Leggi tutte le notizie su:


immigrati

Ecco perché gli stranieri guadagnano meno degli italiani

Sciopero di lavoratori immigrati a Napoli (Ansa)

Sciopero di lavoratori immigrati a Napoli (Ansa)

In media un dipendente straniero, secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa, percepisce 987 euro al mese, quasi 300 euro in meno di un dipendente italiano (- 22,9%). Ma le disparità nelle retribuzioni mensili non dipendono affatto dalla nazionalità dei dipendenti. Continua

Spagna: la grande crisi allontana la manodopera

Spagnoli in piazza contro il governo (Credits: AP Photo/Victor R. Caivano)

Spagnoli in piazza contro il governo (Credits: AP Photo/Victor R. Caivano)

Non è la prima volta che la Spagna dimostra di avere qualche difficoltà a gestire le conseguenze della crisi economica internazionale. Abbiamo già scritto che una delle ragioni che spingono la nuova maggioranza nazionalista finlandese a tentennare sull’approvazione del piano di risanamento europeo per il Portogallo da 78 miliardi di euro è proprio la paura che Bruxelles possa trovarsi presto costretta a soccorrere anche Madrid, in una fase in cui, alla luce degli aiuti già stanziati, non potrebbe più permetterselo.

A conferma di questi timori ci sono gli aggiornamenti sull’andamento economico della Spagna, Continua

Affitti, in nero due case su cinque. Evasione da 3,5 miliardi

Cartelli di affitti - foto Ansa

Cartelli di affitti - foto Ansa

“Affittasi”, ma solo a certe condizioni. Per esempio, meglio se non si dichiara niente al fisco. Mentre il mercato del mattone vede rosa e mostra i primi stabili segni di ripresa dalla fine del 2008 ad oggi, quello degli affitti continua a essere dominato da un solo colore: il nero. Continua

Parola d’ordine: miglioriamo le condizioni di lavoro. In Cina

Credits: LaPresse

Credits: LaPresse

Tra gli obiettivi del 2010 del governo della Repubblica popolare cinese c’è anche quello di “migliorare in maniera significativa la condizione degli lavoratori”.

Siamo solo a febbraio, ma è comunque interessante vedere cosa è cambiato fino ad oggi. Continua

Nuove banche: immigrati, vi do credito

Bitjoka

di Paola Ciccioli

Gli immigrati hanno il loro istituto di credito: si chiama Extrabanca e la Banca d’Italia ha dato l’autorizzazione all’apertura dei suoi primi sportelli a Milano e in Lombardia, cioè nella zona di maggiore concentrazione degli stranieri nel Paese. La missione dichiarata è “intercettare e interpretare le aspettative del corpo immigrato”, “stabilire profittevoli, stabili e durature relazioni con le diverse comunità etniche”, offrire “supporto agli operatori economici multiculturali del territorio”. Tutto questo tenendo conto che i cittadini stranieri presenti in Lombardia erano oltre 953 mila al 31 dicembre 2007 (secondo le stime contenute nel dossier Caritas Migrantes), cioè il 23,9 per cento del totale nazionale, e che, con oltre 415 mila immigrati, la provincia di Milano ha tolto a quella di Roma il primato nazionale della multietnicità.
Presidente dell’Extrabanca è Andrea Orlandini. Nel consiglio di amministrazione siedono Paolo Morerio e Corrado Giammattei, in rappresentanza, rispettivamente, dei due soci istituzionali: Fondazione Cariplo e Assicurazioni Generali, principali azioniste del neonato istituto di credito. Che per il suo business pone particolare attenzione “alle dinamiche di sviluppo della popolazione immigrata”, la cui “crescita potenziale è stimata nel 9,1 per cento annuo” (elaborazione da dati Ismu, Iniziative e studi sulla multietnicità).
L’immagine innovativa della banca è affidata a Otto Bitjoka (nella foto), imprenditore camerunense plurilaureato che assume l’incarico di vicepresidente e diventa così il primo banchiere extracomunitario, anzi africano bantu, come è solito sottolineare, nella storia del credito in Italia.
Che i tempi per la nascita di una “banca degli immigrati” fossero maturi lo aveva lasciato intendere Bitjoka due mesi fa presentando il primo rapporto organico sull’imprenditoria degli stranieri in Italia, edito dalla sua fondazione Ethnoland. “Duecentomila imprese in più create dagli immigrati è l’obiettivo che è possibile raggiungere” ha scritto nel volume ImmigratImprenditori, curato in collaborazione con la Caritas Migrantes. “In Italia le attuali 165.114 aziende con titolari immigrati potrebbero raddoppiare, con il supporto di una strategia adeguata, già nel volgere di un decennio, con un impatto positivo sulla creazione della ricchezza e sulla crescita dell’occupazione” è un’altra previsione dello studio di Ethnoland.
I 44 soci dell’Extrabanca, il cui capitale sociale è di 23,6 milioni, sono in gran parte industriali del Centro-Nord con attività che vanno dalla meccanica al tessile, dall’alimentare alle costruzioni. Tra loro Mario Buzzella, presidente dell’Associazione degli industriali della provincia di Cremona e a capo della Coim, multinazionale della chimica. Rossella Sirtori, titolare della Sircatene di Missaglia, ha presieduto la Confindustria di Lecco. Mentre Pippo Puglisi è stato il numero uno della Sicindustria, presidente degli industriali di Messina e attualmente ricopre la carica di vicepresidente nazionale della Federturismo.
Unica donna presente nel consiglio di amministrazione dell’Extrabanca è Marina Pittini (rappresentante dei giovani imprenditori del Friuli-Venezia Giulia), dell’omonimo gruppo leader in Europa nel settore degli acciai elettrosaldati per l’edilizia. Altro socio di peso, e membro del cda, è Bruno Giglio, piacentino, titolare con il fratello Sergio dell’Ingegneria biomedica Santa Lucia, tra le maggiori aziende nazionali nel settore della logistica del farmaco.
La nuova banca “fonderà parte rilevante delle proprie politiche sull’interazione con i singoli soggetti e le comunità di loro appartenenza”, opportunità, questa, “che il sistema bancario tradizionale non ha pienamente colto”.
Del resto, ricerche recenti (Abi-Cespi) dimostrano che sempre più i migranti bussano agli sportelli degli istituti di credito, sia per affidare i propri risparmi sia per chiedere mutui per l’acquisto della prima casa o prestiti finalizzati all’avvio di una nuova attività. Il cosiddetto livello di bancarizzazione di questo target è cresciuto del 12 per cento in due anni. “La percentuale di conti correnti sul totale adulti non Ocse è infatti passata dal 60 per cento nel 2005 al 67 per cento nel 2007; il numero assoluto di conti correnti intestati a cittadini immigrati è cresciuto del 33,3 per cento” è sottolineato in ImmigratImprenditori.
Altro elemento che giustifica l’interesse del mondo creditizio verso i “nuovi italiani” è l’incremento crescente delle rimesse verso i paesi di origine. Negli ultimi cinque anni gli stranieri hanno raddoppiato l’ammontare dei soldi che riescono ad accantonare con il loro lavoro per poi mandarli a casa, “raggiungendo l’ammontare di 251 miliardi di dollari nel 2007: dimensione sottostimata, se si pensa ai flussi finanziari tramite canali formali e informali che sfuggono alla registrazione”.
Nel periodo 2004-2007 le rimesse dall’Italia sono passate da 2.706.104.000 euro a 6.044.060.000 euro. Gli asiatici nel loro complesso costituiscono l’etnia che più di altre invia soldi nei paesi di origine (47,1 per cento), seguiti dai lavoratori provenienti dall’Est europeo (25,7), dagli africani, specie dei paesi del Nord (15,1), seguiti dai latinoamericani (12 per cento).
La banca, che nelle intenzioni dei fondatori gli immigrati dovranno percepire come “loro”, assumerà personale in grado di esprimersi in diverse lingue e userà modulistica mirata e comprensibile anche a chi non ha ancora piena dimestichezza con l’italiano.

La ricetta del ministro Sacconi: la crisi si può battere, così

Maurizio Sacconi

Nei giorni scorsi la Cgil di Treviso ha chiesto di bloccare gli ingressi di immigrati per evitare che la crisi ricada sui lavoratori del Nord-Est. Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, del lavoro e della sanità, è trevigiano e conosce bene la questione.
Come si evita una guerra tra poveri nel mondo del lavoro?
La prima mossa del governo è quella di allargare il prima possibile la platea di chi può accedere agli ammortizzatori sociali, in deroga alle regole vigenti. Inoltre prevediamo forme di integrazione del reddito, per cui investiremo importanti risorse.
Per esempio?
Ci sarà un’una tantum per le famiglie numerose e i pensionati. E interverremo sui mutui e su alcune tariffe essenziali come elettricità, gas e ferrovie.
Gli imprenditori che cosa possono fare?
Chiediamo loro di non ridurre immediatamente la forza lavoro, visto che servirà per quando inizierà la ripresa.
E gli ingressi degli extracomunitari?
Con il ministro dell’Interno Roberto Maroni abbiamo deciso di limitarli ad alte professionalità, personale di cura per la famiglia, come le badanti, e gli stagionali nei settori agricolo e turistico.

Calma, le pensioni sono al sicuro

Corteo sindacale

“Adelante con juicio”: l’esortazione che dai Promessi sposi in poi simboleggia la volontà di darsi una mossa, ma con accortezza, per non rompere le uova nel paniere, potrebbe essere anche il motto del nuovo presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, un manager che in questa prima intervista fa di tutto per apparire decisionista, in omaggio ai tempi, ma all’insegna della moderazione e della prudenza in quanto “lettiano” nell’anima.
“Lettiano” nel senso di politicamente, umanamente e culturalmente contiguo, per sua esplicita rivendicazione, a Gianni Letta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio portato in palmo di mano da Silvio Berlusconi, ma apprezzato anche dall’opposizione e definito, invece, con una punta di sarcasmo, l’”eminenza azzurrina” o il “gran ciambellano” da chi non lo ha molto in simpatia. Inutile dire che proprio Letta più di altri ha voluto Mastrapasqua su quella poltrona, forse anche per questo. Quando la nomina è arrivata al vaglio del Parlamento, hanno votato a favore pure le opposizioni, sia alla Camera sia al Senato.
Quarantanove anni da alcuni giorni, già consigliere dell’istituto pubblico di previdenza per poco meno di 5, il tempo sufficiente per conoscere fin nel dettaglio fatti e misfatti dell’ente, Mastrapasqua non è il classico commis d’état. Le sue esperienze manageriali sono soprattutto nel settore privato, con una propensione per i risanamenti d’azienda, come l’Ospedale israelitico di Roma, arrivato una decina d’anni fa sull’orlo della chiusura e riportato da Mastrapasqua a nuova vita.
L’Inps affidato al nuovo presidente è un gigante pubblico che ha poco a che spartire, per la verità, con le aziende decotte di cui il manager si è occupato in passato. Anzi, i suoi conti sono in netto miglioramento. Con 19 milioni di assicurati e 16 di pensionati, un bilancio gigantesco, secondo per entità solo a quello dello Stato, una struttura informatica di primo livello, l’Inps è il più grande ente previdenziale d’Europa. Un colosso che, però, soffre di una malattia subdola e nascosta: quella della scarsa credibilità. Provate a chiedere a un giovane o a un meno giovane se si sente sicuro per la pensione con i soldi in mano all’Inps e non saprà rispondere o si dimostrerà più che scettico. Il compito che Mastrapasqua si sta dando, quindi, non è quello del risanatore con la spada sguainata, ma del gradualista miglioratore che procede, appunto, “con juicio”.
Di fronte alla domanda delle domande, e cioè se il presidente dell’Inps, massima autorità in materia previdenziale, pur considerando che le riforme spettano al Parlamento, ritenga necessario rimettere le mani sul sistema delle pensioni, il decisionista-prudente dà il meglio di sé, elaborando una risposta della durata di circa un quarto d’ora, calibratissima e argomentata.
Riassumibile così: “Bisogna pensarci, perché non farlo sarebbe da irresponsabili nei confronti dei nostri figli e nipoti. Ma bisogna anche stare molto attenti. La gente non può essere stressata e disorientata con decisioni e messaggi contrapposti e a getto continuo tipo scalone, scalini, scalinetti, età da alzare e abbassare, previdenza complementare o no. La riflessione deve essere seria, non emotiva, perché in queste faccende non sono ammessi passi falsi e superficialità”.
Vuol dire che è meglio lasciare tutto così com’è?
In questo momento nel Paese serpeggia una sensazione di precarietà e il welfare è una materia delicatissima. Forse comincerei nel peggiore dei modi il mio lavoro di presidente se contribuissi ad aprire un dibattito a freddo, sopra le righe o fine a se stesso.
Non le sembra di eludere la domanda?
Al contrario, è un modo responsabile di affrontare l’argomento. Potrei sparare una risposta azzardata, forse le regalerei un titolo forte, ma non sarebbe serio.
Nel libro verde il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha ipotizzato un intervento sull’età pensionabile.
Sì, ma lo stesso ministro ha poi precisato che questa è una materia su cui non è opportuno intervenire una volta all’anno e di conseguenza ha annunciato l’istituzione di un osservatorio.
Se lei in questo momento fosse a una riunione di quell’osservatorio, che posizione prenderebbe?
Non ho una ricetta in tasca, mi interessa di più far capire ai giovani e a tutti gli italiani che l’Inps è una realtà solida, non fallisce e lavorerà bene per custodire al meglio i soldi ricevuti dai lavoratori e dalle aziende.
Dicono che lei si sia presentato a dirigenti e sindacalisti con il piglio del decisionista.
Conosco bene l’istituto, sono stato consigliere per 4 anni, mi trovo nelle condizioni ideali per intervenire subito sull’organizzazione e la risposta mi sembra lusinghiera.
C’è bisogno di un intervento repentino?
In 4 anni ci sono state tre consultazioni elettorali e si sono avvicendati tre ministri. Negli ultimi 36 mesi l’istituto è stato scosso dal tormentone Superinps sì o no. E poi le voci: viene Enrico Bondi, no inviano Matteo Arpe, si fa la holding, ci massacrano con i tagli… Un marasma. Ho voluto dare l’impressione che si cambiava registro e ho la sensazione che la maggioranza di dirigenti e dipendenti non aspettasse altro.
Come vanno i conti?
Bene. A fine agosto abbiamo già riscosso 89,2 miliardi di euro, quasi 5 più di quanto avevamo previsto, mentre il totale dei pagamenti è stato sostanzialmente in linea con quanto preventivato: 127,6 miliardi rispetto ai quasi 127 della previsione. Questi risultati consentono allo Stato una riduzione dei trasferimenti di 4,2 miliardi di euro che a fine anno, in base all’andamento tendenziale, potrebbero diventare 6 o anche 7.
A che cosa si devono questi miglioramenti?
A un mix di fattori. C’è stato soprattutto un recupero di evasione contributiva e hanno influito anche norme e direttive approvate dal governo precedente e dall’attuale.
Parliamo del recupero di evasione.
È stato possibile grazie soprattutto al buon lavoro degli uffici che hanno incrementato sia la parte della riscossione sia quella del recupero dei crediti. In particolare è stato importante il lavoro svolto dalla società Equitalia.
Mentre per quanto riguarda la normativa che cosa è successo?
Il precedente ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, decise un aumento delle aliquote contributive che ha favorito i conti. Nel frattempo sono aumentate moltissimo le ispezioni in base a una direttiva del ministro Sacconi. Grazie a essa gli ispettori possono concentrarsi sugli aspetti sostanziali, tipo la lotta al lavoro nero, rispetto a quelli formali, come la virgola fuori posto.
Il governo precedente aveva previsto un risparmio di 3 miliardi e mezzo in 10 anni con le sinergie fra i vari enti previdenziali per finanziare in parte l’eliminazione dello scalone. A che punto siamo?
La preparazione di un piano comune di risparmi per 350 milioni all’anno attraverso una collaborazione tra gli enti è uno dei miei primi compiti.
Nel concreto come si possono ottenere questi risparmi?
Già da alcuni anni, per esempio, Inps e Inail hanno un call center in comune, che ovviamente costa meno che averne due; ritengo sia possibile allargare questa esperienza agli altri enti previdenziali. Sinergie sono possibili con una centrale acquisti comune e una migliore gestione del patrimonio immobiliare e delle apparecchiature informatiche.
E se questi progetti non dovessero dare i risultati sperati?
Mi auguro non succeda, ma a quel punto dal 1° gennaio 2011 scatterebbe un aumento delle aliquote contributive dello 0,09 per cento. A questo proposito vorrei fare una riflessione. Sono tenuto al rispetto della legge, ma mi faccio due domande. Perché a carico degli enti previdenziali i risparmi per l’eliminazione dello scalone? E perché, se anch’io devo partecipare, non posso scegliere le modalità che ritengo più opportune?
E che risposta si dà?
Avanzo un’ipotesi: se devo recuperare quattrini, invece di tagli e restrizioni forse è più opportuno che punti sull’efficienza attraverso l’aumento delle riscossioni. Il risultato per le finanze statali sarebbe identico, ma per l’istituto l’approccio cambierebbe in meglio.
L’Inps ha 900 organismi a livello nazionale e locale con 6 mila poltrone. Sembrano troppe? Va riformata la governance dell’istituto?
L’esistenza dei comitati locali è prevista dalla legge; noi ci limitiamo a pagare. Per quanto riguarda la governance, l’organizzazione attuale sta dando ottimi risultati di bilancio. Questa non è una società per azioni, va trovato il giusto equilibrio tra le esigenze manageriali e quelle di sorveglianza affidate alle parti sociali attraverso i Civ, consigli di indirizzo e vigilanza.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!