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fusione

La sede di Acea a Roma (Ansa)
Una maxi utility con 9 miliardi di euro di capitalizzazione e 18 miliardi di fatturato. Un gigante, che potrebbe operare alla pari con i colossi italiani come Eni, Enel ed Edison. Questa l’ipotesi - assai suggestiva - delineata dal direttore dell’Osservatorio Agici - Accenture 2010, Andrea Gilardoni, professore alla Bocconi. Continua
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Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.
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A più di 50 anni dalla costruzione della prima centrale nucleare nel mondo (a Obnik in Russia, in azione dal 27 giugno del 1954) e superata la paura di Chernobyl, in casa di Putin sta rifiorendo la voglia atomica.
Prima l’annuncio che nei prossimi 15 anni la Russia distribuirà sul proprio territorio ben 20 nuove centrali nucleari tradizionali, poi nell’ultima domenica di luglio, a Severodvinsk, cittadina sul Mar Bianco, è stata posta la prima pietra di quella che è destinata a diventare la prima centrale nucleare galleggiante al mondo. Un impianto da 200 milioni che nel 2010, a costruzione ultimata, svilupperà - grazie alle tecnologie militari dei sottomarini atomici - circa 70 megawatt di potenza. Titolare del progetto la compagnia russa per l’energia nucleare Rosenergoatom, che è intenzionata a sfornare entro il 2015 una vera e propria flottiglia composta da sette centrali nucleari galleggianti per il fabbisogno interno, mentre altri modelli verranno venduti all’estero.
Il consorzio Rosenergoatom dal 1992 riunisce tutte le 10 centrali nucleari russe, pari a una capacità di 23.242 mw. Ma da allora la corsa si è sostanzialmente fermata: sono stati completati solo 3 reattori e non ne sono stati avviati altri. A oggi il contributo del nucleare nella produzione dell’energia elettrica russa è pari al 16% (contro il 50% proveniente dal gas), mentre la media degli altri paesi tocca il 38% (con un picco in Francia del 78%, mentre nel resto del mondo il 17% dell’energia elettrica viene dal nucleare).
Anche sulla base di questi dati, Vladimir Putin sta mettendo mano al nucleare russo, con la prospettiva di portarlo al 25% del bilancio energetico.
Non basta: sta prendendo forma anche una nuova Spa, la Atomenergoprom, una specie di “Gazprom atomica”, controllata al 100% dallo stato. Vi confluiranno anche il consorzio Rosenergoatom e tutte le società del comparto nucleare: da quelle che si occupano della produzione, a quelle dell’arricchimento dell’uranio, alla costruzione delle turbine.
Così verticalmente integrata, con una catena tecnologica avanzata, è molto probabile che Atomenergoprom possa diventare il futuro leader mondiale del settore. Le premesse ci sono tutte: da qualche tempo la Russia sta costruendo 7 reattori nucleari in giro per il mondo: 2 in Cina, 2 in India, 2 in Bulgaria ed uno in Iran. E fornisce il 50% dell’uranio statunitense.
Le venti società del nucleare russo che prima si facevano concorrenza, una volta unite saranno in grado di far paura alle compagnie occidentali come General Electric, Siemens, Areva, anche alla luce della joint venture siglata con la francese Alstom per la produzione delle turbine, i contatti la spagnola Iberdrola, e una futuribile collaborazione con Enel (anche se in Italia dal 1988 il nucleare è diventato un tabù).
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A far parlare ancora della famosa ereditiera Paris Hilton oggi non è l’ennesimo scandalo ma il suo conto in banca. Che si è fatto più corposo, avendo ceduto l’impero creato da suo bisnonno Conrad Hilton nel lontano 1919, in Texas.
La catena degli Hotel Hilton è stata infatti acquistata dal fondo del private equity statunitense Blackstone per 26 miliardi di dollari cash. L’intesa prevede che la Blackstone acquisti le azioni della Hilton al prezzo di 47.40 dollari, cioé un valore superiore del 32 per cento rispetto alla quotazione in chiusura di borsa martedì sera dei titoli Hilton a New York. La transazione sarà completata nel quarto trimestre del 2007 dopo l’approvazione degli azionisti, anche se con un premio di questo valore non dovrebbero esserci problemi.

L’operazione della Blackstone è la più costosa di tutta la storia del business alberghiero. Il record precedente è datato 1998, quando Starwood Hotels & Resorts Trust acquisì la catena di alberghi ITT Corp. per 14,6 miliardi di dollari.
Il fondo d’investimento Blackstone aveva già acquistato, all’inizio del 2006, la catena La Quinta Inns and Suites, con una disponibilità di circa 100 mila camere tra Stati Uniti ed Europa. La catena Hilton (con brand come Doubletree, Embassy Suites, Hampton Inn, The Waldorf-Astoria Collection e Conrad Hotels & Resorts) possiede o gestisce 2.800 alberghi in 76 paesi nel mondo per una disponibilità di 480 mila stanze). Sommando qeste ifre, è chiaro quanto sia buono il colpo messo a segno da Blackstone: si è assicurato il controllo di quasi 600 mila camere nel mondo.
“È difficile immaginare un miglior obiettivo strategico per noi della catena Hilton, con i suoi clienti su scala mondiale, il suo marchio conosciuto e prestigioso e la sua rete di alberghi”, ha affermato un portavoce del fondo Blackstone. “Siamo intenzionati a investire nella Hilton” ha aggiunto “lavorando con impegno insieme agli attuali proprietari ed operatori per continuare a far crescere e a sviluppare questa attività”.
Un impegno oneroso, visto che Blackstone ha promesso di accollarsi anche i debiti della Hilton company per 7,5 miliardi di dollari.
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Sette giorni per sciogliere i nodi più importanti (il prezzo, le poltrone, le alleanze, gli effetti dominanti sul controllo di Mediobanca e Generali), firmare e spedire gli inviti alle nozze dell’anno. La fusione tra Unicredito e Capitalia ha un termine-obiettivo, sabato 27 maggio: in pochi giorni i rispettivi leader Alessandro Profumo e Cesare Geronzi proveranno a chiudere la manovra bancaria destinata a rivoluzionare il panorama finanziario italiano e a scompaginare il quadro politico. Prima che la controffensiva, più o meno palese, mandi tutto all’aria: il consenso attorno all’operazione è talmente elevato, bipartisan e istituzionale da risultare sospetto.
L’agenda ipotizzata nei colloqui fra i due gruppi permetterebbe al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di presentarsi all’assemblea annuale del 31 maggio sbandierando l’unione che più d’ogni altra sembra rispondere alla sua esortazione a superare campanilismi e personalismi, per consolidare un sistema che è assai debole rispetto all’avanzata straniera, ma che invece si dimostra straordinariamente influente sulla politica economica di casa nostra.
Di qui il primo banco di prova: la nuova superbanca di che colore sarà? La chiave di interpretazione corrente la descrive come la risposta di Massimo D’Alema allo strapotere dell’Intesa Sanpaolo, il gruppo creato da Giovanni Bazoli e attraverso il quale il premier Romano Prodi ha finora monopolizzato le più importanti partite economiche. Del vicepremier e presidente dei Ds sono note amicizie e frequentazioni con Profumo e Geronzi. Quest’ultimo ha lavorato non poco per smontare (senza romperlo) l’abbraccio mediatico di Silvio Berlusconi, che due anni fa lo battezzò come l’unico banchiere non di sinistra e che ancora oggi è presente con la Fininvest nel patto di sindacato della banca romana.
Lo smarrimento diessino negli affari, accentuato con l’unione ulivista tra Intesa e Sanpaolo, celebrata a scapito dell’ultima roccaforte rossa rappresentata dal Monte dei Paschi, è fonte di depressione per i notabili del partito, estromessi dai giochi sul riassetto delle infrastrutture primarie del Paese: autostrade, telecomunicazioni, reti d’energia, aerei e aeroporti. Guai a perdere del tutto la presa sui centri nevralgici del potere: Mediobanca, Generali, Rcs MediaGroup (che controlla il Corriere della sera).
Così D’Alema negli ultimi mesi ha esplorato convergenze, facendo visita allo stesso Bazoli e intensificato i rapporti con gli uomini di punta del gruppo di francesi alleati di Geronzi nei santuari della finanza: Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, amico del nuovo presidente Nicolas Sarkozy. Contatti che gli verranno buoni se Profumo troverà la via per riprendere il dossier Société Générale accantonato di fronte alle pretese transalpine di avere sede e presidenza esecutiva.
Tuttavia, la teoria del nuovo cappello dalemiano sul risiko, otto anni dopo il famoso incontro con Enrico Cuccia (in casa dell’imprenditore Alfio Marchini, anch’egli socio stabile della Capitalia), non convince Bruno Tabacci, deputato dell’Udc, profondo conoscitore degli intrecci con la finanza. “Macché contromossa, non ci credo. Profumo non è uno che fa politica, è un signore che fa operazioni di mercato: avrà fatto bene i suoi conti”.
Frase sibillina se si pensa al timore di investitori e analisti che sulle logiche industriali prevalgano quelle politiche per sistemare la Capitalia in mani amiche e ridisegnare gli equilibri di potere sulla Mediobanca e, a cascata, sulle Generali, che a loro volta sono azioniste e alleate del concorrente Intesa Sanpaolo. “No, le aziende non fanno più operazioni in funzione della politica” insiste Tabacci “semmai è la politica che si adegua per fare da mosca cocchiera. Certo, c’è il problema Mediobanca, ma non credo che verranno meno alla linea di autonomia dell’istituto, penso che faranno un passo indietro”.

Su questo aspetto si concentra la contraerea: Unicredito e Capitalia fondendosi arriveranno ad avere il 18 per cento di Mediobanca e quasi il 20 per cento di Generali e il 17 per cento del mercato bancario domestico. Dalla lettera del patto della banca d’affari è però esclusa la sommatoria delle due partecipazioni, fior di giuristi sono pronti a riaffermarlo: l’Unicredito-Capitalia peserà per il 9 per cento, l’altro 9 dovrà essere ceduto.
Già, ma a chi? La quota fa gola soprattutto all’Intesa Sanpaolo e la misura dell’interesse sta nella fretta e nella frequenza delle smentite. Gridare alla minaccia del monoblocco Uni-Capitalia che governerà incontrastato Mediobanca e Generali rafforza la possibilità che alla fine si proceda alla spartizione delle azioni in eccesso e amplifica la forza contrattuale di chi verrà chiamato in “soccorso” per ribilanciare le leve del potere.
Il punto è ben chiaro a Geronzi, che il Financial Times definì “power broker”: il mandato di advisor per la fusione affidato a Claudio Costamagna è la classica carambola al tavolo da biliardo. Con l’ex manager della Goldman Sachs Geronzi rassicura Prodi (di cui è uno dei più ascoltati collaboratori) e al tempo stesso rimarca le distanze da Bazoli (scottato dai tentennamenti del consulente sull’affare Mittel).
Non solo, Costamagna parla la lingua dei mercati, che piace tanto a Profumo, e ha la visione americana di Draghi, con cui ha diviso anni di esperienza nella potente banca d’affari a stelle e strisce. Rimane il versante francese, che (forse l’elemento più comico e drammatico insieme) difende a spada tratta l’”italianité” e ha immediatamente messo le mani avanti sull’indipendenza di Capitalia e Mediobanca. Un modo per alzare la contropartita: se l’alleato Santander conquisterà i possedimenti italiani dell’Abn Amro, Vincent Bolloré, azionista forte della Mediobanca, potrà far leva sul controllo dell’Antonveneta e sul 9 per cento di Capitalia.
Il più esperto tra i banchieri italiani conosce tattiche e strategie dei francesi. Saprà gestirla ancora? La palla è sui piedi dell’acquirente: Profumo i conti li ha fatti, se vuole crescere in Italia non resta che una strada, un’offerta pubblica d’acquisto sulla Capitalia. La prima volta ci provò il 20 marzo 1999, voleva la Comit (oggi inglobata in Intesa Sanpaolo), fu stoppato da Antonio Fazio che non era stato preavvertito. In Banca d’Italia adesso c’è Draghi, che non pretende nemmeno una telefonata: è già pronto col disco verde.
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L’estate allo sportello delle banche sarà rovente come mai prima. La siccità e i condizionatori d’aria non c’entrano: sta per scattare in Italia un massiccio spostamento di dipendenti delle aziende di credito, quasi 900 filiali in una ventina di province cambieranno proprietà.
Una sorta di tratta dei bancari, con risvolto particolare: nessuno si muoverà dal proprio posto di lavoro. Lo sportellista, il consulente finanziario e il direttore cambieranno casacca e, con effetto immediato, il correntista si troverà un nuovo logo sugli estratti conto, probabilmente anche nuove condizioni a proposito di tassi, libretti d’assegni, bonifici e prelievi.
A stravolgere la mappa del credito saranno la fusione Intesa Sanpaolo e, in piccola parte, le
nozze tra Bpu e Banca Lombarda
, da cui è nata la Ubi (Unione di banche italiane).
I numeri sono questi: l’Intesa Sanpaolo cederà al gruppo francese Crédit Agricole gli agglomerati con marchio Friuladria e Cariparma, più altre sue 202 sedi disseminate lungo la penisola, per un totale di 665 sportelli il cui elenco è stato stilato, soppesato e modificato più di una volta.
Non è tutto: l’Autorità antitrust ha imposto all’Intesa Sanpaolo di liberarsi di altri 197 sportelli. La lista mette in subbuglio gli impiegati nelle sedi che cambieranno insegna.
Si aggiungono, sempre per dettato del garante della concorrenza, gli sportelli che l’Ubi dovrà cedere: fa 11 e 22 nella provincia di Brescia e tra 6 e 12 nel Bergamasco.
Quasi 900 filiali che coinvolgono oltre 7 mila persone e centinaia di migliaia di clienti. Valori che restano entro il 3 per cento dell’aggregato di settore (32 mila sportelli e 340 mila addetti), ma sui quali pesano la difficile esperienza del passato (per esempio, la cessione di 59 sportelli dalla Capitalia alla Unipol nel 2002 mal digerita da impiegati e correntisti) e il momento delicato in cui si metterà mano alla trasformazione con il negoziato sul rinnovo del contratto di lavoro appena avviato.
Un assaggio dell’esodo si è avuto a inizio aprile con un primo lotto di 29 sportelli Friuladria passati sotto l’insegna francese, il grosso scatterà a luglio quando l’Agricole completerà la rete e l’Intesa Sanpaolo avrà forse definito gli accordi sulle 197 filiali che andranno all’asta. Torta che fa gola a istituti italiani ed esteri, tra cui Popolare di Vicenza, Cattolica Assicurazioni, Unipol, Montepaschi e Deutsche Bank.
“C’è il rischio di uno spezzatino dei bancari: se i 197 sportelli in eccesso verranno frammentati in più mani, non si avranno interlocutori con cui confrontarsi su carriere, piani di incentivazione e così via” commenta Mauro Bossola, segretario aggiunto della Fabi, sindacato che conta 95 mila iscritti. “È auspicabile” prosegue Bossola, ex Sanpaolo, “che si scelga la strada di uno, massimo due compratori”.
L’auspicio è legittimo secondo Giancarlo Durante, direttore centrale Abi (Associazione bancaria italiana) per l’area sindacale: “Comunque allo sportello si cambia nella misura in cui cambiano cultura aziendale e modelli di business e organizzativi. La professionalità no, quella deve rimanere”.
E i correntisti? “È naturale che si aspettino che i rapporti esistenti non cambino, se non a loro vantaggio” conviene Durante. In autunno si tireranno le somme.
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Mentre UniCredit abbozza “usuali” contatti con Société Générale, smentendo tuttavia le ipotesi di una possibile fusione, la banca britannica Barclays fa sul serio, raggiungendo un accordo per acquistare l’olandese Abn Amro per 67 miliardi di dollari.
Dalla fusione dei due istituti nascerà il secondo gruppo bancario europeo. Secondo la classifica stilata da Bloomberg, la fusione anglo-olandese precede infatti analoghe operazioni tra Citicorp e Travelers (51,4 miliardi di euro) e quella tra Bank of America e Nationbank (42,3 miliardi di euro). Presenza italiana tra le prime sedici con quella tra SanPaolo e Intesa, in nona posizione con 25,4 miliardi di euro.
Le due banche si sono accordate per cedere a Bank of America la banca Usa di Abn La Salle per 21 miliardi di dollari.
Gli azionisti di Abn Amro riceveranno 3,225 azioni Barcalys per ognuna delle loro. L’intesa valuta le azioni di Abn 36,25 euro l’una. Gli azionisti di Barclays controlleranno il 52% della nuova banca che si chiamerà Barclays.
Barclays lancerà un’Opa totalitaria, tutta in azioni, su Abn Amro: almeno stando a quanto si legge in un comunicato congiunto dei due istituti in cui si annuncia la fusione. Secondo i termini dell’operazione, gli azionisti di Abn Amro riceveranno 3,225 azioni Barclays per ogni azione della banca olandese posseduta. L’Opa viene così valutata a 36,25 euro per azione.
La fusione dovrebbe completarsi entro il quarto trimestre dell’esercizio in corso. L’attuale Ceo di Barclays, John Varley sarà a capo del nuovo istituto, mentre la struttura di corporate governace sarà quella di tipo britannico, ma il quartier generale si troverà ad Amsterdam.
Il nuovo Cda avrà 10 membri indicati da Barclays e 9 da Abn Amro.
Il nuovo gruppo post fusione produrrà sinergie annuali di circa 3,5 miliardi lordi al 2010, di cui circa l’80% proverrà da riduzioni di costi e il resto da benefici sui ricavi.