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Richard Branson: sei regole per fare crescere il tycoon del Terzo millennio

Pensiero globale

In base alla mia esperienza, il successo di un imprenditore dipende da una particolare combinazione di doti personali e abilità istintive che, per la gran parte, possono essere perfezionate solo sul campo. Un’istruzione formale non è sufficiente. È fondamentale che manager e Ceo esperti si offrano di formare giovani imprenditori nelle loro comunità. È uno dei modi più concreti e gratificanti con cui i dirigenti di successo possono promuovere la crescita economica della loro regione consultando le università locali, i gruppi industriali e i centri di sviluppo delle piccole aziende. Continua

Imprenditori globali: Francois-Henri Pinault


Imprenditori globali: Francois-Henri Pinault

Non sembra avere dubbi François-Henri Pinault, 48 anni, presidente e amministratore delegato del colosso francese Ppr, famoso nel mondo come proprietario della Gucci. Il lusso? «Un progetto a cui sto lavorando da anni, un sogno che si realizza». Ci crede al punto da uscire da altri business per concentrare lì i suoi investimenti e fare nuove acquisizioni. «Ho sulla mia scrivania oltre una decina di dossier. Ho visitato di persona solo in Italia cinque o sei aziende. Ma non ho fretta. E non credo nelle scalate ostili: non sono un buon modo di fare affari». Continua

Diego Della Valle: ho chiesto alla Scala di rappresentare il balletto del made in Italy


Diego Della Valle: ho chiesto alla Scala di rappresentare il balletto del made in Italy

di Antonella Matarrese

È di buon umore Diego Della Valle. E come non esserlo dopo i successi del suo gruppo, Tod’s spa, quotato in borsa, che vede una crescita degli utili del 21,6 per cento già nel primo semestre del 2010; con un fatturato consolidato che ammonta a 377,5 milioni di euro, addirittura più del 5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009? Con questi chiari di luna si può gridare al miracolo italiano. Continua

Di crisi si muore: tre imprenditori suicidi, ossessionati dall’idea di licenziare

lavoratore

Si è suicidato pur di non mandare in cassa integrazione i suoi dipendenti. Un ingegnere e dirigente d’azienda della provincia di Treviso, Stefano Grollo, 43 anni, si è ucciso giovedì gettandosi contro un convoglio ferroviario in viaggio verso Venezia, all’altezza di Castello di Godego (Treviso). L’ingegnere era da poco più di un anno responsabile della produzione di una ditta che produce macchine per la lavorazione del marmo, in procinto di avviare un’operazione di cassa integrazione per una parte dei suoi 120 dipendenti, e da alcuni tempi era incaricato di mantenere le relazioni con le organizzazioni sindacali. Tra le cause del gesto, ancora al vaglio degli investigatori della polizia ferroviaria, la preoccupazione di dover comunicare ai dipendenti la situazione di crisi dell’azienda e il ricorso alla cassa integrazione. È il secondo caso che accade in pochi giorni in Veneto, sempre in provincia di Treviso.
Martedì, infatti, si è ucciso un piccolo imprenditore di 58 anni, Valter Ongaro, titolare di un’azienda di verniciatura in forte difficoltà finanziaria a causa della crisi. I familiari, all’ora di cena, lo hanno trovato impiccato all’interno della sua ditta a Fontanelle, un paese in provincia di Treviso: era ossessionato da mesi dall’idea che la crisi lo costringesse a dover lasciare a casa alcuni dei suoi otto dipendenti. “Per Valter l’azienda era tutto. I suoi dipendenti erano come la sua famiglia”, ha raccontato una signora di Fontanelle che lo conosceva bene a Il Gazzettino.
Crisi produttiva, che dallo scorso autunno ha colpito il nostro paese, facendo scricchiolare anche la locomotiva d’Italia, costretta da mesi ad arrancare. Mancano gli ordini e i ritardi nei pagamenti delle commesse, denunciano le associazioni di categoria, sono talmente dilatati da togliere tutto l’ossigeno alle imprese che, il più delle volte, per sopravvivere sono costrette a ridurre il personale e ad accumulare debiti. E non tutti gli imprenditori e manager reggono allo stress. Una sofferenza, quella di vedere la propria azienda fallire, che lo scorso 13 ottobre, unita a una depressione per motivi familiari, aveva gettato nel baratro un imprenditore edile padovano di 60 anni, che si è poi ucciso con un colpo di pistola al petto. Era preoccupato che qualcuno, con cui aveva contratto debiti, potesse far del male ai suoi cari.
Depressione legata alla crisi della sua azienda che ha spinto il 16 maggio un imprenditore di 49 anni della provincia di Bologna, da anni alla prese con problemi legali ed economici, a tentare il suicidio, ingerendo una dose di barbiturici in auto. È stato trovato nell’Appennino del Mugello e salvato dai carabinieri, che ha poi ringraziato con un sms: “Siete degli angeli”.

Export, acquisizioni e hi tech: ecco l’Italia da primato

Un calzaturificio

Un Giano bifronte, fiaccato dalle accuse di scarsa competitività e di inaffidabilità politica. Ma allo stesso tempo permeata da un inaspettato dinamismo economico. È un insolito ritratto del nostro paese quello dipinto dall’ultimo studio Censis, L’ascesa dei segmenti vitali, spunto di riflessione sugli snodi della società italiana. Bollata nell’immaginario comune come paese in crisi, l’Italia sembra, contro ogni previsione, avere ancora qualche asso nella manica.
A cominciare dalla competitività sui mercati internazionali. Sebbene arranchi sul fronte interno, negli ultimi anni l’economia italiana ha mostrato agli altri paesi un volto incredibilmente vitale. Tra il 2002 e il 2007, secondo il rapporto del Censis, l’export è cresciuto del 93,2 per cento in termini nominali, dietro solo a Cina e Germania. Mantenendo il suo settimo posto nella graduatoria mondiale dei paesi esportatori, l’Italia ha saputo tener testa alla tigre cinese, riuscendo a rimanere l’unica economia occidentale ad aver difeso saldamente la propria quota di mercato (9,5%).
Ed è sempre all’estero che anche l’imprenditoria italiana sembra avere avuto un exploit. Dal 2004, le aziende nostrane hanno espanso la propria rete d’impresa oltre confine sia ampliando le attività d’origine, sia acquisendo nuovi marchi, catene commerciali e filiere distributive. A buon rendere. In tre anni le operazioni di merger e acquisition sono quasi qudruplicate, da 32 a 116. E il controvalore delle operazioni è passato da 4 a 60,2 miliardi di euro. Le aziende italiane hanno fatto “shopping” soprattutto negli Stati Uniti. Approfittando del “minidollaro” e delle potenzialità dell’economia nordamericana, hanno acquisito ben 21 aziende oltreoceano. Seguono le operazioni in Germania (13), Inghilterra (10) e Francia (9).
L’Italia si trova sul gradino più alto del podio europeo anche in un altro campo. Quello delle tecnologie. Sono 33.500 le imprese high tech presenti sul suolo nazionale pari al 24% delle aziende del continente. Un primato poco valorizzato se si pensa che poi, in termini di produzione di valore aggiunto, l’Italia slitta tristemente al quarto posto.
Un quadro dunque insolitamente positivo. Un’Italia che rispolvera le sue potenzialità ritrovandole nella capacità dei molti imprenditori che, come sostiene il Censis, “hanno saputo innovarsi, ripensando a 360 gradi il proprio modo di essere e fare impresa e adattandosi a un contesto che li ha voluti più competitivi e creativi. Un processo che ha investito l’intera piramide produttiva, senza escludere le piccole imprese che sono riuscite a innescare dal di dentro processi virtuosi di crescita e innovazione”.

Tre ricette per far lievitare gli stipendi (e la spesa) degli italiani


Lo scarso potere d’acquisto dei salari è, da tempo, sotto gli occhi di tutti: le buste paga degli italiani sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei. L’inflazione viaggia verso il 3 per cento mentre la pressione fiscale continua ad aumentare, e grava soprattutto su chi è tassato alla fonte. Sul tema il governo Prodi scommette il rilancio della politica economica del 2008 (e la sua sopravvivenza), mentre i sindacati chiedono proposte concrete come il “taglio della imposte sugli aumenti salariali” chiesto dal segretario della Uil, Luigi Angeletti e minacciano lo sciopero generale. L’esecutivo mette sul tavolo un “tesoretto” di 10 miliardi (da usare anche per il rinnovo dei contratti pubblici) e promette ai sindacati un fisco da qui in avanti più leggero con i lavoratori dipendenti. Ma in cambio pretende un accordo con Cgil, Cisl e Uil per “rilanciare lo sviluppo”, come ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
Detta così, la trattativa non si annuncia né semplice né veloce: sull’accordo vigila il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che non intende allargare i cordoni della borsa prima della trimestrale di cassa e prima di un necessario chiarimento nella maggioranza, che avverrà nel vertice già convocato per giovedì. Come se ne esce? Bastano i 100 euro in più in busta paga proposti dal ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero (Rifondazione) per i lavoratori fino a 35-40 mila euro?
“Ma così si continua a distribuire fette di una torta che già c’è e non basta per tutti”, taglia corto il l’economista Giacomo Vaciago. “È una soluzione tampone, buona solo per i primi mesi. Invece bisognerebbe affrontare il problema su un periodo lungo. Infatti, l’emergenza salari non è scoppiata oggi, ma dura da quando in Italia la produttività media dei lavoratori non è più cresciuta, intorno alla metà degli anni ‘90″. E il sistema Italia ha accumulato mancati aumenti di reddito. Invece, secondo il docente di Politica economica dell’Università Cattolica è proprio su queste basi che andrebbe fatto l’accordo tra governo, sindacati e Confindustria: aumentare il valore (produttività e redditi) del capitale umano: “Non si può continuare a produrre come si faceva 10/15 anni fa. Anche detassare i prossimi aumenti di stipendio potrebbe non bastare, se fosse una misura spot. Per non tassarli, lo Stato deve prendere soldi dalle tasche di qualcun altro, al quale fra qualche mese dovrà promettere altre detassazioni. E così via…”
Insomma un circolo per nulla virtuoso. Dal quale si esce secondo il professor Giuliano Cazzola, invece, chiedendo al governo di fare… un passo indietro. Cioè? “Il problema vero è riformare la struttura della contrattazione. Potessi dare un consiglio a Romano Prodi sarebbe quello di non fare lo stesso errore del 2007, quando regalò miliardi di cuneo fiscale agli imprenditori senza chiedere in cambio niente”. Ma questo cosa porta ai magri salari delle famiglie italiane? “Implica che lo Stato, dopo aver messo a disposizione le sue risorse, si defila e lascia che siano sindacati e Confindustria a mettersi d’accordo. Si chiama contrattazione decentrata (settore per settore, azienda per azienda, territorio per territorio). Solo a patto avvenuto, ha senso che lo Stato intervenga: riducendo le tasse ai lavoratori e agevolando fiscalmente le imprese”.
Una busta paga con relative trattenute | Ansa
Anche l’economista Tito Boeri si lancia in un consiglio al governo: “Tagliare l’Irpef in modo marginale”, dice, “significa non tenere conto della lezione della passata legislatura: modesti tagli alle imposte, soprattutto quando non accompagnati da riduzioni delle spese, non riescono a rilanciare l’economia”. Una soluzione virtuosa per l’economista de lavoce.info e professore della Bocconi sarebbe “detassare parzialmente o totalmente i guadagni di produttività futuri (misurati in termini di crescita del valore aggiunto, al netto dell’inflazione) per un periodo di tempo prestabilito e significativo, noto in anticipo, ad esempio i prossimi 5-8 anni”. Questo “darebbe tono alla domanda corrente di beni: i lavoratori anticiperebbero maggiori redditi per il futuro e sarebbero incoraggiati a spendere di più oggi”.

Confindustria, Emma tesse la tela per il dopo Montezemolo

La vicepresidente di Confindustria
di Angelo Pergolini
Sarà un segno dei tempi. Sarà per via della moda delle quote rosa. Oppure sarà semplicemente una coincidenza. Resta il fatto che non s’era mai visto nella paludata storia della Confindustria che la scelta del presidente dipendesse non da questo o quel potere forte ma dal potere fortissimo per eccellenza: le donne. Per l’esattezza da tre donne, che di nome fanno Emma, Diana e Adriana.
L’iter burocratico che si concluderà nel prossimo maggio, prima con la designazione e poi con l’elezione del successore di Luca Cordero di Montezemolo al vertice di viale dell’Astronomia, inizierà formalmente giovedì 17 gennaio, quando la giunta dell’associazione imprenditoriale designerà i tre saggi incaricati di condurre le consultazioni. In realtà molti giochi sono già fatti. Inedite alleanze sono state strette. E la griglia di partenza per la corsa alla presidenza appare già delineata.
In pole position c’è Emma Marcegaglia, amministratore delegato (con il fratello Antonio) dell’omonimo gruppo, fondato e presieduto dal padre Steno, leader europeo nella lavorazione dell’acciaio (3,5 miliardi di fatturato, 6 mila dipendenti). Marcegaglia ha 41 anni ed è vicepresidente in carica dell’associazione. La sua è dunque una candidatura nel segno della continuità rispetto al quadriennio montezemoliano. Ma non solo. Perché Marcegaglia in questi mesi ha condotto un lavorio diplomatico, obiettivo far convergere sul suo nome i voti di quelle che in viale dell’Astronomia chiamano “componenti dissidenti”. Insomma, gli oppositori di Montezemolo. E secondo quanto risulta a Panorama alcuni risultati Marcegaglia li avrebbe già ottenuti.
Pronta a schierarsi con lei è infatti una delle roccheforti antimontezemoliane: la potente Assolombarda guidata, e qui spunta la seconda donna di questa storia, da Diana Bracco, titolare dell’omonimo gruppo farmaceutico. Fra Emma e Diana la reciproca stima da tempo si è trasformata in intesa, al punto che il presidente dell’Assolombarda ha voluto Emma nel consiglio d’amministrazione dell’azienda di famiglia.

Dopo avere conquistato Milano, Marcegaglia ha fatto rotta verso il Nord-Est, un territorio che per quattro anni ha riservato a Montezemolo solo spine e niente rose. Corteggiamento difficile e dall’esito per nulla scontato. Ma il risultato, riferisce un navigato conoscitore degli imprenditori nord- orientali e dei loro umori, è che “Emma ha già in tasca i voti dei veneti”. In cambio avrebbe promesso loro che, se a maggio sarà eletta, avranno una vicepresidenza con deleghe importanti.
Veneto e Assolombarda sono due appoggi molto pesanti per una candidatura, quella di Marcegaglia, di per sé già forte. In primo luogo perché poteva contare fin dall’inizio sul voto di categorie come Federacciai e Federturismo (la famiglia ha importanti attività anche in questo settore: controlla, fra l’altro, il Forte Village in Sardegna). Secondo: perché il suo gruppo ha sede, sì, a Gazzoldo degli Ippoliti, nel Mantovano, ma Emma può contare su un sostegno diffuso nelle organizzazioni territoriali, soprattutto al Sud. Per un motivo: il gruppo Marcegaglia ha stabilimenti in 23 province.
Quando poi i saggi inizieranno le loro consultazioni per individuare i papabili al soglio di viale dell’Astronomia, scopriranno che quello che potrebbe essere un forte concorrente di Marcegaglia è in realtà il suo asso di briscola. Giorgio Squinzi, presidente della potente Federchimica e amministratore della Mapei (adesivi e materiali per l’edilizia, 1,6 miliardi di fatturato), sarebbe stato il candidato ideale per la componente di simpatie berlusconiane della Confindustria. E l’idea di scendere in pista non gli dispiaceva affatto. Ma a fargli cambiare parere è stata una terza donna, Adriana, che a differenza di Emma e Diana con la Confindustria non c’entra nulla. Ma come loro è tosta assai. E ha un ruolo importante in questa storia: è la moglie di Squinzi.
Quando ha capito che il marito stava accarezzando l’idea di correre per la presidenza della Confindustria gli ha detto (più o meno): non se ne parla. Fino a che i figli (sono due) non saranno in grado di prendere il timone della Mapei, ti devi occupare tu dell’azienda. A tempo pieno, s’intende.
Squinzi allora ha fatto un passo indietro (meglio: non ha fatto quello in avanti) tutto sommato di buon grado. Perché, oltretutto, Marcegaglia è un’amica di famiglia. Così non solo non si candiderà contro di lei, ma le ha promesso l’appoggio della Federchimica.
Grazie a queste alleanze, la candidatura Marcegaglia sembra lasciare ben poche possibilità agli altri due concorrenti in lizza, Andrea Moltrasio e Alberto Bombassei.
Il primo (è proprietario di cliniche e aziende chimiche) ha, secondo alcuni, un problema di insufficiente visibilità: fuori dalla sua Bergamo pochi lo conoscono.
Il secondo (fondatore della Brembo, leader mondiale nella costruzione di impianti frenanti) appare invece troppo legato a Montezemolo e al mondo auto (Fiat e Ferrari montano i suoi freni). Senza contare che anche la Brembo è un’azienda bergamasca.
Una duplice candidatura, quella di Moltrasio e Bombassei, che per Alberto Barcella, presidente dei 1.300 imprenditori orobici associati alla Confindustria, rischia di diventare un incubo.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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