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Silvio Berlusconi incassa il sì delle Regioni e lancia un nuovo “piano casa” sulle new town. Dopo la serrata trattativa con gli enti locali, dunque, è arrivata l’intesa: un decreto legge che nei prossimi giorni sarà presentato e discusso con la Regioni. “L’accordo sul piano casa” dice il presidente del Consiglio “iporta all’idea originaria: le famiglie potranno aumentare del 20% la volumetria di una casa”.Ora la palla passa agli enti locali. Ma il ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto, avverte: “Se le regioni non approveranno le leggi regionali entro 90 giorni, scatterà un potere sostitutivo”.
Dicendosi molto soddisfatto del lavoro fatto con le regioni e dell’accordo raggiunto (qui il testo in .pdf), il Cavaliere precisa che quello varato dal cdm è un piano famiglie più che piano casa.
“Realizzare in ogni capoluogo di provincia un insediamento urbanistico di dimensioni tali da venire incontro all’esigenza di nuove case per chi ancora la casa non ce l’ha, specialmente per i giovani o a chi si vuol fare una famiglia ma trova ostacolo negli acquisti e ngli affitti”. Ecco il prossimo obiettivo da centrare in accordo con le Regioni, secondo quanto assicura il premier: “L’accordo prevede un limite massimo di 200 metri cubi per l’ampliamento. Le regioni che vorranno potranno andare anche oltre i 200 metri cubi”.
“Le famiglie possono già da oggi cominciare a chiamare i progettisti e a commissionare il lavoro, ha detto Berlusconi. Saranno i progettisti”, ha aggiunto “a firmare sotto la loro responsabilità il progetto che non violi le norme regionali o comunali e i regolamenti sanitari, attraverso la massima semplificazione burocratica e amministrativa”.
Da un calcolo “abbastanza approssimativo”, rivela il premier, “se un 10% dei proprietari di case” approfittasse del piano casa “avremmo 60-70 miliardi di euro che entrerebbero nell’economia, provenienti quasi tutti dai depositi bancari dei cittadini. Sarebbe un grande supporto allo sviluppo dell’economia: porterebbe 4, 5, 6 punti di Pil nell’economia”. “Il mio sogno” aggiunge Berlusconi “è di vedere realizzazioni di assoluta avanguardia urbanistica, dove i bambini possano raggiungere campi gioco, scuole, chiese e parchi senza incontrare automobili”.
Il presidente della Conferenza delle regioni, Vasco Errani, ha espresso “soddisfazione”, perché “l’accordo favorisce una ripresa dell’edilizia corretta”. Anche se la vera e propria emergenza è quello della locazione e dell’affitto sociale: “Bisogna affrontare in tempi rapidi quella che è un’emergenza: la locazione, l’affitto sociale. Questo è il piano casa”, ha detto Errani, spiegando che questa condizione riguarda “famiglie e persone che non hanno reddito per pagare l’affitto di mercato”. Anche Gianni Alemanno, a nome dell’Anci, ha firmato l’intesa esprimendo il suo giudizio positivo.
VEDI ANCHE: Piano casa, il testo dell’accordo (Pdf)
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Lunghe le trattative, serrata la discussione. Che si è conclusa in tarda serata, nella sede del ministero per i Rapporti con le Regioni, con un accordo tra Stato e regioni sul piano casa. Nel Consiglio dei ministri di mercoledì 1 aprile l’accordo sarà già oggetto di riflessione per quanto riguarda la scansione dei tempi entro i quali dovrà essere approvato il relativo decreto.
Prima, però, l’intesa dovrà essere formalmente approvata dalla Conferenza unificata convocata a Palazzo Chigi. “Si tratta di un risultato molto importante al quale abbiamo lavorato intensamente ” ha commentato il ministro Raffaele Fitto “abbiamo raggiunto un’intesa condivisa dall’intero governo. Il presidente Berlusconi è sempre stato puntualmente informato di ogni passaggio e in Consiglio dei ministri si potrà procedere con la tempistica, entro 10 giorni il decreto sulla semplificazione amministrativa dovrebbe essere pronto”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, oltre alla soddisfazione, ha sottolineato che l’intesa “è un risultato importante per noi e per il Paese, confermiamo pienamente l’impostazione di quando avevamo detto che il decreto era inaccettabile”. Con gli accordi raggiunti oggi “non ci sono scelte che possono compromettere il sistema di governo e la tenuta urbanistica del territorio. Ora però bisogna occuparsi della vera emergenza che è quella di trovare risorse per le famiglie in difficoltà che non riescono a pagare l’affitto, abbiamo 550 milioni di euro, bisogna trovare altre risorse pubbliche e private”. Errani ha poi sottolineato che i lavori del piano casa saranno svolti nel rispetto delle norme sulla sicurezza e con lavoro regolare e forme di rendicontazione che mettano in chiaro tutti i lavori che verranno fatti.
Il decreto legge sul piano casa sarà portato al Consiglio dei ministri entro una decina di giorni, probabilmente prima di Pasqua, ha reso noto Fitto, aggiungendo che servono ancora dei tempi tecnici.
Le Regioni avranno 90 giorni di tempo per emanare, ciascuna, le norme per consentire l’attuazione del piano casa. L’intesa raggiunta prevede aumenti volumetrici del 20% per le abitazioni e del 35% nei casi di demolizione e ricostruzione, purchè compiuti con tecniche di bio-edilizia le volumetrie si riferiscono solo all’edilizia residenziale, mentre i centri storici e tutte le aree protette non verranno toccate dal piano casa, nel pieno rispetto dei programmi urbanistici.
In extremis si è raggiunto l’accordo per il varo di un tavolo che metta a punto uno studio di fattibilità per verificare quali misure adottare per l’edilizia pubblica.
Dall’accordo, infatti, sono sparite “le risorse aggiuntive” che lo Stato avrebbe dovuto apportare, seppure in quantità non determinata.
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Non costa niente. O quasi.
La Federal Reserve americana ha abbassato il costo del denaro a un livello senza precedenti: tra 0 e 0,25%. Sono i minimi di sempre, non si tratta di un livello fisso, ma flessibile: una forchetta compresa fra lo 0% e lo 0,25%, a seconda delle necessità che si presenteranno.
L’annuncio della Fed ha immediatamente fatto scattare verso l’alto i listini di Wall Street, dove il Dow Jones subito dopo la notizia ha toccato un +2%, per poi chiudere a +4,31. Ha reagito invece male il dollaro, sceso dell’1,5% nei confronti dell’euro, con il quale a ridosso del taglio dei tassi veniva scambiato a 1,389.
Ora con l’intervento della banca centrale americana, i tassi di interesse statunitensi sono scesi al livello più basso del mondo. Non solo per quanto riguarda la possibilità di ottenere finanziamenti senza alcun interesse. Anche l’ipotesi più onerosa applicabile della forchetta, cioè lo 0,25%, è equivalente infatti ai saggi applicati a Singapore, fino a oggi i più bassi in assoluto.
La scelta della Fed, presa all’unanimità, è senza precedenti non solo per l’entità del taglio, ma anche perché si è optato per una soluzione più articolata. La banca centrale ha chiarito che il livello in pratica azzerato del costo del denaro continuerà a sussistere per “qualche tempo” in considerazione della gravità della situazione dell’economia. Negli ultimi 14 mesi la Fed ha operato ben nove tagli del costo del denaro, a cominciare dal settembre dello scorso anno, quando i Fed Funds si trovavano al 5,25%. La Fed ha aggiunto anche che continuerà a sostenere i mercati finanziari attraverso il riacquisto di emissioni in grande quantità, riferite sia al debito delle agenzie governative che operano nel settore immobiliare che più in generale a securities ancorate a questo stesso comparto.
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La crisi durerà a lungo e i governi devono attuare “rapidamente” le misure annunciate, anche se c’è il rischio di un peggioramento dei conti pubblici, specie per quei paesi con squilibri di bilancio. È il monito lanciato dalla Bce nel suo bollettino mensile. “Le significative misure annunciate dai governi per far fronte alle turbolenze finanziarie” spiega l’Eurotower “dovrebbero essere attuate rapidamente in modo da contribuire ad assicurare l’affidabilità del sistema finanziario e da evitare limitazioni nell’offerta di credito alle imprese e alle famiglie”. E laddove vi è margine di manovra, aggiunge l’istituto, “potrebbero essere quanto mai efficaci misure di bilancio aggiuntive se tempestive, mirate e temporanee”.
In particolare, per la Bce risulteranno particolarmente utili misure che siano contemporaneamente in grado di porre solide basi per la ripresa e per una maggiore crescita potenziale, migliorare la qualità delle finanze pubbliche e promuovere riforme strutturali.
La ripresa, secondo gli esperti dell’Eurosistema, arriverà solo nel 2010 e ci si attende per l’area euro un tasso di variazione del Pil negativo su base trimestrale fino a metà 2009. Nel 2008 la crescita di Eurolandia dovrebbe attestarsi tra lo 0,8% e l’1,2% mentre per l’anno prossimo è attesa una variazione compresa tra -1% e zero. Le stime sono state riviste al ribasso rispetto a quelle formulate a settembre. L’inflazione invece dovrebbe continuare a ridursi “nei prossimi mesi” ma potrebbe “tornare ad aumentare nella seconda metà dell’anno prossimo”. Il livello di incertezza riguardo alle prospettive economiche resta “eccezionalmente elevato” e i rischi per la crescita economica, spiega l’istituto, sono orientati verso il basso e sono connessi principalmente alla possibilità di un maggiore impatto sull’economia reale delle turbolenze nei mercati finanziari.
La Bce lancia anche l’allarme per i conti pubblici: “Le attuali prospettive per i conti pubblici” osserva “indicano un forte deterioramento dei saldi di bilancio nell’area dell’euro e vi è il rischio di un ulteriore peggioramento”. In base alle previsioni economiche autunnali della Commissione europea, infatti, il disavanzo medio delle amministrazioni pubbliche dell’area dell’euro in rapporto al Pil dovrebbe aumentare considerevolmente nel 2008 e nel 2009. È quindi “essenziale” che tutte le parti coinvolte rispettino l’impegno assunto di applicare appieno le disposizioni del Patto di stabilità e crescita “che fornisce la flessibilità necessaria”. La banca centrale europea vede nero anche sul fronte dei consumi: la spesa della famiglie “ha subito una netta moderazione nel 2008″ e ci si attende “un andamento contenuto” dei consumi privati nel prossimo futuro.
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Nei giorni scorsi la Cgil di Treviso ha chiesto di bloccare gli ingressi di immigrati per evitare che la crisi ricada sui lavoratori del Nord-Est. Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, del lavoro e della sanità, è trevigiano e conosce bene la questione.
Come si evita una guerra tra poveri nel mondo del lavoro?
La prima mossa del governo è quella di allargare il prima possibile la platea di chi può accedere agli ammortizzatori sociali, in deroga alle regole vigenti. Inoltre prevediamo forme di integrazione del reddito, per cui investiremo importanti risorse.
Per esempio?
Ci sarà un’una tantum per le famiglie numerose e i pensionati. E interverremo sui mutui e su alcune tariffe essenziali come elettricità, gas e ferrovie.
Gli imprenditori che cosa possono fare?
Chiediamo loro di non ridurre immediatamente la forza lavoro, visto che servirà per quando inizierà la ripresa.
E gli ingressi degli extracomunitari?
Con il ministro dell’Interno Roberto Maroni abbiamo deciso di limitarli ad alte professionalità, personale di cura per la famiglia, come le badanti, e gli stagionali nei settori agricolo e turistico.

Sarà stagnazione almeno fino a metà 2009.
Questa la previsione del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: “Sulla base dell’evoluzione della domanda mondiale oggi prevista dai principali organismi internazionali, la stagnazione in atto proseguirà almeno fino a metà del prossimo anno”, afferma il numero uno di Via Nazionale, intervenendo (qui il documento in .pdf) alla ottantaquattresima giornata mondiale del risparmio.
Per Draghi, le politiche economiche nazionali devono reagire di fronte alla crisi finanziaria in atto per contrastare il rischio recessione. “Occorre innanzitutto evitare che la crisi si traduca in una severa contrazione dei flussi di credito all’economia reale; in secondo luogo, è necessario attivare efficaci politiche di sostegno che contrastino le tendenze recessive in atto” spiega, aggiungendo che “a questa esigenza potrà rispondere una politica di bilancio che faccia uso della flessibilità permessa dal Trattato e dal Patto di stabilità e crescita”.
Inoltre, l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche è imposto dall’emergenza. Ma deve essere temporaneo e non intrusivo: “L’emergenza richiede che le autorità adottino politiche più interventiste che in passato, assumendo anche ove occorra temporanee responsabilità patrimoniali nelle istituzioni finanziarie” afferma il Governatore, aggiungendo che “l’opportunità dell’intervento pubblico, in presenza di una crisi sistemica, discende dalle caratteristiche fondamentali del sistema finanziario”. L’intervento dello Stato, però, “deve essere temporaneo e non intrusivo”.
Ma l’Italia può sopportare la crisi, conservando chances di ripresa, conclude Draghi: “L’economia italiana soffrirà come tutte le economie avanzate”, riconosce il numero uno di Via Nazionale. Tuttavia, rileva, “se si attesta sul suo baricentro - fatto di alto risparmio, basso debito privato, sistema produttivo vitale, sistema finanziario fondamentalmente solido ed efficiente - sopporterà la crisi con danni limitati e buoni presupposti di ripresa”.
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I maligni vi hanno visto un’altra vendetta a orologeria per l’affare Unipol. Con un emendamento alla Finanziaria voluto dal ministro ex ds Pierluigi Bersani, il governo sopprime con effetto immediato l’Isvap, l’autorità di controllo sulle assicurazioni.
Nell’estate 2005 fu l’organismo guidato da Giancarlo Giannini a ritardare di 3 mesi il via libera alla scalata (poi fallita) di Giovanni Consorte alla Bnl. La Quercia se l’è legata al dito: il segretario Piero Fassino ne propose subito l’abolizione, mentre Bersani tuonò contro quel nullaosta che tardava. Ma i veri retroscena sono altri. Giannini, ex manager dell’Ina-Assitalia nominato dal centrodestra dopo anni di quieto governo del ds Gianni Manghetti, è in rotta con l’Ania, la lobby delle assicurazioni. Spiegazione: gli oltre 5 milioni di multe inflitte in pochi mesi alle compagnie.
Però la soppressione non piace al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Impegnato a ridurre sedi e organici, Draghi si vedrebbe ora assegnare le funzioni finora svolte dall’Isvap. E anche i suoi 350 funzionari.

Ci sono squadre che in trasferta fanno sfracelli e in casa sono uccellate anche dall’ultima in classifica. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, soffre della stessa sindrome. Fuori dall’istituto gode di una stima indiscussa, è considerato uno dei manager più brillanti, e nessuno avrebbe da ridire se prima o poi prendesse il posto ora occupato da Jean-Claude Trichet alla guida della Banca europea. O se gli venisse affidato l’incarico di direttore generale del Fondo monetario. Ma tra le mura di Bankitalia per Draghi da un po’ di tempo sono più le spine che i trionfi.
Forse è per questo che negli uffici della sede, Palazzo Koch, evita di passarci le giornate, al contrario di quanto facevano Antonio Fazio e prima ancora Carlo Azeglio Ciampi, Paolo Baffi e Guido Carli. Tanto che i suoi non pochi avversari interni hanno rispolverato per lui un soprannome che gli era stato affibbiato ai tempi in cui era direttore del Tesoro: “L’altrove”. Inchiodato da mesi nel braccio di ferro da lui stesso ingaggiato con i sindacati per il taglio delle sedi periferiche, impantanato nella complicata vicenda della ricollocazione dell’Ufficio italiano dei cambi, ora Draghi è alle prese con i malumori legati alle nomine.
Di recente hanno destato scalpore i modi spicci con cui sono state allontanate due dirigenti della segreteria particolare, Dora Diotaiuti e Gabriella Raitano. La prima era considerata una colonna della banca fin dai tempi di Carli e Baffi, un merito che non l’ha salvata, a tre anni dalla pensione, dal trasferimento alla Sadiba di Perugia, scuola per dirigenti bancari, ruolo di serie B. Raitano, invece, è stata spostata alla direzione del Cicr (Comitato per il credito e il risparmio), organismo con poteri enormi in passato, ma destinato alla scomparsa in base al decreto sulle authority.
Poco tempo prima aveva lasciato a bocca aperta la nomina del presidente del collegio sindacale: tutti davano per certo che l’incarico sarebbe stato affidato a Enrico Nuzzo, uno dei grandi vecchi dell’istituto; a sorpresa Draghi ha scelto Angelo Provasoli, rettore della Bocconi, e Nuzzo c’è rimasto così male che in Banca non ha più messo piede.
Dopo questi blitz, ora molti in via Nazionale guardano con grande attenzione alle mosse di Draghi per il superamento di due interim, di Annamaria Tarantola (oggi sovrintende all’area contabile e alla vigilanza) e Franco Passacantando (area banca centrale e sistema pagamenti). I nomi dei candidati in circolazione sono quelli di Carlo Pisanti e Claudio Clemente. Mentre rimane appesa l’eventuale successione al vicedirettore generale, Antonio Finocchiaro, in Banca da 46 anni, faziano entrato in fretta in sintonia con il nuovo corso. Per la sua poltrona è in lizza Salvatore Rossi, diventato nel frattempo responsabile della ricerca economica al posto di Giancarlo Morcaldo, considerato un’istituzione in materia, ma bocciato da Draghi e insignito del grado di alto consulente del direttorio, incarico tanto altisonante quanto vuoto.
In questo clima arriva a maturazione la storia delle sedi periferiche, idea di cui si cominciò a parlare addirittura nel 1991, ma a cui nessun governatore volle mai dar seguito. Sulla vicenda venerdì 28 si esprime il Consiglio superiore della Banca, dopo che l’iniziale progetto di chiusura di oltre 70 uffici è stato prima ridotto a 35 e poi a 33.
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Cambia Bankitalia e cambia anche la rilegatura delle Considerazioni finali. Piccoli segnali della nuova gestione affidata a Mario Draghi (qui il video dell’Ansa).
A Palazzo Koch l’ex vicepresidente per l’Europa di Goldman Sachs, ha letto questa mattina le 21 cartelle (guarda il .pdf) della sua relazione all’Assemblea dei partecipanti, a dire il vero un po’ meno affollata del solito. 
Tra le novità maggiori - di questa seconda relazione del nuovo Governatore - il cambio di veste grafica del documento, l’adozione, per la prima di copertina, di uno sfondo del palazzo della banca centrale di via Nazionale a Roma e, soprattutto, un discreto buffet di bevande nella sala stampa al Piano Nobile.
Invitati e giornalisti hanno gradito l’acqua fresca e, soprattutto, la stabilità di stampa della Relazione.
Negli anni passati il tradizionale cartoncino a rilievo, color carta da zucchero, macchiava indelebilmente le mani dei trafelati partecipanti. In Banca d’Italia - dove le tradizioni in 113 anni di storia hanno assunto quasi un valore religioso - c’è qualcuno però che ha storto il naso per l’innovazione.
All’Archivio storico, infatti, il cambio di colore (dal celeste carta da zucchero al verde scuro) ha fatto sobbalzare gli addetti. Che rassegnati si sono dovuti adeguare al nuovo corso targato Draghi.
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“Avevamo la polmonite e siamo guariti” ha annunciato con enfasi Romano Prodi, usando la metafora sanitaria per parlare dello stato dell’economia e dei conti pubblici. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sostiene che il premier italiano dice una mezza verità. Nel voluminoso rapporto sull’Italia (150 pagine), trasmesso al ministero dell’Economia e di cui Panorama è entrato in possesso, l’autorevole organizzazione economica internazionale certifica un netto miglioramento rispetto a qualche tempo fa (”è in atto una ripresa e vi sono segni di un miglioramento fondamentale”), ma avverte che, nonostante i benefici effetti del “periodo ciclico europeo favorevole” e della cura adottata, la malattia non è debellata: “Le prospettive a medio termine restano impegnative”.
Il debito pubblico “minaccia la sostenibilità fiscale e l’invecchiamento della popolazione si profila grave”, mentre “la crescita della produttività dei fattori totali ristagna dall’inizio del decennio”.
Per evitare ricadute che, come l’esperienza insegna, possono essere peggiori del male, non solo è necessario non mollare la presa, ma è opportuno aumentare la terapia e calibrarla meglio. In altre parole, senza quelle riforme intorno alle quali i vari governi girano inutilmente da più di un decennio l’Italia rischia grosso.
Avverte l’Ocse: senza le misure necessarie “per ristabilire il dinamismo economico”, gli italiani potrebbero avere “un tenore di vita peggiore rispetto a quello di altri paesi” perché “è troppo presto per dire che l’economia abbia veramente voltato pagina”.
Per la politica economica del governo, insomma, il bello comincia proprio ora. Finora l’emergenza finanziaria ha funzionato come un collante capace di evitare irreparabili rotture all’interno della maggioranza tra le componenti radicali e quelle riformiste e fra queste ultime e i sindacati. Ora, invece, grazie alla congiuntura economica favorevole e al miglioramento del bilancio, si apre una stagione nuova, quella delle scelte e delle sfide. Una fase paradossalmente più rischiosa per la coalizione di quella precedente.
Per consolidare la ripresa il governo deve fare i conti con quelle misure che l’Ocse e pure le altre organizzazioni economiche internazionali ritengono necessarie, dalla riforma delle pensioni all’accelerazione del timido processo di liberalizzazioni, senza tralasciare la necessità di un chiarimento sulla destinazione del surplus fiscale. Tutti temi che per la maggioranza appaiono come i fili dell’alta tensione: chi li tocca senza precauzioni muore.
Per le pensioni, in particolare, l’Ocse prescrive una ricetta drastica, destinata a un’accoglienza diversa all’interno del governo tra l’ala rigorista che fa capo al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, orientata verso un intervento, seppur graduale, e l’ala radicale, spalleggiata in particolare dalla Cgil di Guglielmo Epifani, contraria a ogni novità che non sia l’abolizione dello scalone introdotto dalla riforma dell’ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni.
Secondo l’organizzazione internazionale, “entro il 2008 si dovrà elevare da 57 a 60 anni (61 per i lavoratori autonomi) l’età minima per la pensione di anzianità”. E inoltre “un ulteriore innalzamento a 62 anni (63 per gli autonomi) dovrà essere effettuato a partire dal 2014″. E non è finita perché secondo l’Ocse va anche adottata al più presto la revisione dei coefficienti previdenziali prevista dalla riforma del 1995 di Lamberto Dini: misura che doveva essere presa nel 2005, “ma non ancora attuata”. Gli esperti dell’organizzazione per lo sviluppo hanno ben chiaro che questi provvedimenti stanno suscitando le obiezioni dei sindacati e sono in corso discussioni con il governo, ma avvertono che le riforme previdenziali “sono essenziali”.

Per dare slancio alla produttività i tecnici Ocse suggeriscono inoltre all’esecutivo di Prodi maggior coraggio sul versante delle liberalizzazioni. I due “pacchetti Bersani” approvati tempo fa vengono giudicati positivamente, ma ora la maggioranza è invitata a liberalizzare anche gli orari dei negozi e ad “aumentare la concorrenza nel commercio al dettaglio e all’ingrosso”. Contro le limitazioni, spesso imposte da regioni e comuni, all’apertura del settore l’Ocse suggerisce al governo di istituire “autorità di controllo a livello regionale” in grado di correggere “l’operato delle rispettive amministrazioni locali in base a criteri di valutazione delle prassi pro concorrenza definite a livello nazionale”.
Sul versante dell’extragettito, cioè i miliardi di euro del cosiddetto tesoretto, l’Ocse invita l’Italia a perseguire “una politica fiscale prudente”, soprattutto in considerazione “dell’ancora ingente debito pubblico”, fermo intorno al 107 per cento del pil, il livello più alto tra i grandi paesi dell’area europea. Su questo punto l’indicazione dell’organizzazione internazionale è chiarissima: le “maggiori entrate dovrebbero essere utilizzate interamente per ridurre ulteriormente il deficit”.
Obiettivo semplice da dire, difficilissimo da attuare, perché lo stesso Ocse ha ben chiaro che ci sono forti “pressioni politiche per aumentare la spesa o ridurre le tasse”.
L’Ocse riconosce che la posizione rigida nei confronti delle frodi fiscali e la decisione assunta dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, sui condoni “hanno fatto sì che i cittadini pagassero le tasse e hanno prodotto benefici duraturi”. Tuttavia, “resta un certo grado di incertezza sulla possibilità che si ripeta l’aumento delle entrate fiscali anche nel 2007″.
Per l’Ocse è importante non solo che l’extragettito non sia disperso, ma che sia disciplinata la “spesa, in particolare per pensioni, pubblico impiego, salute ed enti locali”.
Obiettivo da raggiungere eventualmente anche introducendo “un tetto di aumento reale zero nella spesa primaria generale dello Stato finché l’avanzo primario non avrà raggiunto il 5 per cento del pil”, livello che il governo ha detto di voler centrare entro il 2011.
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