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Diciannove miliardi di euro provenienti dal Fondo sociale europeo per sostenere l’occupazione nel biennio 2009-2010 e almeno 500 milioni di euro (100 milioni prelevati dal bilancio Ue esistente più i fondi di altre istituzioni finanziarie internazionali come la Bei) per la creazione di un nuove strutture di microcredito necessarie a favorire la nascita di nuove imprese. Sono due delle misure principali del cosiddetto “Piano europeo di ripresa sociale” prospettato oggi dal presidente della commissione Ue Josè Manuel Barroso, che andrà il 18 e 19 giugno sul tavolo del Consiglio europeo (qui il .pdf in inglese).
L’obiettivo, ha spiegato Barroso, è “affrontare l’emergenza occupazione con la stessa determinazione con cui si è affrontata la crisi finanziaria ed economica”. Ma accanto a queste due misure, Bruxelles ha chiesto anche un impegno di imprese e governi a creare 5 milioni di contratti di apprendistato in tutta l’Ue per i giovani, aiuti immediati ai senza lavoro per evitare rischi di lunga disoccupazione, incentivi di assunzione e promozione di opportunità per chi ha bassa qualifica.
“L’impatto della crisi sul lavoro è la nostra principale preoccupazione” ha sottolineato Barroso “e sarebbe un grave errore per l’Europa voltare le spalle a questa emergenza. Perché non ci potrà essere alcuna ripresa dell’economia in un quadro di collasso sociale”.
Anche se “questa crisi è nata nel settore finanziario” ha continuato il presidente della commissione Ue “le sue ripercussioni riguardano oggi ognuno di noi” e di fronte alla crescita della disoccupazione “l’Europa non può limitarsi a fare da osservatore”.
Ecco perché Bruxelles ha esortato gli Stati membri sia a “favorire l’occupazione attraverso la formazione e il lavoro a tempo parziale” che “garantire un aiuto immediato ai disoccupati”, per esempio “con proposte finalizzate a offrire tempestive opportunità di formazione o lavoro a ciascun disoccupato: entro un mese per i giovani di età inferiore ai 20 anni, entro due mesi per quelli sotto i 25 anni, entro tre mesi per quelli sopra i 25 anni”. Quanto ai 19 miliardi destinati dal Fondo sociale europeo, Barroso ha osservato come “sia per il lavoratore che per le imprese, sia più utile ridurre l’orario di lavoro mantenendo i posti di lavoro e facendo ricorso, se possibile, alla formazione professionale. Anche perché il costo del licenziamento è molto maggiore”.
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Si è suicidato pur di non mandare in cassa integrazione i suoi dipendenti. Un ingegnere e dirigente d’azienda della provincia di Treviso, Stefano Grollo, 43 anni, si è ucciso giovedì gettandosi contro un convoglio ferroviario in viaggio verso Venezia, all’altezza di Castello di Godego (Treviso). L’ingegnere era da poco più di un anno responsabile della produzione di una ditta che produce macchine per la lavorazione del marmo, in procinto di avviare un’operazione di cassa integrazione per una parte dei suoi 120 dipendenti, e da alcuni tempi era incaricato di mantenere le relazioni con le organizzazioni sindacali. Tra le cause del gesto, ancora al vaglio degli investigatori della polizia ferroviaria, la preoccupazione di dover comunicare ai dipendenti la situazione di crisi dell’azienda e il ricorso alla cassa integrazione. È il secondo caso che accade in pochi giorni in Veneto, sempre in provincia di Treviso.
Martedì, infatti, si è ucciso un piccolo imprenditore di 58 anni, Valter Ongaro, titolare di un’azienda di verniciatura in forte difficoltà finanziaria a causa della crisi. I familiari, all’ora di cena, lo hanno trovato impiccato all’interno della sua ditta a Fontanelle, un paese in provincia di Treviso: era ossessionato da mesi dall’idea che la crisi lo costringesse a dover lasciare a casa alcuni dei suoi otto dipendenti. “Per Valter l’azienda era tutto. I suoi dipendenti erano come la sua famiglia”, ha raccontato una signora di Fontanelle che lo conosceva bene a Il Gazzettino.
Crisi produttiva, che dallo scorso autunno ha colpito il nostro paese, facendo scricchiolare anche la locomotiva d’Italia, costretta da mesi ad arrancare. Mancano gli ordini e i ritardi nei pagamenti delle commesse, denunciano le associazioni di categoria, sono talmente dilatati da togliere tutto l’ossigeno alle imprese che, il più delle volte, per sopravvivere sono costrette a ridurre il personale e ad accumulare debiti. E non tutti gli imprenditori e manager reggono allo stress. Una sofferenza, quella di vedere la propria azienda fallire, che lo scorso 13 ottobre, unita a una depressione per motivi familiari, aveva gettato nel baratro un imprenditore edile padovano di 60 anni, che si è poi ucciso con un colpo di pistola al petto. Era preoccupato che qualcuno, con cui aveva contratto debiti, potesse far del male ai suoi cari.
Depressione legata alla crisi della sua azienda che ha spinto il 16 maggio un imprenditore di 49 anni della provincia di Bologna, da anni alla prese con problemi legali ed economici, a tentare il suicidio, ingerendo una dose di barbiturici in auto. È stato trovato nell’Appennino del Mugello e salvato dai carabinieri, che ha poi ringraziato con un sms: “Siete degli angeli”.

Vista dall’osservatorio privilegiato dell’Inps la crisi sembra un po’ meno brutta di come spesso la dipingono. Ovviamente c’è, fa male e lascia i segni anche in Italia: nel primo trimestre dell’anno le domande di disoccupazione e mobilità sono state 750 mila, più 46 per cento sul 2008, mentre la Relazione unificata sull’economia del ministero del Tesoro prevede per il 2009 un arretramento del prodotto interno lordo (pil) di oltre il 4 per cento e una ripresa timida solo nel 2010. Eppure, non ci sono solo segnali negativi, in mezzo a tanto buio appare anche qualche spunto confortante. Un elemento più di altri autorizza a sperare che i contraccolpi sull’economia e la società italiana alla fine possano essere meno devastanti di quanto preventivato. I dirigenti dell’istituto di previdenza lo chiamano il “tiraggio della cassa integrazione”. Il tiraggio indica quanta cassa ordinaria, straordinaria e in deroga le imprese utilizzano davvero rispetto a quella autorizzata, cioè richiesta e negoziata. La differenza tra i due valori è veramente notevole: considerata tutta la cassa integrazione autorizzata, quella effettivamente utilizzata finora, cioè materialmente erogata dall’Inps, è circa un terzo. Uno scostamento clamoroso. Gli importi autorizzati a marzo per la cassa ordinaria sono stati cospicui, addirittura più 925 per cento in totale rispetto allo stesso mese del 2008. Nelle imprese metallurgiche l’incremento è di oltre il 7 mila per mille, in quelle dell’elettricità e del gas il 5.600, nei trasporti e comunicazioni 2 mila, nel legno 1.728, nel settore chimico del 1.345 per cento. Impennate vistose, anche se parecchio distanti in termini assoluti dai valori catastrofici registrati nelle fasi acute di crisi degli anni Ottanta e Novanta del secolo passato. Allora in un solo anno, il 1984, le ore autorizzate di cassa integrazione furono oltre 800 milioni, nel 1993 circa 549 milioni. L’anno passato sono state 223 milioni ed è su quella cifra che vengono calcolati gli aumenti di questi ultimi mesi. Ma se in termini monetari la cassa autorizzata dall’Inps è pari a 1 miliardo 180 milioni di euro, quella effettivamente utilizzata dalle imprese scende a 344 milioni. L’impressione è che nel giro di poco tempo si sia verificata nelle imprese una specie di testacoda psicologico: dalla paura economica diffusa a un ripensamento improntato a realismo. Da gennaio a marzo, gli ultimi mesi per i quali sono disponibili rilevazioni, molti imprenditori grandi, medi e piccoli, sottoposti allo stress di notizie negative provenienti da tutto il mondo, sentendo gridare al lupo da ogni parte e temendo il peggio hanno agito in contropiede facendosi autorizzare quantità ingenti di cassa integrazione di tutti i tipi. Salvo, poi, riflettere e frenare. Spesso, ragionando insieme ai sindacati, molti si sono resi conto sul campo, negli uffici e nei capannoni, che per il momento i timori in alcuni casi erano eccessivi e meno nere le difficoltà per l’andamento dei consumi interni, le esportazioni e in generale le prospettive di mercato. Di fronte a questa constatazione hanno preferito continuare a lavorare come al solito, spesso per soddisfare i nuovi ordinativi e in altri casi per ricostituire le scorte di magazzino, piuttosto che limitare la produzione succhiando cassa integrazione dalla mammella dello Stato. Il tiraggio relativamente basso di cassa non può dipendere da ritardi degli uffici Inps perché le erogazioni avvengono a conguaglio. Per sua natura la cassa integrazione non consente dilazioni burocratiche, sono soldi pagati in prima battuta dalle imprese che vanno in busta paga a fine mese: se non vengono elargiti nei tempi e con gli importi giusti, la faccenda non passa inosservata. Le cifre relativamente modeste spese finora lasciano allo Stato, agli imprenditori, ai sindacati e ai lavoratori margini notevoli di manovra per il futuro. Dei 32 miliardi messi a disposizione per i tre tipi di cassa dal governo per il biennio, finora è stato effettivamente utilizzato poco più di un centesimo. Questo significa che se la crisi dovesse peggiorare nella cascina degli ammortizzatori sociali ci sarebbe ancora fieno a sufficienza per scongiurare macellerie di massa. Il primo ad accorgersi del fenomeno del basso tiraggio della cassa è stato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, studiando i dati sull’erogato. Con quelle cifre sulla scrivania ora dice a Panorama: “L’incremento della cassa integrazione autorizzata è reale e notevole, ma anche i dati sul tiraggio sono un fatto e dimostrano che gli imprenditori continuano a credere nelle loro aziende nonostante le difficoltà temute. Questo vuol dire molto, perché proprio gli imprenditori, al di là di ogni previsione o di ogni polemica, hanno il polso del mercato più di altri e si comportano di conseguenza”. Se il tempo volgesse al peggio e i colpi della crisi dovessero diventare improvvisamente più duri anche in Italia, gli stessi imprenditori avrebbero 12 mesi di tempo per ripensarci attuando una nuova inversione di marcia e impiegando in fretta quanto fino a oggi hanno ritenuto superfluo utilizzare. Ma non è affatto detto che ciò succeda. Nessuno può dire con certezza come si evolverà la crisi: parecchi focolai restano accesi in molte parti del mondo, molti sono i lati oscuri e gli aspetti imprevedibili, soprattutto per quanto riguarda il dato finanziario. Però negli ultimi giorni, e in particolare in Italia, sulle prospettive si sono moltiplicate voci autorevoli, se non proprio ottimistiche, quantomeno non del tutto pessimistiche. Con accenti e toni diversi, tre personaggi di solito non allineati, come il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, hanno lasciato intendere che in mezzo a tanta persistente nuvolaglia si intravede anche qualche timida schiarita. E che gli sprazzi di sereno appaiono più nitidi in Italia che altrove.
I NUMERI
La crisi vista dall’Inps sulla base delle ore autorizzate di Cig ed effettivamente utilizzate dalle imprese
1.180milioni di euro: il valore della cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga autorizzata dall’Inps nel primo trimestre 2009.
344milioni di euro: il valore della cassa ordinaria, straordinaria e in deroga utilizzata dalle imprese nel primo trimestre del 2009.
+925%: la cassa ordinaria autorizzata nel marzo 2009 sul marzo 2008.
816milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1984.
549milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1993.
223milioni di ore: la cassa autorizzata nel 2008.

Quando si parla di lavoro in “outsourcing”, è facile immaginare l’esercito di giovani nei call center impegnati in telefonate commerciali per conto di aziende che propongono abbonamenti, offerte e altri servizi. Diventa meno intuitivo, invece, pensare ai manager.
Ma l’onda lunga della crisi cambia le carte in tavola anche ai piani alti delle aziende: la parola magica, adesso, è adattamento a uno scenario in continua trasformazione. Perché la crisi può diventare un’opportunità di crescita. Dopo anni di esperienza all’interno di multinazionali, tre manager milanesi hanno scelto la strada del lavoro in outsourcing: mettere le loro competenze al servizio di imprese differenti su progetti specifici.
La società che hanno fondato, eBit, punta a settori strategici nella gestione del cambiamento: marketing, ricerca e sviluppo, retail e commercio elettronico. L’idea è di collaborare ai processi decisionali all’interno dell’azienda, seguendo lo sviluppo dei progetti dall’ideazione fino alla valutazione dei risultati. Un tentativo, quindi, di superare barriere tradizionali rimesse in discussione da incertezze economiche che in questi mesi minacciano di allargarsi alle società di consulenza.
Uno studio di Enrico Finzi, presidente di Astra ricerche, rivela il calo di fiducia nel consulting: il 68 per cento dei 400 imprenditori intervistati si è dichiarato “drasticamente insoddisfatto della consulenza tradizionale”.
Eppure il bisogno di innovazioni non riguarda soltanto i cervelli. La globalizzazione e la diffusione di internet hanno alimentato la necessità di integrare in tempi rapidi esigenze gestionali attraverso le tecnologie informatiche: è il mondo dell’azienda 2.0, aperta alla collaborazione e al dialogo con i clienti. Attraverso blog, social network e forum. Spiega Peter Herzum, ideatore dell’approccio Cosm per l’unificazione dell’information technology: “Al web 2.0 bisogna aggiungere altre due tendenze che influenzano la gestione d’impresa e l’adozione di infrastrutture informatiche. Le tecnologie analitiche rese popolari da Google, infatti, hanno reso possibile una ‘real time enterprise’, sviluppando la capacità di estrarre in tempo reale informazioni da dati strutturati, semistrutturati e non strutturati”. Poi aggiunge: “Adesso, inoltre, i progetti informatici possono adeguarsi con maggiore aderenza alle esigenze d’impresa, favorendo la riduzione dei costi con il modello di adaptive enterprise”. Un’impresa, cioè, in grado di adattarsi in tempi rapidi ai cambiamenti del mercato.
Ma all’orizzonte appaiono i primi segnali di un mutamento di tendenza nella percezione della crisi economica. È da dieci anni che gli italiani sono diventati più pessimisti sul loro futuro: un lento declino nella fiducia che è ultimamente ha accelerato. Almeno fino al mese scorso, quando è stata registrata la prima inversione del “sentiment”. Come ha ricordato Finzi, secondo le ultime rilevazioni all’inizio del 2009, gli italiani ottimisti erano il 29 per cento (appena due anni prima erano il 51 per cento): a marzo, sono diventati il 33 per cento e il mese scorso sono arrivati al 37 per cento degli intervistati. “La crisi sarà lunga e deve ancora mostrare le sue conseguenze, ma il punto di svolta nella percezione degli italiani è alle nostre spalle” commenta con un sorriso Finzi.
“Lo cunto de li cunti” è il progetto di un festival per il recupero delle memorie e delle tradizioni della Basilicata: una ricerca sull’identità locale che affronta le sfide della globalizzazione. Ma è anche l’idea di una manifestazione che richiede un’elaborazione per trovare i fondi necessari a finanziarla. È la scommessa dei creativi che fanno parte della comunità di Kublai: riunire altre persone creative, sostenerle nella discussione di un’idea e nel reperimento di risorse economiche. Promosso dal ministero per lo Sviluppo economico, Kublai è un laboratorio aperto per raccogliere capacità individuali e collettive, intuizioni e cultura locale nello spazio pubblico di internet. “Nel nostro gruppo di lavoro è nata un’attitudine alla condivisione, all’aiuto reciproco e alla collaborazione tra le persone” osserva Alberto Cottica, uno dei fondatori di Kublai.
Entro gennaio saranno scelti i migliori progetti da seguire nella ricerca di finanziamenti. “Il punto di partenza, però, sono sempre le idee: aiutiamo le persone a elaborare i progetti, scriverli e contestualizzarli nel territorio, ma vogliamo anche che siano autonomi” dice Cottica. Finora sono state proposte diverse iniziative: il recupero di un caffè letterario in Sicilia, un festival per la cultura calabro lucana e un gioco per la riappropriazione degli spazi urbani in una grande città. La creatività può diventare, quindi, un terreno per il recupero dell’identità e per sostenere lo sviluppo locale. Il blog del progetto Kublai rappresenta, per chi naviga in rete, un primo punto di approdo alla comunità di creativi. Chi, poi, vuole partecipare può diventare membro del social network, uno spazio per condividere proposte, metterle in discussione, trovare nuovi spunti. Un ulteriore passo può essere l’incontro nel mondo virtuale: “Abbiamo visto che Second Life permette a persone lontane di stabilire un rapporto di fiducia” osserva Cottica. Superando, contemporaneamente, la marginalità delle periferie.
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Nel 2008, meglio presentarsi al colloquio di lavoro, con in tasca la laurea. O almeno un diploma: la facilità di essere assunti, in un caso su due, è doppia.
Sale infatti al 51,1 per cento la quota di assunzioni destinate a quanti hanno completato un ciclo di studi universitari o secondari superiori, sette punti percentuali in più di quanto registrato nell’anno record 2007, quando la stessa quota era pari al 43,9 per cento di tutte le assunzioni programmate nell’anno dalle imprese in assoluto la quota più alta mai rilevata da Unioncamere e ministero del Lavoro attraverso l’indagine Excelsior 2008.
Secondo i risultati dell’indagine, che saranno al centro di un convegno in programma a Roma il 15 e 16 settembre, sono oltre 423 mila le assunzioni previste, nel corso dell’anno, dalle imprese per diplomati e laureati. Meglio poi se si cerca un impiego come economisti e ingegneri (i più richiesti tra i laureati), mentre i ragionieri detengono il primato tra coloro che hanno concluso un ciclo di studi secondario.
Entrando nel dettaglio dei dati: su un totale di 827.890 assunzioni programmate nel corso dell’anno, la richiesta più consistente è quella di diplomati (335.280). La domanda di lavoratori in possesso del titolo di studio secondario aumenta così di circa 42mila unità rispetto allo scorso anno. In termini relativi, i diplomati rappresentano il 40,5 per cento della domanda di lavoro complessiva riferita al 2008 (circa sei punti in più dell’anno precedente). Anche la domanda di laureati continua a crescere: saranno 88mila i neo-assunti con laurea nel 2008 (il 10,6 per cento del totale delle entrate contro il 9 per cento del 2007). Tra gli imprenditori appare più netto l’orientamento a collocare in azienda giovani con alle spalle il quinquennio di studi (46 per cento delle entrate di laureati con il tre + due), mentre la laurea breve concentra una quota più contenuta della domanda (21 per cento).
Fra i tipi di studio, è l’indirizzo economico a mantenere il primato delle richieste delle imprese – segnala ancora l’indagine Excelsior: 26.110 i laureati con questa specializzazione che il sistema produttivo intende assumere entro l’anno. A ruota seguono l’indirizzo di ingegneria elettronica e dell’informazione (10.500), che precede quello di ingegneria industriale (9.220) e il sanitario e paramedico (7.290).
Alle spalle delle lauree con indirizzo insegnamento e formazione (5.840) si colloca l’indirizzo chimico-farmaceutico, con 4.900 richieste. Per quanto riguarda i diplomi, i più gettonati si confermano quelli dell’indirizzo amministrativo e commerciale (111.900 assunzioni), seguito dall’indirizzo meccanico (33.840) che, rispetto allo scorso anno, ha superato l’indirizzo turistico-alberghiero (21.620). Oltre 15mila, infine, le richieste dell’indirizzo elettrotecnico.
A livello territoriale, l’indagine firmata da Unioncamere e ministero del Lavoro segnala notevoli differenze, con un forte gap tra il Nord e il Mezzogiorno d’Italia. Se nel Nord-Ovest infatti la quota di laureati e diplomati richiesti dalle imprese arriva addirittura a raggiungere il 56 per cento (il 14 per cento interesserebbe i titoli universitari, il 42 per cento quelli secondari superiori), scendendo di poco (al 52 per cento) nel Nord-Est e al Centro (50,7 per cento), è notevole invece la contrazione al Sud (poco più del 45 per cento la quota totale, con i laureati che dovrebbero incidere solo per il 7,3 per cento ed i diplomati per il 38 per cento).
A livello provinciale, le quote più consistenti di laureati sul totale delle assunzioni programmate a livello locale, dovrebbero interessare Milano, Torino, Trieste, Reggio Emilia e Roma. Quelle meno consistenti Grosseto, Lecce, Ragusa, Enna e Pistoia. Catania, Venezia, Varese, Lodi e Reggio Calabria, invece, sono le province che ricercano le quote più elevate di diplomati. Minori le opportunità, invece, per questi titoli di studio a Caserta, Foggia, Enna, L’Aquila e Messina.
Se si tratta di spirito d’impresa, non c’è bisogno delle quote rosa: le italiane che guidano un’azienda o hanno un lavoro autonomo sono diventate 1,6 milioni. Prime nella graduatoria europea. Ma le pari opportunità sono ancora lontane, come osserva il quinto rapporto dell’Osservatorio di Confartigianato Donna Impresa. “La maggior parte sono microimprenditrici” ricorda Chiara Saraceno, docente all’università di Torino “e storicamente nei Paesi mediterranei il tasso di autoimprenditorialità femminile è elevato, stimolato anche da opportunità come i fondi europei”. Nonostante il boom di “capitane d’impresa”, l’Italia ha il record negativo nell’Unione europea per la più bassa partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro: il tasso di attività delle donne tra 15 e 64 anni è del 50,7%, rispetto al 63,3% della media dell’Europa a 27.
In bilico tra lavoro e famiglia. Limiti della meritocrazia, cultura di coppia e nei luoghi di lavoro, carenza dei servizi restano barriere che ostacolano l’occupazione femminile in Italia. “L’Ocse ha rilevato differenze salariali e nella carriera tra uomini e donne: è una discriminazione che parte appena finiscono gli studi e che continua con occupazioni precarie e con retribuzioni basse” ricorda Chiara Saraceno. E aggiunge: “Nella coppia si dà spesso la priorità al lavoro del compagno e, nel caso delle lavoratrici dipendenti, spesso la flessibilità si rivela vantaggiosa per i datori di lavoro”.
In particolare, la maternità può diventare un momento difficile per la carriera: secondo un’indagine del Cnel, il 6% delle donne perde il lavoro e il 14% lo abbandona. Ma la maggior parte dichiara di rinunciare all’occupazione “momentaneamente”. Per una donna su tre è difficile conciliare il lavoro e la cura dei figli: i principali punti critici sono i turni e la flessibilità degli orari (il rapporto in pdf). E, come ricorda il rapporto dell’Osservatoro Confartigianato, appena il 4,4% della spesa sociale è destinata al sostegno alle famiglie (a livello europeo la percentuale sale all’8%). Solo il 13,5% delle madri lavoratrici utilizza un asilo nido pubblico. “Se non ci fossero le nonne ad aiutare le giovani coppie, l’occupazione femminile sarebbe ancora più ridotta” precisa Chiara Saraceno.
Più grinta degli uomini. Nel 2007 le imprenditrici e lavoratrici autonome rappresentavano il 17,4% del totale delle occupate italiane, a fronte della media europea del 10,1%. L’attrazione delle donne per l’imprenditoria cresce anche rispetto a quella maschile: tra il 2000 e il 2007 il numero delle donne impegnate al vertice delle imprese italiane è cresciuto inoltre del 7,2%, rispetto all’aumento del 4,4% della componente maschile. Una dinamica più accentuata nel Centro e nel Mezzogiorno.