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Guglielmo-Epifani

Contratti, no all’accordo separato. La Cgil: “Il 96,2% lo ha bocciato”

Guglielmo Epifani

Un risultato destinato a fare discutere. E non solo in ambito sindacale. Tre milioni e 400mila lavoratori (pari al 96,27%) hanno bocciato l’intesa di riforma del modello contrattuale, siglata alla fine di gennaio da Cisl e Uil, e non firmata dalla Cgil.
Complessivamente hanno partecipato al referendum 3,6 milioni di persone. E il 96,27% ha detto no alla riforma.

A rendere noti i dati è la stessa Cgil, che ovviamente esulta. Nel complesso, fa sapere il sindacato di Corso d’Italia, hanno votato 3.643.836 lavoratori, pari al 71% di quanti si espressero in occasione del referendum sul protocollo welfare, condotto assieme da tutte e tre le organizzazioni confederali. In quella occasione votarono 5.128.507 lavoratori.
“Abbiamo tenuto assemblee in oltre 55.000 posti di lavoro e abbiamo ottenuto un risultato per noi insperato: quasi 3 milioni 700 mila persone sono venute a votare, hanno raccolto il nostro invito e hanno votato nella quasi totalità contro l’accordo separato sul modello contrattuale”, ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commentando i dati relativi alle consultazioni dei lavoratori sull’accordo separato per il modello contrattuale: “Questo comporta che le ragioni sul nostro dissenso per un accordo che riduce troppo le funzioni e gli spazi della contrattazione, non garantisce i salari al contratto nazionale e neanche il mantenimento del costo della vita, non allarga la contrattazione di secondo livello sulle condizioni di lavoro dove si giocano questioni come la professionalità, gli orari, i diritti, la tutela e la sicurezza del lavoro, escono rafforzati da questa prova democratica.
Di “risultato importante”, parla anche il segretario confederale Enrico Panini, tanto più “per la crisi che attraversa il Paese e che ha reso difficili le assemblee e le consultazioni”. “Le assemblee che, in cinque settimane, la sola Cgil ha organizzato, sono state 59.367. Una straordinaria prova di democrazia perché, nel 2007″, quando le consultazioni furono avviate dalla Cgil assieme alla Cisl e alla Uil, “le assemblee furono 51.626″.
C’e’ poi da considerare il fatto che “le assemblee sono state organizzate e si sono svolte in un quadro economico e politico molto diverso rispetto a quello di due anni fa: in molte zone del Paese ci sono realta’ con molti lavoratori in cassa integrazione e molte sono le fabbriche chiuse”. Infine, la Cgil denuncia “tentativi di inquinamento il voto” che “solo l’organizzazione dei seggi ha permesso di evitare”.
Forte anche di questi numeri, la Cgil si appresta quindi a organizzare a Roma per il 4 aprile: “Una manifestazione nazionale imponente che cresce in modo visibile”. È sempre Enrico Panini, segretario confederale della Cgil, a presentare il programma del giorno: “40 i treni speciali organizzati per portare in città i manifestanti, tutto quello che la rete nazionale può reggere; saranno, poi, 4.800 i pullman ai quali si aggiungono 2 navi. Fuori da questo contesto, c’è poi da considerare la città di Roma dove, da venerdì scorso, sono stati distribuiti 1.466.000 volantini”.
Panini si sofferma anche sui percorsi che terranno i cinque cortei previsti: “All’inizio dovevano essere sei, ma per non gravare sugli ospedali che uno di questi cortei avrebbe toccato, abbiamo deciso di ridurre il numero a cinque”. Che partiranno da piazza della Repubblica, da piazza Ragusa, da piazzale dei Partigiani, da piazzale dei Navigatori e dalla stazione Tiburtina. I primi arrivi sono previsti alle 3 di notte e continueranno fino alle 10 del mattino. Uno dei cortei, annuncia poi Panini: “Sarà aperto dagli operai di Pomigliano per rappresentare le problematiche dei lavoratori in cassa integrazione”.

Firmato l’accordo quadro per i contratti. Dalla Cgil ancora un no

Guglielmo Epifani
“No”. Guglielmo Epifani è tornato a ripeterlo. “Se il testo non è modificabile la Cgil non firmerà”. Al contrario di Cisl, Uil e Ugl, da un lato, e Confindustria, Confcommercio e le altre associazioni imprenditoriali dall’altro. Che hanno firmato con il governo l‘accordo quadro per la riforma del modello contrattuale, valido sia per il settore privato che per quello pubblico.
Un “accordo storico” secondo il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: “Abbiamo definito con la sottoscrizione di quasi tutte le organizzazioni presenti al tavolo, con la sola eccezione della Cgil, un accordo quadro che riformato il modello contrattazione quale fu codificato dall’accordo del luglio del ‘93 che così risulta integralmente sostituito”.

Anche il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta è intervenuto, sostenendo che “Nessuno ha il diritto di veto. Anche i contratti del pubblico impiego li abbiamo fatti senza Cgil”. I sindacati che hanno firmato commentano in modo positivo il documento condiviso: “Siamo soddisfatti del lavoro svolto” ha detto Luigi Angeletti della Uil “è un’intesa che per la prima volta considera il salario non come la derivata di rapporti politici tra sindacati, imprese e Governo, ma come la derivata del lavoro”.
Ma la mancanza della firma del più grosso sindacato italiano sminuisce inevitabilmente l’accordo. Epifani ha incolpato il governo per l’esito della trattativa: “Il governo ha forzato in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto il consenso della Cgil”, ha detto il leader del sindacato di Corso Italia. “Un governo che non riesce a dare una risposta sugli ammortizzatori sociali, non mette in atto un sostegno a consumi, famiglie e imprese, non ha uno straccio di idea di politica industriale e non redistribuisce risorse fiscali ai pensionati e lavoratori dipendenti”, secondo il dirigente sindacale “forza verso questa direzione”.
“Avremmo preferito l’adesione della Cgil ma era necessario, come hanno ritenuto tutti gli altri attori sociali, mettere un punto fermo nella lunghissima vicenda negoziale che oggi si è conclusa” ha risposto il ministro Sacconi.

Falsi miti di piazza: se gli scioperanti non risultano in sciopero

Guglielmo Epifani

Scioperi o bluff? Astensioni vere dal lavoro, con sacrificio della busta paga, oppure assenze retribuite, malattie, ferie, permessi, se non autentiche furbate? I dati appena resi noti dal ministero della Funzione pubblica sul “novembre rosso” che ha coinvolto tutti i settori del pubblico impiego, fino a culminare, venerdì 14, nel blocco delle università e della ricerca, sembrano autorizzare la seconda ipotesi: solo il 10,96 per cento di docenti e ricercatori in servizio quel giorno, esclusi dunque gli assenti per motivi vari, ha aderito all’agitazione. Rimettendoci cioè lo stipendio.
I dati diffusi dagli uffici del ministro Renato Brunetta parlano chiaro. Il 14 novembre tutte le confederazioni, a eccezione della Cisl, hanno proclamato lo sciopero nelle università, negli enti di ricerca, nonché nel comparto Afam (Alta formazione artistica e musicale) e, a opera della sola Cgil, nell’Enac, l’ente per l’aviazione civile. Queste le cifre: su 141.182 dipendenti totali, quel giorno dovevano figurarne ufficialmente in servizio solo 20.305, tolte le molte assenze per ferie richieste, permessi e malattia. Altri 2.231 erano assenti per “altri motivi”. E 4.694 sono stati gli scioperanti in tutta Italia: poco più di un quarto di quanti avrebbero dovuto essere presenti.
Il calcolo, confermato dalle trattenute sulle retribuzioni (57.169 euro complessivi), rivela altri paradossi. Nelle università, il fulcro della protesta contro i decreti del ministro Mariastella Gelmini, le adesioni allo sciopero sono state del 27,44 per cento, appena superiori alla media. Ma tra docenti e ricercatori il numero di scioperanti effettivi crolla a picco: 614 docenti su 5.244 previsti in cattedra quel giorno (l’11,7 per cento) e 32 ricercatori su 652 (4,91 per cento). Totale partecipazione allo sciopero nel corpo docente: appunto quel misero 10,96 per cento.
Eppure, la Cgil ha fatto del 14 novembre una bandiera (così come per un altro “venerdì rosso”, lo sciopero generale di oggi, venerdì 12 dicembre), annunciando un corteo a Roma di 200 mila persone, tra cui i dirigenti della sinistra e del Pd, compreso Walter Veltroni. Sulla gente in piazza le cifre sono da sempre elastiche, ma sul calcolo delle assenze dal lavoro è più difficile barare. E dunque, in base alle retribuzioni di novembre, si scopre che se in alcune regioni l’astensione ha superato o sfiorato il 50 per cento (come in Veneto e Friuli-Venezia Giulia), in Lombardia è stata del 5,5 per cento, nel Lazio del 16,15, in Toscana del 27 per cento, in Puglia del 17.
E altrove non si è scioperato affatto, o si è preferito programmare gli orari in modo da tenere le aule chiuse. Più alta la partecipazione tra gli enti di ricerca, ma sempre molto inferiore al 50 per cento: per l’esattezza il 39,02, con punte all’Istituto di radioastronomia di Bologna, all’Istituto nazionale di statistica di Palermo, all’Osservatorio astrofisico di Arcetri (Firenze) e a quello astronomico di Roma, ma anche con il 13 per cento di scioperanti all’Istituto nazionale di astrofisica di Roma e all’Osservatorio astrofisico di Catania. E zero scioperanti all’Istituto nazionale di alta matematica Francesco Severi di Roma e alla Stazione sperimentale per l’industria di Milano.
Dice un sindacalista della Cgil: “Il successo di uno sciopero non si misura dalle sole astensioni dal lavoro, ma dalla mobilitazione e dalla visibilità mediatica. Per di più, con l’autonomia accademica, molte università possono programmare le lezioni in modo da non farle coincidere con le agitazioni. È uno dei motivi per cui gli scioperi avvengono quasi sempre di venerdì o lunedì, a ridosso dei finesettimana”. Ma che dire degli scioperi che quel 14 novembre hanno coinvolto altri settori del pubblico impiego, dalle agenzie fiscali agli enti locali, dagli enti pubblici non economici come l’Aci, l’Inps e l’Istat fino ai ministeri e al Servizio sanitario nazionale? Era la terza giornata di cosiddetto blocco, riservata al Sud Italia e alle Isole, dopo quelle di lunedì 3 (Centro Italia) e di venerdì 7 (Nord). Risultato: su 108.588 dipendenti in servizio, 9.277 hanno fatto sciopero. Neppure il 10 per cento. Percentuale che precipita al 5 negli enti locali.
La Cgil ha preferito non fornire cifre precise sull’astensione dal lavoro nel pubblico impiego il 14 novembre. Scegliendo invece di parlare di manifestanti nelle piazze: “Cinquantamila a Palermo” ha dichiarato il sindacato di Guglielmo Epifani “30 mila a Napoli, 10 mila a Cagliari, 3 mila a Potenza”. E così via. Totale, sempre secondo la Cgil, “102.750 lavoratrici e lavoratori che hanno partecipato alle manifestazioni nelle regioni del Sud e nelle Isole”. Mentre in tutto il Paese, “sommando le piazze delle tre giornate di lotta, hanno manifestato oltre 300 mila persone. Un numero enorme”.
I conti non tornano neppure al Nord. Tra persone in piazza e dipendenti in sciopero c’è già una bella differenza. E per questi ultimi parlare di successo della protesta appare difficile. Il 3 novembre, allo sciopero indetto in Toscana, Lazio, Marche e Umbria, l’adesione effettiva allo sciopero è stata di 21.196 dipendenti su 151.005 in servizio al netto di ferie e malattie: il 14 per cento.
Appena meglio il 7 novembre, al Nord: 55.373 in sciopero su 389.736 previsti in servizio, circa il 15 per cento. Tuttavia, un comunicato ufficiale della Cgil di quel 7 novembre affermava che “a Milano e Sesto San Giovanni per il comparto autonomie locali ha scioperato il 95 per cento dei lavoratori, al Comune di Milano una media del 50 per cento con oltre il 70 per cento dei servizi chiusi”. In base ai dati della Funzione pubblica risulta però che al Comune di Milano le trattenute per sciopero abbiano riguardato il 29,9 per cento dei dipendenti e a Sesto San Giovanni il 52,2. Non solo, dichiarava ancora la Cgil: “Nella sanità, all’ospedale Niguarda di Milano ha scioperato il 70 per cento, alle Molinette di Torino il 40. Le adesioni allo sciopero in Liguria registrano punte del 45 per cento all’ospedale genovese di San Martino e del 70 per cento al Gaslini”. Cifre che il ministero, sempre sulla base delle trattenute in busta paga, ridimensiona in misura imbarazzante: l’adesione effettiva allo sciopero sarebbe stata del 5,7 per cento al Niguarda, del 5,65 alle Molinette, del 17,2 al San Martino di Genova e del 32,5 al Gaslini.
Viene da chiedersi: come è possibile tanta disparità di numeri? “Semplice” afferma malignamente un dirigente di una confederazione concorrente. “Intanto la Cgil riempe le piazze per mascherare il calo di iscritti veri. E del resto i telegiornali e i talk-show sono abituati a presentare le notizie così: “Domani si fermano 1 milione di lavoratori di qua, 2 milioni di là”. La gente la dà per buona. E si crea comunque un clima da autunno caldo”.
La confederazione di Epifani non elude il problema, ma lo fa a modo suo. Nel comunicato del 7 novembre consiglia a Brunetta “di guardare le foto delle manifestazioni”. Mentre il 14 una nota dello staff del segretario chiede al ministro “se ha scomputato dai suoi dati il numero dei partecipanti alle assemblee in sede e fuori sede indette per l’intera giornata dalle altre organizzazioni sindacali e avallate da dirigenti compiacenti”. Che significa? Mistero. Ma, dopo lo sciopero del 12 dicembre, aspettiamoci un’altra guerra di percentuali.

Sciopero generale (e solitario) della Cgil, Epifani: “Obiettivo giusto”

Manifestanti della Cgil

Il maltempo non ha fermato lo sciopero generale (e solitario) della Cgil. Lo ha soltanto “alleggerito”.
Per non aggravare i disagi ai cittadini il sindacato guidato da Guglielmo Epifani ha deciso di revocare la protesta nei trasporti. E così treni e aerei funzionano oggi regolarmente in tutto il Paese, mentre in alcune zone - per ora il Lazio e Venezia - gli addetti del trasporto pubblico locale saranno esonerati dallo sciopero. Dopo il “pressante invito” a Cgil e sindacati di base (Cub, Cobas e Sdl) da parte del Garante degli scioperi, Corso Italia ha deciso così “per senso di responsabilità” di ammorbidire il programma della protesta, ma il significato politico del primo sciopero generale di Epifani senza Cisl e Uil resta intatto.
E se nonostante la pioggia e il freddo l’obiettivo del sindacato è portare in piazza contro il governo almeno un milione di persone, l’esecutivo - convinto dell’isolamento politico e sindacale della Cgil - assicura già che non ci saranno cambiamenti di rotta. L’obiettivo indicato dalla Cgil nel presentare lo sciopero generale è di almeno un milione di persone nelle 108 manifestazioni che ci saranno a livello regionale e provinciale.

Tutti in piazza, allora, perché lo sciopero di oggi ha un “obiettivo giusto” che è quello di chiedere al governo di affrontare una “crisi economica” di portata “eccezionale”, ha detto il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che a Panorama del giorno su Canale 5 ha spiegato le ragioni della mobilitazione. “L’obiettivo” ha rimarcato “è chiedere al governo di affrontare la crisi che, come si vede giorno dopo giorno, sta avendo effetti molto pesanti sull’occupazione, sui giovani precari e sulla vita delle imprese, sui redditi dei dipendenti e dei pensionati, di intervenire come stanno facendo gli altri Paesi europei”.
Poi al suo arrivo a Bologna, alla testa del corteo diretto verso piazza Maggiore sotto una pioggia battente, parlando con i cronisti Epifani ha detto che “i primi dati dello sciopero sono molto buoni e confortanti, soprattutto nelle fabbriche del Nord e questo dà ragione alla domanda di cambiamento della politica del governo”. “Spero che il governo, come è avvenuto per la Gelmini, possa cambiare marcia” ha poi aggiunto “cambiare indirizzo e affrontare con più serietà e anche con più consapevolezza la portata di questa crisi”.

Commentando la mancata adesione di Cisl e Uil, Epifani ha detto di rammaricarsi di “non stare insieme, perché le ragioni di questo sciopero sono sacrosante e non è vero che non serve. Se non avessimo fatto la grande manifestazione sulla scuola il 30 ottobre, non avremmo avuto la retromarcia della Gelmini”. E ribadisce: “Non è vero che questo sciopero non serve, se non avessimo fatto la grande manifestazione sulla scuola il 30 ottobre non avremmo avuto oggi la retromarcia della Gelmini”.
In piazza a Milano, a proposito, c’è l’intero mondo della scuola e dei lavoratori per manifestare contro il governo e chiedere “diritti per tutti”. Sono tre i cortei distinti che invadono pacificamente le strade del centro: gli studenti sfilano in zona Missori, i rappresentanti della Cgil stanno raggiungendo piazza Castello mentre il corteo dei sindacati di base sta attraversando via Carducci. Tre manifestazioni che stanno mandando in tilt il traffico di Milano. “Mentre ingrassano i pescecani della finanza, tagliano salari, pensioni, scuola, sanità e servizi sociali” è uno degli striscioni firmati dal Cub, la Confederazione unitaria di base.

Alcune migliaia di persone sono scese in piazza anche a Torino per il corteo ‘Contro la valanga della crisi’. Così recita lo striscione che ha aperto la manifestazione che si sta muovendo da piazza Vittorio e che è preceduta da tre grosse palle di neve, a rappresentare appunto la valanga della crisi, con le scritte ‘Precari, Tagli, Disoccupazione, Rischio povertà, Cassa, Licenziamenti’. Un gruppo di studenti dell’assemblea no Gelmini di Torino ha ‘murato’ con tubi e assi di legno l’ingresso di una banca in via Po.
Sono previste oggi 108 manifestazioni in tutta Italia. A Napoli parlerà il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini. A Milano sono partiti due cortei diversi, uno della Cgil e uno dei Cobas, che ha una piattaforma più radicale del primo sindacato italiano. Nella capitale il corteo della Cgil è partito dal piazza Santa Croce di Gerusalemme, diretto al Colosseo alla presenza dell’ex segretario di Rifondazione comunista ed ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti.

Il VIDEO servizio:

Contratti, Confindustria contro Cgil: “Avanti anche senza Epifani”

Emma Marcegaglia
Alla luce della posizione di chiusura della Cgil, sulla trattativa relativa alla riforma dei contratti, “Confindustria valuterà l’ipotesi di firmare un accordo senza la Cgil”. È quanto ha affermato il presidente dell’associazione di viale dell’Astronomia, Emma Marcegaglia, al termine dell’incontro con i sindacati. “Valuteremo” ha spiegato Marcegaglia “ma non ci facciamo porre veti da nessuno. Noi abbiamo fatto passi avanti molto importanti. Cisl e Uil hanno apprezzato, la Cgil invece non si è mossa di un millimetro. Per quanto ci riguarda non ci sono margini per ulteriori modifiche”.
Il testo definitivo sulla riforma dei contratti sarà presentato alla prossima riunione tra Confindustria e sindacati. Le parti hanno fissato un nuovo incontro per il 10 ottobre, per cercare di chiudere un’intesa sulla riforma del modello contrattuale. Tuttavia, si fa strada l’ipotesi di un accordo separato, alla luce della posizione della Cgil, che ha confermato il proprio no all’impianto generale discusso oggi tra le parti. Nella prossima riunione sarà presentato un testo definitivo di riforma che accoglie le richieste sia di Confindustria che dei sindacati. Su quest’impianto, però, il leader della Cgil ha già annunciato il suo dissenso. Resta aperta l’ipotesi di un accordo senza la firma del sindacato di Corso d’Italia.
Confindustria, come ha annunciato il suo presidente, valuterà questa possibilità nei prossimi giorni, forse in una riunione straordinaria di giunta o del direttivo. Marcegaglia ha poi precisato che domani sera sarà organizzata una cena con i rappresentanti delle altre associazioni datoriali, per illustrare loro un’ipotesi di intesa.
La Cgil considera la trattativa sulla riforma del modello contrattuale “finita” ma non si alzerà ancora dal tavolo. “Resta la critica generale alla proposta di Confindustria” ha spiegato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, uscendo dall’incontro con gli industriali sulla riforma del modello contrattuale “abbiamo anche deciso, in ragione delle cose verificate stamattina, che questa fase della trattativa può considerarsi esaurita”. Epifani ha quindi aggiunto che essere presenti o meno al nuovo tavolo del 10 ottobre non è un problema: “Non ci alzeremo dal tavolo, ma per noi la trattativa è finita”. Infine, riguardo alle eventuali responsabilità su accordi separati, il leader della Cgil ha affermato: “Ripensando ai vecchi accordi separati, la responsabilità degli accordi sindacali è sempre della controparte. Se la controparte non è d’accordo non si fanno accordi separati, quindi la responsabilità sarebbe di Confindustria”.

Il VIDEO commento di Belpietro. LEGGI ANCHE: Epifani “Con Confindustria tavolo chiuso”

Epifani: “Con Confindustria tavolo chiuso. Lavoriamo per l’unità del sindacato”

Guglielmo Epifani

“Fine delle trattative. Si torni alla piattaforma unitaria”. Guglielmo Epifani boccia il piano di Confindustria sui contratti. “La trattativa con gli industriali ha esaurito il suo significato”, dichiara il numero 1 della Cgil durante la relazione al direttivo del sindacato. “Dobbiamo rilanciare la nostra piattaforma unitaria e chiedere formalmente l’allargamento del tavolo di confronto alle altre rappresentanze”.
A pochi giorni dal faticoso accordo con Cai per la nuova Alitalia, la Cgil ritorna all’atteggiamento duro nei confronti del piano proposto dalle imprese. E a cercare l’unità delle rappresentanze dei lavoratori, quella stessa unità che si era rotta durante le fasi convulse delle trattative per la compagnia aerea, quando proprio il sindacato guidato da Epifani non aveva firmato il primo accordo concordato con Cai da Uil, Cisl e Ugl.
Il documento proposto da Confindustria viene definito “non coerente” con la piattaforma sindacale unitaria e “inadeguato”.

“In ogni caso” ha detto Epifani, “le trattative si fanno sulla base delle piattaforme presentate e non delle risposte della controparte ad esse”. Per il sindacato di Corso Italia, “non accettabile è il principio di scaricare sul lavoro gli effetti dell’inflazione importata, cosa che tra l’altro toglierebbe a imprese e governo la responsabilità di praticare politiche antinflazionistiche”. Secondo Epifani, senza il ritorno alla piattaforma unitaria, “Arriveremmo al rischio di avere 4 o 5 diversi modelli contrattuali a seconda dei settori, cosa che determinerebbe un ‘dumping sociale’ molto grave con la corsa alla tipologia contrattuale più conveniente”. ”Non si possono fare insieme le piattaforme e poi dimenticarle o prenderne solo alcuni aspetti” ha aggiunto il segretario della Cgil, riferendosi in particolare al tema delle detrazioni per salari e pensioni: “è spartio dal dibattito mentre si insiste sulla detassazione dello straordinario”.
Insomma, per Epifani la Cgil “lavora tenacemente per l’unità” del sindacato, ma se si muove da sola è perchè è costretta: “tentate tutte le strade possibili, considera necessario che ci sia chi si batta per le riforme, a favore dei precari, dei pensionati, delle categorie più deboli”. E nonostante il richiamo all’unità, le parole di Epifani non sono state accolte con favore dagli altri due capi dei sindacati principali: “Quello che non ha senso è la sua posizione: va cercando scuse per non dare senso a un lavoro lungo e unitario fatto”.
Così il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it, mentre Angeletti, Uil, non commenta le parole del numero 1 della Cgil ma guarda avanti, al confronto con Emma Marcegaglia e soci: “Domani si riprende, è un giorno importante, siamo arrivati a un punto di svolta” dice alla vigilia del tavolo con Confindustria sulla riforma del modello contrattuale. “Ovviamente” ha aggiunto “speriamo che siano state accolte le nostre richieste di modifica”.

Dossier Alitalia: c’era una volta il sindacato

Epifani, Bonanni e Angeletti
L’indirizzo dello studio romano di Augusto Fantozzi, il commissario straordinario per l’Alitalia, segnala che il destino batte alla porta del sindacato. In quello stesso palazzo di via Sicilia negli anni Settanta c’era la sede della Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil, un appartamento al secondo piano dove si riunivano i segretari Luciano Lama, Bruno Storti e Raffaele Vanni, unico esempio da allora di una struttura comune fra le tre confederazioni. Quel palazzo rappresenta simbolicamente la lunga storia dei rapporti fra le tre confederazioni, dal massimo dell’unità alla divergenza più profonda.

Un contenzioso tra i sindacati. Al di là dell’esito della vicenda Alitalia, anche con la Cgil seduta al tavolo delle trattative, la vertenza sul salvataggio della compagnia è stata infatti solo l’occasione in cui è emersa l’esistenza di un contenzioso davvero serio tra Cgil, Cisl, Uil e adesso anche Ugl, a cominciare dal problema del collegamento diretto tra salario e produttività. Dice Susanna Camusso, segretario confederale che fa parte dell’ultima leva chiamata dal segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, al vertice della confederazione: “È in gioco la sostanza stessa del sindacato e cioè attraverso quali forme si debbano rappresentare i lavoratori”. Che cosa significa? Come si fanno i contratti, come si gestiscono trattative e conflitti, come si offrono servizi ai lavoratori e chi deve farlo, come si calcola la rappresentanza. Di fatto, sono i temi al centro del negoziato tra Confindustria e sindacati per la riforma dei contratti, come pure delle proposte del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, per rinnovare lo stato sociale. E alla fine, sia pure in senso lato, riguardano il rapporto tra sindacato e politica. Al di là dei singoli episodi, insomma, è la diversa impostazione di fondo che sta facendo salire la tensione tra i sindacati, con critiche e accuse reciproche.

La Cgil. Nel mondo visto dalla parte della Cgil la democrazia sindacale è sotto attacco. Dice Camusso: “Ecco la sostanza del modello confindustriale: tempi limitati per il confronto; sempre prendere o lasciare; niente conflitti. È di fronte a questo dato che stanno emergendo le differenze vere con la Cisl e la Uil, perché non basta dire cambiamo questo o quel passaggio”. Ed è sulla Cisl che la sindacalista va più a fondo, richiamando l’idea degli enti bilaterali, cara anche al ministro Sacconi: “Pensare che si possano rappresentare gli interessi dei lavoratori attraverso la formazione di enti bilaterali con gli imprenditori per dare servizi ai dipendenti, come appare dalle dichiarazioni di rappresentanti della Cisl, è un’idea che ha pure un valore, ma così cambia il tipo di democrazia sindacale, la gerarchia d’importanza tra la contrattazione in rappresentanza dei lavoratori e l’offerta di servizi”.
La Cisl e la Uil. Nel mondo visto dalla parte della Uil e soprattutto della Cisl, invece, la possibilità di affrontare le novità economiche e sociali è legata proprio al cambiamento del metodo. Dice Paolo Pirani, dirigente di punta della segreteria Uil: “Non è più tempo di restare alle denunce, alla mobilitazione. Bisogna riformare le relazioni sindacali. Ho l’impressione che la Cgil abbia difficoltà ad affrontare il cambiamento”. E accusa, con il pensiero rivolto anche alla manifestazione contro la politica economica del governo decisa dalla Cgil senza gli altri per sabato 27 settembre: “La Cgil non ha voluto fare l’accordo sulla riforma dei contratti all’epoca di Montezemolo, non l’ha voluta fare durante il governo Prodi. Adesso con grande ritardo ha definito con noi e la Cisl una piattaforma unitaria. Ma fa fatica a passare dalle proposte all’accordo. Prevale il movimentismo”. Nello scontro sull’Alitalia la Cisl ha usato toni perfino più aspri. Il segretario Raffaele Bonanni si è sfogato in pubblico. “Lo dico francamente” ha dichiarato al Messaggero “sono stufo di un sindacato che crea sempre difficoltà, lento nell’azione, incerto nelle proposte, immobilizzato quando si tratta di decidere”. A complicare le cose ci sono poi i reciproci sospetti di collegamenti politici. In Cgil ricordano quando Bonanni, durante il governo Prodi, chiamava alla battaglia per ottenere sgravi fiscali sui salari e, di fronte all’ipotesi Air France per l’Alitalia, tifava Carlo Toto, patron dell’AirOne, e Lufthansa. Oggi i sospetti sono rovesciati su Epifani e la Cgil. “Troppe divergenze si stanno accumulando” ha detto Bonanni nei giorni più caldi della vertenza Alitalia. “Più che rafforzare il sindacato c’è chi pensa a creare un movimento”. Accordi e scontri su singoli aspetti ce ne saranno ancora. Ma una cosa è certa: non vi sono le condizioni perché il contenzioso sui temi di fondo possa durare ancora a lungo.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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