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Che i prodotti digitali (cellulari, pc e simili) siano ormai diffusi tra gli italiani, lo conferma anche l’Istat nel nuovo paniere per il calcolo dell’inflazione, passata a gennaio al 3,2% dal 3,3% di dicembre su base annua. Tra le novità inserite nelle voci, infatti, compaiono il libro elettronico e l’apparecchio per la lettura degli e - book, oltre al gratta e vinci. Ma ecco un elenco dettagliato: Continua

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In Occidente la conoscono ancora in pochi, ma Huawei é una delle più grandi aziende hi-tech del mondo. Nata e cresciuta a Shenzhen, nel sud della Cina, Huawei si è trasformata in appena vent’anni nel simbolo della rivoluzione tecnologica della Repubblica popolare. Continua

Microsoft, non immune alla crisi economica in atto, è costretta ad alzare il velo sul primo maxi-licenziamento della sua storia: il colosso di Redmond annuncia 5.000 tagli, circa il 5% delle propria forza lavoro, di cui 1.400 già oggi. La riduzione si tradurrà in risparmi annuali per 1,5 miliardi di dollari. In Italia, dove la società conta circa 900 dipendenti, l’impatto del taglio, spiega un portavoce della Microsoft: “sarà estremamente limitato”.
L’annuncio è arrivato in concomitanza con i risultati del secondo trimestre dell’anno fiscale, che hanno evidenziato una riduzione dell’utile netto dell’11% a 4,17 miliardi di dollari (o 47 cent per azione) e un aumento del fatturato del 2% a 16,6 miliardi, cioè circa 900 milioni di dollari, al di sotto delle attese della stessa Microsoft, che soffre in Borsa dove cede oltre l’8%.
Pur senza fornire stime dettagliate sulla seconda parte dell’anno fiscale in corso, la società prevede che il mercato dei personal computer si manterrà debole fino a giugno, e questo dovrebbe ripercuotersi su utili e ricavi che “quasi sicuramente” si indeboliranno ulteriormente. Per limitare l’impatto del calo della domanda, Microsoft, oltre ai 5.000 licenziamenti, ridurrà le spese per l’anno fiscale in corso di circa 700 milioni di dollari.
“In risposta al deterioramento dell’economia stiamo assumendo importanti decisioni per riallineare le attività di Microsoft. Chiaro che non siamo immuni all’andamento dell’economia: la nostra risposta all’attuale contesto deve prevedere un impegno di lungo termine negli investimenti in innovazione e una rapida riduzione dei costi” spiega l’amministratore delegato di Microsoft, Steve Ballmer, in una lettera ai dipendenti nella quale precisa che le spese operative sono già state ridotte di 600 milioni nel trimestre che si è appena chiuso.
Si inserisce nell’ottica dei tagli la riduzione dell’ occupazione, ritenuta “cruciale”. “La decisione di tagliare posti di lavoro è difficile, ma crediamo che sia cruciale per la nostra abilità di rivedere la struttura dei costi della società così da avere le risorse per una crescita futura”, aggiunge Ballmer, definendosi “fiducioso” nella forza prodotti e nella solidità dell’approccio. “Continueremo a investire nelle opportunità di lungo termine che portino valore sia ai consumatori sia agli azionisti”, sottolinea: dalla crisi “emergeremo più forti di quanto non lo siamo ora”.
I 5.000 tagli, di cui 1.400 già oggi, avverranno nei prossimi 18 mesi e si concentreranno nelle aree di ricerca e sviluppo, marketing e vendite. “Nello stesso tempo, però - ha assicurato Ballmer - continueremo comunque ad aprire nuove posizioni in settori chiave”.
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La Brembo, con i suoi impianti frenanti montati anche sulle Ferrari, ha sede a Bergamo. Come l’Italcementi, che per prima ha brevettato l’asfalto mangia-smog. E poi ancora la CoGeSin, la Ctt, la Eurolab di Milano: aziende che hanno basato la propria mission sulla tecnologia e la ricerca. Una scelta vincente, che ingrossa pattuglia delle aziende italiane che hanno deciso di dedicarsi all’hi-tech. Fino a farla diventare un’eccellenza con grandi prospettive di sviluppo. Perché quello dell’alta tecnologia è un settore che nell’ultimo anno è cresciuto in media del 2 per cento con punte del 7, che ha messo radici al nord ma che è guardato con interesse anche nel centro-sud, che esporta medicinali, apparecchiature per le telecomunicazioni, macchinari spaziali. Conferma di questo trend di crescita anche un rapporto del ministero dell’Innovazione, che analizza il settore nelle sue varie specificità. Leggendo il documento che disegna i contorni di questa rinascita della ricerca scientifica in Italia si scopre così che in tutto il territorio nazionale sono 126mila le aziende ad alta specializzazione tecnologica. Di queste, la maggior parte è localizzata in Lombardia, Piemonte e Lazio. Nella regione amministrata da Roberto Formigoni sono oltre 27 mila le imprese votate all’high tech, tanto da registrare oltre un quinto delle presenze (21,9 per cento) totali e a posizionare il suo capoluogo in cima alla classifica nazionale. “Milano è il laboratorio italiano per innovazione – spiega Pier Andrea Chevallard, segretario generale della Camera di Commercio meneghina – grazie a elementi come il numero delle imprese e la loro concentrazione nell’economia del territorio, ma anche per l’export tecnologico. Un punto da cui partire per rafforzare il legame tra la forza del potenziale accademico dell’area milanese e le necessità del sistema produttivo”. Un sistema produttivo fatto da piccole e piccolissime imprese sempre pronte a rinnovarsi, rigettarsi nelle sfide proposte dal mercato globale. Come quelle del Lazio, ad esempio, dove il settore dell’alta specializzazione tecnologica ha fatto registrare un’impennata nelle esportazioni: entro la fine del 2007 si stima che queste supereranno abbondantemente i due miliardi di euro.
Ma quali sono questi prodotti hi-tech che nascono in Italia? Secondo lo studio del ministero il bouquet di beni è molto variegato: si va dai farmaci, che conquistano il primato italiano per l’export con una crescita del 44 per cento su base annua, ai cavi in fibra ottica, dai componenti per personal computer e cellulari fino ai veicoli spaziali. Prodotti d’eccellenza su cui sono in crescita gli investimenti e che potrebbero essere il nuovo volano dell’economia del nostro Paese.
Dopo due settimane di consultazioni, negli Stati Uniti e in Europa, sembra che l’unico vero interesse dei rappresentanti cinesi sia quello di convincere le diverse controparti ad allentare le restrizioni commerciali nel settore delle tecnologie avanzate, cioè il know-how necessario al progresso del Paese. Potenzialmente, anche militare.
In occasione della seconda Sino-American Economic Strategic Session, il Vice Premier cinese, Wu Yi, ha definito incoraggiante la costante crescita dei volumi di commercio tra i due paesi (+18,9% annuo di media dal 1979 ad oggi). Tale crescita, ha enfatizzato sul China Daily, “ha aiutato a creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti e ha ridotto i costi dei beni di consumo per i cittadini”.
In realtà, controbatte il Ministro del Tesoro americano Henry Paulson, “il numero di posti di lavoro creati è molto inferiore a quelli persi”, e il forte sbilancio commerciale(201,5 miliardi di dollari nel 2005 e 232,5 nel 2006) rappresenta un danno più che un punto di forza per gli Stati Uniti. Il volume di importazioni “made in China” è nettamente superiore a quello delle esportazioni americane nella Repubblica Popolare. La vendita di merci cinesi genera un afflusso di valuta americana in Cina, che ha accumulato miliardi di dollari di riserve. In economia, la mancanza di equilibrio è fonte di scompensi, e in questo caso sono gli Stati Uniti a subirne le conseguenze.
A detta dei cinesi, gli americani non adottano misure adeguate a risolvere il problema per ragioni esclusivamente politiche. Per annullare il deficit nel bilancio commerciale, un metodo semplice ed efficace è già disponibile: “ammorbidire le restrizioni per i prodotti hightech esportati nella Repubblica Popolare”. I cinesi utilizzerebbero così i loro dollari per comprare prodotti americani, e i dollari ritornerebbero all’ovile.
Le stesse conclusioni sono state raggiunte in occasione dell’ottavo Meeting dei Ministri degli Esteri di Asia ed Europa (Asem), conclusosi pochi giorni fa ad Amburgo, in Germania. Pur partendo da premesse diverse, come la promozione del multilateralismo e il rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza energetica e tutela ambientale, il Ministro degli Esteri Yang Jiechi su un punto è stato molto chiaro. “La Repubblica Popolare non sta deliberatamente cercando di aumentare lo squilibrio commerciale con l’Europa”, ha dichiarato su China Daily. Certo è che qualora succedesse, è auspicabile che quest’ultima inizi ad aumentare i volumi di commercio di prodotti hi tech. Naturalmente con la Cina.
Ma “numericamente parlando”, l’Europa può ancora stare relativamente tranquilla. Il deficit di bilancio con la Repubblica Popolare ha toccato i 131,6 miliardi di dollari americani nel 2005 e i 173,2 miliardi nel 2006.
Quello della tecnologia avanzata, si sa, è un settore particolarmente delicato oltre che strategico, su cui sia Europa che Stati Uniti non vogliono cedere. Tuttavia, sembra che i cinesi siano convinti che prima o poi entrambi vi saranno costretti.
Con questa prospettiva, è lecito immaginare che, anche questa settimana, la delegazione ufficiale della Repubblica Popolare presente al G8 (dal 2003 la Cina partecipa a una serie di incontri al margine del Summit e ha incontri ufficiali con i leader di tutti i paesi presenti) ne approfitterà per fare nuove pressioni.