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L’Italia non è un Paese per giovani: emarginati da politica, università e professioni

lavoro
“L’Italia è un paese vecchio: si vive più a lungo e si fanno meno figli. Tuttavia, la società italiana sta invecchiando non solo per motivi demografici, ma anche perchè il sistema di potere lascia poco spazio alle nuove generazioni. I meccanismi di formazione e di selezione delle élite sono infatti caratterizzati da una bassa capacità di ricambio e da una pronunciata longevità grazie alla pervicacia con la quale la classe dirigente nostrana difende le posizioni acquisite”. Questa la fotografia scattata dal Forum nazionale dei giovani e dal Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), in collaborazione con Unicredit Group, nella ricerca “Urg! Urge ricambio generazionale”.
Tradotto in numeri: l’età del primo impiego fisso e stabile (cioè a tempo indeterminato)? Intorno ai 35 anni. A quanti anni si riesce a “metter su” casa e famiglia? Quaranta.
Sono queste le conclusioni a cui si giunge, considrando l’indagine Cnel. Che si è focalizzata su quattro ambiti: lavoro, politica, università, libere professioni. E sono note dolenti.
L’attuale struttura del mercato del lavoro blocca i giovani sia con il precariato - che impedisce loro di avere carriere lunghe e continue - sia premiando l’anzianità lavorativa invece che la produttività e le competenze. In 10 anni, il numero di giovani dipendenti in ruoli dirigenziali è passato dal 9,7% al 6,9% e tra i quadri dal 17,8% al 12,3%. In calo anche i giovani imprenditori, passati dal 22% al 15% e i liberi professionisti, dal 30% al 22%.
La ricerca mette l’accento, in modo particolare, sul nodo precarietà: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni e nell’arco di un anno solo un collaboratore su cinque è diventato lavoratore dipendente, ma la metà di questi ha dovuto accontentarsi di un contratto a tempo determinato.
Accanto al precariato, poi, si va delineando un altro fenomeno: tra il 2006 e il 2007, sono cresciuti di 200 mila unità i giovani inattivi, cioè che non lavorano e non cercano lavoro. Oltre 220 mila i giovani che nel 2006 erano occupati e nel 2007 hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro.
E qui emerge un altro tratto del sistema italiano. L’assunzione di posizioni di rilievo dipende dall’esperienza lavorativa, intesa semplicemente in termini di anzianità aziendale, “a prescindere dai livelli di produttività e delle competenze di ciascuno”.
E il caso dell’Università è in questo senso emblematico: i docenti giovani nell’università italiana sono merce rara. Lo studio del Cnel mostra che l’età media dei docenti universitari è di 51 anni. Ma altri dati, secondo i ricercatori, offrono in pieno “la misura della deriva gerontocratica” dell’università italiana: la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 hanno compiuto 70 anni. I giovani sono solo il 7,6% (su 61.929 docenti e i ricercatori) se si considerano quanti non hanno più di 35 anni. Di questi però la stragrande maggioranza ricopre la qualifica più bassa della gerarchia accademica: i giovani ricercatori, infatti, sono 4.374, i professori associati 311 e gli ordinari solo 21.
Il progressivo invecchiamento della popolazione accademica è un fenomeno che si è accentuato nell’ultimo decennio: mentre dieci anni fa la classe più consistente da un punto di vista numerico era costituita dai docenti con un’età compresa tra i 46 e i 50 anni, gli ultimi dati evidenziano come, ora, la classe modale sia rappresentata dai docenti 56-60enni. E un dato rimane invariato. l’assoluta marginalità degli inder35. Anzi, se possibile la rappresentanza dei giovani docenti si è andata assottigliando: nel 1997 gli inder30 erano l’1,1% del totale e i 31-35 enni il 7,3%; nel 2007 le quote sono rispettivamente scese allo 0,9% e al 6,7%.

Altro capitolo: il deficit democratico ai danni dei giovani e della loro rappresentanza in Parlamento. Dal 1992 ad oggi, sottilina la ricerca del Cnel, i deputati under 35 non hanno mai raggiunto il 10% (a eccezione della legislatura 1994-96), e attualmente alla Camera sono solo il 5,6%. È in atto una vera e propria “deriva gerontocraticà’, denuncia la ricerca, perchè se i 25-35enni costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, il loro peso parlamentare è meno di un terzo (5,6%). Ben diversa è la condizione di altre fasce di età: tra i 36 e i 45 anni si riscontra un rapporto equilibrato tra rappresentanza politica e incidenza sociale. Con l’avanzare dell’età il rapporto si capovolge: la fascia 46-50 anni costituisce l’8,4% della popolazione adulta ma il 20,5% degli eletti e quella 51-55 è il 7,6% della popolazione e il 20,5% degli eletti.
Perchè gli under35 sono una rarità in Parlamento? Secondo la ricerca, i giovani non gareggiano ad armi pari, perchè non vengono quasi mai collocati ai vertici delle liste elettorali. Risultato: nel Pd solo il 7,5% dei candidati giovani è stato eletto, nel Pdl il 16,1% ma solo per effetto della vittoria riportata. La Lega è l’unico partito nel quale questo divario anagrafico si riduce: 11,4% di eletti tra gli under35 contro il 20,1% degli over35.

Persino dove il libero mercato dovrebbe più garantire le competenze rispetto ad altri fattori il freno posto ai giovani non modera il suo effetto, infatti, secondo il rapporto del Cnel, “non poche difficoltà incontrano anche i giovani italiani che vogliono intraprendere la strada del giornalismo, della medicina, dell’avvocatura o del notariato”. “Pur con le dovute differenze, anche questi percorsi sembrano avere dei tratti comuni: in Italia non è vero che il merito premia sempre” continua lo studio “anche le persone più capaci, per riuscire a vivere del proprio lavoro, tra tirocini, concorsi e contratti a brevissima scadenza, devono pazientare fino a quarant’anni circa. Fino ad allora non possono che continuare a sperare nell’aiuto della propria famiglia”.
Ma le conseguenze non sono positive: “Il rischio è che i giovani, rassegnati a questo immobilismo sociale, continuino ad accettare la propria condizione di emarginati in una società organizzata per caste e al cui vertice si trova una gerontocrazia inamovibile”.

Il VIDEO servizio:

Inps: conti a posto e sistema in equilibrio. Non serve una riforma delle pensioni

La sede dell'Inps

Il governo non ritiene questo il momento giusto per fare le riforme pensionistiche. “Nonostante da varie parti, anche da parte di molti editorialisti, ci venga chiesta una stagione di riforme del sistema pensionistico, non è questo il momento per riforme strutturali”. A ribadirlo stamattina il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, durante la presentazione del Rapporto annuale 2008 Inps a Montecitorio. Sacconi ha detto che più avanti le riforme dell’età potranno esserci, ma ora “durante questo periodo di crisi economica, di cui non abbiamo una previsione di quanto possa durare, le riforme determinerebbero un’insicurezza perché avrebbero bisogno di un periodo di transizione”.
Il presidente Gianfranco Fini, nel suo intervento da padrone di casa ha sostenuto l’importanza di una riforma del sistema pensionistico spiegando che questa “è doverosa”, ma al tempo stesso ha messo in guardia contro un aggressione “le pensioni non possono essere aggredite ed erose progressivamente perché sono un vero e proprio ammortizzatore sociale per tutti i nuclei familiari, spesso mono reddito, al cui interno è sempre più presente la componente dei giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro”. Per Fini “è necessario conciliare obiettivi di solidarietà con l’equilibrio dei conti pubblici” e per questo “le prestazioni dei servizi sociali vanno adattate alle nuove situazioni demografiche”. E quindi “garantire la previdenza significa che non venga frustrato dal legislatore quanto è stato faticosamente costruito nel tempo. Altrimenti sarebbe priva di contenuto la tutela nei confronti di chi ormai ha speso le sue migliori energie lavorative e, per natura o legge, non è più in grado di ricostruire una sua posizione assicurativa”. Poi la terza carica dello Stato ha lanciato la proposta di un patto generazionale: “Destinare più risorse pubbliche per le politiche del lavoro sarà più agevole se le forze sociali condivideranno un nuovo patto generazionale, in cui si accetti di lavorare più a lungo, in cambio di un welfare più in sintonia con le odierne esigenze della società”.
Quindi la relazione vera e propria in cui il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua ha spiegato che “i conti dell’Istituto sono in ordine per le pensioni e non c’è nessuna necessità di riforma”. Per Mastrapasqua “Il bilancio 2008 presenta un saldo attivo di più di 11 miliardi di euro”. E sull’opportunità di una nuova riforma delle pensioni ha aggiunto: “La risposta spetta al Parlamento, al governo e alle parti sociali. Io mi permetto solo di rammentare che un troppo frequente intervento su questa materia rischia di incrinare il necessario rapporto di fiducia tra generazioni: il sistema delle pensioni ha bisogno di tempi certi, fare riforme ogni due anni rischia di compromettere la capacità di guardare al futuro con la necessaria fiducia e certezza”.
Guardando agli obiettivi futuri il presidente Inps ha parlato di lotta all’evasione e al lavoro nero. “Il piano di vigilanza ha un solo obiettivo, ovvero combattere la piaga del lavoro nero e contrastare le collaborazioni fittizie che mascherano rapporti di lavoro dipendente” per “accertare un’evasione di almeno 1,5 miliardi di contributi, con un’emersione di almeno 100mila lavoratori attualmente in nero”. Ma controlli a tappeto anche sugli invalidi civili: l’Inps punta a “200mila verifiche entro l’anno” destinate a “far recuperare almeno 100 milioni di euro e si tratta di una stima assai prudenziale, dal momento che le oltre 2,5 milioni di prestazioni erogate agli invalidi civili producono una spesa di circa 13 miliardi l’anno”.
Poi un accenno e un bilancio agli ammortizzatori sociali erogati nel 2008: “Nel 2008 l’Inps ha staccato assegni di disoccupazione a 1,4 milioni di persone mentre sono stati 700.000 i trattamenti di cassa integrazione”. Il lavoro dell’Inps è stato molto apprezzato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che ha parlato di “Inps dei primati” guidata da Mastrapasqua: “Questa Inps, a differenza della vulgata di una volta, deve essere da esempio e di modello per tutto il Paese”.
Nel corso del convegno che si è svolto a Montecitorio è stata ricordata la figura di Marco Biagi, il giuslavorista barbaramente ucciso proprio il 19 marzo di sette anni fa. E se Fini e Letta ne hanno ricordato la figura di “grande studioso e di uomo delle riforme”, Sacconi ha rivelato che domani la sede del suo ministero verrà intitolata proprio alla sua memoria. E inoltre “gli dedicheremo il nuovo libro bianco rivolto ai valori di un nuovo stato sociale”.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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