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(Credits: Ansa)
Moody’s corregge le previsioni di ieri sul futuro dell’economia nostrana e, nel rapporto “La sfida italiana: contenimento del debito con bassa crescita”, analizza la condizione degli Stati europei colpiti dalla crisi ma non include il nostro Paese tra quelli a rischio di collasso. Indica, anzi, per il 2010 una prospettiva piuttosto stabile.
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- biker
- Venerdì 7 Maggio 2010

Per trovare il nuovo cuore dei mercati finanziari non bisogna andare a Wall Street ma a Chicago. Per l’esattezza al secondo piano del palazzo art déco che ospita la borsa dei future, dove si trovano gli uffici della Global electronic trading corporation, altrimenti nota come Getco. Da qui passa ogni giorno il 15 per cento del volume del mercato borsistico americano, ma invece delle migliaia di finanzieri che lavorano alla Goldman Sachs o alla Prudential, alla Getco ci sono solo 220 impiegati.
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Credits: LaPresse
Entro i prossimi dieci anni il mondo della finanza europeo potrebbe parlare spagnolo. Infatti, fra gli istituti di credito usciti vincitori dalla crisi che ha attanagliato l’economia negli ultimi mesi si deve sicuramente annoverare il Gruppo Santander. Continua

La prossima bolla finanziaria? Occhio al mercato obbligazionario. I maggiori pericoli, secondo molti esperti, si corrono con le obbligazioni societarie (corporate bond). Ma anche i titoli di stato non sono immuni da rischi. Perché? Con i tassi ai minimi storici, i prezzi di quelli già emessi sono saliti alle stelle: per esempio i Btp con cedola al 9 per cento e scadenza 2023 quotano circa 140 punti, mentre saranno rimborsati a 100. Questi titoli, in caso di rialzo atteso dell’1 per cento dei rendimenti, perderebbero oltre 10 punti di valore.
Al di là dei rischi che si corrono con i titoli a lungo termine, c’è un’incognita più in generale investendo sul debito pubblico? In Italia non emergono, per adesso, particolari problemi. Il ministero del Tesoro è da sempre un grosso emittente, dato che il debito pubblico italiano è molto alto e rinnovato a getto continuo, con in media oltre 12 nuove aste ogni mese. Finora la domanda è sempre stata superiore all’offerta, tanto che i titoli più redditizi, i Btp, danno poco più del 4 per cento lordo sulla durata decennale e circa il 5 per cento lordo sulla scadenza di 30 anni.
A inizio anno in Germania c’è stata qualche difficoltà di assorbimento per un’emissione con tassi troppo bassi, ora i titoli tedeschi a breve offrono meno dell’1 per cento lordo mentre i Bund a 10 anni danno intorno al 3,5 per cento lordo. Qualche preoccupazione sul mercato c’è per l’imponente debito pubblico del Regno Unito, che però mantiene per ora la tripla A: il voto dato ai debitori più affidabili dalle agenzie di rating. Mentre l’Irlanda ha avuto due tagli di rating nell’ultimo mese ed è stata più colpita di Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno perso un solo gradino di affidabilità.
In fin dei conti, dal punto di vista dei risparmiatori, aumenta il rischio perché i governi sono sempre più indebitati, dato che per uscire dalla recessione devono sostenere i salvataggi delle aziende con soldi pubblici. Tanto è vero che nei prossimi mesi ci saranno emissioni a valanga di titoli di stato. Per gli esperti il problema si potrà presentare soprattutto negli Usa per le difficoltà che sta incontrando Barack Obama a uscire dalla crisi. “Oggi chi compra i bond governativi cerca sicurezza e si ritrova a guadagnare meno dell’inflazione” osserva Raimondo Marcialis, direttore generale della Mc gestioni. “Se la crisi dovesse essere scaricata sui titoli di stato, sarebbe un dramma, anche se i rischi sono soprattutto sui corporate bond”.
Dunque cosa conviene fare? “Se il petrolio continuasse ad apprezzarsi, nei prossimi mesi l’inflazione potrebbe tornare a crescere e i tassi dovrebbero aumentare di conseguenza” avverte Angelo Drusiani, esperto obbligazionario della Banca Albertini Syz. “Quindi in questo momento meglio evitare i titoli a lungo termine, conviene aspettare l’autunno per comprarli”.

È una finanza senza regole quella che emerge dalle indagini sul paradiso fiscale San Marino. Una finanza alimentata dall’evasione fiscale di italiani, che viene sfruttata dalle banche sammarinesi per insinuarsi nell’economia nazionale in modo illecito. Questa è la prima conclusione dell’inchiesta condotta dai pm di Forlì Fabio Di Vizio e Marco Forte sulle attività della Cassa di risparmio di San Marino.
L’indagine è nata l’anno scorso, quando la squadra mobile di Forlì fermò un portavalori che trasportava nella microrepubblica 2,6 milioni di euro in contanti. Da quel sequestro sono partiti controlli che scuotono il segreto bancario del Monte Titano. Le indagini di Di Vizio hanno permesso di verificare, per esempio, che il 70 per cento degli assegni in arrivo a San Marino proviene da tre regioni ad alto tasso criminale: Campania, Calabria e Sicilia.
Il pm ha constatato che spesso anche le banche italiane aggiravano i sistemi informatici antiriciclaggio non segnalando i loro rapporti con le controparti sammarinesi. E soprattutto ha mostrato che la Cassa di risparmio di San Marino controllava illecitamente un gruppo bancario in Italia (ora commissariato) gestito senza seguire le regole bancarie.
Si chiama gruppo Delta e ha sede a Bologna. Suo compito era raccogliere soldi e trasferirli sul Titano, poi farli rientrare in Italia investendoli in attività formalmente legali. Da queste scoperte sono partiti gli ordini di arresto (e oltre 35 avvisi di garanzia) per tutto il top management della Cassa di risparmio di San Marino, il più grosso istituto del Titano. In carcere sono finiti il presidente Gilberto Ghiotti, il direttore Luca Simoni, l’amministratore delegato Mario Fantini, Gianluca Ghini, direttore generale della Carifin sa (controllata dalla cassa), e il consigliere della cassa Paola Stanzani.
Sulla Delta s’è anche appuntata l’attenzione della Banca d’Italia. Dal gruppo dipende una ragnatela di società attive pure nel credito al consumo attraverso la Carifin e la Plusvalore. Gli ispettori della Banca d’Italia, che hanno terminato il loro lavoro il 4 febbraio, hanno verificato che la Cassa di risparmio di San Marino era illecitamente il socio occulto di maggioranza della Delta.
Soprattutto, hanno rilevato che a chi chiedeva un mutuo le finanziarie fornivano informazioni apparentemente truffaldine. Il tasso, infatti, non inglobava le spese per l’incasso delle rate e, si legge nel rapporto, “ciò ha comportato il superamento del tasso soglia per un numero elevato di posizioni (dall’analisi ispettiva: 9.882 casi nel primo semestre 2008)”. Tradotto: prestiti a tassi d’usura.
Lo stesso viene imputato alla Plusvalore che, applicando lo stesso sistema, ha prestato danaro a tassi d’usura in 2.104 casi. Ma le persone raggirate possono essere molte di più, perché gli ispettori hanno considerato solo le posizioni che eccedono di 1 punto percentuale il tasso soglia.
Per prestare soldi a famiglie e imprese bisogna anche raccoglierli. Anche qui illeciti del gruppo Delta, secondo i verbali dei circa 70 interrogatori condotti dal pm Di Vizio. Uno di questi riguarda un imprenditore veneto (recidivo, in quanto già indagato dalla Guardia di finanza di Cremona sempre per evasione fiscale) che ammette: “In pratica acquistavo in nero e vendevo in nero” attraverso il pagamento di “fatture per operazioni inesistenti”. Il danaro veniva poi trasformato “sotto forma di assegni circolari non trasferibili che poi versavo alla Carifin”; “in due anni avrò portato circa 2 milioni di euro”. I magistrati e la squadra mobile di Forlì hanno però accertato che l’evasione dell’imprenditore non è inferiore ai 18 milioni.
La Carifin, ligia al segreto bancario, “non invia corrispondenza a domicilio e non telefona mai”. Con i dirigenti della finanziaria “abbiamo anche parlato delle cautele da adottare nel senso di non lasciare carte in giro, è per questo che distruggevo gli estratti conto”. L’interrogato aggiunge: “Tutto il mondo sa quello che si fa a San Marino, gli imprenditori dell’area geografica da cui provengo conoscono bene questa possibilità di operare il trasferimento irregolare di fondi e credo ormai che San Marino in questo abbia sostituito la Svizzera”.
Nella gran mole di carte che il pm forlivese ha raccolto emerge anche il sospetto che il Titano venga usato come bancomat da parte della criminalità organizzata. Sta di fatto che su 1,1 milioni di assegni esaminati il 70-75 per cento è stato emesso da banche delle regioni meridionali e questo allarga di molto l’ambito dell’indagine.
Da una parte si è mossa la direzione nazionale antimafia e dall’altra il Gafi: l’organismo dell’Ocse che si occupa di antiriciclaggio incaricato di redigere la lista nera dei paesi che coprono evasori fiscali e capitali illegali ha chiesto lumi. Con una lettera zeppa di domande rivolte alle autorità sammarinesi il Gafi vuole verificare la legislazione antiriciclaggio della repubblica. Probabilmente avrà la stessa delusione dei magistrati forlivesi: i poteri delle autorità di polizia a San Marino sono praticamente inesistenti, al punto che il corpo interforze della repubblica (una sorta di Guardia di finanza) non può effettuare ispezioni fiscali.
È per questo che San Marino potrebbe non uscire, come vorrebbe, dalla “lista grigia” dei paradisi fiscali per entrare in quella “bianca” che gli consentirebbe di intrattenere normali rapporti finanziari con il resto del mondo. Ecco perché l’inchiesta forlivese fa paura: è la dimostrazione che San Marino assomiglia molto a una lavanderia.
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di Angelo Pergolini
Da quando la crisi è scoppiata a livello globale, in autunno, banchieri e governi non fanno che ripeterlo: servono nuove regole e un nuovo sistema di controlli. Una sorta di mantra, una litania ripetuta in ogni vertice o convegno. Però di proposte precise se ne sono viste poche. “Il Financial stability forum già ad aprile 2008 aveva dato delle indicazioni” osserva Gregorio De Felice, presidente dell’Aiaf (l’associazione che riunisce gli analisti finanziari) e capoeconomista dell’Intesa Sanpaolo. È passato un anno “e non è stato fatto praticamente nulla” commenta sospirando l’economista. Cambiare è così difficile?
“Alcune cose sono complesse. Per esempio” spiega De Felice “la modifica delle norme Basilea 2. Stabiliscono parametri rigidi sulla solvibilità degli intermediari, invece dovrebbero essere elastici, entro una certa misura, e variare a seconda dell’andamento del ciclo economico. Altra misura tanto necessaria quanto non facile da adottare è introdurre un’armonizzazione minima a livello europeo fra le authority: servirebbe un sistema federato, come quello delle banche centrali. Detto questo ci sono anche cose che sono utili e facilmente realizzabili. Anche subito”.
Esempi? “In primo luogo” risponde il presidente dell’Aiaf “si dovrebbe affrontare la questione dei prodotti derivati. Sotto almeno tre aspetti. Anzitutto questi prodotti, oggi spesso incomprensibili, andrebbero standardizzati sulla base di un ristretto numero di modelli. Poi bisogna stabilire che le transazioni di tutti i derivati devono passare attraverso una “clearing house”, una stanza di compensazione. Insomma, devono essere trattati su mercati regolamentati e trasparenti”.
C’è un terzo aspetto: “Riguarda non gli emittenti ma gli acquirenti. L’Aiaf ritiene opportuno stabilire che questi prodotti non possano essere acquistati da precise categorie, come gli enti locali. Più in generale si tratta di porre limiti per evitare che mettano a rischio il risparmio. Prendere misure come queste, lo ripeto, non sarebbe difficile”.
La crisi finanziaria ha anche messo in luce la scarsa affidabilità, o addirittura l’inutilità, di strumenti come il rating, le pagelle sulle obbligazioni. “Il problema numero uno è quello della trasparenza. L’agenzia di rating di un emittente non può essere anche suo consulente. Le due attività vanno nettamente separate”. Ma ci sono già i cosiddetti muri cinesi, ovvero le attività sono separate, dicono le agenzie del settore. “Come è oggi, è solo una presa in giro. No, bisogna stabilire che una società o fa una cosa oppure l’altra. Punto”.
Basterebbe? “No, bisognerebbe fare almeno altre tre cose. Primo: stabilire che il rating non sia pagato dalla società oggetto del controllo. Secondo: imporre alle agenzie di rating di mettere il mercato a conoscenza dei metodi di giudizio adottati. Terzo: abolire le sigle oggi usate per indicare il rischio. Fanno venire il mal di pancia all’investitore. Andrebbero sostituite da un indicatore della probabilità di fallimento dell’emittente”. Beh, vasto programma… “Per riscrivere le regole del rating non servirebbe molto. Basterebbe un regolamento della Consob”.
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Nuovamente in rialzo il costo della crisi finanziaria. E la stima viene dal Fondo Monetario Internazionale: le svalutazioni, entro il 2010, afferma nel Global Financial Stability Report: “potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche”. A tanto cioè arriverà a costare la crisi finanziaria global alle sole economie avanzate.
Il collasso del settore creditizio (credit crunch) sarà “profondo e di lunga durata”, la crisi si è estesa a famiglie e imprese e anche se a livello mondiale sono state lanciate contromisure “che non hanno precedenti”, l’istituzione avverte che “la stabilizzazione del sistema finanziario richiederà ulteriori azioni politiche”. Con questo rapporto ogni anno l’Fmi passa in rassegna la situazione e tutte le criticità del sistema finanziario globale.
L’aspetto più atteso era proprio quello sulle svalutazioni, oggetto di anticipazioni di stampa che ora trovato riscontro nei dati effettivamente pubblicati. Sono contenuti nel primo capitolo e l’ammontare totale delle svalutazioni stimate sale a quasi 4.100 miliardi di dollari; se la maggior parte di queste svalutazioni ricadono su titoli originati negli Stati Uniti, l’epicentro della crisi, ora l’Fmi stima che ben 1.193 miliardi riguardino titoli Europei.
Per dare un’idea della velocità e dell’ampiezza con cui si sono aggravate queste stime, basta guardare alla componente sugli asset statunitensi. Oggi l’Fmi stima svalutazioni per 2.712 miliardi di dollari su un ammontare totale di titoli da 26.554 miliardi. Solo lo scorso gennaio, in un aggiornamento delle sue previsioni, indicava invece svalutazioni per 2.200 miliardi, e nell’ottobre precedente 1.400 miliardi.
“In base alle nostre stime” scrivono i tecnici dell’Fmi “a riflesso delle perduranti pressioni nei mercati del credito le istituzioni finanziarie globali e altri detentori (di questi titoli) potrebbero fronteggiare svalutazioni più ampie”.
Le svalutazioni previste per l’Europa riguardano un ammontare totale di titoli indicato a 23.807 miliardi di dollari, mentre altri 131 miliardi di svalutazioni sono su titoli originati in Giappone il cui ammontare totale è di 6.569 miliardi. E sono proprio i nuovi dati su Europa e Giappone a far salire drammaticamente la previsione totale, perché in precedenza l’Fmi non indicava svalutazioni su titoli originati da queste due aree economiche. L’ammontare totale dei titoli oggetto di revisioni peggiorative è pari a 57.719 miliardi di dollari e la cifra esatta delle svalutazioni previste è di 4.054 miliardi.
A causa della crisi finanziaria, il debito pubblico italiano salirà nel 2010 al 121% con un incremento di 15 punti percentuali dal 106% del 2008. Il Fondo Monetario Internazionale precisa che i costi per la stabilizzazione finanziaria sono risultati pari allo 0,9% del pil. I dati sul debito sono tratti dal World Economic Outlook dell’aprile 2008, mentre le stime sui costi provengono dal dipartimento degli Affari fiscali del Fmi. Il deterioramento dei conti pubblici non è comunque un fenomeno limitato: in Germania il debito 2010 si attesterà all’87% con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227%, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti al 98%. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80%.
Tre le “priorità” identificate dal Fondo: assicurare che il sistema bancario abbia accesso alla liquidità necessaria, identificare e risolvere la questione degli asset tossici, ricapitalizzare le banche indebolite ma ancora vitali e decidere rapidamente cosa fare di quelle ormai allo stremo. Con l’avvertenza che, “data la natura globale della crisi”, gli effetti delle politiche nazionali potranno avere pieno successo “soltanto se realizzate in modo coordinato tra tutti i Paesi coinvolti”.
Soprattutto nel Vecchio Continente. L’Europa dell’Est, già duramente colpita dalla crisi, rischia infatti di contagiare tutta la “vecchia” Europa: le forti interconnessioni finanziarie esistenti fra le due aree aumentano il pericolo di un “un ciclo vizioso avverso» all’interno di tutta l’Europa spiega ancora l’Fmi, secondo il quale “i collegamenti” fra Est e Ovest “creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi”. La maggior parte delle economie emergenti europee, conclude l’Fmi, sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.