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La sede di Banca d'Italia in via Nazionale, Roma. (Credits: Marco Merlini / LaPresse)
Reintrodurre l’Ici sulla prima casa. Alla fine di tanti discorsi su quante tasse pagano gli italiani (il 3% in più della media europea e il 5,5% in più degli inglesi, nel 2010) la Banca d’Italia nella sua audizione al Senato ha tagliato corto. E per bocca del capo della ricerca economica, Daniele Franco, ha detto: «Le imposte sulla proprietà immobiliare sono il perno della fiscalità locale». Continua

Su 100 euro di entrate tributarie ben 77,7 vanno all’amministrazione centrale e solo 22,3 agli Enti locali. Questo almeno è quanto afferma l’associazione artigiani Cgia di Mestre, presentando i dati dell’ultima ricerca condotta dal proprio ufficio studi. “In termini reali” rileva Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia mestrina “a fronte di 459,8 miliardi di euro di entrate tributarie totali registrate nel 2007, 357,1 vanno all’erario e ’solo’ 102,7 miliardi alle amministrazioni locali. Ciò vuol dire che l’autonomia fiscale dei nostri territori, rispetto ai principali competitori, è ridotta al minimo”.
L’elaborazione ha messo a confronto le entrate statali e quelle locali di Italia, Francia, Spagna e Germania. Se con spagnoli e tedeschi non c’è confronto, merita un chiarimento - secondo i ricercatori - la situazione della Francia. I transalpini presentano una specificità non riscontrabile negli altri Paesi per quanto concerne il sistema pensionistico. Mentre in tutti gli altri stati presi in esame la previdenza è sostenuta attraverso il versamento contributivo fatto dagli occupati, in Francia è la fiscalità generale a finanziare il sistema.
“La cosa che ci preoccupa di più” prosegue Bortolussi “è che dalla lettura di questi dati emerge una corrispondenza lineare tra il livello di centralismo e la pressione tributaria. Ovvero, la quantità di imposte, tasse e tributi che i contribuenti versano in percentuale del Pil è direttamente proporzionale al grado di centralismo fiscale”.
Infatti, a fronte di un centralismo fiscale che è pari in Italia al 77,7% c’è una pressione tributaria del 29,9%. La più alta tra i paesi messi a confronto. La Germania, invece, che presenta un gettito fiscale nazionale del 49,4%, ha una pressione tributaria solo del 24%. Idem la Spagna: a fronte di una percentuale di entrate centrali pari al 55,6% registra una pressione tributaria del 25,1%. Solo la Francia è un po’ in controtendenza rispetto ai tre Paesi analizzati. Pur avendo un’autonomia impositiva degli enti locali più contenuta di quella italiana presenta, però, una pressione tributaria del 27%. Ben più alta di quella tedesca e spagnola ma più contenuta di quasi 3 punti rispetto a quella italiana.
I cugini transalpini, pur avendo uno stato centralista, hanno però una pubblica amministrazione più virtuosa, più efficiente e meno costosa, ad esempio, della nostra. “A fronte del risultato emerso da questa elaborazione” conclude Bortolussi “è necessario approvare in tempi brevissimi la legge sul federalismo fiscale. Solo trattenendo sempre più sul territorio le risorse erogate dai contribuenti e avvicinando i centri di spesa ai cittadini, si può rispondere meglio alle esigenze di questi ultimi rendendo gli amministratori locali più responsabili e più virtuosi. Tutto ciò con l’obbiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i nostri conti pubblici”.
Entrate fiscali a gonfie vele nei primi cinque mesi dell’anno. Le casse dell’erario hanno registrato un incremento di 4,6 miliardi di gettito tra gennaio e maggio, il 3,3% in più dello stesso periodo del 2007. Complessivamente le entrate si sono attestate a quota 143,8 miliardi di euro, con una forte crescita dell’Irpef (+5,2 miliardi, +8,9%) e, in termini percentuali, dell’Ires (+474 milioni, +29,1%). Le tabelle del gettito, elaborate nel bollettino delle entrate tributarie del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia e delle Finanze (qui il .pdf) indicano un rallentamento del flusso delle entrate. Il gettito di maggio è cresciuto dell’1,1% ma meno di quanto non avesse fatto nei primi tre mesi dell’anno. L’incremento in valore assoluto, che a maggio è stato di 312 milioni, viene dopo un calo di 53 milioni segnato ad aprile, ma anche dopo i maggiori incassi segnati periodo gennaio-marzo. Dall’inizio dell’anno, mese dopo mese, l’erario aveva visto affluire in cassa 1,4 miliardi in più a gennaio, 2,3 miliardi in più a febbraio e quindi 679 milioni in più a marzo.
Sono state soprattutto le imposte sui redditi - e l’Irpef in particolare - ad alimentare i flussi tributari mentre praticamente “congelate” sono risultate le imposte indirette. Al totale di 143.802 milioni si arriva infatti grazie al gettito di 71.454 milioni delle imposte dirette (+4.672 milioni, pari a +7,0%) e di 72.348 milioni (-64 milioni, pari a -0,1%) delle indirette. All’ Irpef è dovuto gran parte dell’aumento degli incassi: tra gennaio-maggio ha fruttato 63.029 milioni (+5.170 milioni, pari a +8,9%). In crescita sono risultate sia le ritenute sugli stipendi del settore pubblico (a 25.160 milioni; +1.597 milioni, pari a +6,8%) sia quelle sui dipendenti del settore privato (a 31.481 milioni ; +3.156 milioni, pari a +11,1%), sia i versamenti dei lavoratori autonomi (a 6.014 milioni; +406 milioni, pari a +7,2%). A questo vanno aggiunti gli importi, non ancora significativi, dell’autotassazione. L’Ires, l’imposta sulle società, ha invece garantito un gettito di 2.104 milioni (+474 milioni, pari a +29,1%): 501 milioni (+29,8%) dai versamenti a saldo; 1.603 milioni (+28,9%) dagli acconti. Calano invece le imposte sulle ritenute degli interessi bancari e sui redditi da capitale: il gettito, pari a 3.936 milioni, mostra un calo di 164 milioni, pari a -4,0%. Di particolare interesse l’andamento dell’Iva, che “registra” il rallentamento della congiuntura.
L’imposta sul valore aggiunto ha registrato 820 milioni in più di importi versati (+1,9%). Ma la performance è dovuta solo alla tassa applicata sulle importazioni (che vale 6.470 milioni e segna un progresso del +13,7%) mentre invece sono praticamente bloccati gli incassi legati agli scambi interni: in cinque mesi hanno fruttato 37.434 milioni, con un incremento di soli 38 milioni (+0,1%). Mentre i prezzi dei carburanti e quello del petrolio sono alle stelle, cala invece l’incasso dell’imposta di fabbricazione sugli oli minerali (gettito di 7.878 milioni; -121 milioni, pari a -1,5%) e quello dell’imposta di consumo sul gas metano (gettito 817 milioni; -820 milioni, pari a -50,1%), anche per “una riduzione dei consumi per uso civile”. L’imposta di registro, infine, ha generato entrate per 2.333 milioni (-121 milioni, pari a -4,9%), l’imposta di bollo per 1.604 milioni (+10 milioni, pari a +0,6%). Non si ferma invece l’incasso dovuto al consumo dei tabacchi: il gettito prodotto è stato pari a 4.124 milioni, con un incremento del 2,1% (+84 milioni). Non aiutano l’erario, invece, gli incassi collegati con giochi e lotterie: il gettito si è fermato a 4.876 milioni in calo di 312 milioni, -6,0%.
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Sorpresa, spunta un nuovo tesoretto: si tratta di 4 miliardi di euro derivanti da un aumento di 7,8 miliardi dell’autotassazione (in percentuale, più 21%). Il dato è stato diffuso dal ministero dell’Ecconomia, dal viceministro Vincenzo Visco, ed è relativo ai primi otto mesi 2007. Considerando che agosto non è ancora terminato, c’è stata un po’ di fretta nella divulgazione. Comprensibile: con quei 4 miliardi in più il governo potrebbe far quadrare i conti della Finanziaria, anche e soprattutto a livello politico.
Si tratta infatti della stessa cifra stimata dall’aumento dell’imposta sulle rendite - Bot, titoli di Stato, obbligazioni, ecc. - chiesta a gran voce da Rifondazione comunista. Quattro miliardi erano stati infatti calcolati come risultato di un innalzamento dal 12,5 al 20% della tassa sulle rendite, compresa la riduzione dal 27 al 20% di quella sui conti correnti.
In caso di aumento solo per le nuove emissioni di Bot e titoli vari, l’introito si sarebbe ridotto a 1,5 miliardi. Se fosse stato applicato per intero, compresi i titoli già sottoscritti, alle aziende, e per il futuro ai cittadini, si sarebbe arrivati a poco più di tre miliardi. Soldi destinati, nelle intenzioni, a ridurre l’Ici sulla prima casa e ad uno sgravio fiscale a favore dei cosiddetti incapienti, i contribuenti a reddito minimo che non possono godere di detrazioni. Insomma, da un punto di vista contabile questi 4 miliardi sono benedetti.
Ma da quello politico basteranno a chiudere la polemica che si è aperta tra Romano Prodi, Rifondazione, il sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e in generale tra ala riformista e ala massimalista? Grandi e Rifondazione vogliono la tassazione delle rendite, affermano che sta scritta nel programma dell’Unione.
Non hanno torto: anzi, circa un anno fa, nel documento collegato alla Finanziaria 2007, la maggioranza ha approvato una mozione che impegnava il governo a portare al 20% la tassa sulle rendite. Lo stesso Visco, allora, era favorevole.
Solo che il provvedimento, assieme alla Finanziaria “lacrime e sangue” ed a tutti gli inasprimenti fiscali conseguenti, sarebbe stato indigeribile. Contrario era allora, e a maggior ragione ora, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi: la tempesta di borsa potrebbe provocare una crisi internazionale di liquidità, e l’Italia con il suo debito monstre ne pagherebbe lo scotto più di altri. Nel Dpef varato a giugno la misura è però nuovamente presente. In teoria dunque la sinistra massimalista può vantare delle ragioni, compreso ciò che avviene all’estero. Il problema è che quando si guarda oltrefrontiera non si tiene conto di tutto il resto: il prelievo fiscale complessivo in Italia ha raggiunto livelli record, aggiungerne altre tasse sarebbe un suicidio per la maggioranza e per il Paese.
Non è solo l’opposizione all’attacco, c’è il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo che definisce demenziale l’idea di aumentare la tassa su Bot e dintorni: “Non pagheremo un euro in più”. Prodi ammette di non voler commettere lo stesso errore fatto con l’indulto: “Non è il momento di toccare i Bot”.
Insomma, c’è aria di Finanziaria prelettorale: e quei 4 miliardi “trovati” oggi potrebbero risultare preziosi. Ma ora la battaglia si sposta sul terreno politico: la sinistra saprà accontentarsi o giocherà egualmente la sua battaglia, guardando al dopo Prodi?
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di Edmondo Rho
Certo la scelta di tempo non è stata felicissima. E la polemica politica è scoppiata feroce quando il governo ha annunciato l’aumento della tassazione sui Bot proprio con i mercati finanziari in crisi per i problemi dei mutui statunitensi. La sortita di Paolo Ferrero, ministro di Rifondazione comunista, è stata confermata dal sottosegretario all’Economia, il diessino Alfiero Grandi: verrà inserita nella Legge finanziaria 2008 l’armonizzazione del prelievo sulle rendite finanziarie, che innalzerà al 20 per cento (contro l’attuale 12,5 per cento) l’aliquota fiscale su bot, cct, btp, nonché su tutte le obbligazioni private e sui guadagni derivanti dalla compravendita di azioni. Contemporaneamente verrà abbassata dal 27 al 20 per cento l’imposta sui conti correnti e i depositi in genere.
Insomma, rispunta un’ipotesi che era già nel programma dell’Unione (qui il .pdf). E proprio contestando l’aumento della tassazione sui bot era partito il recupero di consensi, in campagna elettorale, di Silvio Berlusconi.
Ora l’equiparazione delle rendite finanziarie infiamma nuovamente il dibattito. Anche se in verità il viceministro Vincenzo Visco aveva già anticipato a fine luglio la scelta di collegare alla Finanziaria 2008 il discusso provvedimento. E torna a fare capolino anche se il vantaggio per le casse dello Stato è tutto da dimostrare.
Il problema è capire come avverrà il cosiddetto riordino della tassazione. Al ministero del Tesoro precisano che non è stata ancora presa una decisione. Si tratta di scegliere soprattutto se aumentare l’aliquota solo sui titoli di nuova emissione (sarebbe l’intenzione del governo) o se il provvedimento riguarderà anche le future cedole dei vecchi titoli.
Le banche, che sono favorevoli al riordino delle tassazioni, come hanno dichiarato anche i loro rappresentanti, premono a favore dell’ipotesi di equiparare anche i vecchi titoli. “Se l’aumento ci sarà, deve riguardare tutte le emissioni, comprese quelle già in circolazione” afferma
Laura Zaccaria, responsabile del settore tributario
dell’Abi (l’Associazione delle banche italiane), “altrimenti si crea un mercato secondario di titoli vecchi e più vantaggiosi e si dà maggiore possibilità di evasione ed elusione fiscale”.
Va chiarito che la nuova tassazione riguarderebbe di fatto meno del 25 per cento dei titoli di Stato già emessi: quelli nei portafogli dei privati e degli investitori istituzionali italiani, mentre la riforma non toccherebbe gli investitori esteri, le banche e le imprese. Tecnicamente saranno gli intermediari finanziari (quindi in oltre il 90 per cento dei casi le banche) a fare i nuovi conti. L’idea, spiega Zaccaria, è prevedere “un meccanismo in cui a partire da una certa data tutto quello che matura ha la nuova aliquota”.
Se il problema tecnico è risolvibile, resta il nodo della diminuzione dei rendimenti per i risparmiatori. Infatti gli investitori esteri, che detengono il 55 per cento dei titoli della Repubblica, continueranno a percepire gli stessi interessi lordi. Invece le famiglie italiane incasseranno meno: un rendimento lordo del 4 per cento oggi diventa poco più del 3,5 per cento netto, ma con la nuova aliquota il guadagno scenderà al 3,2 per cento. In sostanza, il governo non dovrebbe spendere di più per gli interessi sul debito pubblico ma i risparmiatori italiani avrebbero una diminuzione dei rendimenti netti.
Bisognerà vedere se dopo aver alzato le tasse sulle rendite finanziarie “ci sarà l’abbassamento delle rendite immobiliari e se saranno tassate al 20 per cento” si chiede il presidente della Banca popolare di Milano, Roberto Mazzotta. Un’ipotesi, a favore dell’investimento immobiliare, su cui concorda Laura Fincato, capogruppo dell’Ulivo alla commissione Finanze della Camera: “La maggioranza chiederà che vengano introdotte nella prossima Finanziaria sia l’armonizzazione delle rendite finanziarie al 20 per cento, ma solo per le nuove emissioni, sia l’introduzione della cedolare secca sugli affitti”.
Infine c’è il problema dei fondi d’investimento. La loro associazione di categoria, l’Assogestioni, ha come obiettivo l’armonizzazione con i fondi esteri, attualmente avvantaggiati dal punto di vista fiscale (pagano le tasse solo quando il risparmiatore vende le quote, mentre i fondi italiani sono tassati sul patrimonio gestito), e chiedono di introdurre meccanismi “che non comportino l’applicazione dell’imposta anche nel caso in cui siano realizzate perdite”.
Insomma, è ancora tutta in salita la strada dell’armonia fiscale sugli investimenti.
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Ogni italiano, neonati e centenari compresi, nel 2006 ha dato al fisco 7.422 euro. 1.500 euro in più di ogni tedesco.
E addirittura 3.316 euro, l’80 per cento in più, di ogni francese. Ma anche 2.706 euro in più rispetto ai cittadini della Spagna socialista e zapaterista. È quanto emerge dagli ultimi dati sul gettito tributario forniti dal ministero delle Finanze e dalla Banca d’Italia. Si tratta della somma di imposte dirette e indirette divisa per gli abitanti.
Le entrate tributarie sono cresciute l’anno scorso del 9,5 per cento, raggiungendo i 432,1 miliardi. Il governo tedesco ha ottenuto dai suoi 82,4 milioni di abitanti tasse e tributi per 488,4 miliardi; la Francia (64 milioni di abitanti) 262,8 miliardi; la Spagna (40,5 milioni) 191 miliardi. Insomma, tra i grandi paesi dell’euro siamo i contribuenti più spremuti. Peggio di noi solo gli olandesi: versano al fisco 12 mila euro l’anno, forse in cambio di servizi migliori.
Sono cifre che descrivono la realtà, il tartassamento, meglio del tradizionale indice della pressione fiscale, la somma di tasse e contributi in rapporto al pil. Che comunque, balzando in un anno dal 40,6 per cento al 42,3, ha raggiunto anch’essa livelli record. Come ha ammonito il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: “Il livello è più alto della media europea; è prossimo ai massimi degli ultimi decenni. A causa dell’evasione la differenza tra Italia e resto d’Europa è maggiore per i contribuenti onesti”.
E a proposito: è vero che Vincenzo Visco sta finalmente riprendendo il dovuto dagli evasori fiscali? Bankitalia non sembra convinta. “Poco più della metà dell’incremento delle entrate” scrive Draghi “è riconducibile alla dinamica dei salari, al proseguire del rialzo azionario e dei tassi d’interesse, all’incremento del prezzo del petrolio. Un ulteriore 30 per cento è attribuibile agli interventi della Finanziaria 2006. Circa il 5 per cento ad alcuni fattori favorevoli verificatisi nell’anno. Sulla parte residua ha influito il contrasto all’evasione”.
Insomma, per Bankitalia la guerra ai disonesti, un cavallo di battaglia del governo, vale meno del 15 per cento dell’aumento degli introiti. Con il rialzo delle sole addizionali Irpef (un rincaro del 112 per cento su 24,7 milioni di abitanti) l’Italia si avvia a diventare il paese più spremuto d’Europa. Mentre Germania, Spagna, Gran Bretagna, Austria e Svezia, con governi di colore diverso, le tasse le stanno tutti riducendo.