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Il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti
”La legge finanziaria per il triennio è basata sul presupposto di una crisi in arrivo e in intensificazione”. La crisi è esplosa con violenza a ottobre, sarebbe stupido non tenerne conto, ma per Giulio Tremonti era già stata prevista quando il Consiglio dei ministri votò la Finanziaria in nove minuti e mezzo. Il ministro dell’Economia difende la “sua” Finanziaria alla Camera, dove è in corso l’esame della legge di bilancio di cui si stanno per votare gli emendamenti. ”Mentre molti Paesi europei si trovano in un’area di deficit eccessivo, l’Italia, secondo le stime definite in sede Ecofin, manterrà nei prossimi tre anni un rapporto tra deficit e Pil al di sotto del 3 per cento”.
”Per le famiglie puntiamo a ridurre lo stress e l’angoscia provocate dalle crisi economica” ha detto Tremonti “Ma non lo sfaremo sfondando i criteri di deficit. Perchè sarebbe illusorio e perverso e il conto sarebbe di nuovo girato alla popolazione”. Insomma, interventi mirati e soprattutto volti a una ripresa dei consumi e della domanda: un ruolo attivo della Cassa depositi e prestiti per realizzare il Piano casa del governo, investimenti per 16 miliardi sbloccati dal Cipe ma anche un cambio delle tariffe autostradali: saranno legate agli investimenti che le concessionarie saranno in grado di realizzare. ”Un meccanismo di ristrutturazione delle tariffe che riparta investimenti sulle autostrade, subordinando le tariffe all’effettività degli investimenti, anche questa in grado di mobilizzare investimenti molto elevati” ha spiegato il ministro.
Per quanto riguarda la difficoltà del settore bancario, Tremonti ha illustrato il piano del governo: “E’ fondamentale chiarire che non abbiamo alcuna intenzione ad aiutare le banche, ma di aiutare il finanziamento alle imprese”, pertanto “le banche che richiederanno l’intervento pubblico per fronteggiare la crisi per ottenerlo dovranno prima aver adottato e applicato un codice etico in favore dei clienti”.
Parlando alla Camera, Tremonti ha lasciato la porta aperta a possibili emendamenti al testo della Finanziaria: ”Per questo il governo ha fatto propri contributi importanti venuti dalla commissione Bilancio e ed ha fatto propri gli elementi di proposta provenienti dall’ opposizione, come la clausola di restituzione fiscale nel 2009 anche se con alcune precauzioni”.
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Gli incentivi al settore dell’auto e degli elettrodomestici sono adesso qualcosa di più di un’idea. È il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a spiegare che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ed i ministri interessati stanno lavorando su una “valutazione da parte del governo” sulla possibilità di reintrodurre incentivi per la rottamazione di auto ed elettrodomestici.
Lo scopo, sottolinea lo stesso Scajola, è ridare vita a due mercati fermi. E’ necessario “far ripartire il mercato dell’auto, un mercato fermo in tutta Europa, e si far partire di nuovo il mercato degli elettrodomestici, che è un mercato fermo”. Il ministro dello Sviluppo dà così forma alle dichiarazioni dei giorni scorsi dello stesso Berlusconi, che, commentando gli aiuti degli Usa ai propri colossi dell’auto, aveva per primo aperto la porta ad un ritorno degli aiuti di stato: “Quando gli Stati Uniti d’America fanno investimenti così massicci per aiutare le loro tre grandi industrie automobilistiche” aveva detto Berlusconi “anche da parte nostra non c’è da scandalizzarsi laddove, se fosse necessario, gli stati possono pensare di dare un supporto alle loro industrie automobilistiche”.
Lo stesso ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva sottolineato i rischi che la crisi dei mercati si propagasse all’economia reale e la necessità di trovare soluzioni perché ciò non accadesse. In questo momento, anche secondo Scajola, è fondamentale che “la crisi finanziaria non si riversi nell’economia reale e quindi stiamo accelerando il percorso di incentivi sull’innovazione, sulla ricerca e sull’alta tecnologia, diversi strumenti che stiamo valutando in questi giorni proprio per far ripartire una situazione industriale che è vicina alla crescita zero”. Fra le ipotesi al vaglio, ci sarebbe anche una serie di incentivi ad hoc sotto forma di contributi per la ricerca e la produzione di nuove vetture ecocompatibili.
Non è un caso che Scajola abbia ribadito che l’obiettivo degli incentivi è coniugare “due esigenze: quella di ridurre le emissioni nell’atmosfera, ridurre l’assorbimento di energia e nel contempo aiutare lo sviluppo industriale di questi settori in difficoltà”.
Unica voce apparentemente fuori dal coro, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che, in un’intervista al Riformista, spiega ché è il momento di dire “basta agli aiuti alla Fiat. Più in generale, sono contrario a un intervento dello Stato per settori o singole aziende”.
Invece è preferibile, spiega, “irrobustire il canale che garantisce la liquidità alle imprese”. Gli interventi del governo, in sostanza, devono riguardare tutta l’economia e non singoli settori: per questo Sacconi apre a “una protezione più robusta per i disoccupati, più cassa integrazione in deroga e maggiore uso degli ammortizzatori sociali”.
“Adelante con juicio”: l’esortazione che dai Promessi sposi in poi simboleggia la volontà di darsi una mossa, ma con accortezza, per non rompere le uova nel paniere, potrebbe essere anche il motto del nuovo presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, un manager che in questa prima intervista fa di tutto per apparire decisionista, in omaggio ai tempi, ma all’insegna della moderazione e della prudenza in quanto “lettiano” nell’anima.
“Lettiano” nel senso di politicamente, umanamente e culturalmente contiguo, per sua esplicita rivendicazione, a Gianni Letta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio portato in palmo di mano da Silvio Berlusconi, ma apprezzato anche dall’opposizione e definito, invece, con una punta di sarcasmo, l’”eminenza azzurrina” o il “gran ciambellano” da chi non lo ha molto in simpatia. Inutile dire che proprio Letta più di altri ha voluto Mastrapasqua su quella poltrona, forse anche per questo. Quando la nomina è arrivata al vaglio del Parlamento, hanno votato a favore pure le opposizioni, sia alla Camera sia al Senato.
Quarantanove anni da alcuni giorni, già consigliere dell’istituto pubblico di previdenza per poco meno di 5, il tempo sufficiente per conoscere fin nel dettaglio fatti e misfatti dell’ente, Mastrapasqua non è il classico commis d’état. Le sue esperienze manageriali sono soprattutto nel settore privato, con una propensione per i risanamenti d’azienda, come l’Ospedale israelitico di Roma, arrivato una decina d’anni fa sull’orlo della chiusura e riportato da Mastrapasqua a nuova vita.
L’Inps affidato al nuovo presidente è un gigante pubblico che ha poco a che spartire, per la verità, con le aziende decotte di cui il manager si è occupato in passato. Anzi, i suoi conti sono in netto miglioramento. Con 19 milioni di assicurati e 16 di pensionati, un bilancio gigantesco, secondo per entità solo a quello dello Stato, una struttura informatica di primo livello, l’Inps è il più grande ente previdenziale d’Europa. Un colosso che, però, soffre di una malattia subdola e nascosta: quella della scarsa credibilità. Provate a chiedere a un giovane o a un meno giovane se si sente sicuro per la pensione con i soldi in mano all’Inps e non saprà rispondere o si dimostrerà più che scettico. Il compito che Mastrapasqua si sta dando, quindi, non è quello del risanatore con la spada sguainata, ma del gradualista miglioratore che procede, appunto, “con juicio”.
Di fronte alla domanda delle domande, e cioè se il presidente dell’Inps, massima autorità in materia previdenziale, pur considerando che le riforme spettano al Parlamento, ritenga necessario rimettere le mani sul sistema delle pensioni, il decisionista-prudente dà il meglio di sé, elaborando una risposta della durata di circa un quarto d’ora, calibratissima e argomentata.
Riassumibile così: “Bisogna pensarci, perché non farlo sarebbe da irresponsabili nei confronti dei nostri figli e nipoti. Ma bisogna anche stare molto attenti. La gente non può essere stressata e disorientata con decisioni e messaggi contrapposti e a getto continuo tipo scalone, scalini, scalinetti, età da alzare e abbassare, previdenza complementare o no. La riflessione deve essere seria, non emotiva, perché in queste faccende non sono ammessi passi falsi e superficialità”.
Vuol dire che è meglio lasciare tutto così com’è?
In questo momento nel Paese serpeggia una sensazione di precarietà e il welfare è una materia delicatissima. Forse comincerei nel peggiore dei modi il mio lavoro di presidente se contribuissi ad aprire un dibattito a freddo, sopra le righe o fine a se stesso.
Non le sembra di eludere la domanda?
Al contrario, è un modo responsabile di affrontare l’argomento. Potrei sparare una risposta azzardata, forse le regalerei un titolo forte, ma non sarebbe serio.
Nel libro verde il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha ipotizzato un intervento sull’età pensionabile.
Sì, ma lo stesso ministro ha poi precisato che questa è una materia su cui non è opportuno intervenire una volta all’anno e di conseguenza ha annunciato l’istituzione di un osservatorio.
Se lei in questo momento fosse a una riunione di quell’osservatorio, che posizione prenderebbe?
Non ho una ricetta in tasca, mi interessa di più far capire ai giovani e a tutti gli italiani che l’Inps è una realtà solida, non fallisce e lavorerà bene per custodire al meglio i soldi ricevuti dai lavoratori e dalle aziende.
Dicono che lei si sia presentato a dirigenti e sindacalisti con il piglio del decisionista.
Conosco bene l’istituto, sono stato consigliere per 4 anni, mi trovo nelle condizioni ideali per intervenire subito sull’organizzazione e la risposta mi sembra lusinghiera.
C’è bisogno di un intervento repentino?
In 4 anni ci sono state tre consultazioni elettorali e si sono avvicendati tre ministri. Negli ultimi 36 mesi l’istituto è stato scosso dal tormentone Superinps sì o no. E poi le voci: viene Enrico Bondi, no inviano Matteo Arpe, si fa la holding, ci massacrano con i tagli… Un marasma. Ho voluto dare l’impressione che si cambiava registro e ho la sensazione che la maggioranza di dirigenti e dipendenti non aspettasse altro.
Come vanno i conti?
Bene. A fine agosto abbiamo già riscosso 89,2 miliardi di euro, quasi 5 più di quanto avevamo previsto, mentre il totale dei pagamenti è stato sostanzialmente in linea con quanto preventivato: 127,6 miliardi rispetto ai quasi 127 della previsione. Questi risultati consentono allo Stato una riduzione dei trasferimenti di 4,2 miliardi di euro che a fine anno, in base all’andamento tendenziale, potrebbero diventare 6 o anche 7.
A che cosa si devono questi miglioramenti?
A un mix di fattori. C’è stato soprattutto un recupero di evasione contributiva e hanno influito anche norme e direttive approvate dal governo precedente e dall’attuale.
Parliamo del recupero di evasione.
È stato possibile grazie soprattutto al buon lavoro degli uffici che hanno incrementato sia la parte della riscossione sia quella del recupero dei crediti. In particolare è stato importante il lavoro svolto dalla società Equitalia.
Mentre per quanto riguarda la normativa che cosa è successo?
Il precedente ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, decise un aumento delle aliquote contributive che ha favorito i conti. Nel frattempo sono aumentate moltissimo le ispezioni in base a una direttiva del ministro Sacconi. Grazie a essa gli ispettori possono concentrarsi sugli aspetti sostanziali, tipo la lotta al lavoro nero, rispetto a quelli formali, come la virgola fuori posto.
Il governo precedente aveva previsto un risparmio di 3 miliardi e mezzo in 10 anni con le sinergie fra i vari enti previdenziali per finanziare in parte l’eliminazione dello scalone. A che punto siamo?
La preparazione di un piano comune di risparmi per 350 milioni all’anno attraverso una collaborazione tra gli enti è uno dei miei primi compiti.
Nel concreto come si possono ottenere questi risparmi?
Già da alcuni anni, per esempio, Inps e Inail hanno un call center in comune, che ovviamente costa meno che averne due; ritengo sia possibile allargare questa esperienza agli altri enti previdenziali. Sinergie sono possibili con una centrale acquisti comune e una migliore gestione del patrimonio immobiliare e delle apparecchiature informatiche.
E se questi progetti non dovessero dare i risultati sperati?
Mi auguro non succeda, ma a quel punto dal 1° gennaio 2011 scatterebbe un aumento delle aliquote contributive dello 0,09 per cento. A questo proposito vorrei fare una riflessione. Sono tenuto al rispetto della legge, ma mi faccio due domande. Perché a carico degli enti previdenziali i risparmi per l’eliminazione dello scalone? E perché, se anch’io devo partecipare, non posso scegliere le modalità che ritengo più opportune?
E che risposta si dà?
Avanzo un’ipotesi: se devo recuperare quattrini, invece di tagli e restrizioni forse è più opportuno che punti sull’efficienza attraverso l’aumento delle riscossioni. Il risultato per le finanze statali sarebbe identico, ma per l’istituto l’approccio cambierebbe in meglio.
L’Inps ha 900 organismi a livello nazionale e locale con 6 mila poltrone. Sembrano troppe? Va riformata la governance dell’istituto?
L’esistenza dei comitati locali è prevista dalla legge; noi ci limitiamo a pagare. Per quanto riguarda la governance, l’organizzazione attuale sta dando ottimi risultati di bilancio. Questa non è una società per azioni, va trovato il giusto equilibrio tra le esigenze manageriali e quelle di sorveglianza affidate alle parti sociali attraverso i Civ, consigli di indirizzo e vigilanza.
La parola magica è tabelle. Niente salsiccioni con migliaia di norme, commi, rinvii ad altre leggi. Mentre nel ministero dell’Economia, al Cnel e in diversi centri studi si lavora sulla riforma delle future procedure per il bilancio dello Stato, quest’anno il governo sfrutta il vantaggio ottenuto con i decreti varati a luglio e già approvati dalla Camera e dal Senato. Grazie ai provvedimenti estivi, il ministro Giulio Tremonti ha impostato nel modo più scarno possibile la redazione dei due disegni di legge sui conti pubblici da presentare entro settembre, e cioè il bilancio dello Stato e la Legge finanziaria. L’obiettivo è blindare i risultati già conseguiti ed evitare così il solito assalto alla spesa durante la discussione in Parlamento.
Riuscirà a vincere la battaglia? Il contenuto della Finanziaria lascia davvero pochi spazi agli agguati: solo tabelle e alcune, inevitabili cifre. Come il saldo netto da finanziare nel 2009, ovvero la differenza tra entrate e uscite sommata al risultato delle attività finanziarie pubbliche. O come il dato del ricorso massimo al mercato (di quanto può indebitarsi lo Stato per coprire il deficit) o la somma destinata ai contratti del pubblico impiego.
Anche per le tabelle nessun cambiamento: saranno quelle di sempre, contraddistinte dalle prime lettere dell’alfabeto. La A, che sarà quasi vuota, indica tradizionalmente quanti soldi si stanziano per le nuove leggi previste dai ministeri. La B gli investimenti. La C gli stanziamenti per alcune attività necessarie (i fondi per la presidenza del Consiglio, per esempio). La D e la E le variazioni in aumento e in diminuzione delle leggi pluriennali di spesa. La F fotografa le leggi in vigore. Tutto il resto ridotto al minimo.
Quanto al bilancio, il lavoro è impostato per missioni, programmi, macroaggregati, secondo la riforma fatta nell’ultima legislatura.
La novità è grossa. Ma le condizioni di quest’anno difficilmente potranno ripresentarsi in futuro. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo ha detto quando ha firmato i decreti con i quali a luglio, innovando di fatto le procedure, il ministro dell’Economia ha anticipato l’intervento del governo sui conti pubblici fino al 2011. “Non da ora” disse Napolitano “la presidenza ha pubblicamente rilevato l’assoluta necessità di una riforma organica della legge di contabilità generale dello Stato e delle procedure della decisione di bilancio, in modo da superare definitivamente una prassi legislativa che sfugge alle possibilità di comprensione dell’opinione pubblica; una prassi da cui sono derivati esiti che hanno mortificato il Parlamento e distorto la formazione delle decisioni in un campo essenziale”.
Insomma, nel 2009 e nel 2010 non si potrà seguire lo stesso schema, tanto più che il federalismo, riforma contenuta in un disegno di legge collegato alla Finanziaria, affiderà ancor più alle regioni e agli enti locali le responsabilità di spesa e di entrata.
Un punto, questo, richiamato anche da Mario Canzio, ragioniere generale dello Stato, nel corso di un’audizione alla Camera, giovedì 11 settembre, e sul quale concordano tutti gli studi. Dice Giorgio Macciotta, che è stato relatore su un documento del Cnel: “Con il federalismo bisognerà passare dal bilancio dello Stato al bilancio della Repubblica”.
Quest’anno, però, la partita è cominciata in un altro modo. E il ministro dell’Economia è intenzionato a sfruttare il vantaggio conquistato con il blitz di luglio. Finora ci è riuscito, gli altri ministri hanno ubbidito: ciascuno ha presentato la rimodulazione delle spese del proprio dicastero secondo i tagli indicati nei decreti per il 2009, il 2010 e il 2011.
Alcuni indizi segnalano però che la battaglia non è finita. Pochi ministri hanno rinunciato a presentare, “fuori sacco” e senza squilli di tromba, alcune esigenze aggiuntive: dal costo delle missioni di pace al fondo di solidarietà dell’agricoltura. Il cambiamento del quadro macroeconomico non è stato considerato. E soprattutto, come un fiume carsico, si stanno gonfiando le aspettative dei parlamentari della maggioranza e dell’opposizione.
Come dire: nonostante i provvedimenti asciutti, le decisioni prese e l’occasione creata da Tremonti con la propria determinazione, il percorso parlamentare del bilancio potrebbe rivelarsi, ancora una volta, un duro banco di prova.
“L’arte di tassare consiste nel togliere una certa quantità di piume con la minore quantità di grida”. Con questa battuta, nel corso dell’audizione alla Commissione Finanze della Camera, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha parlato del programma economico-finanziario del governo sottolineando come “entro la fine della legislatura taglieremo le tasse ma abbiamo degli impegni da rispettare con l’Unione Europea non vogliamo eluderli”. Eccolo, in sintesi, il pensiero di Gilulio Tremonti.
Che ha anche voluto sottolineare: “Abbiamo un programma che dura 5 anni in questo tempo abbasseremo le tasse, ma pesano le crisi internazionali e l’instabilità dei conti pubblici”.
“Faremo una riduzione fiscale come indicato nel programma in funzione dell’andamento dell’economia e del dividendo che deriverà dal federalismo fiscale”, ha affermato il titolare di via XX Settembre spiegando che il governo farà “una riduzione su un arco di legislatura di cinque anni”. Il ministro ha poi ricordato di aver detassato, nel giro di 120 giorni, “due cespiti fondamentali: la casa e il lavoro”.
Gli uffici di via XX Settembre presenteranno, lunedì o martedì, la Finanziaria che avrà come collegato il ddl sul federalismo fiscale. “Il federalismo fiscale” ha aggiunto Tremonti “è definito nel collegato alla Finanziaria di prossima presentazione”. Per l’esame del federalismo fiscale, dovunque inizi l’esame parlamentare, “sarà fondamentale fare una data room, per avere una base di dati condivisi. I numeri non sono di centro, di sinistra o della periferia. Bisogna ricostruire quello che ci manda, abbiamo una visione parziale. Non è stato fatto questo esercizio di aggregazione, di consolidamento dei dati. Poi ci saranno le decisioni politiche che potranno sì diversificarsi, ma sulla base di dati comuni”.
La proposta del ministro mira a far sì che la riforma non sia fatta né a Palazzo Chigi né negli uffici di via XX Settembre, ma in Parlamento. Per il pre-esame, ha rilevato Tremonti, un mese e mezzo sarebbe un tempo “politicamente ottimo ma non so se sarà tecnicamente possibile, dipende anche da noi”.
Nella lotta all’evasione “la partecipazione dei Comuni è molto importante”. Secondo il titolare dell’Economia, “un Paese con 8mila Comuni e 4 milioni di partite Iva l’attività di contrasto all’evasione non può essere operata solo dalla Guardia di Finanza. Credo - dice - che serve il terzo pilastro che è quello dei Comuni”. “Confermiamo l’impegno sulla lotta all’evasione fatta attraverso i Comuni” sottolinea il ministro “il fatto che grandi Comuni siano interessati per noi è positivo”. Tremonti ha, inoltre, definito “strategica la riforma della riscossione”. “Se lo stato diventa odioso non è più credibile. Lo è se chiede cose giuste; se chiede di più passa dalla parte del torto”, ha continuato Tremonti delineando il principio su cui si basano le politiche di contrasto all’evasione fiscale basate non sulla contabilità ma sulla collaborazione con i comuni e la revisione dei vincoli all’utilizzo dei contanti per i pagamenti. La scelta di rivedere i vincoli per l’uso del contante “non è stata fatta per favorire pratiche illecite: la soglia era illogica, troppo bassa; quella attuale è europea”. Altri paesi sono arrivati a un uso generalizzato di strumenti sofisticati ma “non è che se ne imponi uso hai un alto livello di contrasto all’evasione. In molte parti del nostro paese” ha rilevato il ministro “non si sa ancora usare l’assegno. Non credo che siamo un popolo di ’delinquenti salvo prova contraria”.
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Presentare una manovra triennale prima dell’estate è stato “oltre che strategico nella logica europea, anche saggio per il nostro Paese” vista “la difficile congiuntura internazionale” e “il deterioramento nel primo semestre dell’anno”.
Non nasconde tutta la sua soddisfazione il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per aver conseguito il risultato di anticipare a prima dell’estate la manovra economica triennale ed aver avviato l’esame del ddl Finanziaria.
La manovra, spiega Tremonti durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi, si compone di tre linee fondamentali: “La prima riguarda la stabilizzazione triennale dei conti pubblici e con il voto di ieri è stata chiusa. La seconda linea riguarda l’attuazione dell’agenda di Lisbona, completata per due terzi, mentre la terza linea riguarda il federalismo fiscale che completeremo a settembre e che è stato anticipato nel Dpef”.
A settembre infatti, ribadisce il ministro, la Finanziaria sarà approvata in via definitiva: “La sostanza della legge finanziaria è legge dello Stato, la forma” dice “sarà legge quando sarà presentata a metà settembre. I contenuti sostanziali sono nel decreto legge, ma - ribadisce - il provvedimento di legge finanziaria e legge di Bilancio saranno formalizzati entro settembre, come prevede la legge, quando saranno stati acquisiti tutti i dati dei bilanci dei ministeri”.
Tremonti ha quindi spiegato: “È a portata di mano l’obiettivo dei 20mila alloggi entro il prossimo anno” previsto dal piano casa contenuto nel decreto legge appena convertito dal parlamento. In ogni caso, i soldi derivati dalla Robin Tax sono già serviti a “evitare ulteriori riduzioni della spesa sociale”. “I quattro miliardi di maggiori imposte da quel settore saranno utilizzati per risparmiare tagli in settori sociali per noi meritevoli”, ha detto Tremonti precisando che la carta sociale “sarà finanziata oltre che da fondi pubblici anche da contributi dal settore privato, e in più con sconti che verranno dal settore del commercio”. E poi: “Nessuno ha il diritto d’autore” ma “sulla stampa di ieri c’è scritto che Obama vuole tassare i petrolieri per dare 1000 dollari a famiglia”, aggiunge il ministro, facendo riferimento all’annuncio del candidato democratico alla Casa Bianca.
I punti su cui lavorerà ora il ministro Tremonti saranno le grandi opere infrastrutturale e la riforma del processo civile. “Per fare regia sulle infrastrutture” ha spiegato il ministro “abbiamo due strumenti: uno è il Cipe, che canalizzerà i fondi, e l’altro è la Cassa Depositi e Prestiti che sarà utilizzata in questa strategia”. Il numero uno di via XX settembre ha, poi, detto che “l’unica cosa che non poteva entrare nel decreto ma che sarà nel disegno di legge è la riforma del processo civile, su cui molto ha lavorato il ministro della Giustizia Alfano, che è una delle cose su cui ora dobbiamo puntare, su cui dobbiamo investire di più”.
Tremonti ha poi portato l’analisi sul fronte della famiglie italiane. “Le famiglie italiane sono molto meno indebitate e anzi hanno più risparmio e meno debito rispetto ad altre popolazioni in altri Paesi. E per inciso i provvedimenti dei mutui crediamo che più passa il tempo e più sarà considerato come fondamentale in questa strategia. Più passa il tempo e più si modificano le strutture dei tassi e sarà evidente la struttura a rata fissa del provvedimento”. Tremonti ha poi sottolineato anche che “il sistema industriale italiano si è ristrutturato ed è passato verso una fase di criticità per l’ ingresso nell’euro. Ma per una buona parte si è ristrutturato”.
In conferenza stampa è intervenuto anche il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, per assicurare che nella manovra ci sono risorse sufficienti per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego: “Ci sono le risorse per il fare un rinnovo onesto dei contratti dei dipendenti pubblici e per fare una contrattazione di secondo livello”, ha detto Brunetta riferendosi all’articolo 2 del ddl Finanziaria esaminato ieri dal consiglio dei ministri in via preliminare per essere varato in settembre. Il ministro ha precisato che “dal 2009 cambieremo il modo di pagare i dipendenti pubblici, premiando il merito”. La dote per gli statali, già stanziata nel dl alla manovra, ammonta a circa 2,8 miliardi.
Contrariamente al solito, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, decide di scendere in conferenza stampa a palazzo Chigi per dare atto al governo e al ministro dell’Economia Giulio Tremonti del “grande risultato” raggiunto con la messa a punto della Finanziaria 2009 già prima della pausa estiva. “È una vera rivoluzione” sottolinea Letta “una grande novità che rappresenta il primo passo verso la riforma della Finanziaria. Quest’anno, un passo deciso e forte è stato fatto e lo si deve al ministro Tremonti che ha saputo portare nel giro di pochissimi giorni, prima della rituale sessione di settembre, una riforma che ha rappresentato una grande novità, una rivoluzione”.
L’aula della Camera ha votato con 312 sì e 239 no la fiducia chiesta dal governo sul decreto legge con la manovra triennale, nel testo del Senato. Ora l’assemblea esaminerà gli ordini del giorno poi si passerà a dichiarazioni e voto finale sul provvedimento.
Il provvedimento varato ha un peso di quasi 37 miliardi lordi, contiene una correzione netta di 30,9 miliardi nel triennio, di cui 17,1 nel solo 2009. Il testo introduce una serie di misure che vanno dalla Robin tax alla social card, dal piano casa per giovani coppie e single con figli all’abolizione del ticket sull’assistenza specialistica, fino alle controverse norme su precari e assegni sociali. Obiettivo della manovra triennale è quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2011.
Ma sono soprattutto i risparmi a fare la parte del leone. In particolare, circa 15 miliardi, su 29 complessivi nel triennio, arriveranno da tagli ai budget dei ministeri. A seguire, i maggiori sacrifici dovranno essere fatti dagli enti locali: i tagli complessivi ammontano a oltre 9 miliardi, di cui circa 4 a carico delle Regioni.
La manovra d’estate contiene anche misure per lo sviluppo e aiuti ai consumi. A cominciare dall’introduzione della social card, dedicata alle fasce più povere. Verrà alimentata con un Fondo in cui confluirà il gettito della Robin tax, interesserà circa 1,2 milioni di pensionati e varrà 400 euro. In arrivo, infine, il “piano casa” con aiuti alle giovani coppie, fino alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali.
Ecco in sintesi le principali novità contenute nella manovra d’estate:
Robin tax. Per le società energetiche viene innalzata dal 27,5% al 33% l’aliquota Ires. Per banche e assicurazioni il maggior prelievo sarà ottenuto con un allargamento della base imponibile.
Pubblica amministrazione. Otto miliardi di “risparmi” già quest’anno, ai quali si aggiunge un nuovo pacchetto di tagli di 300 milioni con cui si finanzia lo stop ai ticket. I tagli alla spesa della P.A sono del 30%. Stretta anche sulle consulenze (-30% rispetto al 2004).
Precari. No all’assunzione ma solo un indennizzo economico pari a 2,5-6 mesi di stipendio per i precari che hanno già presentato un ricorso per richiedere l’assunzione ai datori di lavoro.
Assegni sociali. Per usufruire degli assegni bisognerà avere il requisito di 10 anni di soggiorno legale continuativo sul territorio italiano.
Social card. Per i meno abbienti, 400 euro in buoni sconti sui prodotti alimentari e sulle bollette: la misura riguarda 1,2 milioni di cittadini, ma bisognerà avere la cittadinanza italiana. Ad alimentare il fondo saranno i conti bancari dormienti.
Ticket. Stop ai ticket sulla diagnostica anche nel 2009. Costo 834 milioni: il governo ne metterà la metà ma lo stanziamento diventa triennale. L’altrà metà è a carico delle Regioni.
Queste le principali misure contenute nel testo. Ma continua a non avere vita facile la cosiddetta norma “anti-precari”. Un nuovo stop è arrivato dal Comitato permanente pareri della commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, che ha dato ieri disco verde al provvedimento, osservando tra l’altro, però, che “le violazioni per le quali siano stati instaurati giudizi non conclusi con sentenze passate in giudicato verrebbero sanzionate in modo diverso da violazioni analoghe commesse successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione, o anche antecedentemente a tale data, quando per esse non sia stato ancora instaurato un giudizio, il che - si osserva ancora - potrebbe risultare in contrasto col principio costituzionale di ragionevolezza delle disparità di trattamento disciplinate dalla legge”.
Il VIDEO servizio:
Cambiano le norme sui precari e sugli assegni sociali. Solo fino a due giorni fa la manovra al Senato sembrava blindata su questi temi, ieri invece l’esecutivo ha annunciato modifiche sia alla stretta sugli assegni sociali sia alla norma anti-precari. Modifiche prontamente arrivate in mattinata.
Sono stati infatti presentati due emendamenti del relatore Salvo Fleres al decreto sulla manovra in commissione Bilancio del Senato un emendamento che cambia l’articolo 21 del decreto sulla manovra approvato dalla Camera. L’esame della commissione proseguirà per tutto il giorno ed è probabile che il via libera arrivi durante la seduta notturna.
L’emendamento sui precari interesserà solo i contenziosi in corso. Il blocco delle assunzioni dei lavoratori a termine vale solo per le cause in corso, mentre non cambia nulla rispetto alle regole attuali per il futuro. L’emendamento elimina il comma incriminato e modifica il precedente specificando che in riferimento “ai soli giudizi in corso alla data entrata in vigore della legge”, il datore di lavoro è tenuto “unicamente a indennizzare” il lavoratore con un’indennità. La sanatoria è così limitata ai ricorsi fatti dai lavoratori delle Poste e a pochi altri casi.
Sugli assegni sociali viene così modificata la norma approvata dalla Camera, che avrebbe comportato un taglio indiscriminato degli assegni sociali. Resta stabilita la necessità di aver lavorato in Italia per almeno dieci anni, ma scompare la necessità di aver percepito un reddito “almeno pari all’importo dell’assegno sociale”. In questo modo la stretta non riguarderà più i cittadini italiani ma solo gli immigrati.
Nata in chiave anti-immigrati, quest’ultima norma rischiava di togliere gli assegni sociali anche agli anziani indigenti, in gran parte donne. E così il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito annunciava ieri che il governo avrebbe un emendamento al Senato per eliminare il rischio di un taglio indiscriminato degli assegni.
Ma la maggioranza, durante l’esame della manovra in commissione al Senato, si è lasciata aperta la porta a una modifica dell’altra norma che ha provocato mille proteste, il blocco delle assunzioni dei precari che fanno causa all’azienda.
A sciogliere ogni dubbio ci ha pensato Maurizio Sacconi: il governo - spiegano fonti del ministero del Welfare - presenterà un emendamento destinato a circoscrivere alle Poste il problema delle nuove regole sulla trasformazione del contratto di lavoro. L’altro giorno, il ministro aveva ipotizzato che un’eventuale modifica delle norme contenute nel decreto potesse trovare spazio nella legge finanziaria, in quanto l’orientamento generale era quello di modificare il meno possibile il decreto sulla manovra.
Soddisfatto il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che parla di chiarimento “positivo” sulle due questioni. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani rileva che “l’episodio dell’assegno sociale ai poveri dimostra che se il Paese lo incalza il Governo è in grado di fare marcia indietro”. Sui precari, invece, è moderatamente positivo il giudizio sulla modifica da parte di Confindustria, che aveva appoggiato la norma approvata in Parlamento. “Può andare, così come se ne parla, può andare”, ha detto il leader degli industriali Emma Marcegaglia. Il decreto così modificato dovrebbe approdare in Aula giovedì (non è esclusa un’accelerazione a questa sera) dove il governo molto probabilmente farà ricorso a un nuovo voto di fiducia. Il testo tornerà poi alla Camera per il via libera definitivo.
Intanto, mentre la manovra si avvia verso il voto finale del Senato, l’agenzia di rating Standard & Poor’s la boccia sostenendo che il suo impatto sulla spesa pubblica sarà solo “lieve”: “Il nuovo governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi - sostiene l’agenzia - non propone alcuna riforma di tipo strutturale che affronti seriamente i temi della spesa pubblica”.
Dopo la norma “anti-precari” un’altra misura della manovra finisce entra nella bufera. Si tratta di un provvedimento che rappresenta una vera e propria stretta sui requisiti per accedere all’assegno sociale.
Una norma contestata da opposizione e sindacati che il governo ha deciso di modificarla. L’annuncio è stato fatto dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito, che ha fatto sapere che il governo intende presentare una riscrittura alla norma sull’assegno sociale, nel corso dell’esame della manovra economica al Senato. La nuova misura prevede che per vedersi riconosciuto l’assegno sociale occorra lavorare e versare contributi per almeno 10 anni. La legge in vigore, invece, prevede che possano richiedere l’assegno sociale i cittadini oltre i 65 anni a prescindere dal versamento delle tasse.
Sulla questione sono poi intervenuti diversi esponenti del Pdl a meglio chiarire come la nuova norma, contrariamente a quanto sostenuto dall’opposizione, non mette a rischio le pensioni sociali di anziani e casalinghe. Le persone che hanno diritto agli assegni sociali continueranno a riceverli, ma saranno evitati gli abusi dei “furbastri”, ha fatto sapere il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, che ha assicurato che il governo farà in modo di “eliminare gli abusi e chi ha diritto, avendo pagato i contributi o avendo una condizione sociale tale da avere la pensione, potrà mantenere” l’assegno. “Non vogliamo far torto a nessuno” ha aggiunto il ministro “ma evitare gli abusi, perchè è ora di dire basta ai furbastri che vengono qui per togliere la pensione a chi ne ha bisogno”.
“La necessaria correzione della norma relativa ai criteri di erogazione dell’assegno sociale” spiega il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi “dovrà ora conciliare la doverosa esigenza di impedire gli eventuali abusi da parte di cittadini extracomunitari con quella di mantenere una prestazione che si configura come un reddito di ultima istanza per persone anziane che per varie ragioni non hanno potuto accumulare adeguati versamenti contributivi”.
Chiare anche le parole del sottosegretario all’Economia Giuseppe Vegas il quale specificava: «Le modifiche apportate alla Camera all’articolo 20 in tema di assegno sociale non ne mutano la destinazione, che concerne esclusivamente i cittadini extracomunitari. I limiti alla concessione dell’assegno non riguardano pertanto nè i cittadini italiani nè tanto meno le casalinghe”. Vegas, tornava a chiarire così la portata della norma della manovra finanziaria sugli assegni sociali al centro del dibattito politico. “In ogni caso la volontà del legislatore, Governo e Parlamento, è inequivoca in materia. Tale interpretazione autentica verrà ribadita immediatamente al Senato” concludeva Vegas.
Non accenna a placarsi, la polemica sulla norma “anti-precari” contenuta nella manovra economica. Quel passagggio del decreto in cui si dice che un lavoratore a termine vittima di irregolarità o ingiustizie, e che per questo si rivolge a un giudice, può ottenere solo un indennizzo economico (il giudice dovrà limitarsi ad applicare all’azienda - anche a quelle al di sotto dei 15 dipendenti - una sanzione di entità variabile tra le 2,5 e le 6 mensilità) e non più l’assunzione a tempo indeterminato.
E se il provvedimento da un lato compatta l’opposizione, dall’altro fa discutere la maggioranza. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ne ha preso le distanze: “Non l’ho voluta io, è nato in ambito parlamentare. Non è del governo, né tantomeno mio”. Anche il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, fa sapere che comunque quella norma “va rivista”: “È un emendamento parlamentare” ha spiegato ” voluto per risolvere i problemi che riguardavano la stabilizzazione di contratti atipici, che avrebbe avuto un peso insostenibile per molte azienda, fra cui le poste. Ovvio che chi subisce dei torti va tutelato”.
Opposizioni e sindacati chiedono che la norma sia cambiata al Senato. Le organizzazioni del lavoratori lanciano un allarme: la norma farebbe saltare l’accordo sui precari siglato con le Poste, l’azienda per la quale nasce la norma stessa. Ma il percorso più probabile, e condiviso tra i ministri, è quello che la manovra non venga modificata al Senato, ma intervenga un successivo decreto di correzione. Infatti il governo ha presentato un solo emendamento alla manovra (quello che corregge l’articolo 60, secondo le richieste del Quirinale), mentre non ne ha depositato nessuno sulla cosiddetta norma anti-precari. A dirlo è il relatore alla manovra, Salvo Fleres (Pdl), all’inizio della seduta della commissione Bilancio di Palazzo Madama, dopo che il termine per la presentazione degli emendamenti era appena scaduto. “Sui precari per ora non c’è nulla”, ha spiegato il senatore, mentre c’é una proposta di modifica del governo sull’articolo 60. Quest’ultimo assegna ai ministri la possibilità di modificare per via amministrativa le postazioni di bilancio approvate con legge dal Parlamento: scelta questa che ha suscitato le perplessità del Quirinale. “Nella mia relazione - ha ricordato Fleres - avevo indicato proprio questi due punti come elementi critici. In effetti, la norma sui precari poteva essere scritta meglio”.
Il Pd va all’attacco. Secondo il senatore del Pd, Enrico Morando la norma anti-precari contenuta nel decreto sulla manovra economica “è molto negativa”. Per questo l’opposizione, riferisce, ha presentato emendamenti “sia soppressivi” della misura “sia che intervengono con delle modifiche”. Per l’ex presidente della commissione Bilancio ad essere negativa non è soltanto quella norma, ma “anche il resto di quell’articolo che modifica la legge Biagi”. La legge Biagi, infatti, si proponeva di unificare il mondo del lavoro - spiega - mentre l’articolo 21 del decreto ottiene l’effetto di un ulteriore approfondimento della divisione. Sono stupito - aggiunge il senatore del Pd - che Sacconi abbia adottato misure in contrasto con la legge Biagi”. Il leader democratico Walter Veltroni chiede all’esecutivo un “segnale forte”: “Bisogna” dice “fare esattamente il contrario di quello che il governo propone. La norma è politicamente e socialmente inaccettabile, oltre che a rischio di costituzionalità”. E ancora: “Il Paese ha bisogno di stabilità e non di precariato. Il provvedimento del governo permette alle aziende di essere più libere e di fare ricorso a questa tipologia contrattuale che mette a rischio la stabilizzazione non solo i lavoratori delle Poste, ma anche delle banche e dell’editoria”. Quindi, il Pd si dichiara pronto ad una terza lettura da parte della Camera. Qualora il governo modifichi la norma, infatti, la manovra dovrà tornare a Montecitorio per l’approvazione definitiva: nei giorni scorsi, l’esecutivo però aveva fatto sapere di non avere intenzione di apportare correzioni in modo tale da garantire un’approvazione rapida del provvedimento.
Controcorrente la Lega: il presidente dei deputati del Carroccio Roberto Cota difende la norma che “È stata approvata va difesa senza giri di parole. Non è vero che toglie diritti ma”, spiega “ripristina, semmai, i diritti negati. Quelli che oggi invocano misure per i giovani che fanno fatica a trovare un posto di lavoro dovrebbero sapere che proprio la norma in questione serve a porre rimedio ad un aggiramento delle norme sul pubblico impiego e sui concorsi pubblici che è stato fatto”.
Posizione favorevole da parte di Confindustria: la modifica apportata dalla Finanziaria ai contratti a termine non solo “è coerente con la direttiva europea” ma non viola neppure “la volontà delle parti che hanno sottoscritto il patto sul Welfare” nel luglio 2007. “Anzitutto” spiega una nota di Vaile dell’Astronomia “va sottolineato che le tutele contro i casi di abuso del contratto a termine, ossia contro l’eccesso di reiterazioni sono rimaste immutate. Pertanto, nel caso in cui si superi il limite massimo dei 36 mesi, tra proroghe e rinnovi, la sanzione rimane quella della conversione del rapporto a tempo indeterminato. La stessa cosa accade laddove il rapporto si protragga oltre il termine inizialmente fissato. Dunque” prosegue “non c’è alcuna violazione della volontà delle parti che hanno sottoscritto il patto sul Welfare del luglio 2007, proprio perchè non vengono messe in discussione le tutele fondamentali contro ogni impropria reiterazione nell’utilizzo del contratto a termine”.
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