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Tempi duri per l’industria dell’automobile americana, travolta dalla crisi economica internazionale che si è fatta sentire in maniera particolarmente pesante sul mercato delle quattro ruote. Continua
- Giovedì 28 Gennaio 2010

Credits La Presse
Tempi duri per l’industria dell’automobile americana, travolta dalla crisi economica internazionale che si è fatta sentire in maniera particolarmente pesante sul mercato delle quattro ruote. Continua

La nuova Saab 9-3X (Credits: LaPresse)
Sembra giunta l’ora per la casa automobilistica svedese Saab. Travolta dalla crisi economica, infatti, l’americana General Motors, che ne detiene il controllo, ha tentato invano di cederla alla Koenigsegg, un’altra società svedese specializzata nella produzione di vetture sportive molto simili alle nostre Lamborghini. Continua

General Motors volta pagina: quella che è stata per 77 anni la prima casa automobilistica al mondo farà bancarotta, mettendo così un punto alla sua storia poco più che centenaria. Si chiude un’era per l’industria dell’automobile americana. GM per decenni è stata la più grande impresa americana arrivando a occupare oltre un milione di dipendenti con gli stipendi più alti tra gli anni ‘50 e ‘60 creando quella middle class che ha rappresentato il principale fattore di sviluppo economico degli Stati Uniti.
Ora si ritroverà con il Governo primo azionista, con una quota del 60% a fronte di ulteriori aiuti per 30,1 miliardi di dollari: alcuni osservatori già chiamano ‘Government Motors’ la società che emergerà dalla bancarotta.
“Manterremo la quota non più del necessario” spiegano dall’amministrazione Obama, precisando che il Governo “non intende interferire o esercitare controllo sulla gestione giornaliera. Nessun rappresentate del Governo sarà impiegato nel consiglio di amministrazione o nella societa”‘.
Gm farà ricorso al Chapter 11, sezione 363 (quella che nel codice fallimentare statunitense prevede una vendita rapida dgeli asset il cui valore rischia di essere azzerato in caso di bancarotta prolungata), fra poche ore, prima dell’apertura di Wall Street, presso il Tribunale di New York, quello che già ospita il caso Chrysler.
La bancarotta di Gm, data la sua taglia e la sua maggiore complessità, durerà più a lungo di quella della più piccola delle case automobilistiche di Detroit: l’amministrazione prevede 60-90 giorni.
Per facilitare nell’ambito del processo di bancarotta la vendita degli asset della vecchia Gm a una nuova società, il Tesoro concederà un finanziamento debtor-in-possession pari a 30,1 miliardi di dollari. Oltre a questi fondi “il Tesoro non prevede ulteriore sostegno finanziario per Gm. Anche in uno scenario particolarmente conservativo riteniamo - osservano dall’amministrazione - che i fondi siano sufficienti per far tornare Gm a crescere. Anche perchè quella delineata è una soluzione permanente per Gm”. Oltre a una quota di circa il 60%, il Tesoro riceverà 8,8 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
Alla ristrutturazione di Gm parteciperà anche il Canada.
Ottawa e il Governo dell’Ontario stanzieranno finanziamenti per 9,5 miliardi di dollari. In cambio riceveranno il 12% della nuova Gm, oltre a circa 1,7 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
L’amministrazione plaude agli sforzi effettuati dal sindacato United Auto Worker (Uaw), il cui fondo Veba si troverà a controllare il 17,5% di Gm con l’opzione di salire di un ulteriore 2,5%. Il Veba, che potrà nominare un direttore indipendente al consiglio di amministrazione ma che non godrà di diritti di voto, riceverà anche 6,5 miliardi di dollari di azioni privilegiate con un dividendo del 9% annuo.
Il 10% della nuova società andrà ai creditori non garantiti: è stato proprio il loro via libera alla nuova proposta di ristrutturazione avanzata dal Tesoro a spianare la strada al Chapter 11. Il 54% degli obbligazioni hanno aderito alla proposta che offre ai creditori un iniziale 10% con l’opzione di salire di un ulteriore 15%.

“La vita va avanti lo stesso”. Le parole di Sergio Marchionne sanno di addio, senza troppi rimpianti: “Di più non ci può essere richiesto”. La partita per Opel sembra ormai persa, tanto che gli emissari del Lingotto non partecipano alla riunione di oggi a Berlino del governo tedesco. “Siamo sorpresi negativamente dall’esito del precedente vertice di martedì notte” dice ancora Marchionne, “non correremo rischi irragionevoli”. La strada sembra quindi segnata e porta Opel nel gruppo austro-canadese Magna, l’unico rimasto in corsa dopo la prima “scrematura” del governo tedesco oltre a Fiat, con i suoi importanti soci russi, la banca Sberbank e il colosso energetico Gaz. Oppure verso l’insolvenza, una strada che il cancelliere Merkel non ha escluso, in un’intervista allo Spiegel, anche se “cercheremo di evitarla”, motivo per cui si attende a breve un accordo sul prestito ponte da parte dello Stato federale per tenere in vita la casa del fulmine. Gli esperti hanno esaminato una nuova ipotesi di accordo tra General Motors e Magna, che ha ottenuto il visto buono dai ministri dell’esecutivo tedesco: secondo l’agenzia France Presse sono già avviate le trattative per la cessione di una quota di Opel.
Nella partita è entrato anche il governo inglese, con il Business secretary Peter Mandelson a tenere alte le esigenze di Vauxhall, la controllata di Gm gemella di Opel nel regno unito:”Naturalmente intendo avere un incontro con Magna in tempi brevi” ha dichiarato “Cercherò di avere da loro un rafforzamento dell’impegno che mi hanno dato la scorsa settimana sul proseguimento della produzione della Vauxhall qui in Gran Bretagna”
Un portavoce del governo tedesco ha comunque precisato che, in questa fase, Magna è l’unico interlocutore con cui l’esecutivo sta trattando, aggiungendo però che Fiat non è fuori gioco e che potrebbe ritornare al tavolo negoziale. “Le condizioni finanziarie al momento rimangono ignote” ha ribadito Marchionne, ” possiamo trovare modi per venire incontro alle richieste di General Motors e del governo tedesco, ma l’emergenza della situazione non può forzare Fiat ad assumere rischi del tutto inusuali”.
Alla finestra, nell’attesa che si delinei la soluzione della trattative, resta la politica: quella tedesca, in cui pesa la scadenza elettorale legislativa di settembre, ma anche quella di casa nostra: l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, Pd, ha già incolpato il governo in caso di cattivo esito per Fiat: ”Il nostro paese anziché guidare il processo, come stanno facendo gli altri Stati coinvolti - ha detto - rischia di subire soluzioni di risulta che dipenderanno dal successo o meno degli accordi”. Mentre Pierluigi Bersani invita a difendere gli interessi dell’industria automobilistica tricolore in sede europea: ”Voglio almeno credere” dice il responsabile per l’economia del Pd “che, nel caso prevalesse la proposta Magna, ci sia da parte nostra una attenta verifica in sede comunitaria, mettendosi almeno al riparo da distorsioni di mercato”. Per il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola, a Bruxelles proprio per discutere di Opel con gli omologhi europei, invece la partita nel pomeriggio era ancora aperta: ”L’ipotesi su cui si starebbe ragionando - ha spiegato - è quella della costituzione di una società, con un prestito ponte da 1,5 miliardi, che per sei mesi gestisce Opel e garantisce la permanenza dei siti nell’attesa che venga perfezionato l’accordo con l’acquirente, che potrà essere Fiat o Magna. Anche se per ora - ha aggiunto il ministro - General Motors sembra privilegiare Magna, pur in presenza di alcune parti un po’ oscure in mancanza di una valutazione complessiva su Opel”. Dalla riunione, l’Unione Europea ha dato il via libera alla possibilità di concedere aiuti di Stato per venire incontro alle difficoltà finanziarie delle filiali europee di General Motors, tra cui la tedesca Opel, la svedese Saab e la britannica Vauxhall. A patto però che ”nessuna misura nazionale sia presa in assenza di coordinamento” con tutti i paesi interessati e la Commissione Ue.
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Non è bastata una maratona notturna di quasi 12 ore a Berlino per arrivare a una decisione sulla vendita di Opel. Come previsto il governo tedesco ha ristretto la rosa dei potenziali acquirenti alla Fiat e al gruppo Magna che entro domani dovranno comunque ‘ritoccare’ le loro offerte per sciogliere i nodi dell’amministrazione fiduciaria e dei finanziamenti ponte.
Nella riunione è emersa una richiesta di maggiore liquidità da parte della General Motors per la propria controllata tedesca: 300 milioni in più, rispetto agli 1,5 miliardi di euro che Berlino e i quattro Lander che ospitano gli impianti della Opel erano disposti a sborsare sotto forma di prestito ponte. Il totale arriva quindi 1,8 miliardi di euro necessari per far operare la casa tedesca finché non si troverà una soluzione definitiva, ma che verrebbero a gravare sull’acquirente.
Dopo il vertice nella cancelleria tedesca, cominciato alle 17 e terminato alle 4,30 del mattino, il Lingotto e il produttore di componenti d’auto austro-canadese partono alla pari. “E’ stata una notte notevole, una notte che ha dimostrato che abbiamo a che fare con un tema complesso”, ha commentato il superministro ministro dell’Economia Karl-Theodor Guttenberg (Csu), al termine del summit. Guttenberg ha spiegato che ci sarà bisogno di verifiche da parte del governo, “ma soprattutto degli investitori, che devono rielaborare le loro proposte” e non ha escluso uno scenario di insolvenza per Opel.
Il governo di Berlino è irritato per le nuove richieste della Gm: “Penso che possiamo dire chiaramente che una buona parte dei problemi questa notte siano derivati da una combinazione di fattori: i nuovi numeri della General Motors e una posizione negoziale non molto d’aiuto da parte degli americani, del Tesoro Usa”, ha spiegato Roland Koch (Cdu), il governatore dell’Assia, il Lander che ospita il principale impianto della Opel.
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“Una lotteria”. Luca Cordero di Montezemolo riprende le parole del suo amministratore delegato Sergio Marchionne, dette ieri a caldo dopo l’incontro con Angela Merkel. Oggi è il giorno decisivo per l’affare Opel. Quello in cui si riuniranno i ministri competenti del governo tedesco, i governatori dei Laender interessati per le fabbriche, gli emissari della General Motors e del governo Usa che ormai è di fatto il proprietario del gigante di Detroit. Per decidere quale delle tre offerte (anzi quattro, ieri Berlino ha comunicato che anche la cinese Baiec - Beijing auto industry export corporation ha presentato un piano) avrà l’appoggio indispensabile del cancelliere Angela Merkel. Le variabili, politiche, economiche e sindacali, sono tante. Per questo per la Fiat è “una lotteria”. “Quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, e quindi c’è la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile. Adesso entrano in campo tutta una serie di componenti decisionali” ha detto Montezemolo.
Per il Financial Times “quello di Fiat è il piano migliore per Opel”, perché l’idea di condividere piattaforme e motori, che consentirebbe 1,2 miliardi di euro l’anno di sinergie, assieme alle vendite annue stimate in sei milioni di veicoli attraverso l’integrazione di Chrysler, potrebbe portare ad economie di scala ”vitali”. Mentre l’idea del principale concorrente, Magna, di puntare sul mercato russo attraverso l’appoggio di Sberbank. si scontra con la recessione che ha colpito duramente il paese di Putin. “Ma il miglior piano industriale” ammonisce il quotidiano finanziario, in periodo pre-elettorale “da solo potrebbe non bastare”: l’appoggio dei sindacati e dei politici locali potrebbe influire di più. E in questo senso è un colpo alle speranze di Fiat la dichiarazione di ieri del leader sindacale Opel Klaus Franz: “Per noi Magna è in pole position”.
Chiunque dovesse aggiudicarsi l’opzione per Opel, inoltre, beneficierà di un prestito ponte da parte del governo tedesco, secondo quanto ha detto in un’intervista alla rete pubblica Ard il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Peer Steinbrueck. L’entità del prestito, che avrebbe lo scopo di permettere la continuità del lavoro nelle fabbriche dopo lo scorporo dell’azienda da GM, dovrebbe essere di 1,5 miliardi di euro. Il consiglio di supervisione dell’azienda teesca ha già approvato la separazione legale da General Motors, dalla quale era già autonoma finanziariamente. Passano quindi a Opel GmbH tutti gli impianti europei della compagnia, l’organizzazione commerciale e alcuni asset di General Motors. Klaus Franz ha spiegato che Opel sarà libera da debiti una volta che avvierà l’integrazione con il suo futuro partner.
Ma la partita non si gioca solo in Germania: anche il governo inglese si preoccupa degli impianti Vauxhall, la gemella di Opel nel Regno Unito: l’ipotesi di pochi tagli in Germania implica infatti ristrutturazioni più massicce in altri paesi e gli operai di Vauxhall, controllata Gm in Inghilterra, sono sul piede di guerra. Sempre secondo il Financial Times, il ministro britannico delle Attività Produttive, Peter Mandelson, ha parlato con l’ad di General Motors, Fritz Henderson, e il numero uno di Gm Europe, Peter Forster, allo scopo di “chiarire l’impegno del governo del Regno Unito per tutti gli impianti di Vauxhall”. Mandelson ha anche riferito di aver avuto dei colloqui con Fiat e Magna. Mentre il governo belga ha chiesto a Berlino di discutere di Opel anche in sede europea.
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Mercoledì sarà il giorno della verità per le mire di Fiat su Opel: il governo tedesco si riunirà in un vertice definitivo e sceglierà l’offerta da appoggiare nelle trattative con la General Motors tra le tre pervenute: quella di Fiat, quella di Magna e quella del fondo Ripplewood. A questo appuntamento, scrive il Tagespiegel, saranno presenti - oltre a Marchionne e probabilmente John Elkann - i vertici della Magna e del fondo Ripplewood, la Merkel, i ministri tedeschi competenti, i rappresentanti del governo Usa e i governatori delle regioni in cui si trovano gli impianti della casa automobilistica. Non sarà una decisione facile, perché nella Grande Coalizione che sostiene l’esecutivo le divisioni interne sono più che mai accentuate a pochi mesi dalle elezioni. E anche i vari governatori dei Land dove si trovano le fabbriche Opel faranno sentire il loro peso politico. “L’offerta è chiara, ora dobbiamo solo parlare poco e aspettare” ha commentato il presidente del gruppo di Torino Luca Cordero di Montezemolo. Ma l’Ad Sergio Marchionne non resterà chiuso in una stanza a sperare nel verdetto favorevole: domani, secondo quanto detto da Montezemolo, “andrà direttamente dalla Merkel” insieme a John Elkann.
C’è da lavorare sul versante alleanze: gli austriaco canadesi di Magna hanno appoggi importanti in Russia con la banca Siberbank i cui vertici, secondo le rivelazioni della Bild, avrebbero incontrato Angela Merkel e Zu Guttemberg in un vertice segreto nel fine settimana. Ma a pesare sarà ancora di più il parere della General Motors, la casa madre americana, di cui Opel è l’emanazione in Europa. Per quella che per decenni fu la più grande casa automobilistica del mondo, la bancarotta sembra ormai inevitabile. Con il ricorso al Chapter 11, l’amministrazione controllata, già sperimentato dal governo Usa con la Chrysler. Il debito è gigantesco (in tutto sono 19,4 i miliardi di dollari investiti dallo Stato americano). Il termine fissato dalla Casa Bianca per la presentazione di un piano di ristrutturazione è il 1 giugno. Arriverà quindi dopo il vertice in Germania. Ma è chiaro che l’orientamento dell’amministrazione Obama conterà anche nella decisione sul destino di Opel.
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“Per il Governo è inderobagile il mantenimento di cinque stabilimenti in Italia”. A ricordarlo a Fiat è il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a margine del Liquidity Day.
Scajola ha detto inoltre che al termine delle trattative tra Fiat e Opel “ci sarà un incontro per definire e ascoltare il piano industriale”. Il ministro ha detto comunque di augurarsi che l’esito delle trattative sia positivo “perché se la Fiat cresce all’estero cresce anche in Italia”. Scajola ha poi annunciato che riconvocherà a breve il tavolo del settore dell’auto con all’ordine del giorno “il tema dei flussi di pagamento dal settore primario alla componentistica e all’indotto”.
Su possibili aiuti regionali per la Fiat, infine il ministro, spiega che “attraverso lo strumento dei contratti del territorio valuteremo se, e noi siamo disponibili a farlo, sia necessario fare contratti di sviluppo che aiutino il territorio in difficoltà”.
Continua intanto la spola di Sergio Marchionne tra Torino e la Germania, dove domani presenterà al governo tedesco il piano per l’acquisizione della Opel. L’ad di Fiat ha incontrato a Francoforte il segretario generale del sindacato dei metalmeccanici tedesco Ig Metall, Berthold Huber. Lo ha confermato all’Ansa un portavoce del sindacato. Mercoledì stesso il governo della cancelliera Angela Merkel discuterà le offerte ricevute per la Opel.
Intanto, dalle notizie che filtrano dalla stampa, il governo tedesco si aspetta domani almeno tre offerte per la Opel. Così almeno scrive il tabloid Bild, confermando che, oltre a Fiat e Magna, potrebbe esserci anche la proposta del fondo Usa di private equity Ripplewood. Non è chiaro a questo punto, scrive il giornale - che cita fonti governative - se anche altri pretendenti di faranno avanti. Le offerte, ricorda la Bild, dovranno essere presentate sia al governo tedesco, attraverso il ministero dell’Industria, sia alla casa madre americana. Il tabloid osserva che il piano Ripplewood è poco conosciuto e che di recente il ministro dell’Economia tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg (Csu), aveva indicato che l’interesse di un investitore finanziario per la Opel era diminuito. Come è noto, era stato il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeinen Zeitung (Faz) il 12 maggio a riportare l’interesse del fondo Usa, attivo in Europa attraverso la controllata Rjh International (Bruxelles), a sua volta proprietaria in Germania della Honsel, una società di componentistica auto con sede nel Sauerland.

L’interesse di Fiat su Opel scatena la tensione tra gli industriali italiani e il membro tedesco della Commissione Ue. “Mi chiedo dove questa società altamente indebitata (la Fiat, ndr) trovi i soldi per portare avanti allo stesso tempo due operazioni di questo genere”. Ad esprimere forti dubbi sulle trattative in corso tra la casa automobilistica italiana e le statunitensi Chrysler e General Motors (che controlla Opel) è stato questa mattina il commissario europeo all’Industria (e vicepresidente della Commissione Ue) Guenter Verheugen. ”Provo un senso di sorpresa, la Fiat è un concorrente diretto della Opel ed è un costruttore d’auto europeo che non gode della salute migliore” ha aggiunto durante un’intervista all’emittente radio bavarese Bayerischen Rundfunk. Le sue parole hanno provocato la reazione del numero 1 del Lingotto Sergio Marchionne, cui poi si sono aggiunti la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro degli Esteri Frattini.
“Credevo” ha detto Marchionne in una nota “che il suo ruolo a Bruxelles fosse chiaramente super partes, indipendentemente dalla sua nazionalita’”. Il manager Fiat ha aggiunto che “è la seconda volta nel giro di pochi mesi che il Commissario Verheugen ha espresso opinioni che non sono costruttive per l’industria dell’auto, affermando a un certo punto che non tutti i costruttori europei sopravviveranno”. “Dovrebbe, in quanto Commissario Ue, risolvere i problemi che stanno impattando negativamente sull’industria invece di lanciare sentenze di morte, scegliendo unilateralmente chi debba sopravvivere”, ha concluso.
Un duro attacco cui si è aggiunto quello di Confindustria: “Se quello che è stato riportato corrisponde al vero” ha detto la Marcegaglia “credo sia un atteggiamento grave e fuori luogo che, in un certo senso, distrugge l’Europa”.
Nel pomeriggio Verheugen interpellato sul tema ha fatto una parziale marcia indietro dicendo di ”non essere contrario” a un possibile interesse della Fiat per la tedesca Opel, del gruppo General Motors. Ma che ”esistono ancora troppe questioni aperte”. ”Nessun intento di essere poco cortesi” ha specificato il commissario di nazionalità tedesca “ma sull’operazione dobbiamo saperne di più. E’ ancora troppo presto per giudicare”.
Anche il ministro degli Esteri italiano ha criticato il collega della Commissione, ” Viva sorpresa” ha scritto in una nota la Farnesina, “per un’ interferenza nelle scelte industriali di soggetti privati, tanto più inaccettabile in quanto una delle aziende in questione è della stessa nazionalità del vice presidente della Commissione”. Frattini ha poi aggiunto di sperare in una smentita da parte del presidente dell’esecutivo europeo José Manuel Barroso. “La Commissione è custode dei trattati ” conclude il ministero degli Esteri, “Non si può comprendere, dunque, la motivazione nè il fondamento di tali improprie dichiarazioni, che spero il Presidente della Commissione vorrà smentire”.
A mediare ci ha provato il presidente della Confindustria tedesca (Bdi) Hans-Peter Keitel nel corso del G8 imprese in Sardegna, dove era seduto allo stesso tavolo della Marcegaglia. Keitel ha detto che “se esiste un problema in Gm o Opel deve essere affrontato in modo riservato. Non è possibile parlare in pubblico perché può essere poi difficile trovare un accordo”. Secondo il leader della Confindustria tedesca l’intervento di Verheugen su Fiat più che essere volto al protezionismo è “un appello all’importanza di un’operazione ben gestita e un ritorno a un negoziato privato e non pubblico”. Keitel avverte infatti che si sta parlando di posti di lavoro di più di 27 mila persone: “Credo” ha continuato “che dobbiamo stare attenti alle affermazioni che facciamo in pubblico in questo momento”.”Dobbiamo avere procedure idonee, appropriate e adeguate. Gestire l’operazione Chrysler e Opel è possibile, ma farlo di fronte al pubblico” ha ribadito ” in modo così plateale forse non è consigliabile. Se c’è un elemento propagandistico questo non ci aiuta”.
Il rischio fallimento annunciato da General Motors e la chiusura nettamente negativa di Wall Street hanno appesantito le Borse di Asia e Pacifico, che chiudono la quarta settimana consecutiva in perdita. Male in particolare il maggiore listino dell’area: Tokyo ha infatti perso il 3,5%, scendendo ai minimi degli ultimi quattro mesi.
Sono di nuovo i timori legati alla recessione, ai rischi di perdite ancora maggiori per le grandi società e le istituzioni finanziarie ad affossare i listini. A livello mondiale certo non ha aiutato il calcolo fatto da qualche operatore secondo il quale dall’insediamento di Barack Obama la Borsa statunitense ha perso circa il 20%, ma nemmeno i tentativi di iniezioni di fiducia, come quello del governatore della banca centrale cinese che parla di “ingenti manovre” in arrivo a sostegno dell’economia, per ora hanno fermato il pessimismo.
In questo quadro, in Estremo Oriente solo Shanghai mostra un segno leggermente positivo. Per il resto tutti ribassi, con Kong Kong e Sidney in calo di oltre un punto percentuale e Seul e Singapore che cercano di limitare di danni sotto questo livello.
Ma è la Borsa di Tokyo, il maggiore punto di riferimento dei mercati azionari dell’area, a preoccupare di più. La seduta sul listino giapponese è iniziata male ed è finita peggio, con il titolo Pioneer scivolato a una chiusura in calo dell’8,82%, l’industriale Fuji del 7,06%, Toshiba del 6,40%. Male anche Honda e Nikon, scese rispettivamente del 4,87% e del 4,74%.
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