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Confindustria, Emma tesse la tela per il dopo Montezemolo

La vicepresidente di Confindustria
di Angelo Pergolini
Sarà un segno dei tempi. Sarà per via della moda delle quote rosa. Oppure sarà semplicemente una coincidenza. Resta il fatto che non s’era mai visto nella paludata storia della Confindustria che la scelta del presidente dipendesse non da questo o quel potere forte ma dal potere fortissimo per eccellenza: le donne. Per l’esattezza da tre donne, che di nome fanno Emma, Diana e Adriana.
L’iter burocratico che si concluderà nel prossimo maggio, prima con la designazione e poi con l’elezione del successore di Luca Cordero di Montezemolo al vertice di viale dell’Astronomia, inizierà formalmente giovedì 17 gennaio, quando la giunta dell’associazione imprenditoriale designerà i tre saggi incaricati di condurre le consultazioni. In realtà molti giochi sono già fatti. Inedite alleanze sono state strette. E la griglia di partenza per la corsa alla presidenza appare già delineata.
In pole position c’è Emma Marcegaglia, amministratore delegato (con il fratello Antonio) dell’omonimo gruppo, fondato e presieduto dal padre Steno, leader europeo nella lavorazione dell’acciaio (3,5 miliardi di fatturato, 6 mila dipendenti). Marcegaglia ha 41 anni ed è vicepresidente in carica dell’associazione. La sua è dunque una candidatura nel segno della continuità rispetto al quadriennio montezemoliano. Ma non solo. Perché Marcegaglia in questi mesi ha condotto un lavorio diplomatico, obiettivo far convergere sul suo nome i voti di quelle che in viale dell’Astronomia chiamano “componenti dissidenti”. Insomma, gli oppositori di Montezemolo. E secondo quanto risulta a Panorama alcuni risultati Marcegaglia li avrebbe già ottenuti.
Pronta a schierarsi con lei è infatti una delle roccheforti antimontezemoliane: la potente Assolombarda guidata, e qui spunta la seconda donna di questa storia, da Diana Bracco, titolare dell’omonimo gruppo farmaceutico. Fra Emma e Diana la reciproca stima da tempo si è trasformata in intesa, al punto che il presidente dell’Assolombarda ha voluto Emma nel consiglio d’amministrazione dell’azienda di famiglia.

Dopo avere conquistato Milano, Marcegaglia ha fatto rotta verso il Nord-Est, un territorio che per quattro anni ha riservato a Montezemolo solo spine e niente rose. Corteggiamento difficile e dall’esito per nulla scontato. Ma il risultato, riferisce un navigato conoscitore degli imprenditori nord- orientali e dei loro umori, è che “Emma ha già in tasca i voti dei veneti”. In cambio avrebbe promesso loro che, se a maggio sarà eletta, avranno una vicepresidenza con deleghe importanti.
Veneto e Assolombarda sono due appoggi molto pesanti per una candidatura, quella di Marcegaglia, di per sé già forte. In primo luogo perché poteva contare fin dall’inizio sul voto di categorie come Federacciai e Federturismo (la famiglia ha importanti attività anche in questo settore: controlla, fra l’altro, il Forte Village in Sardegna). Secondo: perché il suo gruppo ha sede, sì, a Gazzoldo degli Ippoliti, nel Mantovano, ma Emma può contare su un sostegno diffuso nelle organizzazioni territoriali, soprattutto al Sud. Per un motivo: il gruppo Marcegaglia ha stabilimenti in 23 province.
Quando poi i saggi inizieranno le loro consultazioni per individuare i papabili al soglio di viale dell’Astronomia, scopriranno che quello che potrebbe essere un forte concorrente di Marcegaglia è in realtà il suo asso di briscola. Giorgio Squinzi, presidente della potente Federchimica e amministratore della Mapei (adesivi e materiali per l’edilizia, 1,6 miliardi di fatturato), sarebbe stato il candidato ideale per la componente di simpatie berlusconiane della Confindustria. E l’idea di scendere in pista non gli dispiaceva affatto. Ma a fargli cambiare parere è stata una terza donna, Adriana, che a differenza di Emma e Diana con la Confindustria non c’entra nulla. Ma come loro è tosta assai. E ha un ruolo importante in questa storia: è la moglie di Squinzi.
Quando ha capito che il marito stava accarezzando l’idea di correre per la presidenza della Confindustria gli ha detto (più o meno): non se ne parla. Fino a che i figli (sono due) non saranno in grado di prendere il timone della Mapei, ti devi occupare tu dell’azienda. A tempo pieno, s’intende.
Squinzi allora ha fatto un passo indietro (meglio: non ha fatto quello in avanti) tutto sommato di buon grado. Perché, oltretutto, Marcegaglia è un’amica di famiglia. Così non solo non si candiderà contro di lei, ma le ha promesso l’appoggio della Federchimica.
Grazie a queste alleanze, la candidatura Marcegaglia sembra lasciare ben poche possibilità agli altri due concorrenti in lizza, Andrea Moltrasio e Alberto Bombassei.
Il primo (è proprietario di cliniche e aziende chimiche) ha, secondo alcuni, un problema di insufficiente visibilità: fuori dalla sua Bergamo pochi lo conoscono.
Il secondo (fondatore della Brembo, leader mondiale nella costruzione di impianti frenanti) appare invece troppo legato a Montezemolo e al mondo auto (Fiat e Ferrari montano i suoi freni). Senza contare che anche la Brembo è un’azienda bergamasca.
Una duplice candidatura, quella di Moltrasio e Bombassei, che per Alberto Barcella, presidente dei 1.300 imprenditori orobici associati alla Confindustria, rischia di diventare un incubo.

Niente pensione, siamo ultrasettantenni. E ci piace fare gli imprenditori

Un coltivatore di fragole
Chi l’ha detto che gli anziani sono solo un peso per la società? Chiunque sia stato, non ha letto la relazione fatta dalla Camera di commercio di Milano che traccia la mappa degli imprenditori ultrasettantenni presenti nel nostro Paese.

Una mappa dai contorni ben definiti, che vanno da nord a sud senza soluzione di continuità, e con all’interno numeri impressionanti: sono quasi 284 mila i “nonni” che hanno un’attività imprenditoriale e di questi oltre il 25 per cento è un’arzilla signora. Per fare un raffronto, basti pensare che negli ultimi quattro anni il numero di chi lavora nonostante abbia superato i 70 anni è cresciuto del 4,8 per cento, passando da 270.757 unità del 2002 alle 283.783 di oggi.
La maggior parte di questi vitali imprenditori lavora nel comparto agricolo, che raccoglie il 70 per cento dei “nonni” che ancora non vogliono rassegnarsi alla pensione. Ma non va male nemmeno il commercio: è qui che le donne la fanno da padrona ed è qui, ancora, che alla fine del 2006 era occupato il 15,2 per cento degli ultrasettantenni. Anziani che lavorano di gran lena nelle regioni del Nord Italia come in quelle del Meridione.

In testa alla classifica nazionale delle città con il maggior numero di imprenditori che hanno superato i 70 anni c’è Roma, che conta 9.823 ditte individuali con un titolare “nonno”. Seguono a ruota Bari, Napoli, Padova e Foggia, che si attestano intorno alle 7mila unità. Nella top ten dei capoluoghi di provincia anche Catania, Salerno, Treviso, Palermo e Milano. Ed è proprio la Lombardia, poi, che guida la lista delle città con il trend di crescita maggiore: tra quelle che hanno visto negli ultimi anni aumentare il numero di ultrasettantenni imprenditori la prima piazza la conquista Como, dove tra il 2002 e il 2006 sono aumentati del 28 per cento. Nella provincia che si affaccia sul lago sono 804 le ditte intestate a persone nate prima del 1936, mentre quattro anni fa erano 628. Crescita record anche a Vibo Valentia, dove l’aumento rispetto al lustro precedente ha raggiunto il 25,7 per cento e a Catazaro, con il 25,6 per cento. Chiude l’elenco delle dieci città dalla maggior crescita Bergamo: sotto le Orobie gli anziani imprenditori sono aumentati del 16,1 per cento.

Accendi la tv c’è Tiscali channel. I piani di Tommaso Pompei

Il numero uno della Tiscali, Tommaso Pompei

di Marco Cobianchi

Un’inversione a U nell’autostrada delle telecomunicazioni italiane. È quella compiuta dalla Tiscali in appena due anni. Nel 2005 era una società in forte perdita, presente in troppi paesi e con un modello di business (telefonia fissa e internet a prezzi bassi) inadeguato. In effetti quando il 31 ottobre di due anni fa il fondatore della società, Renato Soru (ancora oggi maggiore azionista con il 25,5 per cento delle azioni), affidò il timone della sua azienda a Tommaso Pompei (qui il profilo di Wikipedia), sapeva che gli stava dando in mano la società-simbolo della liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni. Ma sapeva anche che era malconcia con perdite per 106,9 milioni di euro (ridotte nel 2006 a 59,7). Oggi Tiscali, come previsto dai piani, si avvia all’utile di bilancio, i clienti crescono al ritmo di 600 mila l’anno (ora sono 5 milioni), i ricavi aumentano del 28 per cento (678 milioni l’anno scorso) e il margine operativo lordo del 44 per cento (100,4 milioni). Ora la società si sta preparando a incassare una valanga di liquidità: oltre ad avere la disponibilità di una linea di credito di 650 milioni fornita da Banca Intesa Sanpaolo e Jp Morgan, sta varando due aumenti di capitale che potrebbero cambiare i connotati al gruppo.
Dottor Pompei, a cosa servono i 220 milioni dell’aumento di capitale della Tiscali spa?
A diverse cose: a finanziare in parte la recente acquisizione della Pipex, che opera nella banda larga in Gran Bretagna, e a sostenere il piano industriale al 2010 che prevede, tra l’altro, il lancio della tv via internet (iptv) e la telefonia mobile.
L’aumento è riservato ai soci. Quelli con una partecipazione rilevante sono: il fondatore Renato Soru, la Deutsche Bank e la fondazione Sandoz. Per l’azionista di maggioranza si tratta di sborsare circa 56 milioni per mantenere inalterata la sua quota. È verosimile?
Lo deve chiedere al dottor Soru che, anche recentemente, come azionista, ha ribadito l’intenzione di accompagnare l’azienda nel suo sviluppo. Da parte mia posso solo dire che è un chiaro segnale della determinazione a raggiungere gli obiettivi e crediamo che chi ha accompagnato la società finora ne debba trarre valore.
Lei è socio di Tiscali?
Sì, ho comprato azioni per 1 milione di euro.
È quindi impossibile che attraverso questo aumento Tiscali possa cambiare azionista di riferimento?
Se qualcuno vuole la Tiscali non deve fare altro che accomodarsi in borsa e comprare lì.
Il fondo d’investimento M&C, di cui Carlo De Benedetti è il maggiore azionista, parteciperà, invece, all’aumento di capitale della controllata britannica che vale il 70 per cento dei ricavi del gruppo. Con che modalità?
Le stiamo valutando. Abbiamo due possibilità non alternative: la prima è un aumento di capitale da 50 milioni che verrebbe sottoscritto dal fondo M&C. Poi, nel caso di una accelerazione dei piani di sviluppo, cioè se emergessero opportunità, è possibile varare un prestito obbligazionario al quale parteciperà M&C.
È possibile che il fondo entri nella Tiscali spa?
Non se ne è mai parlato.
Tra le opportunità che state vagliando c’è anche Tele2. Vi interessa ancora?
In realtà stiamo guardando a tantissime opportunità sia sul mercato italiano sia su quello inglese. Ma per entrare nel nostro radar l’impresa deve poter creare valore in modo significativo e in poco tempo e avere un piano di sviluppo molto credibile. Vedremo.
Come pensate di poter fare concorrenza al leader del mercato dell’iptv, Alice di Telecom Italia?
Un momento, noi siamo diversi. Con l’acquisizione dello scorso anno di Homechoice ci siamo assicurati la piattaforma leader nel mercato dell’iptv che, secondo noi, deve avere tre caratteristiche: i canali lineari, quelli che vediamo già in tv, il video on demand e gli user generated contents, cioè i contenuti prodotti direttamente dai clienti che vogliono partecipare attivamente alla vita della rete. Come su YouTube.
Visto che De Benedetti entrerà in Tiscali Uk è possibile ipotizzare collaborazioni col gruppo Espresso?
Non se ne è parlato fino a ora. Per dare vita a una nuova tv queste collaborazioni sono però auspicabili.
E d’altra parte in Gran Bretagna ha sede l’ultima iniziativa di Silvio Scaglia, Bubblegum, che è un collettore di tv di tutto il mondo.
Quello è un servizio che si può muovere bene all’interno del concetto di iptv che piace a noi.
Che nome avrà la vostra tv?
Ci sono diverse ipotesi. Deciderà un referendum tra i dipendenti.
È favorevole all’ingresso dei concorrenti nella proprietà della rete di Telecom, quando verrà scorporata?
Mi lasci prima di tutto dire che il primo articolo sulla necessità di scorporare la rete lo scrissi io nel 1998. Sono ancora convinto che serva per offrire più servizi a minor costo a favore dei clienti. Quindi, se serve per accelerare il processo, io sono favorevole all’ingresso dei concorrenti nel capitale della società che deterrà la rete di Telecom. Ma i piani di sviluppo e di investimenti siano ben chiari fin dall’inizio.
L’ingresso di Telefónica in Telecom cambierà il quadro competitivo?
No, ma spero che il nuovo azionariato possa dare stabilità al gruppo perché ovunque il mercato delle telecomunicazioni ha come baricentro l’ex monopolista e se il baricentro non è stabile tutto il mercato ne soffre.
È possibile che il bilancio Tiscali 2007 chiuda in utile?
Questo non lo posso anticipare. Posso dire che il piano industriale prevede per il 2008 una generazione di cassa e un utile netto positivo dalle operazioni ordinarie. E noi rispetteremo i target.

L’idea di Bombassei: le primarie anche per Confindustria

Alberto Bombassei, ad e presidente Brembo. Dal maggio 2004 ricopre inoltre la carica di vicepresidente della Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali.
Alberto Bombassei è nato a Vicenza il 5 ottobre 1940. Imprenditore, è presidente e amministratore delegato della Brembo di Curno (BG), società da lui fondata nel 1961. L’azienda, che è leader mondiale nella produzione, progettazione e commercializzazione di sistemi frenanti, dal 1995 è quotata alla borsa di Milano. Il gruppo Brembo opera in 11 paesi. Nel 2003 a Bombassei è stata assegnata dall’Università di Bergamo la laurea honoris causa in ingegneria meccanica, l’anno successivo il premio Eurostar da parte della rivista Automotive News Europe. Dal maggio 2004 ricopre inoltre la carica di vicepresidente della Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali. Bombassei è inoltre consigliere di amministrazione del “Sole 24 Ore”, del Credito bergamasco e della Italcementi.

Il Sole 24 Ore del 9 agosto: il 2006 ha segnato il tripudio della grande impresa. Ma voi industriali non parlavate di inarrestabile declino?
Luca di Montezemolo aveva debuttato alla guida della Confindustria dicendo di voler abolire la parola declino. Ma è pur vero che fino all’anno scorso in tutte le classifiche internazionali che misurano la salute dell’economia eravamo in caduta libera.
Siamo un popolo di “chiagne e fotte”, ci sarà pur qualche industriale che non si sottrae alla regola…
Di sicuro anche gli industriali sono italiani e ciascuna categoria ha un suo muro del pianto. Ma vorrei ricordare che questi vertici di Confindustria per la prima volta hanno criticato i propri iscritti dicendo che alcuni pensavano a tutto meno che a fare impresa.
Diranno che è piaggeria, ma mi tocca dar ragione a Silvio Berlusconi che vi bacchettò al convegno di Vicenza.
Criticammo il modo, non la sostanza. Quell’irrompere in casa d’altri con quella che poteva sembrare una finta sciatalgia va bene in una sceneggiata napoletana, ma in un paese serio sarebbero cose da evitare.
Fingiamo che lei debba votare alle primarie dell’Ulivo: Walter Veltroni o Enrico Letta?
Le mie simpatie sono sempre andate verso Letta, anche se non ho niente contro Veltroni e le cose che lui ha detto a Torino sono condivisibili. Letta sarebbe anche un salto generazionale, cosa che non guasta.
Il termine più gettonato dell’estate è casta. Ce ne sono anche tra voi industriali?
Penso che la casta degli imprenditori, nel senso di intoccabili, sia in via di estinzione. Ma il mercato farà giustizia di caste e poteri forti.
L’anno prossimo dovete eleggere il nuovo presidente della Confindustria. Il nome glielo dico io dopo, lei mi faccia l’identikit.
Intanto spero che i pretendenti abbiano il buon gusto di non entrare in campagna elettorale un anno prima. Poi non sarebbe una cattiva idea di fare le primarie anche noi. In Confindustria per statuto le fanno i saggi, anche se ammetto che è una procedura più confessionale.
Emma Marcegaglia e Alberto Bombassei. Scommettiamo una cena?
Troppo facile, questi sono i più gettonati da voi giornalisti. Ci sono anche altri vicepresidenti e imprenditori che avrebbero tutti i titoli per poterlo fare.
Va bene, niente scommessa. Contento come una Pasqua che Il Sole 24 Ore vada in borsa?
Assolutamente sì, lei poi sta parlando con il presidente di un’azienda quotata. Credo sia una garanzia maggiore per gli azionisti, ci obbliga a un maggior rigore nella gestione. E anche una migliore salvaguardia dell’autonomia professionale dei giornalisti.
Le parole d’ordine di Montezemolo sono state: made in Italy e fare squadra. E quelle del prossimo presidente?
Manifattura è bello. Torniamo a credere nell’Italia come paese a grande vocazione manifatturiera, che vale sempre il 20 per cento del pil.
Cosa è mancato in questi anni alla vostra Confindustria?
Volevo convincere il sindacato a cambiare il sistema delle relazioni industriali, che deve diventare più moderno. Se guardo i risultati, ammetto di esserci riuscito in parte, ma per portare a termine il lavoro ci vogliono più anni.


richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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