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Giovanni-Bazoli

Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo (Credits:Imagoeconomica)
di Sergio Luciano
“È tutto nelle mani del professor Bazoli, e se lo dice anche il presidente Guzzetti… ho fiducia nel professor Bazoli!”. Sante parole di una santa donna, Suor Giuliana, al secolo vicepresidente della Compagnia di San Paolo, prima tra le fondazioni che sono azionisti dormienti (tra poco capiremo il perché) di Intesa Sanpaolo, col 10% del capitale. Chissà che ne pensa, di quest’ammissione della buona Suora, quell’altra santa donna – santa laica, nel suo caso – che è Rosalba Casiraghi, vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, nonché fondatrice e presidente di Ned Community, l’esclusiva associazione dei consiglieri d’amministrazione «non esecutivi e indipendenti», tra i sommi teorici della «buona governance societaria». Continua

Enrico T. Cucchiani, presidente Allianz e candidato alla guida di Intesa Sanpaolo (Credits: Imagoeconomica)
È un outsider. E soprattutto una grande sorpresa. Enrico Tomaso Cucchiani, presidente di Allianz Italia, è l’uomo che con grande probabilità verrà a breve nominato amministratore delegato di Intesa Sanpaolo al posto di Corrado Passera, uscito dalla banca per andare a ricoprire la poltrona di Ministro per lo Sviluppo economico e le infrastrutture. Continua

[/caption]Al toto-Intesa Sanpaolo al primo posto per ora c’è Marco Morelli, attuale direttore generale con delega sulle famiglie e le piccole imprese. È lui il cavallo dato per vincente per la successione a Corrado Passera, ex amministratore delegato del gruppo bancario chiamato dal nuovo presidente del Consiglio Mario Monti alla poltrona di Ministro per lo sviluppo economico e le infrastrutture.
Del resto, è lo stesso Passera ad aver lasciato il suo testamento al presidente Giovanni Bazoli l’unico che, per statuto, ha diritto alla nomina del successore: Morelli amministratore delegato, il direttore finanziario Carlo Messina sulla poltrona di direttore generale insieme con Gaetano Micciché, già dg con delega sulle grandi aziende, ma potenziato anche con la gestione della Banca per le infrastrutture. Continua


Enrico Mentana, direttore del tg della 7
di Stefano Cingolani
Ha troppi debiti, perde quattrini ogni giorno che va in onda, la guardano in pochi (appena il 4 per cento di audience medio nell’ultimo mese). Su La7 gli analisti delle banche sono concordi. Dunque, meglio vendere? Sbagliato, meglio comprare o tenere le azioni in portafoglio, sentenziano gli esperti di Unicredit, Equita o Banca Leonardo: strano ma vero. Continua
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Alla fine la bella addormentata delle banche italiane si è svegliata, riuscendo la dove aveva clamorosamente fallito l’Unipol, il colosso finanziario della Lega Coop. Il Monte dei Paschi di Siena, con l’acquisto della Banca Antonveneta, diviene il terzo istituto di credito italiano, ma soprattutto mette assieme due entità sane, radicate nelle aree più produttive del Paese. Non ci dovrebbe essere molto da risanare, puttosto da razionalizzare, anche perché il prezzo pagato agli spagnoli del Santander (9 miliardi di euro, cioè tra 8,5 e 9 milioni a sportello) è assai salata.
Letta in chiave politica sembra un’operazione di finanza rossa: diversa però dal tentativo di due anni fa condotto dall’Unipol di Giovanni Consorte. Quella scalata aveva una forte impronta dalemiana, testimoniata dagli strascichi giudiziari della faccenda. Questa, caso mai, può essere vagamente collocata nel giro veltroniano: con il segretario del Pd simpatizza il presidente del Mps, Giuseppe Mussari, e antidalemiani (nonché anti-Unipol) furono a suo tempo altri sponsor del Montepaschi, a cominciare da Franco Bassanini.
Ovviamente sarebbe riduttivo dare una rilevanza solo politica al takeover. L’Mps era rimasta da sola e doveva prima o poi fare la propria mossa, chiudendo di fatto quel risiko auspicato anche da Mario Draghi, governatore di Bankitalia. Ma non c’è dubbio che il Pd avrà nel nuovo gigante del credito un interlocutore attento, e viceversa. Così come Romano Prodi ha da sempre una sponda nell’Intesa-San Paolo di Giovanni Bazoli e Corrado Passera; così come, ancora, sono dichiarate le simpatie uliviste di Alessandro Profumo, numero uno dell’Unicredito.
Insomma, la sinistra non ha più “una banca”, ora può vantarne ben tre, e sono le principali d’Italia. Solo che, a differenza di Piero Fassino e di Massimo D’Alema, non lo dice e non se ne vanta (sopratutto al telefono).
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Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.
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Sedendosi sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, comincia l’era di Cesare Geronzi in Mediobanca, la più blasonata banca d’affari del paese. Doppia poltrona in realtà per Geronzi: quella di presidente del consiglio di sorveglianza e di guida del patto di sindacato, l’organismo che riunisce i grandi soci di Piazzetta Cuccia, al posto di Piergaetano Marchetti.
Lo ha deciso all’unanimità il patto stesso con una scelta che, per la prima volta, affida a un’unica persona le due cariche. Le novità, comprese le modifiche allo statuto, verranno sottoposte all’assemblea dei soci il 27 giugno. Un voto che fa di Geronzi il grande regista dell’alta finanza italiana, autentico arbitro di partite delicate come quelle che verosimilmente si giocheranno in un futuro non lontano in Telecom Italia, Rcs MediaGroup e Generali.
Marchetti, autore della nuova governance introdotta in Mediobanca (il consiglio di sorveglianza, nominato dai soci, e quello di gestione, composto solo da manager) “ha chiesto di non essere rinnovato”, si legge nel comunicato ufficiale, volendosi dedicare solo all’impegno di presidente della Rcs (società editrice del Corriere della Sera). E proprio in coerenza con la nuova impostazione, il presidente “dei soci” è stato individuato nello stesso Geronzi. Anche in vista di un nuovo ruolo, nei fatti, del patto, destinato a trasformarsi sempre più in un accordo di voto, lasciando al consiglio di sorveglianza strategie e indirizzi.
L’accordo prevede che Geronzi resti presidente di Capitalia fino a settembre, quando in seguito alla fusione con Unicredit lascerà la banca romana per dedicarsi solo a Mediobanca.
Un’operazione che per quanto abbia un’indubbia valenza industriale tutti hanno salutato come un capolavoro “politico”: per il ruolo di “controllore” di quel tempio della finanza “laica” che fu per anni guidato da Enrico Cuccia, è stato preferito un banchiere ormai alla fine di una lunga carriera, come Geronzi - ma ancora con tanta voglia di giocare il ruolo di “grande vecchio” della finanza italiana - ad un giovane brillante e che in Mediobanca aveva costruito l’inizio della sua carriera come Matteo Arpe.
Il VIDEO servizio: