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Metà dei 4,4 milioni di americani disoccupati ha perso il lavoro dopo la sua elezione. E l’indice di borsa Dow Jones è calato del 20 per cento dal giorno del suo insediamento. Forse è ancora presto per chiamarla la recessione di Barack Obama, come l’ha definita il Wall Street Journal. Ma certo i dubbi sulla politica economica della nuova amministrazione non si limitano più al canale finanziario Cnbc, dove il popolare guru democratico della finanza Jim Cramer aizza i telespettatori contro “timid Timmy”, come lui chiama Tim Geithner, il criticatissimo segretario del Tesoro. Anche tra banchieri e top manager, petrolieri e agenti immobiliari monta la protesta contro il piano di salvataggio del sistema finanziario e contro il budget da 3.600 miliardi di dollari di Obama, che secondo i critici non garantisce il risanamento dell’economia. Ecco i temi più discussi.
Il piano finanziario non funziona
Forse il problema è di tono, come nota Edward Yingling, direttore dell’associazione bancaria Usa: “L’incapacità di distinguere tra Wall Street e le migliaia di piccoli istituti di credito sani sta distruggendo la fiducia nell’intero sistema bancario”. Forse si tratta di una mera questione di interesse: i democratici chiedono l’abolizione del bonus per i 20 dirigenti più pagati nelle banche che ricevono aiuti dal governo, e di tassare le commissioni degli hedge fund come se fossero reddito normale (ora l’aliquota è del 15 per cento). Ma c’è pure chi pensa che ad affondare la borsa sia proprio il tentativo di salvare grandi istituti come la Citigroup (il cui titolo è precipitato sotto 1 dollaro dopo avere ricevuto 45 miliardi) o il gigante Aig (che lotta per sopravvivere dopo avere ricevuto 150 miliardi). Nel suo budget Obama ha previsto altri 700 miliardi in aiuti, che si aggiungono ai 750 già versati.
Assistenza (in perdita) a tutti
Circa 46 milioni di americani vivono senza assicurazione sanitaria, perché non possono permettersela: negli ultimi otto anni il costo di una polizza è cresciuto a velocità quadrupla rispetto ai salari medi, e chi perde il lavoro di solito deve anche rinunciare al dentista. Pochi sono quindi pronti a mettere in discussione la necessità di una riforma per cui Obama ha stanziato circa 634 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. La metà verrà da aumenti delle tasse ai più ricchi, la metà da tagli nei rimborsi del Medicare (la sanità pubblica) a compagnie farmaceutiche e assicurazioni. Che hanno scatenato in Congresso i loro lobbisti, forti dei dati di economisti come Michael Tanner del Cato Institute, secondo cui per le assicurazioni private sarà impossibile fare fronte alla concorrenza della sanità pubblica. E c’è chi teme che alla fine a soffrire sarà proprio la qualità del sistema sanitario: oggi gli ospedali americani hanno margini di profitto del 48 per cento sui pazienti assicurati privatamente, mentre perdono circa il 44 per cento su ogni trattamento coperto dallo stato.
Meno deduzioni sui mutui
Obama ha promesso tagli delle tasse per il 95 per cento della popolazione attraverso un credito di imposta di 400 dollari per i singoli e 800 per le famiglie. Ma a suscitare polemiche sono gli effetti indesiderati che potrebbe avere l’aumento delle tasse previsto a partire dal 2011 per le famiglie che hanno un reddito superiore ai 250 mila dollari e i singoli che guadagnano 200 mila dollari. La Casa Bianca vuole un aumento dell’aliquota massima dal 35 al 39,6 per cento e un aggiustamento dell’imposizione sui capital gain dal 15 al 20 per cento. Ma per finanziare la sua riforma sanitaria e il programma di aiuti ai proprietari di casa Obama ha anche proposto di limitare la possibilità di dedurre dal proprio reddito gli interessi sulle rate del mutuo, una facilitazione che secondo gli economisti della Casa Bianca ha concorso alla creazione della bolla immobiliare. Gli stessi democratici si oppongono a questa misura, che ha scatenato la reazione della National association of realtors, l’associazione nazionale degli agenti immobiliari, secondo i quali c’è il rischio di bloccare la ripresa del mercato della casa.
Petrolieri anti green economy
I lobbisti dell’American petroleum institute promettono battaglia: secondo loro, Obama mette a repentaglio 6 milioni di posti di lavoro eliminando le deduzioni di cui si sono finora giovate le aziende energetiche che operano nel Golfo del Messico. “Il risultato sarà aumentare le importazioni dal Medio Oriente che la nuova amministrazione vorrebbe ridurre” dice Mark Kibbe, portavoce dell’istituto. Nel suo budget il presidente propone di ridurre entro il 2050 le emissioni inquinanti a un livello inferiore dell’83 per cento rispetto a quello riscontrato nel 2005. Per farlo la nuova amministrazione intende mettere all’asta i permessi per emettere inquinanti, con un costo che verrà fissato tra i 13 e i 20 dollari a tonnellata di anidride carbonica, raccogliendo dalle imprese circa 646 miliardi entro il 2019. L’obiezione dei critici: i costi ricadrebbero inevitabilmente sui consumatori, con un aumento della bolletta energetica del 7 per cento in media, ancora più alto negli stati del Midwest dove forte è l’uso del carbone.

I rischi del “buy American”
“La nostra fiducia nel commercio internazionale è a pezzi” ha detto Max Baucus, senatore democratico del Montana, uno dei sostenitori della clausola sull’acquisto di beni prodotti negli Stati Uniti inserita nel programma di stimolo dell’economia. Ma per riportare posti di lavoro negli Stati Uniti Obama intende anche agire a livello fiscale, eliminando la possibilità di dilazionare il pagamento delle tasse sul reddito prodotto all’estero dalle imprese. “È una normativa che finirà per ostacolare la competitività delle multinazionali americane” obietta John Castellani, presidente del Business Roundtable. Secondo i lobbisti come lui, i costi di produzione aumenterebbero al punto da rendere possibili scalate da parte di imprese concorrenti. Col paradossale risultato di perdere i posti di lavoro che l’amministrazione cerca di difendere.
Il VIDEO servizio: luna di miele finita per Obama?
Di Angelo Pergolini
“Enten” sussurrava il vecchietto con un filo di voce, come se stesse rivelando un indicibile segreto o una parola magica. E l’interlocutore quasi immancabilmente chiedeva perplesso, temendo di non aver capito bene: “Enten che cosa?”. Era a questo punto della conversazione che Kazutsugi Nami, un arzillo settantacinquenne giapponese, titolare della Ladies & Gentlemen, premiata ditta specializzata nella vendita di biancheria e materassi futon, svelava l’arcano. Investire in enten, cioè nella “moneta divina” da lui creata, avrebbe reso la bellezza del 36 per cento annuo. E a chi si mostrava perplesso o titubante assicurava, serissimo, che presto l’enten sarebbe diventata la “moneta unica planetaria”. Di più: che la moneta divina avrebbe salvato il mondo dalla crisi economica.
Ora, direte voi, che razza di notizia è questa? Di vecchietti balzani o un po’ matti è pieno il mondo. Vero, infatti la notizia è un’altra: per quanto la cosa possa apparire inverosimile, ben 37 mila giapponesi, anziché farsi una risata o avvertire la neurodeliri, hanno aperto il portafoglio affidando a Nami e alla sua moneta divina i loro risparmi. Saldo finale della truffa: 126 miliardi di yen, equivalenti a oltre 1 miliardo di euro.
Certo, ancora poca cosa rispetto ai 50 miliardi di dollari fatti sparire da Bernard Madoff, l’ex presidente del Nasdaq (la borsa tecnologica degli Stati Uniti) ribattezzato dal Figaro “l’escroc du siècle”, lo scroccone del secolo. E anche molto meno del buco da 8 o 9 miliardi di dollari che si è lasciato alle spalle il finanziere Robert A. Stanford, che per spostarsi fra gli Usa e l’isola di Antigua, dove aveva base la sua Stanford international bank, si era regalato (con i soldi degli investitori) non uno, ma quattro jet. E tuttavia quella ideata da Nagi resta comunque una truffa di tutto rispetto (si fa per dire), tanto più se si pensa che ad architettarla non è stato un navigato squalo di Wall Street, ma il titolare di una ditta di biancheria.
Perciò proprio Nagi potrebbe essere considerato il capofila di quelli che potremmo chiamare i piccoli Madoff, spesso assai diversi fra loro ma con in comune un talento: quello di saper spennare i risparmiatori. Fino all’ultima piuma.
Una delle tecniche più diffuse, e utilizzate nel cosiddetto schema Ponzi, che poi sarebbe più banalmente la catena di Sant’Antonio, è quella di promettere interessi elevati su base annua o mensile. Di più: investendo a rischio zero. Era il sistema messo in pratica, per esempio, da Richard S. Piccoli, un italoamericano di Williamsville (New York). Vittime preferite: preti cattolici, ordini religiosi e parrocchie. Tramite annunci sui giornaletti destinati ai fedeli, Piccoli pubblicava inserzioni che promettevano, dietro versamento di appena 5 mila dollari, un rendimento pari al 7,1 per cento annuo. Ovviamente assicurato. In questo modo Piccoli ha rastrellato circa 16 milioni di dollari, oltre 500 mila solo a novembre 2008, quando gli agenti dell’Fbi hanno bussato alla sua porta. E hanno scoperto che a organizzare la truffa non era stato un giovane pescecane, ma un altro terribile vecchietto: Piccoli ha 82 anni.
Il fatto è che, sulla scia degli scandali Madoff e Stanford, negli Usa sta venendo alla luce, non senza imbarazzi per la Sec (l’organismo che vigila sui mercati finanziari), che lo schema Ponzi è un giochetto praticato non solo a Wall Street ma un po’ dappertutto, dalle esotiche Hawaii al Texas, dalla Pennsylvania alla Florida.
Il prossimo 2 marzo, per esempio, il tribunale di Honolulu si occuperà di Marvin Cooper, un giovanotto hawaiano di 32 anni decisamente disinvolto, fondatore della Billion coupons investment. Cooper prometteva mirabolanti interessi composti (e come sempre sicuri) pari al 25 per cento. Ma attenzione: non all’anno, al mese. La singolarità del suo caso è tuttavia un’altra, ovvero il target decisamente di nicchia che aveva prescelto per la sua truffa: le associazioni di sordi e sordomuti. Fra il settembre 2007 e il gennaio 2009 Cooper ne ha abbindolate 125 fra il Giappone e gli Usa, succhiando dalle loro casse 4,4 milioni di dollari. E destinandone un terzo a quelle che la Sec definisce “personal expenses”, spese personali. Fra cui una nuova casa circondata da palme.
Disinvolto anche un tale Rod Cameron Stringer di Lamesa (Texas), che la Sec ha trascinato in tribunale lo scorso 21 gennaio, con l’accusa di avere applicato lo schema Ponzi a un hedge fund da lui creato. Dimensioni del buco: 8,5 milioni, raccolti con la promessa di utili non inferiori al 20 per cento. Ma l’Fbi ha anche scoperto che 2,4 milioni erano stati impiegati per comprare uno yacht, costruire una piscina a fianco del suo ufficio, gioielli, case e automobili. E persino una scuderia di cavalli da corsa.
Il premio della faccia tosta va forse a Joseph Forte, il quale è riuscito a raccogliere 50 milioni di dollari prospettanto mirabolanti guadagni che, spiegava, sarebbero stati realizzati speculando sui contratti future. Lo scorso settembre, Forte assicurava gli investitori preoccupati della piega che stava prendendo la crisi delle borse: il valore del vostro portafoglio titoli è superiore ai 150 milioni. La verità, ha poi accertato la Sec a babbo morto, è che in cassa erano rimasti asset per la miseria di 146.814 dollari.
Ancora più in grande del disinvolto Forte aveva deciso di fare le cose Arthur Nadel, che di fondi ne aveva varati ben sei, battezzandoli con nomi tipo Viking o Valhalla. Al 30 novembre scorso i fondi di Nadel dichiaravano asset pari a 342 milioni. In realtà il vero attivo era inferiore a 1 milione. “Le indagini continuano” assicura la Sec. Di Nadel non ci sono più tracce dallo scorso 14 gennaio.
Quanto al palio del cinismo, se l’hawaiano Cooper specializzato nel truffare i sordi appare ben piazzato, anche Brian V. Prendergast del Colorado non scherza. Ha convinto un numero ancora imprecisato di anziani pensionati (fra cui un ottantanovenne) ad affidargli i loro soldi promettendo interessi del 20 per cento al mese, cioè un inverosimile 240 per cento annuo. Bottino: almeno 2,5 milioni. Ma Prendergast faceva di più: arrivava a spingere i vecchietti a ipotecare casa e pensione per sottoscrivere quella che lui definiva “a once in lifetime opportunity”, l’opportunità che capita una sola volta nella vita.
Piccoli Madoff crescono, si potrebbe concludere. E in Italia? Beh, nel nostro Paese il rischio di imbattersi in truffe finanziarie di questo tipo è decisamente più basso. Perché se gli Stati Uniti vengono da una lunga stagione di “deregulation” finanziaria, in Italia è vero l’opposto: mercati e intermediari da anni vengono sempre più regolati. E dunque lo spazio per i furbetti diminuisce. Anche se qualcuno ci prova sempre.
Come il signor P.O., un pescarese di 51 anni residente a Montottone, una manciata di case vicino a Fermo nelle Marche. Prima di essere beccato dalla Guardia di finanza è riuscito ad abbindolare un centinaio di persone promettendo interessi anche del 20 per cento trimestrale. Ottenuti come? Speculando sulla borsa di Zurigo, si vantava. E a garanzia dei capitali che gli sciagurati (ma anche avidi) risparmiatori gli affidavano metteva loro in mano degli assegni. Tratti dal conto corrente di sua moglie. Ma soprattutto non coperti.
E sempre in provincia, a Bassano del Grappa per la precisione, si dava da fare Stefano Tessarolo, professione ufficiale promotore finanziario. Mago della finanza per chi si fidava di lui. La sua scrivania era in piazza Cadorna, in pieno centro, ma il suo vero ufficio era al Golf club di Bassano. Dove adescava professionisti e imprenditori, conquistando la loro fiducia e quel che più conta i loro soldi. Alla fine gli spennati sono stati 44. I soldi persi 11 milioni.

L’evasione fiscale è “un fenomeno di massa” e l’amministrazione deve mettere in campo strategie “rapportate alla dimensione del problema che è enorme”. A parlare in questi termini è il direttore generale delle Finanze, il dipartimento del ministero dell’Economia che si occupa appunto delle questioni fiscali. L’ordine di grandezza del fenomeno del sommerso, ha fatto presente Fabrizia Lapecorella nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare sull’Anagrafe tributaria, sfiora i 250 miliardi di euro.
Una risposta può arrivare dall’ integrazione delle banche dati.
Ecco una delle strategie già messe in campo dall’amministrazione finanziaria. Ma in prospettiva potrebbe mettersi mano anche allo strumento del “redditometro” consentendo accertamenti automatici, qualora le tasse dichiarate si discostino in maniera evidente dal tenore di vita. “è uno strumento che risale al ‘92 - dice il presidente della Commissione Maurizio Leo (Pdl) - e andrebbe aggiornato con indicatori che maggiormente oggi danno informazioni sul reddito, dai viaggi all’estero ai Club in cui vengono iscritti i figli”.
Anche per Lapecorella “l’aggiornamento del redditometro, sfruttando le potenzialità dell’Anagrafe tributaria, è uno strada da intraprendere con la consapevolezza che per un utilizzo così delicato occorre essere certi della qualità dei dati”.
Tornando ai dati sul sommerso, “in base all’ultima pubblicazione Istat, la quota dell’economia sommersa sul Pil, pari a circa il 16,1% nel 2006, risulta in diminuzione - ha detto Lapecorella - nel periodo tra il 2001 e il 2006″. Secondo le stime di evasione del Dipartimento delle Finanze “l’ammontare del valore aggiunto lordo evaso stimato per il 2004 è di circa 200 miliardi di euro. I settori in cui si evade di più in termini relativi - ha riferito ancora il direttore generale - sono quelli dei servizi personali, del commercio e della ristorazione, delle costruzioni”.
Per affinare le strategie di lotta all’evasione, anche tenendo conto dei “vincoli di risorse economiche di cui può disporre l’amministrazione, occorre puntare sulla qualità dei dati. Occuparsi di questo significa rendere il dato unico e fruibile anche se gestito da competenze diverse e di facilitare la lotta all’evasione fiscale”.
Un esempio di divergenza dei dati è registrabile per gli immobili. Mentre dalle rendite catastali risulta un ammontare pari a 30,5 miliardi di euro, dalle dichiarazioni fiscali emerge un valore di 24 miliardi. Non è detto che la differenza sia tutta imputabile ad evasione, ha precisato il direttore delle Finanze, ma la divergenza dei dati è un “sintomo” che deve spingere a delle verifiche.
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La montagna era incantata. Tutti i governanti, i banchieri, gli imprenditori e i guru, che s’inerpicavano fino ai 1.560 metri di Davos, sembravano possedere la bacchetta magica con cui governare il mondo. È stato così per 38 anni. Il 39° no.
La definizione di “montagna incantata”, attribuita nel 1924 da Thomas Mann alle cime di Davos, rimane attuale nel 2009. Ma nessuno fra quanti parteciperanno, dal 28 gennaio al 1° febbraio, al World economic forum (Wef) è più in grado di fare magie nei nuovi scenari geopolitici che si sono aperti, l’estate scorsa, quando è esplosa la devastante crisi finanziaria ed economica.
Lo stato del mondo non è buono e tutti sperano anzitutto nella nuova amministrazione americana di Barack Obama per risolvere gli annosi conflitti mediorientali e sedare i nuovi confronti politico-militari. Lo stato dell’economia è ancora peggiore. I paesi avanzati sono in recessione. Quelli in via di sviluppo sono stati costretti a rallentare la corsa e alcuni a frenare bruscamente, con le prime sommosse popolari in Russia, Cina e Grecia. Il pendolo oscilla da un eccesso all’altro: dalla sacralità del mercato senza regole al ritorno dello stato padrone. Toccherebbe ai leader politici e imprenditoriali rallentare l’oscillazione e invece non accade per la confusione che regna sovrana. A tutti i livelli.
Sintomatico un sondaggio della società di consulenza americana Booz & Co., che sarà presentato a Davos. “A dicembre” spiega a Panorama Fernando Napolitano, direttore della sede italiana, “abbiamo consultato 832 manager in tutte le aree del mondo. Il 40 per cento ha abbandonato la tradizionale fiducia. Ma l’aspetto più preoccupante è che un terzo degli intervistati si dice scettico sui piani di business che presumibilmente hanno loro stessi scritto”.
L’imperativo dettato dal fondatore del Wef di Davos, Klaus Schwab, è “rimodellare il mondo post-crisi”. Proveranno a farlo i 2.500 partecipanti, fra cui 40 capi di stato e di governo: dal premier cinese Wen Jiabao al cancelliere tedesco Angela Merkel. A loro Schwab darà così il benvenuto: “Se è vero che nessun leader può scansare le impellenti sfide quotidiane, ancora più decisiva è l’azione nel lungo periodo che avrà conseguenze per le generazioni future”.
I rischi globali, denunciati nel rapporto prevertice, sono in aumento. Quelli fiscali, si legge nel documento di 35 pagine, “sono raddoppiati, se non triplicati”. I massicci piani di salvataggio approvati dai vari governi potrebbero minacciare alcuni paesi, come Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Australia, che hanno già robusti deficit. Ancor più grave è il pericolo di un “atterraggio brusco” della Cina, principale creditore dell’America, la cui crescita potrebbe rallentare sotto il 6 per cento. Né si prevede che le borse possano recuperare presto il 50 per cento del valore perso in media nel 2008. C’è poi un gap fra buone intenzioni e realtà quotidiana. Da una parte i governanti proclamano la loro fedeltà ai principi dello stato di diritto e del libero mercato contro le sirene del protezionismo; dall’altra nei singoli paesi vengono di continuo innalzate barriere sotto la pressione dell’opinione pubblica.
Infine permane il pericolo del cambiamento del clima, che va a colpire soprattutto le zone più povere del pianeta a causa della mancanza di infrastrutture e la debolezza delle istituzioni. Gli analisti del Wef invitano a trovare “soluzioni di lungo periodo, di tipo olistico e interdisciplinare”. Formula generica, che deve fare i conti con l’incertezza e la complessità del momento.
Mario Moretti Polegato, presidente del gruppo Geox, uno dei pochi italiani a Davos, tenterà di rispondere alla sfida presentando un “Manifesto postcrisi per l’impresa”: “L’impresa deve tornare ai fondamentali. Occorre offrire prodotti e servizi innovativi ai clienti-consumatori in una logica di mercato globale”. Meno finanza, più produzione, meno bonus fantasmagorici ai manager e più sobrietà.
Resta da definire il difficile equilibrio fra capitalismo di mercato e stato. Soprattutto va ridisegnata l’architettura del governo del mondo. La formula del G8 è anacronistica. Quella del G20 (il 90 per cento del pil globale) contiene molte incognite. La presidenza italiana del prossimo vertice, in luglio alla Maddalena, proverà a sperimentare il G14, alleanza fra le otto economie più avanzate più Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa e, quasi per certo, Egitto.
È il riconoscimento definitivo dello spostamento dell’asse del potere. A Davos si faranno le prime prove d’autore per riscoprire la magia della montagna incantata di Thomas Mann.
- pbuo
- Mercoledì 28 Gennaio 2009

L’Ingegnere di Ivrea esce di scena. Almeno formalmente, perché Carlo De Benedetti si è comunque riservato il potere di nominare i direttori delle testate del gruppo Espresso, la sua grande passione. E lo ha annunciato in Borsa. In quel parterre, affollato di giornalisti che ha voluto convocare “per carineria” dopo 50 anni di onorata attività imprenditoriale, dove ha fondato il suo impero. Un impero che ha cominciato a prendere forma dopo gli anni passati in Fiat, come amministratore delegato. Esperienza al termine della quale, grazie al denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni del Lingotto, De Benedetti ha rilevato le Compagnie industriali riunite (CIR), prima di entrare in Olivetti.
Convinto sostenitore del Pd (gira la battuta che abbia la tessera numero uno del partito veltroniano), l’ingegnere controlla(va) una “galassia” che spazia in diversi settori dell’industria, dei media e dell’energia e vede al suo vertice la Cofide, Compagnia Finanziaria De Benedetti, costituita dalla famiglia De Benedetti nel 1976 e quotata alla Borsa Valori di Milano dal 1985. La Cofide, controllata per il 45,7% dalla società accomandita Carlo De Benedetti & figli e partecipata da diversi fondi istituzionali, tra cui uno della famiglia spagnola Entrecanales (è il partner di Enel in Endesa) controlla Cir per il 50,4% e così un gruppo industriale di oltre 11mila dipendenti.
Il comparto media fa capo al Gruppo Editoriale L’Espresso, i cui dipendenti sono circa 3.000. Edita il quotidiano La Repubblica e 15 giornali locali più un bisettimanale, il settimanale L’Espresso e diversi mensili. Il gruppo possiede inoltre tre radio, fra cui Radio Deejay, e televisioni come All Music e Deejaytv oltre ad attività nel campo della pubblicità, della formazione e internet (Kataweb). Nel 2007 il fatturato è stato di 1,09 miliardi di euro.
L’energia è terreno di Sorgenia, costituita nel 1999 da un’alleanza fra Cir e la società austriaca Verbund. È il primo operatore del mercato italiano dell’energia elettrica e del gas naturale fra quelli nati dopo la liberalizzazione. Il gruppo Sorgenia ha chiuso il 2007 con un fatturato di circa 1,9 miliardi e un utile netto di 65,2 milioni.
Altro pilastro è Sogefi. Fondata 25 anni fa dallo stesso Ingegnere, e da lui ininterrottamente presieduta con un fatturato annuo di 1 miliardo di Euro e 6.200 dipendenti, è uno dei maggiori gruppi internazionali operanti sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici. Il core business si concentra su due settori di attività: i filtri e i componenti elastici per le sospensioni. Dal 19 aprile 2005 Rodolfo De Benedetti ne ha assunto la carica di Presidente, mentre Carlo De Benedetti è stato nominato presidente onorario.
Il passo indietro dell’Ingegnere non mette però in discussione la proprietà della società che edita La Repubblica: “Almeno fino a quando sono vivo io” il gruppo L’ Espresso non sarà venduto, ha detto il numero uno torinese. Escludendo anche “la necessità” di togliere il titolo dalla Borsa.
“Una decisione serena” ha spiegato De Benedetti “perché mi sono assicurato il ricambio del management dove serviva e la continuità dove esisteva”. Pertanto “dopo le assemblee (previste in primavera, ndr) darò le dimissioni”. “Nella vita bisogna constatare l’esistenza dell’anagrafe”, ha proseguito motivando la sua scelta. “Quando il presidente Napolitano mi ha consegnato il distintivo del venticinquesimo anniversario della mia nomina a Cavaliere del Lavoro, ed eravamo solo in tre su venti, ho capito che nonostante la mia ottima salute il tempo era passato anche per me”.
La decisione di scendere dal palcoscenico del capitalismo e della finanza italiana - su cui è stato protagonista per mezzo secolo - è stata annunciata alla stampa nella sede di Piazza Affari in presenza della moglie Silvia Monti e dei figli Marco, Edoardo e Rodolfo, accompagnato dalla moglie Emanuelle De Guillepin.
La galassia De Benedetti volterà ufficialmente pagina in occasione dell’approvazione dei bilanci, mentre per giovedì prossimo sono convocati i rispettivi consigli d’amministrazione di Cir e Cofide per la nomina dei nuovi presidenti che “saranno istituzionali e non operativi”.
Tra le cariche che l’industriale manterrà ci sono invece la presidenza della Fondazione De Benedetti e la carica di consigliere della Compagnie Finanziere Edmond de Rothschild a Parigi a titolo di “una confermata amicizia”.
Nel corso della conferenza stampa il numero uno ha poi spiegato che sulla sua decisione non ha pesato la morte del socio e amico Carlo Caracciolo. Infine, a riprova che l’età è stato il perno della sua decisione De Bendetti ha promesso di introdurre nello statuto societario “un limite di età”.
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Finanza malata, quella italiana. Almeno secondo l’Antitrust: troppi incarichi doppi o addirittura multipli in società concorrenti e un azionariato, anche in società quotate, spesso concentrato in pochi soggetti e legato da patti non dichiarati. Sulle poltrone dei Cda di banche, assicurazioni e Sgr, insomma, siedono quasi sempre le stesse persone.
Un’anomalia che differenzia il nostro paese dal resto d’Europa: circa l’80% degli istituti finanziari e assicurativi italiani presentano nei propri organismi di governo componenti che hanno incarichi anche in imprese concorrenti, quasi il doppio di quanto avviene in Germania e Gran Bretagna.
È il quadro che emerge dall’indagine, durata un anno, sui rapporti tra concorrenza e “corporate governance” nel settore bancario e assicurativo condotta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust). Allarme per le cabine di regia delle società, dove secondo l’Antitrust occorre esaminare i rischi del fenomeno dei legami azionari e di incroci personali, con maggiori controlli da parte di Consob, Banca d’Italia e Isvap (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo). Va pertanto rivista la governance, secondo l’Autorità, per aumentare la trasparenza e recuperare la fiducia attraverso interventi regolatori e autoregolatori.Secondo l’analisi, il fenomeno riguarda società quotate, ma anche quelle non quotate. Numerosi i casi di esponenti che “contano” a fare il doppio gioco: l’intreccio tra imprese concorrenti a volte può arrivare a coinvolgere anche 16 componenti di un Cda, tanto che 325 dei 2.876 incarichi svolti nella “governance” dei gruppi analizzati sono ricoperti da persone che hanno una poltrona di peso in imprese rivali (150 nelle società quotate e 175 in quelle non quotate). Una peculiarità tutta italiana e inesistente per le imprese quotate sulla borsa spagnola e su Euronext - Amsterdam, mentre interessa solo il 26,7% delle società quotate su Euronext - Parigi, il 43,8% di quelle su Deutsche Borse e il 47,1% di quelle su London Stock Exchange.
A preoccupare anche i legami attraverso le partecipazioni: la presenza di competitors nell’azionariato di un’impresa supera il 60% in quelle quotate e il 47% nelle banche.
di Carmelo Abbate e Sandro Mangiaterra
Compri un frigorifero nuovo, lo porti a casa, lo spacchetti, lo apri e dentro ci trovi anche un bel contrattino di assicurazione. È soltanto uno dei mille rivoli ambigui in cui rischia di restare incastrato il risparmiatore alle prese con il credito al consumo. Attraverso la polizza, la finanziaria si cautela contro il rischio che il cliente non riesca più a pagare. Il problema sta nella scarsa trasparenza. Poniamo il caso di un prestito di 10 mila euro: il prezzo dell’assicurazione può arrivare fino a 1.000 e sarà spalmato sulla quota mensile.
Il consumatore spesso ne è all’oscuro. Lui è convinto che il costo complessivo dell’operazione, che si materializza nella sigla Taeg (tasso annuo effettivo globale, che racchiude tutte le spese, da quelle di istruttoria fino agli interessi passivi), sia per esempio del 10 per cento. Invece capita che quando arriva il bollettino ci sia la sorpresa del costo ulteriore della polizza. Questo perché in Italia nessuna normativa, almeno fino a quando non verrà recepita una direttiva Ue del 2008, obbliga le finanziarie a inserire l’assicurazione nel recipiente generale del Taeg. Ovvio che su questa ambiguità qualcuno ci marci.
Renzo, pensionato di San Remo, aveva bisogno di un computer. Lo colpisce l’offerta a interessi zero di un centro commerciale. Chiede l’entità del Taeg, gli confermano lo zero e decide di prenderlo: 530 euro in 12 mesi senza spese aggiuntive, un affare. Va in cassa, dà tutti i documenti, gli stabiliscono la rata di 44 euro e attivano la procedura. Ci sarà da aspettare una mezz’oretta. Renzo fa un giro per il negozio. Squilla il suo telefonino, è la moglie. L’hanno appena chiamata dalla finanziaria per sapere se fosse al corrente dell’acquisto cui si apprestava il marito. «Ero incredulo» afferma. «Come un bambino, avvertono la mamma. Oltretutto per 500 euro, non per 1 milione». Ma tant’è. Torna in cassa, dove gli confermano il via libera all’operazione e gli rilasciano la documentazione.
Altra sorpresa: con il primo bollettino dovrà pagare 15 euro a titolo di spese di bollo. L’importo delle rate è inoltre maggiorato di 1,30 euro per alcune commissioni. «Ho capito che mi stavo impelagando e ho deciso di lasciare perdere». Renzo prende carta e penna e scrive alla finanziaria. La risposta non è ancora arrivata. In compenso il suo nome deve essere finito in numerose mailing list: la sua buca della posta è invasa da offerte di prestiti di ogni genere. «Pure una carta oro con una lettera in cui mi invitano ad attivarla». Il Taeg è del 16 per cento.
Altroconsumo ha condotto diverse inchieste sul mondo dell’acquisto a rate. In totale ha visitato 116 negozi distribuiti tra Bari, Bologna, Napoli, Milano, Roma e Torino per provare a comprare diversi prodotti sfruttando le possibilità di prestito offerte sul posto: dalla bicicletta alla tv al plasma, fino ai condizionatori. Obiettivo, verificare la correttezza delle informazioni sulle caratteristiche del finanziamento fornite al consumatore (durata, importo) e scoprire eventuali clausole vessatorie. Ebbene, solo 55 esercizi commerciali (meno della metà) hanno dichiarato il Taeg effettivo. In 27 negozi al Taeg non si faceva cenno: assente dai cartelloni né conosciuto dal personale incaricato alla stesura dei contratti. In 34, invece, quello dichiarato era inferiore, dunque ingannevole, rispetto a quello effettivo calcolato dagli esperti dell’associazione.
Alla luce dei risultati, un paio di consigli: conoscere bene il Taeg e non accontentarsi del Tan (tasso annuo nominale, che non comprende alcune voci di spesa), chiedere una copia del contratto da rivedere a casa prima di firmare.
Anche perché i contratti per ottenere un finanziamento non sono certo un esempio né per la purezza della prosa né per la trasparenza delle condizioni offerte. Altrimenti dovremmo pensare che un maligno virus si sia insinuato nelle teste dei consumatori al punto da farli rimbecillire e non capire mai che cosa stanno firmando. Di casi ce ne sono a bizzeffe.
Domenico ha comprato uno scooter in Veneto. Gli hanno parlato di tasso zero e puntualmente, quando ha iniziato a pagare i bollettini, si è accorto che la somma era maggiorata: commissioni, spese di incasso e imposte di bollo. Ha provato a estinguere il finanziamento ma gli hanno messo davanti una tale quantità di penali che ha preferito lasciare perdere. Le società finanziarie fanno quello che vogliono, tanto hanno il coltello dalla parte del manico.
Chi si fa male è la gente come Claudio, della provincia di Pistoia. Ha bisogno di 10 mila euro, e con una certa urgenza. Sceglie di rivolgersi a una società che pubblicizza proprio la rapidità dell’iter per affidare i soldi: una cosa del tipo «in 24 ore con noi hai risolto tutti i tuoi guai» Parte la pratica. Un giorno, due, tre. Trascorre una settimana. Finalmente lo chiamano: la sua richiesta è stata accettata. Claudio sale in macchina e corre in agenzia. Sorpresa: gli daranno, ma non quel giorno stesso, soltanto la metà, 5 mila euro. Con un Taeg del 18 per cento.
Conti alla mano, il rimborso finale sarà di 6.800 euro. Gli sembra un’esagerazione, ma è con l’acqua alla gola ed è costretto ad accettare. Firma e se ne va. Entro 48 ore avrà il denaro. Passa un’altra settimana prima di ricevere una telefonata in cui gli chiedono una copia del contratto d’impiego. Poi richiamano e vogliono una dichiarazione scritta del suo datore di lavoro. Claudio telefona. Gli dicono che è tutto ok e che presto avrà 4.500 euro, non più i 5 mila promessi. «Una cosa vergognosa» quasi urla nel suo accento toscano. «Viaggi a vuoto, interessi folli, ritardi pesantissimi, una specie di gioco al ribasso. Se vai a chiedere una piccola somma,
è perché di quella hai bisogno, per un progetto ben preciso. Ho detto basta, non li voglio più. Da quel giorno mi chiamano perché pretendono di darmi i soldi. Gli ho detto che se si azzardano a mandarmeli li denuncio».
Esattamente quello che intende fare Giuseppe, piemontese. Vuole sapere com’è possibile che al suocero, pensionato di 75 anni, siano stati rilasciati sette prestiti da sette finanziarie diverse, oltre a un paio di carte revolving. In famiglia sono allo stremo, hanno venduto di tutto per pagare i debiti. Giuseppe spera che qualcuno gli spieghi se il padre della moglie è un pazzo, un genio della truffa, oppure «semplicemente un povero scemo».
Alcune storie rasentano la comicità. Niente nomi, non vuole. È pugliese. Un giorno gli arriva a casa una comunicazione da parte di un ufficio legale che si occupa di recupero crediti. Lui casca dalle nuvole. È scritto che ha sottoscritto un finanziamento per l’acquisto di mobili a rate. Eppure non ha mai ricevuto nulla, neppure un bollettino da versare, un invito ad adempiere il suo dovere, prima che si scatenassero gli squali dell’ultima istanza. Alla fine porta a discolpa una prova inconfutabile: nel giorno in cui risulta essere stato sottoscritto il contratto lui non poteva essere lì. Non era neppure sulla terra. Stava sotto il mare, dentro un sommergibile. È un ufficiale della Marina militare italiana e gli ordini di servizio parlano chiaro. Forse qualcuno aveva usurpato la sua identità. Chissà.
Ce n’è abbastanza per far scattare dalla sedia Rosario Trefiletti, presidente nazionale della Federconsumatori. «Ci muoviamo su un territorio cosparso di trappole» dice senza mezzi termini. «Conviene scegliere le finanziarie in qualche modo legate alle banche o quanto meno certificate. Diffidare di quelle del tergicristallo dell’auto. Se trovi un volantino o qualcuno che si offre di prestarti dei soldi, scappa a gambe levate». L’altra raccomandazione di Trefiletti riguarda le carte revolving, che chiama «carte del demonio». Il suo consiglio è drastico: «Rimanerne alla larga, per carità».
Ecco il nuovo grande business: le carte di plastica. Ce ne sono in giro di tutti i tipi. A cominciare appunto dalle revolving. Già solo il nome incute timore: ricorda il revolver, la pistola. Invenzione straordinaria: ti mettono a disposizione una somma di denaro che spendi come e quando vuoi, e alla fine restituisci a rate. Peccato che vengano pagate a caro prezzo. Naturalmente rappresentano una specie di toccasana per chi si trova con l’acqua alla gola. Ma se non è come andare dagli usurai, poco ci manca. Di certo, una volta imboccato il tunnel, difficilmente si riesce a venirne fuori senza traumi. Ce ne sono per tutti i tipi e per tutte le esigenze.
L’ultima frontiera è quella dell’usa e getta e delle prepagate. Queste ultime crescono in modo impressionante: 36 per cento in più nel 2007. Sono una manna dal cielo, in particolare per i giovani: almeno la metà sono in mano a persone tra 18 e 34 anni, che le utilizzano tra acquisti su internet e viaggi all’estero. Sono molto pratiche: non devono essere legate a un conto corrente, garantiscono l’anonimato assoluto (particolare importante nell’universo online) e si ricaricano come le carte telefoniche. Molto simili alle prepagate sono le usa e getta: si prendono in una ricevitoria Sisal, con ricariche di minimo 25 euro, si consumano e quando si esauriscono si buttano.
Gli esperti di marketing finanziario ci hanno visto lungo. Ora tutte queste carte sono pure personalizzate e sono diventate oggetti da collezione. Ce ne sono in giro esemplari legati a importanti manifestazioni sportive, concerti, fino ai personaggi dei fumetti. Vanno per la maggiore le card con il commissario Ginko o Eva Kant: Diabolik è sempre un cult. E tutti vogliono quella con i Simpson, anche i grandi. E se proprio non riescono a trovarla è perché è andata a ruba. Qualcuno si accontenta della regina del circo, Moira Orfei: meglio che niente.
(La Trappola - Come banche e finanza mettono le mani sui nostri soldi è il librodi Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, e Sandro Mangiaterra, per anni inviato della testata, da cui è stato estratto questo brano. Uno strumento di difesa e nello stesso tempo un atto di accusa contro le banche, le assicurazioni e la finanza, che ogni giorno mettono le mani sui nostri soldi. Editodalla Piemme (17,50 euro), La trappola mischia strumenti di analisi e inchiesta e lancia un urslo di riscossa).
FORUM con Carmelo Abbate, autore con Sandro Mangiaterra del libro La trappola - Come banche e finanza mettono le mani sui nostri soldi