereuro e dai continui rialzi del greggio e delle materie prime. Aggiungiamoci la frenata di tutte le economie mondiali e abbiamo una situazione di semi-recessione accompagnata da alti prezzi. Quella che gli economisti definiscono “stagflazione”.
Ma sono incubi notturni o timori giustificati? Secondo Alan Greenspan, ex numero uno della Federal Reserve, “si tratta della peggiore crisi del dopoguerra”. Greespan a sua volta è ormai additato come uno dei responsabili dell’esplosione della bolla immobiliare americana a causa della politica di credito facile che ha portato avanti tra il 2001 e il 2004, quando i tassi hanno raggiunto un minimo dell’1%. Così come la Casa Bianca è accusata per aver trasformato l’avanzo di bilancio in deficit destinato a finanziare le spese militari.
Eppure una situazione simile il mondo l’ha già vissuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, in pratica con il passaggio di testimone tra George Bush padre e Bill Clinton. Anche allora gli Usa avevano un alto deficit, il dollaro era debole, le case restavano invendute, i mutui andavano in sofferenza. Era vivo il ricordo del venerdì e lunedì neri di Wall Street del 1987. Per giunta il Giappone era in recessione. In Europa il Pil era negativo, il valore degli immobili crollava. Poi vennero la new economy, le borse ripresero a galoppare, la presidenza Clinton venne identificata come l’età dell’oro per la finanza. E anche l’Italia si dette da fare con i rialzi di borsa e l’aumento del valore delle case.
Che cosa c’è di diverso rispetto ad allora per far temere che non si tratti solo della parte bassa di un fisiologico ciclo economico? Il fatto che alcune banche, principalmente americane, ci abbiano rimesso le penne, travolte dai mutui spericolati o del panico della clientela. Ma accanto a questo fattore indubbiamente negativo ce n’è un altro positivo: il sistema monetario è più regolato, e in Europa le singole monete non sono più abbandonate a se stesse, avendo la tutela (opprimente, per alcuni) dell’euro. In più tutti gli esperti concordano sul fatto che i cicli economici si stanno accorciando: un periodo di crisi, così come uno di boom, non dura più diversi anni, al massimo un paio o tre. E qualcuno ha già coniato il termine di mini-recesssione, o recessione sprint.
Partecipa al FORUM
Il VIDEO servizio:

La Bce attende sui tassi d’interesse. Cioè aspetta di decidere se aumentare o diminuire il costo del denaro. Su questo tono hanno titolato molti quotidiani a proposito della situazione in cui si trova l’istituto monetario europeo.
L’instabilità dei mercati, l’euro forte, i rincari del petrolio e dei generi alimentari, sono alcuni dei motivi che fanno ritardare una decisione della Banca centrale europea sul tasso d’interesse. Decisione che, secondo alcuni monetaristi, potrebbe essere presa alla fine di quest’anno o, più probabilmente, nel 2008 inoltrato.
“Questa situazione lascia la Bce tra l’incudine e il martello”, dice Marco Annunziata, di Unicredit intervistato dal sito del quotidiano australiano Daily Telegraph. Secondo Annunziata, l’istituto centrale europeo rialzerà i tassi al 4,5% dopo un rialzo intermedio al 4,25% nella seconda metà del 2008.
Da un recente sondaggio Reuters risulta che molti esperti monetaristi giudicano improbabile che la Bce segua l’esempio della Federal Reserve che ha tagliato i tassi d’interesse del dollaro.
In una dichiarazione al Frankfurter Allgemeine Zeitung, Juergen Stark, membro dell’esecutivo della Bce, ha detto: “I rischi d’inflazione (dell’Eurozona, ndr) sono cresciuti”. Le turbolenze finanziarie, ha aggiunto, avranno un impatto “limitato” sull’economia.
Due monetaristi italiani prevedono che l’istituto presieduto da Jean-Claude Trichet non prenderà decisioni sui tassi almeno per quest’anno.
Carlo Altomonte, assistent professor di macroeconomia alla Bocconi di Milano, ha detto: “Se mettiamo insieme questi tre fattori: manovra di rialzo dei tassi che non era finita, crescita europea molto vicina al potenziale, limitato valore dell’argomentazione euro forte, ne consegue che sicuramente la banca non abbasserà i tassi”.
Giovanni Verga, professore di economia monetaria presso l’università di Parma, è di un parere leggermente diverso: la Bce non ha necessità di alzare o abbassare il suo tasso perché sono mutate altre condizioni. “La mia opinione - dice - è che non fa niente anche perché non facendo niente la politica è già stata restrittiva visto che il tasso di mercato, l’Euribor, è salito per effetto del premio a rischio. Quindi è come se la Bce avesse aumentato i tassi”. Se ci sarà una decisione al rialzo o al ribasso del costo del denaro, secondo Verga, è più probabile che questo avvenga a 2008 inoltrato. “Quest’anno - dice - è difficile che la Bce abbassi i tassi. Più probabile che li alzi o li abbassi il prossimo anno ma non tanto presto. A meno che non capiti qualcosa di particolare. Qualunque cosa faccia, sia in aumento che in diminuzione, sarà un piccolo movimento. La Bce dà più peso a un mini rialzo. Ma secondo me lo fa per controbilanciare le aspettative di un mini ribasso. In realtà è più facile che non lo muova. Perché anche il picco inflazionistico c’è però è potenziale e quindi non è detto”.

Che cosa sta accadendo nel circuito mondiale del denaro, e quindi dei prezzi? Le notizie sembrano una grandinata autunnale, speriamo non si trasformino in un ciclone.
La Federal reserve, la banca centrale Usa, taglia il tasso di sconto (l’interesse praticato alla banche) dello 0,50%, una sforbiciata maggiore del previsto, e lascia intendere che da qui a fine anno ci potrebbe essere un altro ribasso dello 0,25. Oggi il tasso di sconto americano è al 4,75%, potrebbe dunque scendere al 4,50.
In Europa la Bce stava andando in direzione contraria: un semi-annuncio di rialzo a settembre per giungere dal 4% attuale fino al 4,50-4,75 entro l’anno. La condotta della Fed l’ha spiazzata e gli aumenti europei sono, per ora, congelati.
Tanta diversità di decisioni, ma soprattutto di opinioni, si deve a due circostanze: la crisi dei mutui a rischio americani e il conseguente rischio di una recessione di tutta l’economia Usa; ma soprattutto al fatto che la Fed privilegia principalmente il sostegno alla crescita economica, e il soccorso all’economia quando scatta qualche allarme. L’obiettivo prioritario della Bce resta invece il controllo dei prezzi, e solo in seconda battuta l’aiuto all’economia.
Ma queste belle teorie sono contraddette dalla pratica. In Europa l’inflazione è ai minimi termini, tra l’uno e due per cento. Al contrario la ripresa, se c’è stata, è passata inosservata. Soprattutto, però, sia la Fed sia la Bce si sono prodigate nel fornire alle banche, esposte sui mutui a rischio e sui derivati finanziari prodotti dalla speculazione su questi prestiti allegri, massicce dosi di liquidità. Cioè di denaro a tasso più basso di quello ufficiale. L’ha fatto più l’austera Bce che non l’allegra Fed. La cosa ha scatenato polemiche tra i due istituti, e fin qui poco interessa al comune cittadino.
Attuale per tutti è la domanda: è giusto che le autorità monetarie si preoccupino di soccorrere le banche, più dei loro clienti? Già, perché il risultato è che le banche hanno comunque un paracadute, mentre un cittadino che ha in corso un mutuo o un’azienda che chiede un finanziamento vede aumentare vertiginosamente gli interessi da pagare.
L’Italia è al solito maglia nera. Il tasso medio dei mutui italiani, quelli variabili, ha raggiunto quota 5,63%, quasi un punto in più della media europea. Eppure il tasso della Bce è uguale per tutta l’area dell’euro. A che cosa si deve la differenza? Al famoso o famigerato “spread”, quel margine in più che le banche italiane applicano alla loro clientela, e poi all’Euribor, un termine oscuro che indica comunque l’interesse sul denaro nel circuito bancario europeo. L’Euribor può scontare le attese di rialzi dei tassi, ed è eguale per noi, tedeschi e francesi. Lo spread è invece affare italiano. Ricapitolando: tasso di sconto ufficiale della Bce, più Euribor, più spread stanno producendo, da noi, i mutui più salati d’Europa.
Certo, qui probabilmente non c’è il pericolo dei muti allegri americani. Ma quelli in corso rischiano di venutare terribilmente tristi o meglio insostenibili per chi li deve pagare. Basta ricordare che dall’estate 2006 ad oggi gli interessi sono aumentati del 50%. Non una bazzecola.
Non solo. Il petrolio schizza a 82 dollari al barile, lasciando presagire un inverno non solo al freddo e al buio, come dice l’Eni, ma soprattutto molto caro. Ancora: l’euro è sempre più sopravvalutato rispetto al dollaro - che ormai vale sei decimi della moneta europea - comlplicando le cose per le nostre esportazione. Unica consolazione, una vacanzina e un po’ di shopping negli Usa divengono decisamente a buon mercato.
Conclusione: le autorità di controllo mondiali sul denaro stanno procedendo ognuna per proprio conto. Non c’è un prezzo, non esiste un metro di giudizio che vada d’accordo con l’altro. È noto da tempo che è impossibile governare la massa di capitali speculativi in giro per il mondo. Ma almeno qualche telefonata in più tra Francoforte e Washington si potrebbe tentare.
Guarda il VIDEO servizio sulla decisione della Federal Reserve
e il VIDEO servizio sui mutui italiani
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_euro_palazzo.jpg)
Avete un figlio, volete mandarlo all’estero per un corso estivo di inglese? Se scegliete l’Inghilterra, anche tenendovi alla larga dalla costosissima Londra, spenderete molto di più rispetto a qualsiasi destinazione negli Usa: e dunque i costi di Birmingham o del Galles battono nettamente quelli di New York e Boston. Per non parlare del Canada, dove Toronto appare decisamente la meta più a buon mercato.
Colpa della sterlina proibitiva, cosa che da anni angustia la shopping-mania da Harrods e dintorni? No: merito (o demerito) del dollaro sempre più debole rispetto all’euro. Siamo al record storico: sfondato il muro di 1,3680 dollari per un euro.
Il limite precedente era di 1,366, fissato il 29 dicembre 2004, anche se nel corso di un paio di sedute si è toccato 1,370 . Ormai un dollaro vale stabilmente due terzi di un euro, con grande beneficio non solo dei corsi d’inglese ma anche di chi può fare un salto oltre Atlantico per dare un’occhiata agli ultimi modelli di iPod da 80 giga: scontati, costano l’equivalente di alcune decine di euro che da noi. Per non parlare di pc, software, cellulari.
Ma a che cosa si devono il super-euro, o il mini-dollaro? La prima spiegazione è tecnica: mentre la Federal reserve, la banca centrale americana, lascia da tempo il tasso di sconto del dollaro al 5,25 per cento, la Banca centrale europea lascia intendere in maniera più che ufficiosa che gli interessi, oggi al 3,75, saliranno entro l’estate al 4, e che questa soglia non rappresenta affatto un tabù. Insomma, si potrà andare oltre. Gli interessi sono la prima molla a rafforzare una moneta, ed anche se quelli sul dollaro sono più alti, i mercati scontano le attese: tassi in calo in America, tassi in salita in Europa.Causa di tutto ciò è in primo luogo l’andamento dell’economia. E quello Usa, sia pure da livelli molto alti, è previsto in calo. Aumentano le richieste di sussidi per disoccupazione, calano le richieste di nuove case e si riducono i consumi interni. In Europa c’è invece un mini-boom: economie stagnanti da anni, come in Germania o in Italia, segnano progressi intorno al 2%. In cifra assoluta, siamo ancora lontani dagli americani: ma appunto quello che conta è la tendenza.
Terzo motivo, dopo i tassi d’interesse e l’economia, è l’incertezza politica: l’anno prossimo ci saranno le presidenziali americane, la Casa Bianca con il Congresso ostile non ha più il controllo del Tesoro, insomma non si sa che direzione prenderanno gli Stati Uniti.
Ma oltre a chi pianifica un soggiorno di studio, o l’acquisto di uniPod, chi guadagna dal dollaro debole? In teoria questa situazione dovrebbe favorire i prodotti made in Usa, che costano al consumatore americano molto meno. In realtà non è sempre così. Le auto americane sono in crisi, in patria e nel resto del mondo. Per la prima volta la Toyota ha sorpassato la General Motors: ma questo è un altro discorso, che riguarda la qualità, la sicurezza e l’ecologia.