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La recessione? Coinvolgerà 10 stati. Che Monti lo dica alla Merkel - L’INTERVISTA a GIACOMO VACIAGO

Angela Merkel e Mario Monti (Credits: LaPresse)

Angela Merkel e Mario Monti (Credits: LaPresse)

I numeri diffusi dagli analisti parlano chiaro: l’economia italiana è ormai in recessione . “Ma gli altri paesi europei non si facciano illusioni”, ammonisce economista Giacomo Vaciago, economista dell’Università Cattolica di Milano, “è un fenomeno che si propaga sempre su larga scala e, il prossimo anno, coinvolgerà almeno 10 paesi del Vecchio Continente”. Continua

Crisi, Olli Rehn chiede rigore all’Europa. Forse troppo - L’INTERVISTA

Olli Rehn, commissario europeo agli affari economici e monetari (Credits: AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Olli Rehn, commissario europeo agli affari economici e monetari (Credits: AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Non solo l’Italia o la Grecia. Dal commissario europeo per gli affari economici e monetari Olli Rehn, è arrivata una  tirata d’orecchie anche alla Francia “che deve prendere misure di bilancio supplementari, per correggere il rapporto tra  deficit e pil  che  rimarrà fino al 2013 sopra il livello di guardia del 5%”. Non contento, il commissario europeo ha lanciato un monito pure a Cipro, Belgio, Ungheria, Malta e Polonia, colpevoli di non aver ancora adottato delle  misure efficaci per mettere in ordine i conti pubblici. Continua

Si chiude la legislatura, si riapre il buco nella finanza pubblica


Ci risiamo. Non appena si profila un cambio di Governo arrivano le sorprese nei conti pubblici. E il famigerato Tesoretto che doveva consentire di abbassare le tasse si rivela un buco preoccupante. Soprattutto se guardato assieme al tam tam delle cattive notizie.

Dal 1998 al 2006 il deficit è passato dal 2,8 per cento al 4,4 per cento. Per il 2007 la stima del Tesoro si attesta a quota 2 per cento. Ma potrebbe superare il 2,6. L’inflazione a gennaio, secondo l’Istat, è salita al 2,9 per cento: il tasso più alto dal 2001. La Banca d’Italia ha tagliato dall’1,7 all’1 per cento le stime di crescita del Pil per il 2008 e all’1,1 per cento nel 2009. La spesa in rapporto al Pil è passata dal 46,2 per cento del 2000 al 50,5 per cento del 2006.

Domenica scorsa, sulle colonne del quotidiano Il Sole 24 ore, Luigi Lazzi Gazzini scriveva che nei conti dello Stato del 2008 c’è un buco di almeno sette miliardi. Una vera novità nonostante mese per mese Istat, Tesoro, Banca d’Italia e Corte dei Conti avessero regolarmente prodotto stime e bilanci della situazione delle casse dello Stato. Oggi, il ministero dell’Economia si è affrettato a smentire: “La legge Finanziaria e il Bilancio approvati dal Parlamento nel dicembre scorso, hanno
coperture piene e certificate per tutte le spese che vi sono iscritte e comprendono tutte le spese che derivano dalla legislazione vigente. Non esiste quindi alcun buco Come sempre - aggiunge il Tesoro - vi sono nuove spese non ancora prescritte dalla legislazione vigente, e dunque non iscritte a bilancio, che è prevedibile si rendano necessarie nel corso dell’anno o successivamente. Tra queste, ad esempio, vi sono quelle derivanti dal rinnovo dei contratti pubblici per il periodo che inizia nel 2008″.

Risanamento o sperpero delle finanze pubbliche? Buco o non buco? Ogni fine legislatura sembra essere accompagnata da conti che non tornano. Nel 2001 il neo premier Berlusconi denunciò un buco di 37mila miliardi. Cinque anni dopo Romano Prodi e il team del Tesoro denunciavano, più o meno con gli stessi toni, gli effetti della politica economica del Cavaliere: un rapporto deficit-Pil allarmante e l’abitudine a misure una tantum (come i condoni).

Oggi, meno di due anni dopo, spunta ancora una volta un altro insospettabile buco nei conti dello Stato. “Il punto - spiega Luigi Lazzi Gazzini - è che l’interesse per i conti dello Stato è un fenomeno relativamente recente. I pesanti paletti di Bruxelles, l’arrivo dell’euro e il cambio del sistema elettorale hanno sicuramente messo in risalto luci e ombre della finanza pubblica. Per questo dal 1998 in poi assistiamo ad una regolare strumentalizzazione a seconda di chi vince e di chi perde”.

Per Giacomo Vaciago, professore di Politica economica all’università Cattolica di Milano, il buco da sette miliardi è tutto da verificare. “Bisogna aspettare la Trimestrale di cassa - spiega - e capire se il Paese potrà ancora contare su un extragettito consistente come è stato negli ultimi due anni oppure no”.

“Durante le legislature - spiega Mario Deaglio, professore di Economia internazionale all’università di Torino - i ministri del Tesoro tengono ben nascosti i dati veri sull’andamento economico e ogni volta che cambia il colore politico del governo qualcuno riapre quel cassetto ed ecco il perché di notizie di buchi fino a quel momento insospettabili”. Deaglio è prudente e dice che per poter fare una stima dell’attività del governo Prodi bisogna aspettare il bilancio “perché le stime, per quanto sia autorevole chi le fa, non sono mai delle certezze e cambiano anche in base a chi le interpreta”. Come avviene, conclude Deaglio, all’inizio di ogni campagna elettorale e alla fine di ogni governo.

Più o meno sulla stessa linea l’interpretazione di Renato Brunetta, vicecoordinatore di Forza Italia e consigliere economico di Silvio Berlusconi: “Ogni volta che i governi, in vista delle elezioni, fanno una Finanziaria eccessivamente dispendiosa finisce poi che vanno male. Quella di scoprire le carte come cambia il governo è oramai una prassi. Ma in questo caso credo che parlare di un buco di sette miliardi sia ancora prematuro. Anche se gli errori di Prodi nella manovra 2008 ci sono così come lo spreco di 30 miliardi in due anni”.

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Tre ricette per far lievitare gli stipendi (e la spesa) degli italiani


Lo scarso potere d’acquisto dei salari è, da tempo, sotto gli occhi di tutti: le buste paga degli italiani sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei. L’inflazione viaggia verso il 3 per cento mentre la pressione fiscale continua ad aumentare, e grava soprattutto su chi è tassato alla fonte. Sul tema il governo Prodi scommette il rilancio della politica economica del 2008 (e la sua sopravvivenza), mentre i sindacati chiedono proposte concrete come il “taglio della imposte sugli aumenti salariali” chiesto dal segretario della Uil, Luigi Angeletti e minacciano lo sciopero generale. L’esecutivo mette sul tavolo un “tesoretto” di 10 miliardi (da usare anche per il rinnovo dei contratti pubblici) e promette ai sindacati un fisco da qui in avanti più leggero con i lavoratori dipendenti. Ma in cambio pretende un accordo con Cgil, Cisl e Uil per “rilanciare lo sviluppo”, come ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
Detta così, la trattativa non si annuncia né semplice né veloce: sull’accordo vigila il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che non intende allargare i cordoni della borsa prima della trimestrale di cassa e prima di un necessario chiarimento nella maggioranza, che avverrà nel vertice già convocato per giovedì. Come se ne esce? Bastano i 100 euro in più in busta paga proposti dal ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero (Rifondazione) per i lavoratori fino a 35-40 mila euro?
“Ma così si continua a distribuire fette di una torta che già c’è e non basta per tutti”, taglia corto il l’economista Giacomo Vaciago. “È una soluzione tampone, buona solo per i primi mesi. Invece bisognerebbe affrontare il problema su un periodo lungo. Infatti, l’emergenza salari non è scoppiata oggi, ma dura da quando in Italia la produttività media dei lavoratori non è più cresciuta, intorno alla metà degli anni ‘90″. E il sistema Italia ha accumulato mancati aumenti di reddito. Invece, secondo il docente di Politica economica dell’Università Cattolica è proprio su queste basi che andrebbe fatto l’accordo tra governo, sindacati e Confindustria: aumentare il valore (produttività e redditi) del capitale umano: “Non si può continuare a produrre come si faceva 10/15 anni fa. Anche detassare i prossimi aumenti di stipendio potrebbe non bastare, se fosse una misura spot. Per non tassarli, lo Stato deve prendere soldi dalle tasche di qualcun altro, al quale fra qualche mese dovrà promettere altre detassazioni. E così via…”
Insomma un circolo per nulla virtuoso. Dal quale si esce secondo il professor Giuliano Cazzola, invece, chiedendo al governo di fare… un passo indietro. Cioè? “Il problema vero è riformare la struttura della contrattazione. Potessi dare un consiglio a Romano Prodi sarebbe quello di non fare lo stesso errore del 2007, quando regalò miliardi di cuneo fiscale agli imprenditori senza chiedere in cambio niente”. Ma questo cosa porta ai magri salari delle famiglie italiane? “Implica che lo Stato, dopo aver messo a disposizione le sue risorse, si defila e lascia che siano sindacati e Confindustria a mettersi d’accordo. Si chiama contrattazione decentrata (settore per settore, azienda per azienda, territorio per territorio). Solo a patto avvenuto, ha senso che lo Stato intervenga: riducendo le tasse ai lavoratori e agevolando fiscalmente le imprese”.
Una busta paga con relative trattenute | Ansa
Anche l’economista Tito Boeri si lancia in un consiglio al governo: “Tagliare l’Irpef in modo marginale”, dice, “significa non tenere conto della lezione della passata legislatura: modesti tagli alle imposte, soprattutto quando non accompagnati da riduzioni delle spese, non riescono a rilanciare l’economia”. Una soluzione virtuosa per l’economista de lavoce.info e professore della Bocconi sarebbe “detassare parzialmente o totalmente i guadagni di produttività futuri (misurati in termini di crescita del valore aggiunto, al netto dell’inflazione) per un periodo di tempo prestabilito e significativo, noto in anticipo, ad esempio i prossimi 5-8 anni”. Questo “darebbe tono alla domanda corrente di beni: i lavoratori anticiperebbero maggiori redditi per il futuro e sarebbero incoraggiati a spendere di più oggi”.

Tartassato dunque evado: la politica alla prova del Fisco

In una immagine d'archivio, una manifestazione contro la pressione fiscale a Napoli nel 1996
Lo sciopero fiscale minacciato da Umberto Bossi poteva essere anche una provocazione di ferragosto, certo che, puntuale come la campanella d’inizio dell’anno scolastico, ha riportato il tema delle tasse al centro dell’agenda politica d’autunno. Con il Governo che annuncia (ma l’aveva già fatto varie volte) l’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie (guarda il video servizio in fondo), il partito trasversale per l’abolizione dell’Ici che riaffiora tra una dichiarazione e l’altra mentre Padoa-Schioppa invoca il risanamento, Letta che vuole affinare gli studi di settore riavvicinando i lavoratori autonomi, Pier Ferdinando Casini che dal Corriere della Sera lancia “l’abbattimento choc del carico” grazie a una aliquota massima del 45 per cento che non deve mai essere oltrepassata tra tasse, imposte e gabelle varie che ciascun contribuente si trova complessivamente a pagare.

Perché una cosa è chiara: l’italiano che paga le tasse è convinto (nella maggior parte dei casi a ragione) di pagare troppo e di non avere abbastanza in cambio: si è stimato che il contribuente lavori 7 mesi l’anno per il fisco e i rimanenti 5 per se stesso. Chi non paga (e stavolta il calcolo è che l’evasione nel nostro paese è tra il 15 e il 17 per cento del Prodotto interno lordo), si giustifica proprio accusando un fisco troppo esoso. Lo Stato, a cui i conti non quadrano mai, continua a puntare sulle entrate essendo incapace di ridurre la spesa, alimentando il divario nella contribuzione tra Nord e Sud. Come uscire dal circolo vizioso?

“Bisogna usare il bastone e la carota” sostiene Giacomo Vaciago: “Bisogna mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Non si capisce perché chi ruba mille euro va in galera e chi evade un milione di euro no. D’altra parte bisogna far pagare meno a chi dimostra di aver già versato tanto. Non è un modo per abbassare le tasse ai ricchi, ma solo di abbassarle agli onesti”. E praticamente come si può fare? “Con 85 mila euro di imposte l’anno io risulto appartenere tra lo 0.4 per cento degli italiani più ricchi” esemplifica Vaciago “ma questo fa ridere perché io non sono tra quelli che possono permettersi la villa al mare o la Porsche. Dunque lo stato dovrebbe dirmi: ‘Quest’anno hai pagato più di quanto tu non abbia pagato in media nei tre anni precedenti, quindi ti premio e il prossimo anno ritorni alla tua media precedente’. Se avessimo un sistema efficiente, si baserebbe sul tenore di vita e sui consumi, non sugli studi di settore che sono torture sulla produzione”.

“Il governo sta facendo tutto il possibile, anche sul piano della comunicazione, per scontentare gli italiani” sostiene l’esperto di diritto e pratica tributaria Victor Ukmar: “Quella di armonizzare al 20 per cento le aliquote aumentando le imposte sulle rendite di titoli e azioni e riducendo quelle sui depositi bancari è una misura che ho sempre ritenuto giusta. Ma dal punto di vista del marketing politico ritirarla fuori adesso che c’è la crisi dei mercati non è un’idea geniale”.
Per Renato Mannheimer, “è anche un problema culturale: negli Stati Uniti se evadi le tasse non ti invita più a cena nessuno. Qui diventi l’ospite di riguardo a cui chiedere come si fa”. La soluzione più efficace sarebbe mettere le due categorie, contribuenti onesti ed evasori, in conflitto di interessi (”fatti dare la fattura dal dentista così la detrai dalle tasse” esemplifica Mannheimer). Conferma Vaciago: “Da noi c’è una assurda collusione tra chi evade e chi paga le tasse, ovvero gli onesti che gli evasori danneggiano costringendo lo Stato a imporre tasse più alte. C’è collusione perché di fronte al dentista, all’avvocato, all’artigiano che non emette la fattura, il contribuente accetta di farsi risarcire del danno che gli fa l’evasore con uno sconto immediato sulla prestazione”.

Ma gli italiani che invece si sentono tartassati sarebbero disposti a fare lo sciopero fiscale proposto da Bossi? “Se si facesse un sondaggio adesso chiedendo agli italiani se aderirebbero, prevarrebbero certamente i no” sostiene il direttore dell’Ispo “perché gli italiani evadono dicendo di non evadere. Chi non ha usato i buoni pasto per fare la spesa al supermercato? Ciascuno evade nel suo piccolo, come e dove può” sostiene Mannheimer. Fa eco Vaciago: “Lo sciopero fiscale è una stupidaggine perché di fatto è già in corso da anni”.

Il problema, ribadisce Ukmar, è che “gli italiani non hanno mai visto applicata l’equazione imposte uguale spesa sociale: così si mettono d’accordo evasori e contribuenti. Bisogna affrontare con serietà il problema della sperequazione fiscale e migliorare l’amministrazione del sistema che non è neanche capace di riscuotere quanto gli è dovuto”.

Per uscire dal circolo vizioso, ci sono misure in grado di riavvicinare gli italiani e il Fisco? “Qualunque misura, non annunciata, ma presa e fatta entrare in vigore, sarebbe bene accolta” sostiene Mannheimer che aggiunge: “Quella di Casini ha il grande pregio della semplicità anche se è di difficile attuazione perché in Italia nessuno sa esattamente a quanto ammonti la pressione fiscale. Certamente” secondo il sociologo che da anni monitora gli umori degli italiani “la semplificazione è il provvedimento che sarebbe più apprezzato”. Conferma Ukmar: “Tasse complesse e complicate da pagare aumentano la cattiva predisposzione del contribuente. Senza contare che in Italia, pagare secondo le regole ha un costo molto elevato: fatta 100 l’imposta da versare, il cittadino spende 15 per le procedure di compliance, ovvero per compiere il proprio dovere”.

Il video servizio sull’ipotesi del Governo di un’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie:

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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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