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federalismo

Moduli per la dichiarazione dei redditi / Ansa
Meglio chiarire da subito: di tagli alle tasse non se ne parla, almeno nel breve periodo. Un’indiscrezione rilanciata da un’agenzia ieri aveva fatto pensare a una riforma fiscale del governo con l’obiettivo di ridurre le tasse nel 2010, annunciata dallo stesso premier Berlusconi in una telefonata a un gruppo di europarlamentari. Ma poi una precisazione-smentita del sottosegretario Bonaiuti un’intervista del ministro dell’Economia hanno eliminato l’equivoco. Continua
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Il progetto di federalismo fiscale in Italia deve essere “coerente” con l’obiettivo di finanze pubbliche sostenibili nel medio termine. A quanto risulta a Radiocor sarà questa una delle indicazioni contenute nel rapporto comunitario sull’attuazione in Italia della strategia di Lisbona.
Nel giudizio Ue che sarà approvato dal collegio dei commissari mercoledì, Bruxelles chiede a Roma di proseguire con il miglioramento dello stato delle finanze pubbliche, anche alla luce dell’alto debito. Ma i fari sono puntati sulla scarsa produttività del Belpaese: le politiche chiave per aumentarla, sostiene l’esecutivo Ue, consistono in un rafforzamento della concorrenza, meno costi burocratici, miglior funzionamento del mercato del lavoro, ricerca e sviluppo.
Servono poi misure di lungo termine per spingere la transizione verso l’economia a bassa emissione di CO2.
In tutto saranno quattro le raccomandazioni all’Italia. La prima riguarda il consolidamento del bilancio pubblico inteso come obiettivo a “medio termine”: è implicito che questa azione dovrà essere intrapresa una volta lasciata alla spalle la crisi attuale. D’altra parte, si ribadisce che l’aggiustamento di bilancio è stato assicurato e, anzi, si tratta dell’azione di politica economica più evidente rispetto all’azione intrapresa in altri settori. La seconda indicazione riguarda la necessità di migliorare la crescita della produttività che comporta una maggiore “efficienza” del sistema scolastico e formativo. La sfida dell’efficienza deve riguardare anche la pubblica amministrazione. La terza riguarda gli interventi per migliorare il livello di concorrenza. I settori indicati sono i servizi professionali e finanziari, la distribuzione al dettaglio, la distribuzione dei carburanti, i servizi del gas, del trasporto aereo e quelli locali. Infine le misure all’insegna della flexicurity (flessibilità e sicurezza del lavoro) con l’obiettivo generale di adottare un sistema di protezione “uniforme”. Dopo dieci anni di calo continuato, il tasso di disoccupazione è aumentato l’anno scorso e aumenterà ancora a causa della recessione. Bruxelles ritiene che siano stati fatti dei progressi per migliorare quello che viene chiamato “ambiente pro business”. Per far risalire l’economia dall’attuale debolezza competitiva, la commissione rileva anche l’importanza che la crescita dei salari resti allineata alla crescita della produttività attraverso “un ulteriore decentramento” dei livelli ai quali vengono fissati. Nel rapporto Lisbona 2008 che sarà pubblicato mercoledì la commissione europea analizza i progressi compiuti nella Ue e in ogni singolo paese nell’attuazione della strategia per migliorare la competitività delle economie.
Bruxelles spiega che nel 2008 sono diminuiti i consumi privati, gli investimenti e le esportazioni. La situazione non è rosea neanche nel 2009, quando dovrebbe aumentare il tasso di disoccupazione. Per contrastare questa tendenza, secondo la Commissione, andrebbe inoltre posto l’accento sulla forza lavoro non utilizzata, in particolare nel Mezzogiorno. L’approvazione del giudizio sull’Italia era attesa per metà dicembre scorso, ma a causa della crisi economica l’esecutivo Ue ha deciso di rimandarla a fine gennaio per consentire una valutazione approfondita per ciascun paese, sulla base di criteri ben più ampi: macroeconomici, microeconomici e sociali.

Su 100 euro di entrate tributarie ben 77,7 vanno all’amministrazione centrale e solo 22,3 agli Enti locali. Questo almeno è quanto afferma l’associazione artigiani Cgia di Mestre, presentando i dati dell’ultima ricerca condotta dal proprio ufficio studi. “In termini reali” rileva Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia mestrina “a fronte di 459,8 miliardi di euro di entrate tributarie totali registrate nel 2007, 357,1 vanno all’erario e ’solo’ 102,7 miliardi alle amministrazioni locali. Ciò vuol dire che l’autonomia fiscale dei nostri territori, rispetto ai principali competitori, è ridotta al minimo”.
L’elaborazione ha messo a confronto le entrate statali e quelle locali di Italia, Francia, Spagna e Germania. Se con spagnoli e tedeschi non c’è confronto, merita un chiarimento - secondo i ricercatori - la situazione della Francia. I transalpini presentano una specificità non riscontrabile negli altri Paesi per quanto concerne il sistema pensionistico. Mentre in tutti gli altri stati presi in esame la previdenza è sostenuta attraverso il versamento contributivo fatto dagli occupati, in Francia è la fiscalità generale a finanziare il sistema.
“La cosa che ci preoccupa di più” prosegue Bortolussi “è che dalla lettura di questi dati emerge una corrispondenza lineare tra il livello di centralismo e la pressione tributaria. Ovvero, la quantità di imposte, tasse e tributi che i contribuenti versano in percentuale del Pil è direttamente proporzionale al grado di centralismo fiscale”.
Infatti, a fronte di un centralismo fiscale che è pari in Italia al 77,7% c’è una pressione tributaria del 29,9%. La più alta tra i paesi messi a confronto. La Germania, invece, che presenta un gettito fiscale nazionale del 49,4%, ha una pressione tributaria solo del 24%. Idem la Spagna: a fronte di una percentuale di entrate centrali pari al 55,6% registra una pressione tributaria del 25,1%. Solo la Francia è un po’ in controtendenza rispetto ai tre Paesi analizzati. Pur avendo un’autonomia impositiva degli enti locali più contenuta di quella italiana presenta, però, una pressione tributaria del 27%. Ben più alta di quella tedesca e spagnola ma più contenuta di quasi 3 punti rispetto a quella italiana.
I cugini transalpini, pur avendo uno stato centralista, hanno però una pubblica amministrazione più virtuosa, più efficiente e meno costosa, ad esempio, della nostra. “A fronte del risultato emerso da questa elaborazione” conclude Bortolussi “è necessario approvare in tempi brevissimi la legge sul federalismo fiscale. Solo trattenendo sempre più sul territorio le risorse erogate dai contribuenti e avvicinando i centri di spesa ai cittadini, si può rispondere meglio alle esigenze di questi ultimi rendendo gli amministratori locali più responsabili e più virtuosi. Tutto ciò con l’obbiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i nostri conti pubblici”.
La parola magica è tabelle. Niente salsiccioni con migliaia di norme, commi, rinvii ad altre leggi. Mentre nel ministero dell’Economia, al Cnel e in diversi centri studi si lavora sulla riforma delle future procedure per il bilancio dello Stato, quest’anno il governo sfrutta il vantaggio ottenuto con i decreti varati a luglio e già approvati dalla Camera e dal Senato. Grazie ai provvedimenti estivi, il ministro Giulio Tremonti ha impostato nel modo più scarno possibile la redazione dei due disegni di legge sui conti pubblici da presentare entro settembre, e cioè il bilancio dello Stato e la Legge finanziaria. L’obiettivo è blindare i risultati già conseguiti ed evitare così il solito assalto alla spesa durante la discussione in Parlamento.
Riuscirà a vincere la battaglia? Il contenuto della Finanziaria lascia davvero pochi spazi agli agguati: solo tabelle e alcune, inevitabili cifre. Come il saldo netto da finanziare nel 2009, ovvero la differenza tra entrate e uscite sommata al risultato delle attività finanziarie pubbliche. O come il dato del ricorso massimo al mercato (di quanto può indebitarsi lo Stato per coprire il deficit) o la somma destinata ai contratti del pubblico impiego.
Anche per le tabelle nessun cambiamento: saranno quelle di sempre, contraddistinte dalle prime lettere dell’alfabeto. La A, che sarà quasi vuota, indica tradizionalmente quanti soldi si stanziano per le nuove leggi previste dai ministeri. La B gli investimenti. La C gli stanziamenti per alcune attività necessarie (i fondi per la presidenza del Consiglio, per esempio). La D e la E le variazioni in aumento e in diminuzione delle leggi pluriennali di spesa. La F fotografa le leggi in vigore. Tutto il resto ridotto al minimo.
Quanto al bilancio, il lavoro è impostato per missioni, programmi, macroaggregati, secondo la riforma fatta nell’ultima legislatura.
La novità è grossa. Ma le condizioni di quest’anno difficilmente potranno ripresentarsi in futuro. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo ha detto quando ha firmato i decreti con i quali a luglio, innovando di fatto le procedure, il ministro dell’Economia ha anticipato l’intervento del governo sui conti pubblici fino al 2011. “Non da ora” disse Napolitano “la presidenza ha pubblicamente rilevato l’assoluta necessità di una riforma organica della legge di contabilità generale dello Stato e delle procedure della decisione di bilancio, in modo da superare definitivamente una prassi legislativa che sfugge alle possibilità di comprensione dell’opinione pubblica; una prassi da cui sono derivati esiti che hanno mortificato il Parlamento e distorto la formazione delle decisioni in un campo essenziale”.
Insomma, nel 2009 e nel 2010 non si potrà seguire lo stesso schema, tanto più che il federalismo, riforma contenuta in un disegno di legge collegato alla Finanziaria, affiderà ancor più alle regioni e agli enti locali le responsabilità di spesa e di entrata.
Un punto, questo, richiamato anche da Mario Canzio, ragioniere generale dello Stato, nel corso di un’audizione alla Camera, giovedì 11 settembre, e sul quale concordano tutti gli studi. Dice Giorgio Macciotta, che è stato relatore su un documento del Cnel: “Con il federalismo bisognerà passare dal bilancio dello Stato al bilancio della Repubblica”.
Quest’anno, però, la partita è cominciata in un altro modo. E il ministro dell’Economia è intenzionato a sfruttare il vantaggio conquistato con il blitz di luglio. Finora ci è riuscito, gli altri ministri hanno ubbidito: ciascuno ha presentato la rimodulazione delle spese del proprio dicastero secondo i tagli indicati nei decreti per il 2009, il 2010 e il 2011.
Alcuni indizi segnalano però che la battaglia non è finita. Pochi ministri hanno rinunciato a presentare, “fuori sacco” e senza squilli di tromba, alcune esigenze aggiuntive: dal costo delle missioni di pace al fondo di solidarietà dell’agricoltura. Il cambiamento del quadro macroeconomico non è stato considerato. E soprattutto, come un fiume carsico, si stanno gonfiando le aspettative dei parlamentari della maggioranza e dell’opposizione.
Come dire: nonostante i provvedimenti asciutti, le decisioni prese e l’occasione creata da Tremonti con la propria determinazione, il percorso parlamentare del bilancio potrebbe rivelarsi, ancora una volta, un duro banco di prova.
Scene da un patrimonio. Adriana Poli Bortone presenta un emendamento sui chioschi in spiaggia, Tonino D’Ali ne invia a ruota un altro sulla viticoltura e la peronospora in Sicilia, il ministro per i Rapporti con il Parlamento interpella il ministro dell’Economia: che si fa, accettiamo gli emendamenti? Risposta di Giulio Tremonti: “Ma in Senato non lo sanno ancora che c’è la crisi del ‘29?”. Lo dice anche l’economista Nouriel Roubini sul suo Rge monitor: “È la più grave crisi dai tempi della Grande depressione”. Ragion per cui gli emendamenti diventano ordini del giorno e la cassa resta blindata.
Sarà la Finanziaria più immacolata della storia della Repubblica, in Transatlantico lo chiamano appunto “effetto ‘29″ e in realtà è l’onda d’urto di una crisi che Tremonti vede arrivare sull’Europa come uno tsunami che avrà ripercussioni enormi sul bilancio dello Stato e la vita delle famiglie, già messi a dura prova dall’aumento del costo delle materie prime e dal rialzo dei tassi di interesse. L’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia ha cominciato a far aprire gli occhi anche a quelli che considerano le idee tremontiane “troppo fosche per essere vere”. Via Nazionale finalmente ha acceso la spia rossa. La crisi non è più passeggera, il ciclo internazionale è “caratterizzato da grande incertezza” e il cammino dell’economia per il Paese si fa impervio, tanto che “il pil ristagnerebbe nei 7 trimestri successivi”.
Di fronte a questo scenario Tremonti ha cominciato a lavorare anticipando la manovra in modo da “far dispiegare subito gli effetti positivi sui conti pubblici”; ha alzato la diga contro la tradizionale pioggia di emendamenti che finiva per cambiare i connotati alla Finanziaria; e ha studiato un piano per varare in tempi rapidi il federalismo fiscale e cominciare quella che potrebbe diventare una gigantesca riduzione del debito pubblico italiano.
L’autunno non sarà caldo, ma federalista
Chiusa la partita della Finanziaria, Tremonti calerà le carte del progetto di federalismo fiscale, che “non è solo economico ma essenzialmente politico”. Come sarà? Una relazione di Tremonti al “parlamento” del Nord riunito a Vicenza il 10 marzo 2007 aiuta a capirne le linee guida.
Il federalismo non è quello “delle addizionali o dei piccoli tributi locali. Ma una meccanica che passa attraverso le grandi imposte, un tempo solo statali e ora, invece, anche regionali”. La riforma del Titolo V della Costituzione e i lavori della bicamerale sono stati il cavallo di Troia per introdurre nel sistema “due regole di rivoluzione costituzionale”. Quali? “Il principio delle competenze statali chiuse (numerus clausus) e tutte le altre competenze attribuite alle regioni”.
Il secondo principio è l’inversione del flusso finanziario. Non è più lo Stato che ha titolarità delle grandi imposte ma “le regioni che hanno titolarità fiscale originaria delle grandi imposte, ferme in parallelo, ma non in sovrapposizione, piuttosto a completamento, la quota Stato e la quota solidarietà”.
Quale sarà il modello? La bozza di partenza è quella che ha come primo firmatario Umberto Bossi, riproduzione fedele di quella deliberata dal consiglio regionale della Lombardia il 19 giugno 2007. Il progetto è a dir poco rivoluzionario: cambia il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, conferisce alle regioni non una generica autonomia tributaria bensì, “a parità di pressione fiscale individuale e aggregata, una quota consistente dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, una compartecipazione elevata al gettito dell’Iva, l’intero gettito delle accise, dell’imposta sui tabacchi e di quella sui giochi”.
Debito pubblico e proposta Alvi
Tremonti ricorda spesso che, mentre tutto il debito pubblico è del governo centrale, gran parte del patrimonio pubblico che può essere venduto è di regioni, province e comuni. Non solo: mentre quasi tutto il prelievo centrale è dello Stato, la spesa pubblica crescente è locale. Un gatto che si morde la coda. Se il federalismo è un disegno “essenzialmente politico”, è chiaro che non può essere separato dalla questione della riduzione del debito pubblico e della spesa.
In passato si è inseguito il mito delle privatizzazioni come soluzione obbligata per tagliare lo stock di debito, ma visti i risultati insufficienti di questa strategia nelle stanze di Via XX Settembre si sta pensando a qualcosa che vada al di là “di un’operazione di sola ingegneria finanziaria”.
Sulla scrivania del ministro dell’Economia c’è un “Promemoria per l’uso dei patrimoni pubblici” scritto il 9 maggio 2008 dall’economista Geminello Alvi. Si tratta di un appunto riservato che, giudicando impraticabile la vecchia proposta di Giuseppe Guarino (conferire a un superfondo gli attivi dello Stato centrale per una cifra di 400 miliardi da portare a riduzione del debito), si articola in cinque punti: 1) conferire agli enti locali una quota consistente del debito pubblico e vincolarli a mobilitare gli attivi in loro possesso per ridurre la passività; 2) usare la liquidità (oro di Banca d’Italia, partecipazioni azionarie, crediti dello Stato centrale) per creare un fondo che coordini la valorizzazione degli attivi dello Stato e degli enti locali; 3) privatizzazioni sul territorio con la conversione di bot in case popolari o quote di servizi pubblici; 4) tagliare la spesa pubblica conferendo quote di patrimoni pubblici a fondazioni, mutue e altri enti che in cambio si prendono in carico alcune funzioni che prima erano dello Stato; 5) mobilitare i patrimoni pubblici dello Stato centrale e degli enti locali per ridurre il debito e la spesa corrente con un’attenzione territoriale.
Alvi è un economista che appartiene alla scuola di Adriano Olivetti e Paolo Baffi (di cui è stato assistente per vari anni in Svizzera), è componente del consiglio degli esperti del ministero dell’Economia, coltiva una passione per le lettere, è un pensatore originale che ha scritto vari libri in cui l’aspetto solidale è accompagnato all’idea di separare l’economia dallo statalismo e certamente conosce benissimo la materia di cui scrive (è autore del volume Un paese fondato sulle rendite, edito dalla Mondadori) e sta lavorando con l’ausilio di una grande firma della consulenza internazionale alla stima del patrimonio pubblico italiano. Presto vedremo i numeri. Poi si faranno i conti in Parlamento.