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Fiat-Chrysler, accordo fatto. Marchionne in sella

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È fatta. L’alleanza tra la Fiat e la Chrysler ora è realtà (qui il comunicato del Lingotto in .pdf). Sergio Marchionne sarà l’amministratore delegato del nuovo gruppo, Robert Kidder è stato designato presidente. Nella “nuova” società Marchionnesi porterà tre manager da Torino: il responsabile della finanza di Fiat Group Automobiles, Richard Palmer, che farà lo stesso tipo di lavoro negli Stati Uniti; Pietro Gorlier, Network & Owned Dealerships e Customer Services di Fiat Group Automobiles, che diventerà il nuovo responsabile della Mopar (società che si occupa dei ricambi) e della Customer Service; Gualberto Ranieri, responsabile dell’ufficio stampa estero del Lingotto e della Comunicazione di Cnh, che diventerà il capo della comunicazione interna ed esterna di Chrysler Group.

L’annuncio dell’intesa arriva dalle due società, dopo il via libera della Corte Suprema americana che respinge il ricorso contro l’operazione presentato dai fondi pensione dell’Indiana.
Plaude alla decisione dei giudici la Casa Bianca, che sottolinea la nascita di “un produttore automobilistico vitale e competitivo”. A Piazza Affari il titolo del Lingotto vola e, dopo l’ufficializzazione dell’accordo, continua la sua corsa chiudendo con un rialzo del 4,85% a 7,79 euro con scambi pari al 2,6% del capitale.
Marchionne, che Le Monde definisce “l’uomo che fa sognare l’Italia”, parla di “un giorno importante per l’intera industria automobilistica”. Grazie all’alleanza, spiega, la società americana “può tornare ad essere forte e competitiva con una gamma di vetture affidabile che colpiscono l’immaginazione e ispirano fedeltà. è già iniziato il lavoro per sviluppare vetture ecologiche”.
La Fiat assumerà, attraverso una controllata, una quota del 20% nella nuova società denominata Chrysler Group, quota che aumenterà progressivamente fino al 35% “subordinatamente al raggiungimento di determinati obiettivi previsti dall’accordo”.
Il Dipartimento del Tesoro statunitense e il Governo canadese avranno rispettivamente l’8% e il 2%, mentre il 55% sarà detenuto da United Auto Workers Retiree Medical Benefits Trust, associazione volontaria di ex dipendenti.
Il Lingotto, che trasferirà tecnologie, piattaforme e propulsori alla nuova Chrysler, non potrà ottenere la quota di maggioranza fino a quando i debiti derivanti dai finanziamenti pubblici non saranno stati interamente rimborsati.
La nuova società sarà guidata da un consiglio di amministrazione composto da tre amministratori nominati da Fiat, tra i quali lo stesso Marchionne, quattro nominati dal dipartimento del Tesoro statunitense, uno dal governo canadese e uno da United Auto Workers Retiree Medical Benefits Trust.
Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, torna a parlare di un incontro, nei prossimi giorni, con azienda e sindacati “per ribadire che i cinque stabilimenti italiani devono rimanere”. E aggiunge che il governo “è disponibile a trovare soluzioni che possano garantire il consolidamento di Fiat in Italia”. “Grazie all’accordo” sottolinea il leader della Cisl, Raffaele Bonanni “è possibile costruire una compagnia dell’auto all’altezza della situazione”.

Chiedono di aprire rapidamente un tavolo sull’auto anche le Regioni, convocate a Roma dalla governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso. Al governo propongono un piano da 800-900 milioni di euro per lo sviluppo della ricerca nel settore automotive e in particolare nell’auto pulita, che veda la partecipazione finanziaria anche delle Regioni interessate da stabilimenti Fiat. Alla cifra “potrebbero concorrere per un terzo le Regioni stesse, per un terzo l’azienda e per un terzo il governo”, spiega Bresso che parla di interesse manifestato del gruppo torinese.

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Fiat-Chrysler: sì dei giudici della Corte Suprema Usa

fiatChrysler

La Corte Suprema Usa ha dato il via libera alla vendita della Chrysler alla Fiat, e la decisione oltrechè un successo per il Lingotto segna una vittoria indiscutibile per l’amministrazione Obama. La decisione mette fine dunque a giorni di incertezza. Il tribunale ha annunciato di aver bocciato la richiesta di un gruppo che amministra fondi pensione di lavoratori dell’Indiana e di gruppi a difesa dei consumatori che volevano ostacolare l’intesa.
La scorsa settimana la Corte d’Appello di New York aveva dato semaforo verde alla vendita, concedendo nello stesso tempo tre giorni di tempo ai gruppi contrari per presentare i loro argomenti di opposizione alla vendita. Nella breve sentenza (appena due pagine), la Corte Suprema ha sostenuto che che coloro che tentavano di ostacolare l’accordo non hanno presentato gli estremi per giustificare tale azione. Adesso i vertici della Chrsyler potranno completare in tutta libertà la vendita degli asset alla Fiat.
Poco prima il giudice del Tribunale della Bancarotta del Distretto meridionale di New York incaricato del caso, Arthur Gonzalez, aveva dato il via libera all’azienda statunitense per rompere la relazione contrattuale con i quasi 800 concessionari della sua rete in franchising. Entusiasta la Casa Bianca, che ha detto che ora l’alleanza Fiat-Chrysler può andare avanti per consentire al gruppo di “riemergere come un produttore competitivo e vitale”.
L’ok della Corte Suprema rimuove l’ultimo ostacolo alla vendita degli asset buoni della Chrysler alla newco controllata dalla casa automobilistica torinese: secondo alcune fonti vicine all’operazione nella giornata di oggi potrebbe esserci il closing dell’operazione. Il passo preliminare sarà il passaggio ai creditori di Chrysler di 2 miliardi di dollari di fondi del governo americano. Dopo di che il trasferimento dei fondi e la cessione degli asset alla newco di cui Fiat detiene il 20% dovrebbero essere definiti entro le 15.00 ora italiana. La Borsa ha accolto molto bene la notizia arrivata dagli States: subito dopo i primi scambi il titolo del Lingotto, infatti, balza in territorio positivo.

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Marchionne style. Management in maglioncino

L'ad di Fiat, Sergio Marchionne

Sarà in libreria dal 9 giugno “Marchionne. L’uomo che comprò la Chrysler”, l’ultimo libro di Marco Ferrante, che dopo Casa Agnelli torna a occuparsi di Fiat. Stavolta è una “biografia manageriale” di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato che ha salvato e rilanciato il gruppo imponendo un nuovo stile a Torino. Lo stesso che esporterà nella Chrysler. Ecco un significativo estratto del libro.

Ma che cosa ha fatto precisamente Sergio Marchionne per realizzare la svolta e portare in quattro anni un gruppo che perdeva 2 miliardi l’anno a un utile di 2 miliardi e all’accordo con Barack Obama? (…) Giuseppe Volpato, professore di economia e gestione delle imprese e dei settori industriali all’Università di Venezia, che ha scritto il libro Fiat group automobiles, riassume così la sua idea di come il manager italocanadese abbia ottenuto i risultati di bilancio che abbiamo visto in questi anni: “Primo punto: è riuscito a convincere l’azienda ridotta in condizioni estremamente precarie che si sarebbe affidato a un sistema di valutazione tipicamente meritocratico, cioè avrebbe premiato i più bravi. (…) Il secondo punto, strettamente collegato al primo, è che Marchionne sa giudicare le persone”. (…)
Racconta un ingegnere di quella stagione: “Le guardie alla porta quasi si inchinavano quando arrivavano le macchine di servizio con gli alti dirigenti. Marchionne, invece, si fermava alla porta e parlava con loro, andava a mangiare in pizzeria insieme agli uomini della scorta, andava nei reparti e nelle officine a sorpresa. Entrava nelle stanze non preceduto dal solito codazzo di collaboratori, si sedeva alle scrivanie e faceva due chiacchiere con i dipendenti. Non perché era buono, ma perché voleva capire”.
Un testimone ricorda che una volta l’amministratore delegato arrivò in uno stabilimento. Invitato a sedersi attorno a un tavolo per una riunione, a un certo punto chiese di andare in bagno. Dopo 35 minuti non era ancora tornato. Con l’aria da Peter Sellers e il suo maglioncino, aveva cominciato a gironzolare per i corridoi, era entrato nelle stanze, aveva chiacchierato con gli impiegati. Quando tornò nella sala riunioni, disse che lì l’inefficienza si respirava. Il racconto di questo episodio giunse a Torino e si diffuse molto velocemente.
“Una volta” confida un altro testimone di quegli anni “in una riunione furono convocati due dirigenti che dovevano relazionare su un certo problema di produzione: uno gli portò due pagine con quattro punti per segnalare le questioni aperte e due punti per prospettare le soluzioni; l’altro gli portò il solito dossier Fiat fatto di 100 pagine di slide che servivano a dimostrare che era molto difficile superare lo stallo e che di sicuro non dipendeva dal relatore la difficoltà in cui ci si trovava. Marchionne lo interruppe alla quarta pagina e gli disse: “Guardi che io so che siamo messi molto male, lei è pagato per tirarci fuori dai problemi, non per descriverli” (il linguaggio fu molto più colorito, pare)”. (…)
Uno che lo ha visto all’opera racconta: “È un uomo a cui piace l’emergenza. (…) Mandò via molta gente, ma non fu un dramma. Onestamente, quasi nessuno di coloro che furono allontanati subì un’ingiustizia. Furono mandati via quelli che se lo aspettavano, che non avevano ragione per restare (a parte qualche eccezione, è ovvio). In quel momento eravamo soprattutto incuriositi dall’informalità, dall’ingresso a sorpresa, dalla capacità di risalire da un dettaglio, in cui aveva incocciato per caso, a un problema di carattere generale. Ci dette la sensazione che stare accanto a lui significava stare seduti dalla parte giusta del tavolo. E, in Fiat, non capitava da una vita”.

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Opel, tedeschi e Gm scelgono Magna. Marchionne amaro: “Soap brasiliana”

Sergio Marchionne, ad di Fiat
“La vita va avanti lo stesso”. Le parole di Sergio Marchionne sanno di addio, senza troppi rimpianti: “Di più non ci può essere richiesto”. La partita per Opel sembra ormai persa, tanto che gli emissari del Lingotto non partecipano alla riunione di oggi a Berlino del governo tedesco. “Siamo sorpresi negativamente dall’esito del precedente vertice di martedì notte” dice ancora Marchionne, “non correremo rischi irragionevoli”. La strada sembra quindi segnata e porta Opel nel gruppo austro-canadese Magna, l’unico rimasto in corsa dopo la prima “scrematura” del governo tedesco oltre a Fiat, con i suoi importanti soci russi, la banca Sberbank e il colosso energetico Gaz. Oppure verso l’insolvenza, una strada che il cancelliere Merkel non ha escluso, in un’intervista allo Spiegel, anche se “cercheremo di evitarla”, motivo per cui si attende a breve un accordo sul prestito ponte da parte dello Stato federale per tenere in vita la casa del fulmine. Gli esperti hanno esaminato una nuova ipotesi di accordo tra General Motors e Magna, che ha ottenuto il visto buono dai ministri dell’esecutivo tedesco: secondo l’agenzia France Presse sono già avviate le trattative per la cessione di una quota di Opel.
Nella partita è entrato anche il governo inglese, con il Business secretary Peter Mandelson a tenere alte le esigenze di Vauxhall, la controllata di Gm gemella di Opel nel regno unito:”Naturalmente intendo avere un incontro con Magna in tempi brevi” ha dichiarato “Cercherò di avere da loro un rafforzamento dell’impegno che mi hanno dato la scorsa settimana sul proseguimento della produzione della Vauxhall qui in Gran Bretagna”
Un portavoce del governo tedesco ha comunque precisato che, in questa fase, Magna è l’unico interlocutore con cui l’esecutivo sta trattando, aggiungendo però che Fiat non è fuori gioco e che potrebbe ritornare al tavolo negoziale. “Le condizioni finanziarie al momento rimangono ignote” ha ribadito Marchionne, ” possiamo trovare modi per venire incontro alle richieste di General Motors e del governo tedesco, ma l’emergenza della situazione non può forzare Fiat ad assumere rischi del tutto inusuali”.
Alla finestra, nell’attesa che si delinei la soluzione della trattative, resta la politica: quella tedesca, in cui pesa la scadenza elettorale legislativa di settembre, ma anche quella di casa nostra: l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, Pd, ha già incolpato il governo in caso di cattivo esito per Fiat: ”Il nostro paese anziché guidare il processo, come stanno facendo gli altri Stati coinvolti - ha detto - rischia di subire soluzioni di risulta che dipenderanno dal successo o meno degli accordi”. Mentre Pierluigi Bersani invita a difendere gli interessi dell’industria automobilistica tricolore in sede europea: ”Voglio almeno credere” dice il responsabile per l’economia del Pd “che, nel caso prevalesse la proposta Magna, ci sia da parte nostra una attenta verifica in sede comunitaria, mettendosi almeno al riparo da distorsioni di mercato”. Per il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola, a Bruxelles proprio per discutere di Opel con gli omologhi europei, invece la partita nel pomeriggio era ancora aperta: ”L’ipotesi su cui si starebbe ragionando - ha spiegato - è quella della costituzione di una società, con un prestito ponte da 1,5 miliardi, che per sei mesi gestisce Opel e garantisce la permanenza dei siti nell’attesa che venga perfezionato l’accordo con l’acquirente, che potrà essere Fiat o Magna. Anche se per ora - ha aggiunto il ministro - General Motors sembra privilegiare Magna, pur in presenza di alcune parti un po’ oscure in mancanza di una valutazione complessiva su Opel”. Dalla riunione, l’Unione Europea ha dato il via libera alla possibilità di concedere aiuti di Stato per venire incontro alle difficoltà finanziarie delle filiali europee di General Motors, tra cui la tedesca Opel, la svedese Saab e la britannica Vauxhall. A patto però che ”nessuna misura nazionale sia presa in assenza di coordinamento” con tutti i paesi interessati e la Commissione Ue.

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Fiat-Opel, mercoledì vertice decisivo. GM verso la bancarotta controllata

Sergio Marchionne

Mercoledì sarà il giorno della verità per le mire di Fiat su Opel: il governo tedesco si riunirà in un vertice definitivo e sceglierà l’offerta da appoggiare nelle trattative con la General Motors tra le tre pervenute: quella di Fiat, quella di Magna e quella del fondo Ripplewood. A questo appuntamento, scrive il Tagespiegel, saranno presenti - oltre a Marchionne e probabilmente John Elkann - i vertici della Magna e del fondo Ripplewood, la Merkel, i ministri tedeschi competenti, i rappresentanti del governo Usa e i governatori delle regioni in cui si trovano gli impianti della casa automobilistica. Non sarà una decisione facile, perché nella Grande Coalizione che sostiene l’esecutivo le divisioni interne sono più che mai accentuate a pochi mesi dalle elezioni. E anche i vari governatori dei Land dove si trovano le fabbriche Opel faranno sentire il loro peso politico. “L’offerta è chiara, ora dobbiamo solo parlare poco e aspettare” ha commentato il presidente del gruppo di Torino Luca Cordero di Montezemolo. Ma l’Ad Sergio Marchionne non resterà chiuso in una stanza a sperare nel verdetto favorevole: domani, secondo quanto detto da Montezemolo, “andrà direttamente dalla Merkel” insieme a John Elkann.
C’è da lavorare sul versante alleanze: gli austriaco canadesi di Magna hanno appoggi importanti in Russia con la banca Siberbank i cui vertici, secondo le rivelazioni della Bild, avrebbero incontrato Angela Merkel e Zu Guttemberg in un vertice segreto nel fine settimana. Ma a pesare sarà ancora di più il parere della General Motors, la casa madre americana, di cui Opel è l’emanazione in Europa. Per quella che per decenni fu la più grande casa automobilistica del mondo, la bancarotta sembra ormai inevitabile. Con il ricorso al Chapter 11, l’amministrazione controllata, già sperimentato dal governo Usa con la Chrysler. Il debito è gigantesco (in tutto sono 19,4 i miliardi di dollari investiti dallo Stato americano). Il termine fissato dalla Casa Bianca per la presentazione di un piano di ristrutturazione è il 1 giugno. Arriverà quindi dopo il vertice in Germania. Ma è chiaro che l’orientamento dell’amministrazione Obama conterà anche nella decisione sul destino di Opel.

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L’offerta di Fiat non convince Gm. I governatori tedeschi spingono per Magna

opel
La decisione sarà a breve. Lo ha detto oggi il presidente di Fiat Luca Cordero di Montezemolo e lo ha ribadito il ministro tedesco dell’Economia Zu Guttemberg che ha annunciato entro lunedì una valutazione. Ma questa potrebbe essere l’unica buona notizia per il gruppo torinese nella sua campagna per la conquista di Opel. Secondo alcuni quotidiani tedeschi tra le tre offerte presentate ieri davanti ad Angela Merkel, quella italiana sarebbe stata la meno convincente. Sul piano economico, le indiscrezioni pubblicate dal quotidiano tedesco Bild rivelano che tutte e tre le concorrenti avrebbero chiesto importanti garanzie al governo tedesco. E che nessuna delle tre garantirebbe gli attuali livelli occupazionali. Una quarta proposta inoltre potrebbe arrivare dalla Cina, ha scritto ieri l’agenzia Bloomberg.
Fiat, sempre secondo la Bild, punta a ottenere dal Bundestag pari a circa 7 miliardi di euro, mentre i tagli ammontano a circa 18mila posti di lavoro, anche in impianti italiani. Se l’operazione verrà finalizzata sarà possibile dar vita a una nuova società che integrerà le attività di Fiat Group Automobiles, inclusa la partecipazione in Chrysler, e di Opel.
Il piano di Magna, invece, prevede investimenti per 700 milioni di euro destinati all’ammodernamento degli impianti e allo sviluppo di nuovi modelli, garanzie per circa 5 miliardi statali e un taglio di 10mila lavoratori. Simile, secondo le indiscrezioni, il piano Rhj - Ripplewood. Secondo Der Spiegel , a questi livelli, il piano Fiat andrebbe al terzo posto nel gradimento di General Motors, anche perché prevede la fusione con quella che è una concorrente diretta nel mercato americano, cioé Chrysler.
Anche il premier dell’Assia Roland Koch, la regione tedesca dove ha sede un impianto Opel, sostiene che l’offerta del gruppo austriaco-canadese Magna è la più attraente per la compagnia automobilistica di Gm, mentre quella della Fiat sarebbe deludente. Oggi è previsto un incontro su Opel alla Cancelleria berlinese a cui parteciperanno anche le regioni tedesche interessate. “Penso - ha detto il premier dell’Assia - che l’offerta di Magna sia quella che più si avvicina alle aspirazioni dell’arena politica tedesca e dei lavoratori”. “C’è un’offerta molto interessante da parte di un investitore finanziario che appartiene al gruppo Ripplewood” aggiunge, riferendosi a Rhj International. “Sicuramente - prosegue - molti sono delusi perché l’offerta Fiat è molto lontana da quello che ci auspicavamo. E’ un’offerta che richiederebbe un ripensamento per essere presa in considerazione”.

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Fiat-Chrysler, ok alla vendita. Marchionne: “Creare il secondo gruppo mondiale”

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Fiat compie un nuovo passo verso Chrysler. Il tribunale per la bancarotta di New York ha dato il via libera alla procedura accelerata per la ristrutturazione della piu’ piccola delle tre sorelle di Detroit: al termine di un’udienza durata oltre otto ore Arthur Gonzalez, il giudice che si occupa del dossier Chrylser, ha dato il disco verde alla vendita attraverso asta dalla maggior parte degli asset della società, con la Fiat principale offerente. Entro il 20 maggio potranno pervenire offerte concorrenti, mentre una settimana dopo, il 27, sarà decretato il vincitore.
Respingendo le obiezioni sollevate da un gruppo di creditori, Gonzalez spiana così la strada all’alleanza fra Fiat e Chrysler, appoggiando il piano dell’amministrazione americana.
”La corte ha deciso che le procedure di gara sono appropriate e necessarie” ha spiegato Gonzalez. Chrysler propone di cedere i propri asset a una nuova societa’ controllata da Fiat, dal sindacato United Auto Worker (Uaw), dal Tesoro americano e dal governo canadese. Una volta conclusa l’asta, la vendita dovra’ essere completata entro il 15 giugno, con un’estensione di 30 giorni per le autorizzazioni necessarie.
Per gli asset di Chrysler l’offerta di Fiat sarà di 2 miliardi di dollari. Si tratta di un’offerta ”equa, l’unico accordo disponibile” per la casa automobilistica americana, spiega l’advisor finanziario di Chrysler, Grenhill & Co. Se tutto procederà come previsto, Fiat si troveràinizialmente in mano il 20% della nuova Chrysler con la possibilità di salire al 35%, contro il 55% del Veba, l’8% del Tesoro americano e il 2% del governo canadese.
Per aiutare la ristrutturazione di Chrysler, Washington ha concesso un prestito di 4,5 miliardi di dollari, finanziamento a cui Gonzalez ha permesso a Chrylser di accedere. Fra le condizioni imposte dal governo a fronte dei nuovi fondi c’e’ il completamento della vendita degli asset a Fiat o il raggiungimento di un accordo analogo in meno di 60 giorni.
L’obiettivo dell’amministrazione Obama è quello di far uscire Chrysler dal Chapter 11, cioè l’amministrazione controllata, entro la fine di giugno lanciando la nuova Chrysler, alleggerita della gran parte del debito e alleata con il Lingotto. Un’alleanza che darà vita al sesto gruppo automobilistico al mondo e che - se i piani dell’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne andranno avanti - potrebbe presto includere anche Gm Europe e Gm America Latina.

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Giampiero Cantoni
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