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Iran, l’embargo sul petrolio ha un impatto minimo sull’economia europea

Apocalypse oil! Petrolio: che cosa accadrà con le sanzioni all'Iran

L’embargo approvato dall’Unione Europea sul petrolio iraniano ha come obiettivo spingere all’interruzione del controverso programma nucleare di Teheran. Che, a sua volta, accusa l’Europa di minacciare una guerra psicologica. L’iniziativa europea, infatti, abbraccia anche sanzioni contro la Banca centrale iraniana a cui è proibito lo scambio in oro e altri metalli preziosi. Pressioni diplomatiche, riferisce Al Jazeera, sono in corso per assicurare all’Europa a 27 nuove fonti di approvvigionamento: l’Arabia Saudita, primo produttore al mondo, ha risposto all’appello e prevede di incrementare la produzione di circa due milioni di barili al giorno. Continua

Petrolio: l’Opec vara un taglio record, ma potrebbe non bastare

Economia

Due milioni di barili al giorno pari al 7% della produzione dei paesi del cartello del petrolio: è il più grande taglio dal 1982, quando fu introdotto il sistema delle quote. Una mossa necessaria, per contenere la discesa del prezzo del petrolio che è calato intorno ai 45 dollari, giù del 70% rispetto al livello record del luglio scorso. L’accordo è stato raggiunto stamattina a Orano in Algeria, in uno dei vertici straordinari più importanti della storia dell’Opec (l’organizzazione che raggruppa i 14 maggiori paesi produttori nel mondo).

La conferma è arrivata per bocca del ministro del Petrolio saudita, Ali al-Nuaimi: “C’è il consenso per tagliare la produzione di due milioni di barili”. Alla fine l’hanno spuntata i falchi, Iran e Venezuela, che più volte avevano chiesto un deciso stop alla produzione oltre i 2 milioni di barili al giorno. Per frenare la discesa del prezzo del greggio, a ottobre, l’Opec aveva deciso una riduzione dell’output di 1,5 milioni di barili, che però è servita a ben poco.

Con il taglio di oggi, la produzione Opec scende di due milioni di barili dagli attuali 27,3 milioni di barili al giorno. E seguono la decisione di Orano anche alcuni paesi che non fanno parte del cartello, cui è stato chiesto un taglio fino a 600mila barili al giorno. “Se i prezzi correnti si manterranno sul mercato le imprese russe potrebbero tagliare le loro esportazioni petrolifere fino a 320 mila barili al giorno”, ha detto il vice premier russo Igor Sachin, presente a Orano come osservatore al vertice Opec con una folta delegazione. Nessun negoziato oggi per un ingresso della Russia nel cartello, smentendo voci che erano girate nei giorni scorsi sulla stampa internazionale. Comunque Sechin ha fatto sapere che la Russia intende avere nell’Opec un ruolo di osservatore permanente. Per ora solo l’Azerbaijan è pronto a tagliare la sua produzione di greggio di 300 mila barili al giorno, come ha ribadito il ministro dell’Energia di Baku in Algeria, mentre Messico e Norvegia, altri due grandi produttori non Opec di petrolio, avevano escluso prima ancora del vertice algerino accordi nell’immediato per tagliare la loro produzione.

La mannaia sulla produzione dovrebbe provocare il rialzo del prezzo del petrolio sceso lo scorso mese sotto i 50 dollari al barile e che secondo l’Aie (Agenzia internazionale dell’energia) tornerà a 100 dollari al barile, non appena l’economia tornerà a crescere, e salirà a 200 dollari entro il 2030. Il re saudita, Abdallah, ha più volte ripetuto invece che il prezzo equo è di 75 dollari al barile.

Più greggio da tutti. Se l’Opec si allarga verso Nord

Inquinamento
meeting straordinario di Oran (Algeria): “Quello che vogliamo e che questi tre paesi diventino membri dell’Opec”.
Ed è stato proprio Khelil di recente a chiedere più volte ai tre paesi produttori che non fanno parte ancora dell’Opec di diventare membri del cartello o almeno a partecipare dall’esterno alle decisioni dei 14 paesi, ossia condividere le scelte sui tagli alla produzione che porterebbero a un rialzo del prezzo del greggio, sceso nelle scorse settimane sotto i 46 dollari.
Già il prezzo del petrolio, un target che ancora non riesce a tenere unita tutta l’Opec. I falchi, Iran (sciita) e Venezuela in testa, sembrano puntare a una quota di 100 dollari al barile, risvegliando in Occidente i fantasmi della scorsa estate quando il petrolio ha toccato quota 147 dollari. Le colombe, i paesi moderati e sunniti del Golfo Persico (Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) guidati dall’Arabia Saudita, seguono invece le anticipazioni del re di Riad, Abdallah, che nelle scorse settimane aveva parlato di un prezzo equo di 75 dollari. E il taglio alla produzione? Anche qui falchi e paesi moderati proseguono il braccio di ferro che dura ormai da fine ottobre. L’Iran nelle ultime settimane ha ripetuto più volte che è necessario una riduzione tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Per quanto riguarda l’allargamento dell’Opec ai paesi non membri, la Russia si era sempre rifiutata di aderire per evitare di piegarsi al sistema delle quote, visto che starne fuori consentirebbe di beneficiare dei tagli alla produzione altrui senza ridurre la propria capacità. Ma il crollo del prezzo del greggio a novembre si è rivelato fatale a questa strategia e potrebbe far sì che la Russia decida di riconsiderare la propria posizione. “Dobbiamo difendere i nostri interessi”, ha detto il presidente Dimitri Medvedev. “Si tratta delle nostre fonti di reddito che si basano su petrolio e gas: queste misure di protezione possono combinare una riduzione dei volumi di produzione, una partecipazione alle organizzazioni esistenti dei produttori, così come una partecipazione a nuove organizzazioni”.

Crolla il prezzo del greggio, ma il cibo resta caro

Petrolio, un impianto per l’estrazione del greggio vicino Los Angeles

Quello del petrolio è stato il più imponente boom di una materia prima iniziato dal secolo scorso: una bolla nera che ora si è sgonfiata con la crisi dei mercati immobiliari e finanziari, scatenata dai mutui americani. Eppure, dal 2003 al 2008, il costo di un barile è salito del 320 per cento in dollari: e, allo stesso tempo, i beni alimentari scambiati sui mercati internazionali hanno raggiunto incrementi del 138 per cento. Secondo la Banca mondiale la diminuzione dei prezzi di energia e cibo potrebbe, però, rallentare, attestandosi comunque su livelli più elevati del decennio precedente. Costi che avranno comunque conseguenze economiche e sociali.

Se è vero che il prezzo del petrolio è diminuito rapidamente, è altrettanto vero che resta su livelli più alti che negli anni Novanta: un barile costerà l’anno prossimo circa 75 dollari e gli alimenti resteranno il 24 per cento più cari che in passato. Un salasso che in due anni ha spinto nella povertà da 130 a 150 milioni di persone. Sono cifre crude: raccontano un dramma vissuto nelle bidonville e nelle periferie delle grandi città dei paesi in via di sviluppo. Sul valore della produzione globale, poi, arriverà una gelata: diminuirà dal 2,5 per cento nel 2008 fino allo 0,9 per cento del 2009. In particolare, per i paesi in via di sviluppo la crescita diminuirà dal 7,9 per cento nel 2007 al 4,5 per cento nel 2009. Per la Banca modiale, però, politiche adeguate nel settore energetico e agricolo potrebbero bilanciare il caro vita nei settori energetici e alimetari.

Petrolio, Opec verso un taglio di produzione. Ma è braccio di ferro tra falchi e colombe

Petrolio

I falchi dell’Opec giocano la carta della Russia. Continua il braccio di ferro in seno all’Opec (l’Organizzazione dei paesi produttori) sull’imminente taglio della produzione del petrolio. Niente di deciso al meeting di El Cairo di sabato scorso: la decisione è stata rinviata a metà dicembre, quando si svolgerà la prossima riunione dell’Opec in Algeria. Un incontro che si annuncia particolarmente caldo e che vedrà la partecipazione straordinaria di Viktor Khristenko, ministro del petrolio della Russia - paese che non fa parte dell’Opec - ma che esporta circa 5 milioni di barili al giorno. Una presenza fortemente voluta da Iran e Venezuela, i falchi dell’Opec, che insistono per una maggiore cooperazione tra i paesi membri dell’organizzazione e i paesi non Opec (Russia, ma anche Norvegia e Messico).
La mossa congiunta di Teheran e Caracas punta a trovare una sponda tra i paesi membri del cartello, che producono il 40% del petrolio mondiale, e quelli che non ne fanno parte, per trovare una strategia comune contro il calo dei prezzi del greggio. E non a caso domenica Teheran è tornata di nuovo alla carica: a un giorno dalla riunione dell’Opec - che ha deciso di lasciare invariata la produzione, nonostante il prezzo del greggio stia calando – il ministro del petrolio,Gholam Nozari, ha fatto sapere che il mercato globale “È sovrafornito con due milioni di barili al giorno”.
La soluzione iraniana? Un colpo di mannaia sulla produzione dell’1 - 1,5 milioni di barili al giorno.
Dall’altra parte le colombe - Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar – prima di acconsentire a nuovo taglio, hanno preteso di veder rispettati gli attuali “tetti” di produzione dagli altri paesi.
L’Opec ha già tagliato due volte di seguito la produzione per un totale di 2 milioni di barili al giorno, portando l’output a 27,3 milioni di barili al giorno. Il segretario generale dell’organizzazione, Abdalla El-Badri, per ora non si sbilancia e parla di una riduzione di “grossa quantità” al prossimo vertice in calendario. Attualmente il prezzo del petrolio oscilla tra i 50 e i 57 dollari al barile, in calo del 63% rispetto al livello record di 147 dollari del luglio scorso. L’Arabia Saudita, il maggior paese produttore, per bocca del re Abdallah ha già fatto sapere che considera “equo” un prezzo di 75 dollari al barile e il segretario dell’Opec sostiene che non ci saranno aumenti significativi del prezzo fino a metà del 2009.

Petrolio a 75 dollari? Per l’Arabia Saudita è un prezzo “equo”

Economia

Il prezzo di 75 dollari al barile è “equo”: è l’opinione del re Abdallah dell’Arabia saudita, il primo paese al mondo esportatore di petrolio. Allo stesso modo, il ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi ha parlato di una “buona logica” rispetto a tale livello di prezzo. Oggi è in programma una riunione dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, al Cairo, per esaminare un eventuale taglio della produzione, di fronte al crollo registrato nelle ultime settimane delle quotazioni del greggio, che dopo i picchi dello scorso luglio (147,27 dollari) ora viaggia intorno ai 50 dollari al barile.

Tuttavia, non è detto che la decisione venga presa proprio oggi. La riunione potrebbe essere, infatti, di carattere tecnico e preparatoria al vertice ufficiale in calendario il 17 dicembre in Algeria. La Borsa dell’Arabia Saudita sale del 7,81%, dopo che il re Abdullah, in un’intervista al giornale del Kuwait As-Sieyasah, assicura che l’economia del paese è solida e che considerà “equo” un prezzo di 75 dollari al barile per il petrolio. “Non siamo stati colpiti dalle crisi - dice Abdullah - e il nostro Tesoro, grazie all’abbondanza di petrolio, è sicuro e non incontra problemi sui mercati mondiali”. “Il settore privato - aggiunge - è in grado di proteggere i suoi soldi e i suoi investimenti”. Le entrate dei paesi Opec, di cui l’Arabia Saudita è il primo produttore, sono tutti stati colpiti dal calo del prezzo del petrolio, sceso intorno ai 50 dollari, dopo aver toccato un massimo storico di 147 dollari a luglio.

Il petrolio torna a infiammarsi dopo il rialzo record

Economia

Il petrolio torna a volare, e lo fa rapidamente. Meno di una settimana fa si festeggiava la discesa sotto i 90 dollari e oggi il greggio distrugge ogni certezza e vola, in una sola seduta, da 105 a 130 dollari. In termini assoluti è il maggior rialzo giornaliero da quando sono state aperte le contrattazioni al Nymex di New York nel 1983, mentre per ritrovare una crescita percentuale del 23% - pari a quella messa a segno oggi con il picco a quota 130 - bisogna scorrere indietro il calendario di 17 anni, per arrivare al 1991.

Dopo tre rialzi consecutivi, la performance odierna azzera due mesi di ribassi, gelando ogni euforia e riportando nuovi timori su crescita e inflazione su scala globale. Sceso sotto i 90 dollari martedì scorso, in scia all’annuncio del fallimento di Lehman Brothers ed ai timori sulle possibili ripercussioni negative sulla crescita mondiale, l’oro nero ha bruciato le tappe in una corsa senza precedenti, che si è arrestata solo pochi minuti prima della chiusura, avvenuta a 122,6 dollari al barile, in crescita del 17%.

Il vero traino della rimonta del petrolio è il maxi-piano da 700 miliardi di dollari annunciato dal governo statunitense per ridare ossigeno ad un mercato finanziario ormai disastrato dai fallimenti, la cui ultima vittime illustre è stata proprio Lehman Brothers. Un crack da 630 miliardi di dollari che ha convinto il Tesoro Usa della necessità di correre ai ripari e varare un piano per il riacquisto di titoli il cui valore è crollato a seguito della crisi dei mutui subprime.

L’eventuale successo del piano messo a punto dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, potrebbe ridare ossigeno all’economia e spingere nuovamente al rialzo la domanda di petrolio. E fra gli operatori di Wall Street “regna l’ottimismo sulla possibilità che il piano Usa possa realmente trainare l’economia”, spiegano un analista di Bnl, sottolineando come un’ulteriore spinta al rally del petrolio arrivi dalla ritrovata debolezza del dollaro, sceso a 1,4672 euro, contro gli 1,4466 del 19 settembre scorso. Anche in questo caso, sul bando degli imputati si trovano i 700 miliardi di dollari messi sul tavolo dal governo a stelle e strisce: questa somma, infatti, amplierebbe ulteriormente il deficit di bilancio degli Stati Uniti.

A complicare ulteriormente il quadro, le indiscrezioni pubblicate da Reuters, secondo le quali l’Arabia Saudita avrebbe ridotto del 5% le forniture alle maggiori società petrolifere internazionali ed alle raffinerie Usa. Intanto in Italia, sulla scia di quanto successo nei giorni scorsi, sono proseguiti oggi i ribassi dei carburanti, con Q8, Shell e Tamoil che hanno ridotto di un cent il prezzo della benzina.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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