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Goldman-Sachs

Il giacimento gestito da Total in Basilicata (Ansa)
Quanti sono i progetti (in fase di attuazione o ancora sulla carta) che forse cambieranno gli scenari mondiali dell’energia estrattiva? La banca d’affari americana Goldman Sachs ne ha raccolti 280, in mano alle maggiori multinazionali energetiche. Si tratta di 61 progetti in Nord America, 30 nel Sud America, 80 in Asia e Medio Oriente, 62 in Africa, 34 in Oceania. In Europa sono solo 15, tutti nel Mar del Nord, fatta eccezione per i giacimenti di petrolio e gas di Tempa Rossa in Basilicata (si stima 50.000 barili al giorno), gestito dalla francese Total (50%), dalla britannico - olandese Shell (25%) e dall’americana Exxon Mobil (25%). Continua

Oro nero senza più freni. Riparte la corsa al rialzo del barile di petrolio che stamattina mette a segno un nuovo massimo oltre la soglia dei 120 dollari, superata lunedì per la prima volta sulla scia di tensioni geopolitiche in diverse aree esportatrici del pianeta. Ma queste ultime impennate sono anche legate a rinnovati ottimismi sull’economia americana, che smorzano precedenti attese di indebolimento della domanda globale. Negli scambi dell’after hours sul Nymex, la Borsa merci di New York, il barile ha registrato un picco a 120,93 dollari. Lunedì aveva registrato un massimo a 120,36 dollari. Nuovo primato anche per il Brent, il greggio del Mare del Nord, che a Londra ha fatto segnare il nuovo massimo a 119,07 dollari al barile.
Ma se adesso il prezzo del greggio sembra astronomico, lo potrebbe diventare ancora di più in un prossimo futuro. Arjun N. Murti, l’analista di Goldman Sachs che sorprese un po’ tutti quando nel marzo del 2005 previde che il prezzo del petrolio sarebbe arrivato oltre i cento dollari, vede adesso le quotazioni del greggio proiettate addirittura fino a 200 dollari al barile. Goldman Sachs ha inoltre peggiorato le stime relative al prezzo in considerazione del fatto che ci sarebbero rischi sul versante delle forniture, in presenza di una domanda sostenuta da parte delle economie emergenti. In particolare, secondo il “report” sussisterebbero problemi per alcuni Paesi non aderenti all’Opec, come Messico e Russia. Sul prezzo inoltre pesano fattori speculativi che peraltro - rileva ancora il rapporto - dovrebbero portare ad una maggiore efficienza produttiva ed a maggiori investimenti da parte delle compagnie petrolifere in progetti di ricerca.
I nuovi massimi fanno più che raddoppiare le quotazioni dall’estate 2004, quando le conseguenze della guerra in Iraq e gli scontri con i ribelli in Nigeria lo spinsero a 50 dollari: da allora, in meno di quattro anni, i futures petroliferi sono schizzati sino a superare i 120 dollari. Una corsa senza freni: l’attuale soglia è 12 volte superiore a quella del primo shock petrolifero degli anni ‘70, quando nel 1974 l’embargo dell’Opec durante la guerra del Kippur fece volare il prezzo del barile oltre i 10 dollari.
Ecco una scheda che riassume la corsa del greggio attraverso le principali soglie toccate negli anni sul mercato di New York.
1970: il prezzo ufficiale del petrolio saudita viene fissato, secondo le cifre del ministero statunitense dell’Energia, a 1,80 dollari al barile
1974: l’embargo dell’Opec durante la guerra del Kippur provoca il primo shock petrolifero. Il prezzo del barile supera i 10 dollari. 1979: la rivoluzione iraniana rappresenta il secondo shock petrolifero. Il barile vola a 20 dollari.
1980: la guerra Iran-Iraq spinge le quotazioni del greggio sopra i 30 dollari. All’inizio del 1981 il prezzo raggiungerà i 39 dollari.
1990: con la guerra nel Golfo il barile tocca e supera i 40 dollari. 2004: il 20 agosto vengono toccati i 50 dollari al barile, pesano i timori di scarsi approvvigionamenti; il 27 ottobre supera i 55 dollari. 2005: vengono infrante le soglie psicologiche dei 60 e 70 dollari al barile, anche a causa dell’uragano Katrina e dei conseguenti problemi nel Golfo del Messico. Il 7 luglio supera quota 62 dollari; il 30 agosto si avvicina ai 70 dollari.
2006: il 5 luglio sfonda anche quota 75 dollari. 2007: anno in cui il petrolio raggiunge i 90 dollari e chiude l’anno sfiorando i 100. Il 12 settembre il barile tocca gli 80 dollari. Il 25 ottobre infrange i 90 dollari al barile. In novembre vola a un passo dai 100 dollari, toccando il record storico a 99,29.
2008: il 2 gennaio la volata del greggio, che tocca per la prima volta nella storia i 100 dollari al barile, in seguito alle tensioni in Nigeria. Il 6 marzo sfonda anche quota 105 dollari, toccando il nuovo record a 105,10 dollari al barile; pochi giorni dopo, il 12 marzo sfonda anche quella dei 110 dollari al barile, con il nuovo massimo a 110,2 dollari. Oggi il nuovo massimo a quasi 121 dollari.

Il magnate Li Ka Shing, proprietario di 3
Lo Skypephone è già realtà. Ma il recente accordo commerciale per le telefonate su Internet potrebbe non bastare a risolvere i problemi di 3 Italia che continua a chiudere i conti in rosso. Non è più un mistero che Li Ka Shing, il magnate di Hong Kong, sia da tempo alla ricerca di possibili nuovi partner o compratori per la filiale italiana di telefonia mobile, dopo il fallimento del progetto di quotazione. Ma pare che anche questo tentativo non stia dando i risultati sperati, nonostante a tessere i contatti sia una banca del calibro di Goldman Sachs, presso cui è stato già collocato il 10% di 3.
L’ad dell’operatore tlc, Vincenzo Novari, ha di recente ribadito che sono in corso numerose trattative con possibili comparatori, peraltro ancora non presenti sul mercato italiano. Ma in realtà tutti i tentativi sarebbero stati archiviati con un nulla di fatto. Anche se non ci sono conferme ufficiali, i consulenti della banca americana avrebbe proposto l’acquisto di quote rilevanti del capitale in 3 a Deutsche Telekom, Orange e a un a buon numero di fondi di investimento asiatici e americani. Il nodo della vendita dell’operatore di videofonini è però il prezzo. All’epoca del progetto di quotazione, 3 era stata valutata intorno a 10 miliardi. La stessa cifra che Li Ka Shing conta ancora di incassare in caso di cessione totale della società, senza però mettere in conto che l’utile atteso ancora non si intravede e che il decreto Bersani che ha eliminato i costi di ricarica ha dato un’altra mazzata al bilancio. Un ostacolo non da poco che avrebbe fatto allontanare i possibili acquirenti. Da qui la decisione di valutare anche offerte per quote del 20-30% del capitale di 3.
Una situazione molto simile a quella dell’altro operatore tlc presente in Italia, cioè Wind. Il finanziere egiziano, Naguib Sawiris, cui fa capo la società ex Enel, ha fatto sapere che l’eventuale pacchetto sarà ceduto solo se le offerte saranno soddisfacenti visto che Wind produce cassa e si avvia a un trimestre con buoni risultati. Sawiris ha però davanti scadenze finanziarie importanti e potrebbe aver bisogno di raccogliere liquidità, soprattutto ora che è definitivamente tramontato il progetto di quotazione. Un destino comune quello di 3 e Wind che avrebbe spinto alcune banche d’affari a mettere mano a studi di fattibilità alquanto arditi, ma in linea con lo scenario che da tempo ipotizza l’impossibilità per i mercati maturi, come quello italiano, della coesistenza di ben quattro operatori di telefonia mobile. Per ora le due compagnie hanno già messo in comune le infrastrutture di trasmissione per le quali sono in corso trattative per la cessione. Un modo come un altro per imbarcare un po’ di liquidità. Ma per molti esperti di settore, l’operazione potrebbe essere solo il primo passo verso un matrimonio tra 3 e Wind.
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L’operazione Autostrade-Abertis rimane sotto scacco del ministro delle Infrastrutture (qui il video), Antonio Di Pietro, ma i Benetton sono già in manovra per un altro colpo da “novanta”. Conquistare il controllo di Aeroporti di Roma (Adr), cui fa capo lo scalo di Fiumicino che, a detta degli esperti di settore, andrà incontro nei prossimi anni a una crescita impressionante.
Un piede nella società romana ce l’hanno già attraverso la partecipazione in Infrastrutture e Sviluppo, la cassaforte che controlla Gemina che a sua volta, attraverso Leonardo, sia avvia ad avere quasi il 100% di Adr una volta chiusa la partita con l’australiana Macquarie.
L’operazione non è semplice. Tanto per cominciare si tratta di accorciare la catena di controllo ma quello che è più difficile è necessario fare fuori del tutto soci del calibro dei Romiti che di Gemina hanno fatto la storia e di Claudio Sposito.
I Romiti hanno tempo ancora qualche mese per esercitare il diritto di vendita ed è probabile che, dopo essere stati estromessi dalla gestione di Gemina, possano acconsentire a vendere. Più difficile sarà convincere Sposito, presente in Infrastrutture e Sviluppo attraverso il fondo di investimento Clessidra, che da tempo ha capito le potenzialità di sviluppo del business aeroportuale.
Ma c’è chi è pronto a scommettere che se Sposito riuscirà a incassare una lauta plusvalenza non avrebbe a sua volta alcun problema a vendere. I Benetton i soldi, nel frattempo, se li sono già procurati.
In questa direzione va l’accordo appena siglato per l’ingresso di Mediobanca e Goldman Sachs in Sintonia, il fondo dei Benetton nelle infrastrutture. La nuova potenza di fuoco è quasi 10 miliardi da investire per acquisire partecipazioni in strade e aeroporti in Europa e negli Stati Uniti, ma c’è da scommettere che il primo colpo sarà quello di Adr.
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Cambia Bankitalia e cambia anche la rilegatura delle Considerazioni finali. Piccoli segnali della nuova gestione affidata a Mario Draghi (qui il video dell’Ansa).
A Palazzo Koch l’ex vicepresidente per l’Europa di Goldman Sachs, ha letto questa mattina le 21 cartelle (guarda il .pdf) della sua relazione all’Assemblea dei partecipanti, a dire il vero un po’ meno affollata del solito. 
Tra le novità maggiori - di questa seconda relazione del nuovo Governatore - il cambio di veste grafica del documento, l’adozione, per la prima di copertina, di uno sfondo del palazzo della banca centrale di via Nazionale a Roma e, soprattutto, un discreto buffet di bevande nella sala stampa al Piano Nobile.
Invitati e giornalisti hanno gradito l’acqua fresca e, soprattutto, la stabilità di stampa della Relazione.
Negli anni passati il tradizionale cartoncino a rilievo, color carta da zucchero, macchiava indelebilmente le mani dei trafelati partecipanti. In Banca d’Italia - dove le tradizioni in 113 anni di storia hanno assunto quasi un valore religioso - c’è qualcuno però che ha storto il naso per l’innovazione.
All’Archivio storico, infatti, il cambio di colore (dal celeste carta da zucchero al verde scuro) ha fatto sobbalzare gli addetti. Che rassegnati si sono dovuti adeguare al nuovo corso targato Draghi.
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Per avere la misura di quali conseguenze potrebbe avere sul mercato televisivo la vendita di Endemol a un consorzio capitanato da Mediaset (per 293 miliardi di euro), basta dare una breve scorsa all’elenco di programmi, soap, game show e fiction targati Endemol che sono stati trasmessi in questi anni in televisione.
Di qualunque tipo: privata, pubblica, digitale, italiana, internazionale. Non c’è canale televisivo, in sostanza, che non si affidi a Endemol - un colosso presente in 25 Paesi e 5 continenti e capace di fatturare 117 milioni nel 2006 (+24,1%) - per realizzare parte rilevante della sua programmazione. E spesso quella di maggior successo, per lo meno in termini di audience(come il Grande Fratello, il più noto format tv della società olandese).
Gli effetti dell’operazione, che porterà Mediaset a diventare fornitrice di servizi tv, si faranno sentire in primis sulla Rai, legata a Endemol da un contratto, ha scritto (file pdf, ndr) nei giorni scorsi Giovanni Minoli, “molto favorevole per la casa di produzione e molto oneroso per la Rai”, che di fatto risulterebbe privatizzata, secondo il direttore di Rai Educational . Affermazioni contestate (file pdf, ndr) da Paolo Bassetti, presidente di Endemol Italia. Sempre Minoli vede in questa operazione non solo un rafforzamento dello storico concorrente, ma anche uno stimolo per la Rai. Reagire o morire. “Il re è nudo: bisogna darsi da fare. Altrimenti è l’inizio della fine”. Come? Il punto è questo. La parola d’ordine di Minoli, come di tanti altri, è “Rai-fondazione”. Ovvero ritorno a una produzione televisiva soprattutto interna, fondata sulla qualità e meno asservita ai format internazionali. Ipotesi futuribili e forse anche un po’ irrealistiche: il sogno di una Rai che fa da sé e ritorna a essere servizio pubblico è considerata utopistica dagli esperti del settore, almeno nel medio periodo. Del resto la rapidità con cui le società venditrici di contenuti tv (come la stessa Endemol o Magnolia) riescono a realizzare programmi di grande successo per i propri clienti è al momento irrangiungibile per i colossi televisivi. Una delle ipotesi che si fanno con più frequenza negli ambienti tv è che la Rai, per controbattere all’offensiva Mediaset, possa rescindere nel medio periodo i contratti con Endemol.
Ma sono solo voci. Per ora l’unica certezza è che il Biscione - assieme a Telecinco, Goldman Sachs e Cyrte - grazie all’acquisizione di Endemol, ha fatto un grande passo verso il futuro, anche digitale. E verso l’auto-produzione di programmi, sia pure attraverso società controllate. Fedele Confalonieri assicura che non userà Endemol per indebolire il suo competitor pubblico, ma i contorni dell’operazione sono ancora troppo indefiniti per sbilanciarsi in previsioni di lungo periodo.

Dica la verità, ingegnere, prova più sollievo per essere fuori con i suoi cavi dal tourbillon che agita le acque della galassia del suo ex padrone Marco Tronchetti Provera o più timore per essere finito nelle grinfie dei fondi di private equity, locuste pronte a spolpare le aziende e a triturare i top manager? Sorride Valerio Battista, amministratore delegato della Prysmian, la ex Pirelli cavi passata a fine luglio 2005 alla Goldman Sachs capital partners per 1,3 miliardi di euro e oggi alla vigilia dello sbarco a Piazza Affari. Ma, da bravo toscano, questo ingegnere cinquantenne alla guida di un colosso che vende e posa nel mondo cavi per energia e telecomunicazioni per 5 miliardi di euro accetta la provocazione.
Spiega Battista: “Alla guida dei cavi mi ha chiamato Tronchetti Provera, ho il massimo rispetto per lui. I fondi poi non sono tutti uguali. È stata scelta la Goldman Sachs proprio perché non prospettava tagli o stravolgimenti delle strategie”.
Promesse mantenute? Di fatto il manager, anche grazie a operazioni di pulizia precedenti la vendita (tra il 2002 e il 2004 gli addetti erano stati ridotti da 18 a 12 mila), ha addirittura potuto darsi alle spese: a fine aprile 2006 ha acquisito il gruppo cinese Tianjin Angel (cavi industriali). E a febbraio 2007 ha avviato in Brasile una fabbrica di cavi per le piattaforme petrolifere offshore.
Se Battista è soddisfatto, non hanno motivo di lamentarsi i nuovi azionisti: grazie a un margine operativo lordo che in due anni è raddoppiato a oltre 400 milioni, hanno potuto rifinanziare il debito dell’azienda e incassare a settembre un dividendo straordinario per 230 milioni con cui sono in gran parte rientrati del loro investimento cash. E adesso, in netto anticipo sulle previsioni, si preparano a mettere in cassa altri quattrini portando la Prysmian a Piazza Affari, con un’offerta pubblica di vendita attesa entro l’estate sotto la regia di Goldman Sachs, Mediobanca e Jp Morgan.
Le cifre in ballo? Gli analisti hanno calcolato che, applicando i multipli a cui quota la concorrente francese Nexans, cioè 9 volte il margine operativo lordo, la matricola Prysmian potrebbe valere sui 2,6 miliardi di euro, al netto dei circa 800 milioni di debiti. Insomma, si prospetta una operazione di rilievo, anche se sembra certo che la Goldman Sachs non intende ridurre la propria quota sotto il 50 per cento. Ma sarà un buon affare anche per i futuri azionisti?
Battista ci crede, cifre alla mano. Le utility hanno ricominciato a investire in tutto il mondo, la domanda di cavi per l’energia è in crescita fino al 2009 del 3,6 per cento l’anno e la Prysmian ha oggi quasi il 7 per cento del mercato mondiale, stimato in 50 miliardi di dollari.