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Export senza distretti: l’industria italiana è pronta per ripartire

Credits: LaPresse

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Già a febbraio 2010 era stato previsto che nel biennio 2010-2011 le esportazioni italiane sarebbero aumentate del 3% all’anno. Tuttavia, il confronto tra la stima italiana e quella mondiale (+6%, a fronte di una contrazione del 16,6% solo nel 2009) sottolinea quanto l’Italia fosse destinata a trarre minori vantaggi dalla presunta ripresa del commercio internazionale. Per recuperare il terreno perduto, il Rapporto Ice-Prometeia di febbraio aveva raccomandato all’industria nazionale di fare il possibile per riacquistare competitività a livello internazionale, migliorando qualità e innovazione delle produzioni del Bel Paese. Continua

L’industria torna a respirare: su ordini e fatturato a dicembre

Interni di un laboratorio meccanico (Ansa)

Interni di un laboratorio meccanico (Ansa)

Bisogna cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, per questo la notizia (dati Istat) di una crescita consistente di ordini e fatturato per l’industria italiana a dicembre 2009 è una buona notizia. Continua

Gm in bancarotta. Dopo regno di 77 anni, rinasce come “Government Motors”

gm

General Motors volta pagina: quella che è stata per 77 anni la prima casa automobilistica al mondo farà bancarotta, mettendo così un punto alla sua storia poco più che centenaria. Si chiude un’era per l’industria dell’automobile americana. GM per decenni è stata la più grande impresa americana arrivando a occupare oltre un milione di dipendenti con gli stipendi più alti tra gli anni ‘50 e ‘60 creando quella middle class che ha rappresentato il principale fattore di sviluppo economico degli Stati Uniti.
Ora si ritroverà con il Governo primo azionista, con una quota del 60% a fronte di ulteriori aiuti per 30,1 miliardi di dollari: alcuni osservatori già chiamano ‘Government Motors’ la società che emergerà dalla bancarotta.
“Manterremo la quota non più del necessario” spiegano dall’amministrazione Obama, precisando che il Governo “non intende interferire o esercitare controllo sulla gestione giornaliera. Nessun rappresentate del Governo sarà impiegato nel consiglio di amministrazione o nella societa”‘.
Gm farà ricorso al Chapter 11, sezione 363 (quella che nel codice fallimentare statunitense prevede una vendita rapida dgeli asset il cui valore rischia di essere azzerato in caso di bancarotta prolungata), fra poche ore, prima dell’apertura di Wall Street, presso il Tribunale di New York, quello che già ospita il caso Chrysler.
La bancarotta di Gm, data la sua taglia e la sua maggiore complessità, durerà più a lungo di quella della più piccola delle case automobilistiche di Detroit: l’amministrazione prevede 60-90 giorni.
Per facilitare nell’ambito del processo di bancarotta la vendita degli asset della vecchia Gm a una nuova società, il Tesoro concederà un finanziamento debtor-in-possession pari a 30,1 miliardi di dollari. Oltre a questi fondi “il Tesoro non prevede ulteriore sostegno finanziario per Gm. Anche in uno scenario particolarmente conservativo riteniamo - osservano dall’amministrazione - che i fondi siano sufficienti per far tornare Gm a crescere. Anche perchè quella delineata è una soluzione permanente per Gm”. Oltre a una quota di circa il 60%, il Tesoro riceverà 8,8 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
Alla ristrutturazione di Gm parteciperà anche il Canada.
Ottawa e il Governo dell’Ontario stanzieranno finanziamenti per 9,5 miliardi di dollari. In cambio riceveranno il 12% della nuova Gm, oltre a circa 1,7 miliardi di dollari fra debito e azioni privilegiate.
L’amministrazione plaude agli sforzi effettuati dal sindacato United Auto Worker (Uaw), il cui fondo Veba si troverà a controllare il 17,5% di Gm con l’opzione di salire di un ulteriore 2,5%. Il Veba, che potrà nominare un direttore indipendente al consiglio di amministrazione ma che non godrà di diritti di voto, riceverà anche 6,5 miliardi di dollari di azioni privilegiate con un dividendo del 9% annuo.
Il 10% della nuova società andrà ai creditori non garantiti: è stato proprio il loro via libera alla nuova proposta di ristrutturazione avanzata dal Tesoro a spianare la strada al Chapter 11. Il 54% degli obbligazioni hanno aderito alla proposta che offre ai creditori un iniziale 10% con l’opzione di salire di un ulteriore 15%.

Allarme sulla disoccupazione: l’Ocse la vede a due cifre

lavoro

Mettere le persone al centro. È questo il senso del G8 del Lavoro, il Social Summit, che fino a martedì 31 marzo discuterà a Roma delle politiche sociali, di tutela e di sostegno, necessarie per tutelare i lavoratori colpiti in tutto il mondo dalle conseguenze della crisi economica internazionale. Conseguenze che, secondo un allarme lanciato dall’Ocse, potrebbero portare dall’anno prossimo tassi di disoccupazione “a due cifre”.
Dopo i mercati finanziari e le banche è quindi ora la volta del mondo del lavoro e della sostenibilità sociale, componente fondamentale, secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, della stabilità economica. “Occorre ricostruire il circolo della fiducia, partendo dalla protezione sociale, dalle persone. Siamo qui per affrontare insieme la dimensione umana della crisi” ha sottolineato il ministro inaugurando la tre giorni del vertice “contro la quale servono misure tempestive e mirate, anche temporanee per proteggere il reddito. Misure che salvaguardino la base produttiva e l’occupazione consentendo così di affrontare anche la formazione dei lavoratori”.
Le conseguenze della crisi sono del resto già evidenti nelle stime degli istituti internazionali. Secondo l’Ilo il numero di disoccupati potrebbe aumentare di 50 milioni di persone nel 2009, dopo gli 11 milioni in più registrati nel 2008, e la recessione del mercato del lavoro potrebbe essere “prolungata” per 4-5 anni dopo la ripresa economica.
E secondo l’Ocse le prospettive non sono rosee: la ripresa arriverà nel 2010, dopo un ulteriore rallentamento quest’anno, e sarà “sottotono”, comunque sotto il potenziale dell’area.
In più il tasso di disoccupazione entro l’anno prossimo si avvicinerà - in tutti i Paesi del G8 e anche in quelli membri dell’organizzazione - a tassi “a due cifre”, cioè almeno al 10%. I sindacati mondiali temono inoltre 200 milioni di lavoratori a rischio povertà.
Come già di fronte alle previsioni di Confindustria, che “realisticamente” secondo il vicepresidente Alberto Bombassei indicavano una perdita di 500.000 posti in Italia in 2 anni, Sacconi invita però ad andarci piano con le stime: “Andrei cauto con le diverse previsioni che continuano ad essere prodotte”, ha detto “perchè spesso le stesse organizzazioni che le fanno sono costrette a correggerle. Non aiuta il continuo prodursi di previsioni in sequenza l’una con l’altra”. Di fronte ai “deficit della politica” sulle tutele sociali, i sindacati mondiali, anche loro seduti al tavolo del summit, invocano un cambiamento di rotta già al G20 di Londra e poi al G8 della Maddalena, chiedendo, per bocca del segretario generale della Uil Luigi Angeletti, di parteciparvi con un proprio rappresentante. Risposta immediatamente positiva da parte del governo: “il governo incontrerà i sindacati alla vigilia del G8 alla Maddalena, così come fece a Genova”, ha assicurato Sacconi. “Questa è una testimonianza dell’importanza attribuita dal premier Silvio Berlusconi al dialogo sociale”.

Oltre la crisi: dieci ragioni per essere ottimisti

Borsa di New York
C’è luce in fondo al tunnel? Se a dirlo è Nouriel Roubini, l’economista della New York University che con largo anticipo aveva previsto la crisi finanziaria e che è noto per i suoi scenari apocalittici, qualche motivo di speranza c’è, al di là dell’ottimismo mostrato dai governi. Secondo Ben Bernanke, presidente della Federal reserve, la banca centrale Usa, la tempesta ha passato la fase acuta, la calma verrà a fine 2009 e la ripresa l’anno prossimo. Il suo collega della Bce Jean-Claude Trichet è appena più prudente: la crisi, sbarcata in Europa più tardi, se ne andrà un po’ dopo. Naturalmente non mancano i pessimisti: il loro guru è il premio Nobel Paul Krugman, critico con la Casa Bianca di Barack Obama. La sua sponda italiana è Alessandro Penati, docente alla Cattolica di Milano ed editorialista di Repubblica: a suo avviso “il peggio deve ancora arrivare”.
Eppure se alziamo lo sguardo dalle diatribe tra economisti e guardiamo ai mercati e all’economia reale, dieci fondati motivi per essere (cautamente) ottimisti ci sono.

Il piano di Geithner piace ai mercati

Il piano da 500 miliardi di dollari di Tim Geithner, segretario americano al Tesoro, è stato accolto dai rialzi in tutte le borse del mondo. Poi ci sono stati i ribassi, ma non come nei mesi scorsi. Soprattutto, è la prima volta che un progetto della nuova amministrazione Usa incontra il favore dei mercati. In che cosa si differenzia dai precedenti, che hanno già impegnato risorse per 787 miliardi? Nella strategia di fondo: anziché nazionalizzare banche, assicurazioni e agenzie di mutui, e concedere aiuti a pioggia ai settori in crisi (come l’auto), il piano Geithner si propone di ripulire dai titoli tossici i portafogli di aziende e famiglie. Coinvolgendo nell’opera i privati, generosamente protetti dai prestiti delle agenzie governative e dalla garanzia di ultima istanza della Fed.

La Federal reserve compra a piene mani
“La recessione negli Usa finirà nel 2009, la ripresa inizierà dal 2010, e nessun’altra grande banca americana fallirà”. È il verbo di Ben Bernanke, ripetuta nell’ultima settimana ben tre volte, a Phoenix, New York e Washington. Contemporaneamente la Federal reserve ha iniziato a comprare titoli pubblici a scadenze medie e lunghe. Con un doppio obiettivo: ridurre l’imponente debito americano e tenere sotto controllo i rendimenti, per mitigare il ritorno dell’inflazione, cioè il rischio maggiore della ripresa. Insomma, la Fed ha mostrato di non voler solo spegnere gli incendi, ma di puntare ad una “exit strategy”. Lo può fare perché non ha i vincoli di noi europei nello stampare e ritirare dollari, o addirittura attingere alle riserve come sta facendo in questi giorni. Né, come la Bce, deve mettere d’accordo 16 governi. A Bernanke basta agire in tandem con Obama, e pare che ci stia riuscendo.
Segnali positivi dall’industria
Ma ancora prima Wall Street e le borse mondiali hanno esibito una serie di rialzi concentrati su banche e assicurazioni: titoli paria fino a poche settimane fa. Che cosa fa sperare che non si tratti solo di speculazione? In primo luogo lo stabilizzarsi su un andamento piatto della produzione industriale mondiale, dopo i tonfi di tutto il 2008. Il segno meno aveva raggiunto il 31 per cento in Giappone, il 20,5 per cento in Spagna, il 19,5 per cento in Germania, il 15,5 per cento in Italia, il 14 per centoin Francia, l’11 per cento in Gran Bretagna e Usa. Gli indici generali sono ancora al ribasso, ma la produzione manifatturiera è ripresa tra dicembre e febbraio in Giappone e Stati Uniti. E ha arrestato il crollo in Europa: gli indicatori dei direttori acquisti (Purchasing Managers Index) pubblicati il 24 marzo sono meglio del previsto. Il Pmi manifatturiero è risalito leggermente a quota 34 da 33,5 di febbraio. Il Pmi dei servizi è passato a 40,1 da 39,2, contro previsioni di ulteriore peggioramento a 39,1.
Crescono le vendite di case
I dati più spiazzanti provenienti dagli Usa sono quelli del mercato immobiliare. Prima la costruzione di nuove case, aumentate a febbraio del 22,2 per cento, cioè 583 mila abitazioni, ben 150 mila più di quelle previste. Appena a gennaio la costruzione di case nuove si era ridotta del 10,2 per cento, toccando il minimo storico. Poi la vendita di immobili usati: più 5,1 rispetto a marzo, contro previsioni di meno 0,9 . Un mini-boom dovuto certo al calo dei prezzi del 15 per cento ed al fatto che la metà delle compravendite riguarda beni pignorati: ma è pur sempre dalla casa che tutto era partito.
Una crisi dura 18 mesi e siamo arrivati a 15
Siamo al 15mo mese di crisi, iniziata negli Usa a gennaio 2008 con il crac dei mutui subprime. Secondo le statistiche la durata media delle crisi, sempre più acute e brevi, è di 18 mesi. Se questa teoria verrà confermata, la fine del tunnel sarà a cavallo dell’estate. Ma c’è chi non è d’accordo, ed è proprio Roubini, stavolta nei suoi più congeniali panni di pessimista: “Questa non è una recessione a V, ma ad U, la ripresa non sarà veloce e verrà preceduta da alcuni mesi di economia piatta”. Comunque, già qualcosa.
L’Europa ha reagito con decisione
Dall’Europa, così come è arrivata dopo, la crisi se ne andrà in ritardo rispetto agli Usa. Tuttavia anche Trichet si sbilancia: “C’è una previsione generale di tutte le istituzioni pubbliche e private che il 2010 sarà l’anno della ripresa”. Fa ben sperare anche il decisionismo mostrato dai governi: l’Europa ha mobilitato risorse pari a quelle degli Usa. E, a differenza che in politica, stavolta ha reagito compatta.
Le materie prime stanno ripartendo
Il prezzo delle commodities - l’assieme di materie prime e servizi essenziali - sta ripartendo. In particolare di quelle “buone”, che individuano non beni rifugio (l’oro su tutti), ma i propellenti primari dell’economia: petrolio, cereali, metalli, carbone, noli marittimi. Il termometro-leader di queste voci si chiama Baltic dry index: nel 2008 tra giugno e dicembre era precipitato da 11.600 a 660 punti, perdendo il 94 per cento. Ora è ad un passo da quota 2.300, un rimbalzo del 250 per cento.
Meglio del previsto in Italia i bilanci aziendali
In Italia i consuntivi 2008 delle grandi aziende sono risultati migliori del previsto: Unicredit, Intesa SanPaolo, Mediaset, Mediolanum e Banco Popolare hanno in qualche modo sorpreso gli analisti, anche se ognuno ha poi seguito strategie diverse: l’Unicredit (2,6 miliardi di utile) non ha rinunciato al dividendo, sotto forma di azioni. Intesa (4 miliardi) ha deciso di mettere fieno in cascina, rinviando a tempi migliori. Forse, non ha escluso l’amministratore delegato Corrado Passera, già nel 2009.
Gli incentivi all’auto rianimano le vendite
Il mercato dell’auto europea si sta riprendendo. Gli incentivi, varati in Germania a gennaio e in Italia a febbraio, hanno già fatto volare del 40 per cento gli acquisti dei tedeschi, mentre da noi hanno ridotto le perdite: la Fiat ha ha registrato 70 mila ordini, il doppio rispetto a gennaio ed il 30 per cento in più ripetto a febbraio 2008.
Per marzo sia l’Unrae (l’associazione delle case estere in Italia), sia il centro studi Promotor vedono rosa: l’indice di affluenza negli show room è passato dal 4 per cento di gennaio ad oltre il 60 di marzo. Le vendite potrebbero raggiungere le 214 mila auto di un anno fa, con benefici soprattutto per Fiat e Ford. Il che rafforzerebbe Sergio Marchionne, amministratore delegato del Lingotto, nel piano di acquisto della Chrysler e di sbarco nel mercato Usa.
Migliora l’export verso l’Europa
I consumi negli Usa e Gran Bretagna sono in ripresa. La Cina segnala un aumento dell’8 per cento della produzione industriale. L’Italia, in attesa di rivedere file di clienti nei negozi e soprattutto più posti di lavoro, deve per ora accontentarsi di segni positivi davanti all’import e all’export verso i paesi europei: rispettivamente più 2,1 per cento e più 1,3 rispetto a gennaio. Non è moltissimo, ma qualcosa si muove. Forse la fine del tunnel non è davvero così lontana.

Industria, crollano fatturato e ordinativi: mai così male dal ‘91

Metalmeccanico in una fabbrica

Crollano fatturato e ordini dell’industria a gennaio. L’indice del fatturato corretto per gli effetti del calendario, segnala l’Istat, ha registrato una diminuzione tendenziale del 19,9% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di gennaio 2008), mentre l’indice grezzo degli ordinativi ha segnato una riduzione tendenziale del 31,3%. Entrambi gli indicatori sono scesi del 2,1% rispetto a dicembre. Nel confronto su base trimestrale, il fatturato scende dell’8,8% e gli ordinativi del 14,2%.
Entrambi gli indici tendenziali rappresentano il peggior dato dal 1991. Nel dettaglio: gli indici destagionalizzati del fatturato per raggruppamenti principali di industrie hanno segnato variazioni congiunturali positive del 5,9% per l’energia e dello 0,1% per i beni di consumo (-3,1% per quelli durevoli e +0,8% per quelli non durevoli). Si sono registrate variazioni negative del 5,9% per i beni strumentali e del 2,5% per i beni intermedi. L’indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha registrato a gennaio diminuzioni tendenziali del 28,4% per i beni intermedi, del 28,1% per l’energia, del 19,7% per i beni strumentali e del 4,8% per i beni di consumo (-21,2% per quelli durevoli e -2% per quelli non durevoli).
E continua la discesa per l’industria degli autoveicoli. A gennaio il fatturato ha segnato un crollo del 47,4% (26,3% a dicembre). L’Istat chiarisce che il calo è stato sul mercato interno del 42,8%, e su quello estero del 52,3% (a dicembre erano stati rispettivamente del 29,3% e del 21,3%. Si tratta di dati grezzi. Male anche gli ordinativi che hanno segnato un calo del 26,3%, dovuti ad un calo sul mercato interno del 30,5% e su quello estero del 26,3%.
A gennaio l’indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario ha segnato le diminuzioni tendenziali più significative nel settore della fabbricazione di mezzi di trasporto (-37,1%), della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-33,3%) e della fabbricazione di prodotti chimici (meno 29,2 per cento). Le variazioni negative più marcate dell’indice grezzo degli ordinativi hanno riguardato invece la fabbricazione di macchinari ed attrezzature n.c.a. (-41%), la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-40%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (-39%).

Il VIDEO servizio:

Sat Expo Europe: quando il business è spaziale. Ecco una via per uscire dalla crisi

Un satellite in orbita

“L’Italia è il quarto paese in Europa, il settimo al mondo per investimenti nel settore aerospaziale, e ha generato nel 2007 12 miliardi di euro di fatturato. Nel 2008, poi, oltre il 50 per cento di questo fatturato è stato generato da esportazioni”. Il dato è stato annunciato da Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo economico, in apertura di Sat Expo Europe, alla Nuova Fiera di Roma, dal 19 al 21 marzo. “Quando si parla di spazio, sviluppo e sicurezza sono due facce della stessa medaglia”, aggiunge Urso. “Questo settore rappresenta un nuovo, grande fattore di crescita per l’Italia e può essere una chiave certa contro la crisi con ricadute indubbie per tutta l’economia italia”.

Nei prossimi cinque anni si prevede una crescita del 30 per cento delle applicazioni integrate che combinano i servizi forniti dai satelliti per osservazione della Terra, navigazione, telecomunicazioni e banda larga. Il dato positivo è il segnale di “una nuova epoca di applicazioni integrate di seconda generazione”, ha detto il presidente della rassegna, Paolo Dalla Chiara. “Il mercato mondiale dei servizi satellitari è di circa dieci miliardi di dollari, ma finora questo dato ha riguardato essenzialmente le telecomunicazioni, in particolare la televisione”, aggiunge. La crescita che si prepara sarà soprattutto frutto dell’integrazione dei servizi: ad esempio, i primi satelliti attivi nella banda S, oltre a portare la tv sul telefonino potranno dialogare con altri sistemi come il Gps e il sistema di navigazione satellitare europeo Galileo.

“L’italia spende più della metà delle risorse dedicate allo spazio per partecipare ai programmi dell’Agenzia spaziale europea, ma dobbiamo focalizzare maggiore attenzione sui satelliti istituzionali e avere maggiori risorse per la ricerca su bande di frequenza superiori a quelle attuali”, sottolinea Enrico Saggese, commissario straordinario dell’Agenzia spaziale italiana. “Fino a questo momento sono stati utilizzati, solo per la navigazione, tutti i 300 milioni di euro stanziati dai precedenti governi, si sta discutendo con l’attuale governo un refinanziamento di oltre 140 milioni di euro”.

Un impegno confermato da Guido Crosetto, sottosegretario al ministero della Difesa che ha parlato di “grande attenzione verso questo settore che produce una ricchezza fino a 5-10 anni fa impensabile e che dovrà diventare nei prossimi 15-20 anni una delle voci costanti di produzione di prodotto interno lordo, mettendo in moto le spese e l’utilizzo pubblico, ma aprendo ancora di più all’industria privata specializzata che in Italia rappresenta un fiore all’occhiello invidiata da tutto il mondo”.

A testimonianza della forte espansione del settore, interessanti i dati forniti da Giuseppe Veredice, amministratore delegato di Telespazio. Nel 2005 la società, che fa parte del gruppo Finmeccanica, ha avuto ordini per 340 milioni di euro per la realizzazione di satelliti geostazionari (ossia di osservazione terrestre), di cui oltre il 90 per cento dal mercato italiano. A distanza di tre anni, nel 2008, gli ordini sono cresciuti a circa 440 milioni di euro con un tasso medio superiore alla crescita di mercato. Nel 2009, le previsioni parlano di una crescita fino al 55 per cento dal mercato italiano e per il restante 45 per cento da quello estero, con una prevalenza degli Emirati Arabi, che hanno effettuato ordini per 180 milioni di euro, Stati Uniti (32 milioni) e Francia, con una quota di mercato vicina all’8 per cento. “Esempio chiaro dell’internazionalizzazione dell’industria italiana che in futuro dovrà puntare dichiaratamente alla scelta di programmi forti e di carattere globale, incrementando le risorse per il comparto spaziale”, ha sottolineato Veredice.

È il momento, fanno capire gli esperti convenuti a Sat Expo, di riflettere sui nuovi assetti geopolitici internazionali e sui vantaggi che i sistemi infrastrutturali spaziali e satellitari possono dare ai problemi urgenti dell’ambiente e del clima, in vista del completamento dei tre più grandi progetti europei destinati a rivoluzionare lo scenario internazionale: Cosmo-SkyMed, costellazione satellitare italiana (2009), la rete satellitare in banda Ka (2010) e il sistema di navigazione satellitare Galileo (2013).
Il futuro, quindi, è appena cominciato.

Una panoramica di Sat Expo Europe


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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