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Francesco-Rutelli

Air France-Klm ritira la propria offerta per l’acquisto di Alitalia. Con sole cinque righe annuncia di aver comunicato alla compagnia italiana che “gli accordi contrattuali annunciati il 14 marzo scorso con l’obiettivo di lanciare un’offerta pubblica di scambio su Alitalia non sono più validi dal momento che non sono state soddisfatte le condizioni preliminari al lancio dell’offerta”.
A chiedere chiarimenti ad Air France-Klm era stato proprio l’attuale amministratore delegato di Alitalia, Aristide Police, che venerdì scorso aveva spedito una lettera direzione Parigi per chiedere se gli impegni firmati fossero ancora validi. La risposta è arrivata oggi e - secondo alcune indiscrezioni - la retromarcia del gruppo d’oltralpe sarebbe stata spiegata facendo riferimento alle condizioni previste dall’accordo, che indicavano una rigida tempistica, ma anche con il fatto che le valutazioni contenute nel piano industriale non sarebbe piu’ valide alla luce del nuovo scenario che si è aperto. In pratica ora - secondo il gruppo straniero - sarebbe davvero difficile riuscire a centrare il target di ritorno in attivo per il 2010.
Di fronte al passo indietro di Air France-Klm Palazzo Chigi reagisce con un no comment. Ma conferma che mercoledì si terrà un Consiglio dei ministri per prendere le decisioni conseguenti all’annuncio della compagnia franco-olandese. Scelte che dovranno comunque essere bipartisan, cioè fatte in accordo con la nuova maggioranza parlamentare. E per questo ci vuole una chiara “assunzione di responsabilità” del centrodestra.
Se, prima dell’annuncio di Air France, si pensava ad un Consiglio dei ministri in settimana per varare il prestito in grado di dare “ossigeno” alle casse di Alitalia, ora la decisione è strettamente collegata all’atteggiamento di Pdl e Lega. E non è escluso che si possa arrivare al commissariamento della compagnia. Ma in questo caso non si terrà un Consiglio dei ministri, sarà invece lo stesso Cda di Alitalia a chiedere l’attivazione della procedura della legge Marzano al ministero dello Sviluppo economico. La porta di Air France è definitivamente chiusa? Difficile dirlo, anche se per qualcuno si limita a fotografare la situazione e a non precludere nuove intese in futuro.
Di certo sull’annuncio del gruppo franco-olandese si scatena anche la polemica politica. Il Pd attacca le dichiarazioni di ostilità degli esponenti di centrodestra, gli annunci dell’arrivo di cordate “al momento inesistenti”, e l’ipotesi di convergenze con Aeroflot. “Dichiarazioni avventate e comportamenti non responsabili”, si legge in una nota del Partito Democratico, “hanno fatto naufragare la trattativa con Air France, mettendo a repentaglio il destino di Alitalia e di decine di migliaia di lavoratori”. Interviene anche il candidato sindaco di Roma, Francesco Rutelli che parla di “conseguenza disastrosa dello sbarramento opposto da Berlusconi, dalla Lega e anche da Alemanno all’accordo con francesi e olandesi”.
Nel pomeriggio, poi, si era registrata anche un’apertura di Intesa Sanpaolo sulla possibilità di riprendere il dossier Alitalia. L’istituto tornerebbe però in pista solo per “un’operazione di portata internazionale e non di piccolo cabotaggio provinciale” perché le compagnie aeree “sono realtà grandi” e potrebbe farlo “sotto varie forme”, ha detto il presidente del Consiglio di gestione, Enrico Salza. Dall’estero si registra, però, anche lo scetticismo di Aeroflot, che fa trapelare il proprio disinteresse, ma anche la possibilità di cambiare opinione se l’ordine arrivasse dall’alto. Anche Lufthansa ribadisce che non è interessata mentre imprenditori come Tronchetti Provera dicono di non essere stati mai contattati. Parla anche il banchiere Ennio Doris, presidente di Mediolanum, vicino a Berlusconi. “Per investire in Alitalia occorre essere esperti del settore”, dice. E aggiunge, tirandosi fuori, che la compagnia dovrebbe sposarsi “ad armi pari e tenendo conto degli enormi interessi coinvolti”.
Alitalia ha il fiato corto e attende al più presto denaro fresco per continuare l’attività almeno per la stagione estiva, quindi sino a fine ottobre. E, fino all’annuncio di Air France, il Tesoro stava lavorando al decreto per assegnarle 150-200 milioni di euro. L’iniezione di liquidità, se ora verrà fatta, seguira’ le condizioni di mercato, come richiesto da Bruxelles, in modo da non incorrere in una sanzione, visto che Alitalia non puo’ avere aiuti di Stato sino al 2011. Però la nuova situazione richiede nuovi contatti tra l’attuale governo e la nuova compagine di maggioranza. E, così saranno importanti le decisioni che potrebbero giungere dall’incontro, che alcune indiscrezioni davano per certo già per domani, tra Enrico e Gianni Letta.

Ci sarebbe un piano segreto del governo dietro il nuovo rinvio della scelta del partner di Alitalia. Dopo una riunione durata quasi 4 ore, il consiglio di amministrazione della compagnia di bandiera ha confermato una decisione che era nell’aria già da qualche giorno. La vendita di Alitalia viaggia su binario morto anche se si è cercato di salvare almeno le apparenze.
La nota ufficiale di Alitalia recita che il cda ha concluso la valutazione delle offerte non vincolanti e che la decisione sarà presa nel prossimo cda di venerdì. Il partner con cui avviare la trattativa diretta non è stato individuato perché quella che doveva essere una partita squisitamente industriale si è trasformata in un nuovo campo di battaglia tra i due schieramenti della maggioranza. Tra chi fa il tifo per l’offerta Air France (il premier, Romano Prodi, e il ministro dell’economia, Tommaso Padoa-Schioppa) e il fronte contrario, ben più nutrito, che punta a mantenere i colori nazionali sotto il cappello di Air One e di Intesa Sanpaolo. Piano gradito innanzitutto ai due vicepremier, Francesco Rutelli e Massimo D’Alema e al ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi.
I consulenti arruolati dal numero uno di Alitalia, Citi e Roland Berger, continueranno a lavorare durante tutte le festività natalizie con l’obiettivo di prendere una decisione all’inizio del 2008.
Ma il lavoro potrebbe ripartire da capo se il nuovo piano allo studio di alcuni esponenti politici del Pd e dallo stesso segretario, Walter Veltroni, riuscirà a prendere piede. La frase di Veltroni intervistato dal Foglio non è stata buttata lì per caso. Dietro l’auspicio che “le proposte di Air France e Air One si incrocino per garantire la forza di un soggetto come il vettore francese e la forza di un soggetto finanziario come Banca Intesa, e al tempo stesso assicurare il radicamento nel paese di una compagnia nazionale”, ci sarebbe un piano preciso di Veltroni che sarebbe finito nelle ultime ore sul tavolo di Prodi e di alcuni ministri. A cominciare da Padoa-Schioppa e Bianchi.
Il piano dovrebbe prevedere due possibilità. La prima, molto più radicale, si basa sulla spartizione degli asset di Alitalia tra il gruppo francese, che prenderebbe Az Fly cedendo slot di rilievo ad Air One, mentre a quest’ultima andrebbe anche Az Servizi. Una simile possibilità si scontrerebbe però con il veto dei sindacati che già minacciano lo sciopero.
Ecco perché, molto più probabilmente, si comincerà a ragionare sull’altra possibilità, e cioè l’acquisizione da subito di Alitalia da parte di Carlo Toto, patron di Air One, e Corrado Passera, numero uno di Intesa San Paolo attraverso l’Opa a 1 centesimo per ogni azione Alitalia. La nuova compagnia manterrebbe come partner internazionale la stessa Air France che tra un anno al massimo effettuerebbe lo scambio azionario con la nuova società e il Tesoro avrebbe una quota più grande rispetto al 3 circa di oggi.
Ma Prodi non vuole fare passi falsi. Prima di tutto ne parlerà al presidente francese, Nicolas Sarkozy, tra domani e dopodomani. Solo se Parigi accetterà, allora se ne potrà iniziare a discutere con Toto.
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Wagner può riposare in pace. Il dramma di Tristano e Isotta è salvo. E il copione, assicura il ministro Rutelli, dovrebbe ripetersi senza colpi di scena. L’evento cultural-mondano della Scala, previsto per il sette dicembre, ci sarà. Stesso epilogo positivo per le prime di tutte le altre 13 fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Così dopo settimane di proteste gli orchestrali hanno vinto il primo match con il governo che si è impegnato a modificare con un disegno di legge entro gennaio 2008 il tanto contestato articolo 43, ovvero la legge Asciutti in vigore dal marzo 2005. Oltre ad aver dato il via libera, dove ce ne sono le condizioni, per la cosiddetta contrattazione di secondo livello, un passaggio che dovrebbe sbloccare anche (e soprattutto) la situazione della Scala.
Dal momento che la clausola è avere i bilanci in attivo, il teatro milanese è uno dei pochissimi che potrà ridiscutere gli integrativi. Lo aveva spiegato qualche settimana fa il sovrintendente Lissner che nonostante la chiusura in attivo del 2006 (più 1,5 milioni di euro) e l’aumento degli spettatori, doveva sottostare alle stesse regole delle fondazioni in profondo rosso. Un sorta di affronto per gli orchestrali che nonostante l’aumento del Fondo unico dello spettacolo previsto dalla Finanziaria 2008 (da 444,3 a 536, 8 milioni di euro), non potevano godere di tanta produttività.
Ma ora, grazie all’intesa di ieri, gli scioperi dei teatri di Milano, Firenze, Genova e Palermo sono definitivamente archiviati e l’astensione dal lavoro proclamata per i primi di dicembre annullata. Almeno per ora. Intanto i sindacati brindano e il ministro Rutelli raccoglie il plauso dei fans scaligeri. L’appuntamento, spiega Silvano Conti, segretario Slc-Cgil per l’area produzione dei contenuti culturali, “è fissato per il tre dicembre. Quando si aprirà un tavolo di contrattazione per il rinnovo del contratto nazionale e per le contrattazioni di secondo livello”. Buone notizie arrivano infine per il settore del ballo. “Una parte delle risorse – spiega Conti – arriveranno dal Fondo unico dello spettacolo poi si sbloccherebbero anche risorse, per circa 18-20 milioni, destinate alle Fondazioni lirico sinfoniche”.
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Andrà a votare Walter Veltroni il 14 ottobre? “No”. Ma come, nel 2005 Alessandro Profumo e Corrado Passera si spesero per Prodi… “Anche se volessi non potrei. Ho una carica istituzionale”. E dire che Andrea Mondello, 58 anni, presidente della Camera di commercio di Roma e dell’Unioncamere, ex numero due della Confindustria, di quel modello romano tanto caro al candidato leader del Pd si considera l’ideatore. Sicuramente il maggior protagonista a livello economico.
In che cosa consiste questo famoso modello?
Intanto nell’abbandonare la cultura del declino. Nel 1993, nella cerchia di Francesco Rutelli c’era chi la teorizzava: un “luminoso crepuscolo”, molto da cartolina, sui Fori. Io pensavo che bisognasse rimboccarsi le maniche e portare soldi, finanziamenti e ricchezza. Punto due: basta con la politica dei veti. Istituzioni, partiti ed economia devono collaborare al di là degli schieramenti.
Roma ha ottenuto un bel po’ di fondi pubblici quando a Palazzo Chigi c’erano Silvio Berlusconi e Gianni Letta.
Letta è stato un interlocutore prezioso. Ma non abbiamo avuto più soldi di Milano: li abbiamo spesi bene. Tra il 2000 e il 2006 Roma è cresciuta dell’1,8 per cento l’anno, l’Italia dell’1,3. Il nostro valore aggiunto era il 78 per cento di Milano, ora è l’84. L’occupazione è 3 punti sopra la media nazionale. Due altri dati: la crescita delle imprese, più 8,8 rispetto al 5 dell’Italia, e il turismo: più 52,8 per cento. Mentre l’Italia scivola al sesto posto nel mondo, il terzo in Europa, dove la Spagna ci ha superati.
Parla come Veltroni…
Non gli manca il mio sostegno. Ma anche il centrodestra mi ha offerto qualche candidatura.
Basta con i veti: una formula esportabile a livello nazionale?
Difficile con l’attuale litigiosità. Però si possono individuare le priorità strategiche del Paese e impedire per legge che, se cambia governo, ciò che è avviato non vada rifatto da capo.

Per esempio?
L’energia. Io ero per il nucleare; oggi dico che non si possono fare e disfare perfino le centrali convenzionali per soddisfare l’ultimo partitino. Ma soprattutto penso alle infrastrutture: è ovvio che la Tav va completata. E il mio grande cruccio è la cancellazione del ponte di Messina.
La sinistra ne fa un vanto.
E sbaglia. Avrebbe riavvicinato all’Italia il Sud, che invece rischiamo di perdere.
Vista dal vostro osservatorio come andrà l’economia? C’è davvero aria di recessione?
Recessione no, ma nel 2008 saremo quasi fermi.
Il governo è ottimista.
Il governo dovrebbe lanciare un messaggio. È ciò che manca alla Finanziaria: tante piccole cose ma non c’è un segnale forte.
Per esempio?
Bisogna ridurre le imposte dirette, a dispetto di quel che dice Tommaso Padoa-Schioppa: magari non avrebbe effetti immediati sui consumi, ma indurrebbe la gente a un maggiore ottimismo. Esiste anche la psicoeconomia, sa?
Chi sarà l’erede di Montezemolo in Confindustria?
Una continuità è difficile, vista la personalità di Luca.
Emma Marcegaglia?
Niente nomi… ma vedo una presidenza in rosa.
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Se la politica, almeno quella con la P maiuscola, è la capacità di prendere decisioni in favore dell’interesse generale anche quando possano risultare scomode o impopolari, ecco che allora Malpensa è la Waterloo della politica italiana. E non solo di essa, per la verità, ma dell’intera classe dirigente di questo paese. Nessun leader di partito o imprenditore di rilievo nazionale o segretario confederale ha espresso una posizione chiara sull’argomento mentre molti comprimari si sono tuffati quasi come ultrà di curva nella rissa stracittadina tra meneghini e romani.
Politici Nessun dirigente nazionale ha applaudito il piano del nuovo amministratore dell’Alitalia, Maurizio Prato, che prevede l’abbandono di Malpensa, così come non c’è stato nessun leader che l’abbia bocciato. Unica eccezione Umberto Bossi, il quale però è alla guida di un partito che per definizione ha una vocazione regionale. Nei Ds convivono le posizioni del presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati (ovviamente pro Malpensa) e quella del sindaco di Roma, Walter Veltroni (pro Fiumicino, anche se ora con accenti più sfumati forse in seguito alla candidatura a segretario del Partito Democratico). Imbarazzante silenzio da Piero Fassino e Massimo D’Alema. In An idem: Gianfranco Fini tace lasciando al Nord la parola a Cristiana Muscardini e Ignazio La Russa che manifestano per l’hub lombardo mentre a Roma Gianni Alemanno e Maurizio Gasparri si schierano per l’infrastruttura romana. Nessuna presa di posizione chiara è arrivata da Silvio Berlusconi o Francesco Rutelli, anche se quest’ultimo ha tentato una specie di composizione degli opposti con una generica dichiazione per far convivere le due infrastrutture. Al silenzio dei leader si contrappone il fiume di dichiarazione dei vari esponenti locali: Roberto Formigoni, Letizia Moratti da una parte (Malpensa), Piero Marrazzo e Enrico Gasbarra dall’altra (Fiumicino). A rimarcare la divisione dei politici più sulla base della provenienza geografica e del campanile che dell’idea e del progetto c’è il fatto che non ci sono parlamentari nordisti che si schierano con Fiumicino e sull’altro versante non ci sono politici romani che spendono una parola per Malpensa.
Imprenditori Nè Luca Cordero di Montezemolo, né il giovane Matteo Colaninno si sono pronunciati. Eppure la mobilità dovrebbe interessare da vicino gli imprenditori italiani e la competitività delle imprese. Ricalcando il clichè della politica, non sono mancate prese di posizione da parte di chi guida organizzazioni locali di imprenditori. Per Malpensa si sono levate le voci di Diana Bracco (Assolombarda), Carlo Sangalli (Camera di commercio di Milano), Giuseppe Fontana (Confindustria Lombardia). A favore di Fiumicino invece Andrea Mondello, Giovanni Quintieri (Federlazio) e Giancarlo Elia Valori (Unione industriali del Lazio).
Sindacalisti Non è un mistero che i rappresentanti dei lavoratori facciano il tifo per lo scalo romano, poiché sull’area del Lazio risiede la maggior parte dei dipendenti Alitalia. Si tratta però di una posizione ufficiosa. Nessuno dei segretari della triplice, Guglielmo Epifani, Luigi Angeletti, Raffaele Bonanni, ha dichiarato alcunché. In compenso l’ala milanese delle tre confederazioni ha manifestato apertamente a favore di Malpensa. La Fit Cisl lombarda con Dario Ballotta e la Filt Cgil con Nino Cortorillo non hanno risparmiato critiche a Prato per la scelta di abbandonare Malpensa. Il paradosso l’ha raggiunto lo stesso Ballotta quando in un’intervista a La Padania ha dichiarato che il flop di Malpensa è imputabile al personale di volo che si impunta a non volersi trasferire a Milano.
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Il numero uno di Alitalia, Maurizio Prato, prenderà ancora qualche altra settimana prima di chiudere la vendita della compagnia di bandiera, ma i giochi sarebbero fatti.
Il controllo dovrebbe passare ad Air France mentre AirOne si accontenterebbe di rotte particolarmente redditizie su Malpensa. L’accordo di massima tra la compagnia di bandiera e quella francese sarebbe stato già raggiunto e negli ultimi giorni, secondo quanto trapela da fonti diplomatiche, anche il premier, Romano Prodi, e il presidente francese, Nicolas Sarkozy, avrebbero avallato l’operazione nell’ambito di un pacchetto di nuove intese tra i due Paesi (uno dei punti fondamentali riguarda l’ingresso di Enel nel programma che la Francia sta realizzando per il nuovo reattore nucleare Epr).
Prima dell’annuncio, tuttavia, i vertici delle due compagnie si prenderanno tutto il tempo a disposizione per sciogliere i nodi più controversi dell’acquisizione. Il numero uno di Air France, Jean Ciryl Spinetta, è stato fin troppo chiaro: “Alitalia entrerà nel perimetro del vettore francese a patto che Parigi non sborsi nell’immediato soldi in contanti”. In altre parole la quota del 49,9% che il Tesoro detiene in Alitalia dovrebbe valere esattamente zero. Senza questa condizione non se fa nulla anche perché Parigi si dovrebbe farsi subito carico della nuova ricapitalizzazione di Alitalia.
Al di là degli aspetti finanziari, per l’annuncio ufficiale si è deciso di aspettare ancora per esaminare tutti i risvolti che l’operazione avrà su Malpensa. Il governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha visto Prato e al termine dell’incontro ha riferito di avere “avuto assicurazione che entro il 30 settembre sarà definito il quadro dei rapporti con i possibili compratori”. Nei piani di Prato, a questa prima fase, dovrebbe seguire una successiva scrematura delle candidature, entro ottobre, per arrivare alla parola fine entro Natale. Le candidature, avrebbe sottolineato il numero uno di Alitalia a Formigoni, saranno vagliate in base a due criteri, in ordine di importanza: il piano industriale e l’offerta economica. In questo modo Prato si prenderebbe tutto il tempo per sistemare il contratto con Air France mentre la politica risolverebbe il dossier Malpensa.
Il patron di AirOne, Carlo Toto, che a sua volta ha avuto un incontro con Formigoni, continua a godere di forti appoggi. Il vicepremier, Francesco Rutelli, ha detto apertamente di preferire la fusione Alitalia-AirOne. Ma una simile possibilità sembra ormai tramontata per tanti motivi. Non ultimo la mancanza di risorse economiche. Ma Toto punta a portare a casa comunque qualche risultato. Le rotte di Alitalia su Malpensa gli farebbero particolarmente comodo insieme alla fornitura di servizi da parte della Sea a prezzi convenienti rispetto a quelli praticati oggi ad Alitalia.
IL DOSSIER ALITALIA
Il VIDEO servizio:

Altro che abolizione dell’Ici.
Il premier Romano Prodi non prende neanche in considerazione la proposta di altri esponenti di governo (leggi Francesco Rutelli) di eliminare la tassa sulla prima casa che a partire da quest’anno si paga addirittura prima.
La scadenza per il versamento dell’acconto Ici del 2007 è stata anticipata al 18 giugno, rispetto al vecchio termine del 30 giugno. Il saldo dovrà essere versato entro il 17 dicembre anziché il giorno 20. Come sempre, i contribuenti potranno pagare l’intero importo entro la scadenza dell’acconto. Devono pagare l’Ici i proprietari di immobili, aree edificabili e terreni agricoli.
Nessuna modifica sostanziale per il calcolo dell’imposta comunale. Per trovare la base imponibile si deve prendere in considerazione la rendita catastale e rivalutarla del 5%. La rendita va poi moltiplicata per i seguenti coefficienti: 100 per le abitazioni, box e magazzini; 50 per gli uffici, studi e capannoni e 34 per i negozi. Sulla base imponibile, si applicano le diverse aliquote decise dai comuni che possono variare tra il 4 e il 7%.
Per il pagamento si può utilizzare l’apposito modulo di conto corrente o il modello F24 (qui il .pdf scaricabile anche dal sito dell’Agenzia delle Entrate). Il versamento può essere effettuato in banca o in via telematica attraverso la delega di versamento unica. Il pagamento online è possibile anche dal sito di Poste Italiane.