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Tremonti incalza le banche: “Allineare tassi a quelli europei”

Giulio Tremonti

Invito, esortazione, richiamo. Lo si intenda come si vuole, ma il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si rivolge così alle banche italiane, nel corso del Credit and Liquidity Day: allineate i tassi di interesse a quelli europei.
Tremonti lo ha definito “un suggerimento” al sistema bancario italiano: “Per aumentare il proprio gradimento” ha detto “dovrebbero allineare i tassi a quelli europei”. E, ha aggiunto, “Servirebbe una maggiore assunzione di responsabilità”. Secondo il titolare del Tesoro “l’uso dei Tremonti bond finora è stato piuttosto progressivo e lo dico usando un linguaggio diplomatico”. “Lo strumento” ha spiegato “non serve per migliorare il look delle banche” ma “per consolidare i bilanci”.
Quando gli strumenti ibridi di patrimonializzazione non erano ancora disponibili, ha sottolineato Tremonti, “c’era la sollecitazione a farli, mentre da quando ci sono (l’accordo con l’Abi è stato firmato a marzo, ndr), e siamo a maggio, l’atteggiamento delle banche sembra di relax”.
Un atteggiamento che per il ministro dell’Economia non è adeguato, perchè l’obiettivo dei Tremonti bond “non era migliorare i bilanci delle banche, ma migliorare i bilanci delle imprese”.Quando gli strumenti ibridi di patrimonializzazione non erano ancora disponibili, ha sottolineato Tremonti, “c’era la sollecitazione a farli, mentre da quando ci sono, e siamo a maggio, l’atteggiamento delle banche sembra di relax”. Un atteggiamento che per il ministro dell’Economia non è adeguato, perchè l’obiettivo dei Tremonti bond “non era migliorare i bilanci delle banche, ma migliorare i bilanci delle imprese”.
Le domande finora avanzate dagli istituti per i Tremonti Bond sono quattro, per un totale di 6 miliardi di euro, ha fatto sapere il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. La prima richiesta che è quella della Banca Popolare ha già ricevuto l’approvazione dalle commissioni parlamentari mentre, ha spiegato ancora Grilli, si sta esaminando la domanda della Banca Popolare di Milano prima dell’invio alle commissioni. Per gli altri due istituti (Monte dei Paschi di Siena e Unicredit), ha aggiunto il direttore generale del Tesoro, “sono in corso le valutazioni da parte di Banca d’Italia”.
Commentando i numeri relativi al primo quadrimestre sull’utilizzo del fondo per le Pmi, “sono dati che consideriamo positivi”, ha detto Tremonti. “La somma che mettiamo a disposizione è di 27-28 miliardi di euro”, ha sottolineato. “L’effetto per le imprese, dato il moltiplicatore, è pari a 100-200 miliardi di euro. Una cifra che supera quanto era stato immaginato a marzo. La massa di liquidità che si mette a disposizione dell’economia italiana è enorme”. L’operazione, ha aggiunto Tremonti, ha “incontrato il gradimento di tutte le categorie e il consenso è stato ampio. Poi naturalmente uno se fa l’opposizione può anche dire che non è vero, ma alla fine ci sarà pure qualcuno che lo perdona”.
Ma al consiglio del titolare del Tesoro rispponde il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, specificando che i tassi applicati dalle banche italiane sui nuovi finanziamenti alle imprese sono di 20 punti base inferiori a quelli della media europea. Il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, ha sottolineato che la situazione dei tassi bancari in Italia “è normale”, cioè in linea con i mesi precedenti. “È possibile che ci sia qualche Paese in cui i tassi sono più bassi, ma i dati ci dicono che le banche italiane stanno facendo quanto di meglio possono per aiutare l’economia”.
Secondo le statistiche diffuse dall’Abi, a marzo scorso, i prestiti fino a un milione di euro per le imprese, in Italia, avevano un tasso del 3,94% a fronte di un 4,15% nell’area dell’euro. Per i prestiti superiori a un milione di euro, invece, sempre a marzo, il tasso di interesse in Italia si attestava al 2,68% contro il 2,88% dell’area euro. Quanto ai prestiti alle famiglie, invece, il 7,69% del tasso italiano di marzo si raffronta con il 9,93% della media euro.

Istat, a picco il Pil del primo trimestre: -5,9%. Mai così male dal 1980

Stabilimento Ferrari

Una brutta fotografia dell’Italia. A scattarla l’Istat: nel primo trimestre dell’anno il Pil fa segnare il dato peggiore dal 1980, ossia dall’inizio delle serie storiche. Secondo la stima preliminare, il Prodotto interno lordo ha registrato una flessione del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2008 e del 2,4% rispetto all’ultimo trimestre.
Intanto, però, il calo già acquisito per quest’anno, ossia se l’andamento del Pil rimarrà invariato nei prossimi trimestri, è pari al 4,6%. Numeri peggiori sia delle stime degli analisti che delle ultime stime del governo, inserite nella Relazione Unificata sull’Economia e Finanza (Ruef) che indicano per la fine dell’anno un calo complessivo del 4,2%.
Secondo i tecnici di dell’istituto di statistica questa ulteriore contrazione dell’economia, la quarta consecutiva, “è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi”. Inoltre ha inciso il fatto che si è avuta una giornata lavorativa in meno rispetto sia al trimestre precedente sia al primo trimestre del 2008.
Il -5,9% segue il -2,1% del quarto trimestre del 2008, il -0,8% del terzo e il -0,6% del secondo. Una situazione analoga si era verificata tra il ‘92 e il ‘93, con sei cali di seguito anche se di minore entità.

Il confronto congiunturale con gli altri Paesi mostra che il Pil nel primo trimestre è diminuito dell’1,9% nel Regno Unito e dell’1,6% negli Stati Uniti, contro il -2,4% italiano. In termini tendenziali, il Prodotto è calato del 4,1% nel Regno Unito e del 2,6% negli Stati Uniti, contro il 5,9% dell’Italia. Ma anche i dati tedeschi fanno paura. Il Pil della Germania nel primo trimestre 2009 ha registrato una contrazione del 3,8% rispetto al quarto trimestre 2008, che aveva segnato una flessione del 2,2%. Lo riferisce l’agenzia Bloomberg, citando l’ufficio federale di statistica di Wiesbaden. Si tratta del calo peggiore da quasi quarant’anni, da quando cioè, nel 1970 sono iniziate le prime rilevazioni statistiche. È inoltre la prima volta che si registrano quattro contrazioni consecutive del Pil. Il dato del primo trimestre è anche peggiore rispetto alle previsioni degli analisti e il calo annuo è del 6,9%.

Commentando in conferenza stampa i dati Pil, il presidente del Consiglio Berlusconi ha detto “La crisi esiste, i dati diffusi oggi erano quelli che sapevamo. Siamo nella peggiore crisi mai capitata ma tutti i contatti con le aziende ci dicono che c’è un miglioramento della situazione”. Comunque Berlusconi insiste con “l’ottimismo”, perchè “il fattore massimo di questa crisi è il fattore psicologico”.
Ma dure critiche all’operato del governo arrivano dall’opposizione: “Abbiamo un governo che fa demagogia e confusione di fronte ad una situazione drammatica del Paese”, dice Massimo D’Alema. “I dati di oggi dicono che siamo al crollo, tra l’altro il crollo dell’economia italiana è nettamente superiore alla media europea, e abbiamo il presidente del consiglio che si trastulla”, è l’affondo dell’ex vice premier. “Berlusconi ci racconta che in Italia non c’è la crisi. C’è veramente motivo di serissima preoccupazione per la gravità dei problemi che il governo è totalmente incapace di affrontare ed è in preda a un delirio di autoglorificazione. Gli italiani attendono delle risposte non l’autoelogio di Berlusconi; c’è chi pensa che per affrontare le malattie bastino le barzellette e naturalmente spesso in questo modo l’ammalato peggiora”.
Commenta i dati sul Pil anche l’Ufficio Studi Confcommercio: “Il punto più acuto della crisi profonda e strutturale in atto è stato raggiunto”. Confcommercio sottolinea che “rimane l’incognita di quanto durerà ancora la crisi e in che modo il mondo delle imprese e delle famiglie uscirà dal tunnel”.

Paradisi fiscali, in Europa si litiga. Giro di vite in Italia

Giulio Tremonti

In Italia è in arrivo un giro di vite sull’evasione prodotta da chi porta i propri capitali in uno dei tanti paradisi fiscali. Tre le ipotesi principali su cui si sta già lavorando: l’inasprimento delle sanzioni, l’inversione dell’onere della prova, la messa a punto di una “lista nera” italiana dei cosiddetti centri offshore. Ad annunciare la stretta è stato a Bruxelles il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, al termine di una burrascosa riunione dell’Ecofin, in cui sulla delicata questione del segreto bancario si è sfiorato lo scontro.
Da una parte il ministro tedesco, Peer Steinbrueck, ha provocatoriamente paragonato al Burkina Faso la Svizzera e i Paesi dell’Ue che praticano il segreto bancario (Austria, Belgio e Lussemburgo), facendo innanzitutto infuriare il premier del Granducato e presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker.
Dall’altra il presidente di turno dell’Ecofin, Miroslav Kalousek, ministro delle Finanze ceco, ha difeso gli stessi Paesi attaccati dal collega tedesco, sottolineando come sia stato un errore al G20 di Londra inserire tre Stati Ue nella “lista grigia” dei Paesi non cooperativi sul fronte del fisco.
Proprio nel momento - ha aggiunto - in cui questi Paesi stanno ammorbidendo le proprie posizioni, lasciando intravedere una loro presa di posizione definitiva in favore della fine del segreto bancario.

Tutto slitterà a giugno. Tremonti è comunque fiducioso: “Le pressioni sono così tante che sono convinto della caduta del segreto molto prima del 2014″, data indicata di recente dal Parlamento europeo. Ma il ministro spiega come ci vorrà del tempo perchè l’Europa raggiunga una posizione comune, visto che per le decisioni in materia fiscale serve l’unanimità. E l’Italia non può aspettare. “Credo sia giunto il tempo che ogni Paese cominci a fare per conto suo”, afferma il ministro, confermando che il governo italiano “sta ragionando e valutando” alcune misure.
Cita il piano anti-evasione appena presentato dall’amministrazione Obama: “Ha parti di grande interesse, e su alcune di esse noi stiamo già lavorando”. Tremonti parla dell’inversione dell’onere della prova: deve essere chi esporta capitali all’estero a dimostrare di non aver evaso il fisco. Perchè “se un capitale viene esportato in un paradiso fiscale, si presume sia il prodotto di evasione”. E poi, aggiunge il ministro: “se uno evade e mette il frutto dell’evasione in uno dei paradisi, è giusto che ci sia un’aggravante specifica, con un inasprimento delle sanzioni”.
Inoltre, l’Italia potrebbe mettere a punto una propria ‘lista nerà di Paesi considerati non cooperativi fiscalmente: “Del resto” spiega Tremonti “ogni Paese ha la sua lista”.
Sul fronte dei conti pubblici, il ministro ha quindi ribadito come le ultime previsioni della Commissione Ue mostrino un’Italia che “nella media ha numeri relativamente migliori degli altri Paesi”: “Per la prima volta facciamo meglio sia come deficit che come debito”. Sul primo fronte il ministro sottolinea come il deficit corretto per il ciclo sia sotto il 3% sia nel 2009 che nel 2010. E sul fronte del debito, che per Bruxelles salirà al 116% nel 2010, “nessuno in questa fase chiede manovre. Tanto meno all’Italia - aggiunge - che ha un debito pubblico che cresce a una velocità inferiore a quella degli altri”. “Anche sulla crescita” insiste il ministro “facciamo meglio di altri. Troppe volte Paesi indicati come modello avevano una crescita à la carte, basata sul debito privato. Con la crisi si vede che la nostra economia si rivela più solida”. Infine, la disoccupazione: “In Italia i numeri non sono catastrofici”, assicura Tremonti, che ribadisce come “il Governo ha messo da parte 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori che, se necessario, saranno utilizzati”.

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Quando il debitore è lo Stato: quei “pagherò” che strangolano le aziende

 Emma Marcegaglia

La cooperativa Magnifica faceva assistenza scolastica. La cooperativa Isvar si occupava di riabilitazione per disabili. Adesso sono chiuse. Non ce l’hanno fatta a vivere con i pagamenti dei servizi che arrivavano in ritardo». Sergio D’Angelo, portavoce del cosiddetto terzo settore per la Campania, racconta di queste chiusure con tristezza, ma anche con personale preoccupazione. È il presidente del consorzio Gesco, 35 cooperative di servizio, 2.200 operatori, 70 milioni l’anno di fatturato: un piccolo impero, con spalle sufficienti per resistere. Ma neppure lui può scherzare: «Abbiamo un credito di 14 milioni nei confronti di diverse amministrazioni pubbliche. È stato accumulato a causa dei ritardi nei pagamenti, che qui in Campania arrivano anche a 2 anni. Grazie alle banche riusciamo a pagare gli stipendi. Il tasso di interesse? Intorno al 6 per cento, un onere pesante per chi, come noi, lavora con scarsi margini operativi».
Con la crisi dell’economia e la stretta del credito il problema dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione è diventato un macigno. Industrie grandi e piccole, artigiani, commercianti, cooperative e perfino iniziative non-profit sono in difficoltà. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, stima che il debito accumulato valga circa 30 miliardi di euro. I calcoli della Confindustria si aggirano intorno ai 70 miliardi. E c’è perfino chi, come la Confcooperative, arriva a indicare una cifra complessiva, compresi i debiti di comuni, regioni, asili, mense, pulizie e servizi sociali vari, che va ben oltre i 100 miliardi.
Il governo è corso ai ripari con alcuni provvedimenti. Altre iniziative sono ancora in corso di definizione, come l’intervento della Cassa depositi e prestiti, che richiede un cambiamento di statuto. Ma le procedure burocratiche ci hanno già messo la zeppa. «Il decreto per la certificazione dei crediti, necessaria per facilitare il confronto con le banche, è in vigore» dice a Panorama Giuseppe Morandini, vicepresidente della Confindustria. «Va bene, solo che il regolamento di attuazione non c’è. E dunque, nei fatti, nulla si muove».
Per ora, insomma, i ritardi mietono vittime. L’ufficio studi della Confartigianato ha calcolato in 135 giorni lo slittamento medio dei pagamenti da parte di ministeri, comuni, asl. Secondo la Confcooperative, i ritardi si aggirano intorno ai 300-350 giorni. In molti casi la realtà va oltre. Lo raccontano i numerosi testimoni che si possono incontrare girando per l’Italia, come ha fatto Panorama.
«La mia storia è simile a quella di tante piccole imprese in Sicilia» dice Filippo Ribisi, di Palermo, installatore di impianti elettrici e di sicurezza. L’azienda ha un fatturato annuo di 800 mila euro. Almeno 100 mila sono di crediti nei confronti di varie amministrazioni pubbliche. «Ci sono casi di ritardi di 1 anno nel pagamento delle fatture. Per fortuna la mia azienda è consolidata. Però i problemi con le banche non sono secondari: da noi il denaro costa di più che altrove, siamo intorno al 10 per cento». Se tutto va bene, ovviamente. Perché dice Ribisi che le fatture si possono anche scontare allo sportello: «Se però l’ente non paga nei termini stabiliti, i 90 o i 120 giorni, la banca considera l’operazione come un extrafido. E allora altro che 10 per cento».
Ad aggravare la situazione è stata, secondo l’imprenditore palermitano, la trasformazione delle municipalizzate in società di diritto privato: «Prima l’ente pubblico, se voleva fare un’opera, doveva trovare i fondi. Così, a fine lavoro, potevano esserci ritardi collegati solo ad aspetti burocratici. Adesso la ricerca dei fondi comincia quando si finisce il lavoro e si emette la fattura. Se la liquidità non c’è, bisogna aspettare. Nessuno sa quanto».
L’Italia non è tutta uguale. Ma non si pensi che al Nord si possa brindare ovunque. Anna Villa, presidente della Elleuno, impresa cooperativa che aderisce alla Confcooperative, 2.400 operatori, 64 milioni l’anno di fatturato ottenuto lavorando per 52 strutture pubbliche per larga parte del Nord, è chiara: «Alcune amministrazioni pagano regolarmente. Ora, per esempio, posso portare il caso del comune di Venezia o della asl di Bologna. Molte altre no. Non importa chi ha vinto le elezioni. E qui faccio l’esempio dei comuni di Milano e di Torino».
«Per fortuna» aggiunge Villa «siamo una realtà grande e forte, per cui possiamo rivolgerci al sistema bancario. Però mi chiedo: noi il 27 del mese dobbiamo pagare il personale, compresi i contributi. E stiamo parlando di medici, infermieri, autisti, fisioterapisti, di tutti coloro che servono. Se non offrissimo noi quel servizio, quello stesso personale dovrebbero pagarlo le amministrazioni pubbliche. Non dopo sei mesi, ma ogni mese. Possibile che non lo capiscano?».
Qualche tentativo di rinnovamento si coglie. Maurizio Genesini, manager della Lavanderia Zbm di Arco, nel Trentino, oltre che presidente dell’associazione di settore, racconta del caso Lombardia, dove pure c’è una situazione diversa da ente a ente. «La regione ha canalizzato i pagamenti attraverso la Finlombarda. Le fatture, vistate dalle amministrazioni, passano a questa finanziaria, la quale eroga i soldi. Tutti i fornitori sono sullo stesso piano, non ci sono figli e figliastri. E pur con ritardo, tra 5 e 6 mesi, c’è una situazione gestibile».
Già, perché il problema non sono solo i ritardi, ma anche l’incertezza. Dice ancora Genesini: «Il Lazio ha fatto una cartolarizzazione dei debiti a metà 2008, ma non si sa quando, e se, ce ne sarà un’altra».
Il Lazio è la maglia nera anche secondo un altro colosso della lavanderia industriale, la Servizi ospedalieri del gruppo Manutencoop, 1.200 addetti, 100 milioni di fatturato annuo, quattro stabilimenti in diverse regioni e un credito in arretrato con la pubblica amministrazione che arriva intorno al 70 per cento del giro di affari. Racconta l’amministratore delegato Andrea Gozzi: «Noi registriamo un ritardo medio nei pagamenti di 265 giorni. Ma è, appunto, una media. Nel Lazio i ritardi raggiungono i 400 giorni, oltre i 90 canonici. Seguito a ruota dalle amministrazioni della Calabria con 280 giorni, dell’Abruzzo con 228. Perfino le amministrazioni dell’Emilia-Romagna pagano con 126 giorni. I più regolari sono gli enti del Trentino, che a noi versano il dovuto entro i 90 giorni e della Toscana con 39 giorni, oltre i 90».
«Il problema» racconta Gozzi «è la differenza tra lo slittamento degli incassi dalla pubblica amministrazione e i nostri ritardi nel pagamento dei fornitori. Questi riusciamo a pagarli non oltre i 110 giorni. La differenza che si crea per questa sfasatura di tempi la colmiamo con i prestiti che prendiamo in banca. Costo intorno al 4 per cento».
Dagli artigiani alle coop, dal terzo settore fino ai colossi dell’industria e dei servizi: nessuno sfugge. Pure l’Enel, gigante dell’energia, non fa mistero di vantare crediti da varie amministrazioni pubbliche, dall’Ente acquedotti siciliani al Consorzio di approvvigionamento idrico di terra e lavoro, dalla asl Napoli 1 al comune di Modica. In tutto, circa 500 milioni di euro. Il problema è generale.
Tutte le associazioni imprenditoriali apprezzano per questo gli interventi decisi dal governo e quelli dei quali ancora si discute. Chiedono che si stringano i tempi e che si faccia di più. Ribadisce Morandini: «C’è bisogno di risultati immediati. Noi abbiamo fatto proposte per spezzare in due il problema. L’ipotesi è semplice: fissiamo tempi inderogabili per i pagamenti da oggi in poi. Per il debito facciamo un piano di rientro serio, insieme con le banche. Abbiamo bisogno che quei soldi ritornino subito nelle casse delle imprese. Le banche possono anticiparci i denari, ma senza un piano condiviso gli anticipi vengono considerati un fido personale; e dunque prosciugano il castelletto che ognuno di noi può avere presso le aziende di credito. In un momento come questo non va bene».

Fuori dalla crisi? Marcegaglia: “Il peggio è alle spalle. Da luglio la ripresa”

Marcegaglia e Tremonti

Dopo mesi di buio torna un po’ di ottimismo. A parlare di “Segnali di speranza, il peggio è alle spalle, ci aveva pensato domenica, intervistato da Lucia Annunziata nel corso della trasmissione In mezz’ora, il ministro dell’Economia Tremonti. 24 ore dopo, ecco il giudizio concorde del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia.
Che ha l’impressione che il peggio della crisi sia alle spalle e ritiene che, sulla base dei dati del centro studi di viale dell’Astronomia, a luglio dovrebbe esserci un’inversione di tendenza. “L’impressione” ha detto la Marcegaglia a margine dell’assemblea degli industriali di Cremona “è che sia a livello mondiale sia italiano ci siano alcuni segnali che il peggio l’abbiamo visto: non c’è più la caduta continua degli ordini e del fatturato”.
A luglio l’inversione di rotta Per il presidente di Confindustria “il problema adesso è capire in quanto tempo torneremo alla crescita e probabilmente avremo ancora qualche mese difficile. Il nostro centro studi ritiene che nella seconda parte dell’anno, da luglio, ci possa essere qualche inversione di tendenza”.
“Gli imprenditori italiani stanno dimostrando nei fatti che vogliono stare vicini ai propri lavoratori” tanto che “i licenziamenti in Italia sono molto pochi”. Così la Marcegaglia interviene in merito alla proposta di una moratoria sui licenziamenti avanzata dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. “Noi non vogliamo nessuna legge, nessuna rigidità. Non è nella logica che serve in questo momento”. In tal senso per il presidente degli Industriali “è importante, in questo momento, che ci sia il supporto della cassa integrazione ordinaria e in deroga per far sì che le imprese che hanno cali di fatturati non siano nelle condizioni ma possano mantenere le persone al lavoro”.
La Marcegaglia ha poi sottolineato come il tema “della coesione sociale” sia nel Dna delle imprese ed è quello - ha aggiunto - che dà la marcia in più alle nostre industrie”.
In precedenza il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, nel suo intervento all’assemblea degli Industriali di Cremona, ha fatto una precisazione sulla sua proposta alla moratoria sui licenziamenti. “Si tratta - ha sottolineato Sacconi - di una libera e responsabile moratoria, non certo di un vincolo legislativo che non è nella cultura mia e del governo: si tratta di una forma di autodisciplina”. In merito il ministro ha poi precisato che “c’è una propensione prevalente nel sistema produttivo e bisogna incoraggiarla finché possibile, teniamola in collegamento con le risorse umane”.

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Spiragli da Bankitalia: il Pil scende, ma la recessione rallenta

Mario Draghi

La situazione economica resta grave, il Pil del primo trimestre si chiuderà con un quarto calo consecutivo “dell’ ordine di quello registrato nello scorcio del 2008″ (-1,9% nel quarto trimestre 2008) ma tuttavia “si intravedono alcuni segnali” di “allentamento della forza della recessione”.
Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo aveva anticipato la settimana scorsa all’Ecofin informale di Praga (ricordando tuttavia che “una rondine non fa primavera”) ora i segnali di cauto ottimismo dell’istituto centrale si leggono nero su bianco sul Bollettino Economico. L’analisi da parte degli esperti di Via Nazionale è tuttavia dura: rileva incertezze sui tempi della possibile ripresa che non potrà più contare sulla ripartenza dell’export e rimarca peraltro come, nonostante il calo dell’inflazione (che scenderà fino all’estate) e dei tassi di interesse che aiutano a sostenere i conti, le famiglie, da sempre primo motore dei consumi, restano pessimiste per il 2009 a causa delle incertezze sul lavoro. La disoccupazione è in costante aumento così come il ricorso alla Cassa Integrazione. “Nonostante gli effetti positivi sul bilancio familiare e sulla possibilità di risparmiare determinati dal rapido calo dell’inflazione e dei tassi di interesse, sono peggiorati i giudizi sul quadro economico” e in particolare “sull’andamento dell’occupazione” rileva il Bollettino.
I segnali positivi sono quindi pochi ma da valutare.
Innanzitutto quelli degli Stati Uniti, nascita e epicentro della crisi che secondo diversi esperti sono ancora cruciali per la ripartenza dell’economia mondiale. Vanno così considerati i dati sul mercato immobiliare e i consumi Usa e gli effetti delle misure di stimolo varate non solo oltre Oceano ma oramai in quasi tutto il mondo. In Italia uno spiraglio arriva dagli ultimi sondaggi sulle imprese seppure questi “non sono ancora tali da configurare un arresto della caduta produttiva” ammonisce Via Nazionale, che è particolarmente severa e vicina ai livelli degli anni Sessanta ed è scesa del 5% nel primo bimestre dell’anno. Peraltro Banca d’Italia ricorda che nelle precedenti fasi recessive del 1974-75 e del 1992-93 le esportazioni avevano rapidamente riavviato l’attività della produzione industriale, favorite, rispettivamente dalla pronta ripresa del commercio internazionale e dalla svalutazione del cambio mentre ora “la natura globale dell’attuale recessione rende incerti i tempi del ritorno su un sentiero di crescita che secondo le istituzioni internazionali e i previsori privati potrebbe avviarsi nel prossimo anno”.
Fra i comparti industriali tuttavia, un effetto immediato di parziale ripresa arriva nel settore auto dove gli incentivi varati dal governo hanno avuto un aumento delle immatricolazioni nel primo mese di operatività e una crescita degli ordini ai concessionari.
Infine un’analisi delle banche. A livello globale restano le difficoltà nei primi mesi del 2009 seppure si registra un ritorno alla normalità del mercato interbancario. In Italia, dove la crisi ha fatto ridurre di un terzo gli utili complessivi del sistema nel 2008 e peggiorato la qualità degli attivi, il calo della domanda da parte di famiglie e imprese ha fatto scendere i prestiti e inoltre gli istituti di credito hanno ’strettò nei criteri di finanziamento alle aziende. Tuttavia un effetto positivo potrebbe arrivare dai Tremonti-Bond. “In prospettiva” scrive Via Nazionale “l’offerta di credito potrà beneficiare degli interventi volti alla ricapitalizzazione delle banche italiane resi operativi dal governo”. Altro fattore positivo sono il taglio dei dividendi e le azioni di capital management che hanno rafforzato il patrimonio delle banche.

Le banche e i controlli. Tremonti: affidare la vigilanza alla Bce

Giulio Tremonti

“È una questione di mezzi. Se quelli che si devono controllare hanno la Ferrari, i controllori non possono avere la bicicletta. Se gli operatori sono sistemici, siano essi banche o finanziarie, anche la vigilanza dev’essere sistemica. Io darei tutto alla Bce”, ha affermato Tremonti. “Ma no so se questo implica un revisione del Trattato”, ha osservato ancora il ministro.
Non bastasse, sul tema delle funzioni attribuite ai prefetti in materia di vigilanza sui prestiti concessi dai singoli istituti a imprese e famiglie, tema sul quale il governatore di Bankitalia Mario Draghi ha fatto presente che sulla base della legge “una richiesta diretta di dati disaggregati alle banche non appare giustificata”, Tremonti non demorde: “Per me è stata ragione di grande orgoglio prendere la parola davanti ai prefetti della Repubblica italiana, è stato un onore”, ribadisce. E aggiunge: “La settimana prossima terremo una riunione con Confindustria, Abi, banche e sindacato. Vorremmo riferire sull’ avanzamento dei lavori, cosa ha fatto la Sace, la Cassa
depositi, il governo sul flusso credito a economia. Inoltre analizzeremo come avanzano gli osservatori, che funzionano con grandissimo impegno dei prefetti”.

Se chi opera sui mercati si muove su uno scenario globalizzato, la vigilanza dev’essere sistemica, ovvero a livello europeo. Non ricorre a giri di parole, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, nel dare il ben servito alle Banche centrali in materia di sorveglianza nel corso della riunione della Task force per finanziamenti ai sistemi sanitari, in corso a Londra. “Io” dice “darei tutto alla Bce”.

Emergenze e risposte: usciamo al verde dalla crisi

ORTOFRUTTA

“Nonostante il 40 per cento della popolazione mondiale sia contadina, solo il 10 per cento delle terre emerse è oggi destinato all’agricoltura.
E questa percentuale è in costante diminuzione perché la trasformazione della terra in bene rifugio ne disincentiva la vocazione agricola”. A lanciare questo allarme è Antonio Buonfiglio, 40 anni, sottosegretario alle Politiche agricole e forestali (e fedelissimo del sindaco di Roma, Gianni Alemanno).

Di fronte alla crisi che colpisce anzitutto industria e finanza, Buonfiglio anticipa a Panorama che il governo sta mettendo a punto un “piano di accesso alla terra”, mirato soprattutto ai giovani. “Meno burocrazia e più aiuti” spiega “per incentivare il ritorno all’agricoltura.

Anche nella prospettiva sempre più preoccupante della perdita dell’autosufficienza alimentare dell’Italia”. Qualche idea verrà anche dal convegno organizzato da Buonfiglio per il 12 marzo a Roma, insieme con l’associazione Coltiviamo il futuro.

Ci saranno i ministri dell’Economia Giulio Tremonti, delle Politiche agricole Luca Zaia, Alemanno, Gianni De Michelis, il sociologo Giuseppe De Rita e Riccardo Valentini, esperto di mutamenti climatici. A introdurre, Jeremy Rifkin, il profeta di una nuova economia capace di evitare l’esaurimento delle risorse alimentari ed energetiche.

Crisi, l’allarme di Tremonti: “Il 2009 sarà peggio del 2008″

Giulio Tremonti

Peggiorano le condizioni dell’economia. Lo ammette anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. “Il 2009 sarà un anno più difficile del 2008″, aprendo i lavori del convegno al Tesoro su ‘imprese-lavoro-banche’, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”. Per il ministro è “necessario uno sforzo collettivo. Governo, imprese, parti sociali, istituzioni bancarie e finanziarie devono agire per ridurre, per quanto possibile, l’impatto della crisi. Gli obiettivi fondamentali sono due: coesione nella società e conservazione della base industriale”.
Nella crisi economica il “rischio dei rischi” è la stretta creditizia, che minaccia le imprese e l’intero sistema produttivo, ha sottolineato il ministro. “È assolutamente strategico - ha detto - contrastare il rischio dei rischi, la stretta creditizia in cui si avvitano prima le imprese, poi i lavoratori e infine le stesse banche. In questa fase è, all’opposto, strategico aumentare il credito alle imprese sane, non ridurlo alle imprese in momentanea difficoltà. Assicurare adeguata liquidità può evitare la chiusura di imprese che sono in grado di superare la crisi”.
“Se c’è una fase storica in cui il primo comma dell’articolo 47 della Costituzione ha un senso profondo, questa è la situazione”. Tremonti ha infatti spiegato che la scelta di affidare alle prefetture la vigilanza sulle banche e sul territorio deriva proprio dall’attuazione del dettato costituzionale che, all’articolo 47 recita: “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.
Sui cosiddetti Tremonti bond, lo stesso ministro ha affermato che è “inaccettabile dire che il tasso di interesse dell’8,5% è troppo elevato e quindi non servono a niente. Non è vero che alle imprese dovrebbe venire applicato un tasso dell’8,5% maggiorato dalla ricarica delle banche”. Secondo il ministro, invece, i Tremonti bond sono “il canale dell’ossigeno per l’economia. Non sono un debito, ma uno strumento di patrimonializzazione delle imprese, è come se fosse un aumento di capitale che allarga il patrimonio delle banche”.

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Il G7: sarà crisi severa per tutto il 2009

Il G7 a Roma

Il “grave” rallentamento dell’economia durerà per buona parte del 2009, ma i Paesi del G7 utilizzeranno tutti gli strumenti per sostenere la crescita e l’occupazione. È quanto dichiarato dai ministri dell’economia e delle finanze dei Sette Grandi nelle conclusioni del vertice di Roma, in cui si ribadisce anche l’impegno ad evitare il protezionismo. I Sette Grandi si sono impegnati a contrastare la crisi, anche se non hanno precisato i prossima passi che intendono fare in proposito. La priorità massima è comunque la stabilizzazione dei mercati e dell’economia insieme alla necessità di evitare l’”eccessiva volatilità” delle valute.

Tra i rischi della crisi c’è anche quello alimentare oltre che un incremento del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo. Due aspetti su cui i Sette Grandi hanno concentrato l’attenzione. “C’è in giro per il mondo un deficit di fiducia e anche un deficit di regole che forse è una delle principali cause della crisi”, ha affermato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nella conferenza stampa della presidenza italiana al termine del vertice.

Al consueto meeting sulle condizioni dell’economia mondiale hanno partecipato il segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner e il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, il ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa, il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet e il ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbruck.

L’Italia preme perché si arrivi quanto prima alla definizione di standard comuni, sia in ambito dei mercati finanziari sia per le politiche fiscali e del commercio internazionale, coinvolgendo i diversi bracci operativi rappresentati dagli organismi internazionali, dal Fsf (Financial Stability Forum), per quanto riguarda vigilanza e requisiti patrimoniali delle banche, al Wto, all’Ocse. I numeri uno di queste agenzie internazionali, insieme con i rappresentanti di Fmi, Banca Mondiale, Unctad (United Nations Conference on Trade and Development), sono stati invitati alla cena di venerdì e saranno consultati durante i lavori.

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