Archivio per il tag “Inps”

Vista dall’osservatorio privilegiato dell’Inps la crisi sembra un po’ meno brutta di come spesso la dipingono. Ovviamente c’è, fa male e lascia i segni anche in Italia: nel primo trimestre dell’anno le domande di disoccupazione e mobilità sono state 750 mila, più 46 per cento sul 2008, mentre la Relazione unificata sull’economia del ministero del Tesoro prevede per il 2009 un arretramento del prodotto interno lordo (pil) di oltre il 4 per cento e una ripresa timida solo nel 2010. Eppure, non ci sono solo segnali negativi, in mezzo a tanto buio appare anche qualche spunto confortante. Un elemento più di altri autorizza a sperare che i contraccolpi sull’economia e la società italiana alla fine possano essere meno devastanti di quanto preventivato. I dirigenti dell’istituto di previdenza lo chiamano il “tiraggio della cassa integrazione”. Il tiraggio indica quanta cassa ordinaria, straordinaria e in deroga le imprese utilizzano davvero rispetto a quella autorizzata, cioè richiesta e negoziata. La differenza tra i due valori è veramente notevole: considerata tutta la cassa integrazione autorizzata, quella effettivamente utilizzata finora, cioè materialmente erogata dall’Inps, è circa un terzo. Uno scostamento clamoroso. Gli importi autorizzati a marzo per la cassa ordinaria sono stati cospicui, addirittura più 925 per cento in totale rispetto allo stesso mese del 2008. Nelle imprese metallurgiche l’incremento è di oltre il 7 mila per mille, in quelle dell’elettricità e del gas il 5.600, nei trasporti e comunicazioni 2 mila, nel legno 1.728, nel settore chimico del 1.345 per cento. Impennate vistose, anche se parecchio distanti in termini assoluti dai valori catastrofici registrati nelle fasi acute di crisi degli anni Ottanta e Novanta del secolo passato. Allora in un solo anno, il 1984, le ore autorizzate di cassa integrazione furono oltre 800 milioni, nel 1993 circa 549 milioni. L’anno passato sono state 223 milioni ed è su quella cifra che vengono calcolati gli aumenti di questi ultimi mesi. Ma se in termini monetari la cassa autorizzata dall’Inps è pari a 1 miliardo 180 milioni di euro, quella effettivamente utilizzata dalle imprese scende a 344 milioni. L’impressione è che nel giro di poco tempo si sia verificata nelle imprese una specie di testacoda psicologico: dalla paura economica diffusa a un ripensamento improntato a realismo. Da gennaio a marzo, gli ultimi mesi per i quali sono disponibili rilevazioni, molti imprenditori grandi, medi e piccoli, sottoposti allo stress di notizie negative provenienti da tutto il mondo, sentendo gridare al lupo da ogni parte e temendo il peggio hanno agito in contropiede facendosi autorizzare quantità ingenti di cassa integrazione di tutti i tipi. Salvo, poi, riflettere e frenare. Spesso, ragionando insieme ai sindacati, molti si sono resi conto sul campo, negli uffici e nei capannoni, che per il momento i timori in alcuni casi erano eccessivi e meno nere le difficoltà per l’andamento dei consumi interni, le esportazioni e in generale le prospettive di mercato. Di fronte a questa constatazione hanno preferito continuare a lavorare come al solito, spesso per soddisfare i nuovi ordinativi e in altri casi per ricostituire le scorte di magazzino, piuttosto che limitare la produzione succhiando cassa integrazione dalla mammella dello Stato. Il tiraggio relativamente basso di cassa non può dipendere da ritardi degli uffici Inps perché le erogazioni avvengono a conguaglio. Per sua natura la cassa integrazione non consente dilazioni burocratiche, sono soldi pagati in prima battuta dalle imprese che vanno in busta paga a fine mese: se non vengono elargiti nei tempi e con gli importi giusti, la faccenda non passa inosservata. Le cifre relativamente modeste spese finora lasciano allo Stato, agli imprenditori, ai sindacati e ai lavoratori margini notevoli di manovra per il futuro. Dei 32 miliardi messi a disposizione per i tre tipi di cassa dal governo per il biennio, finora è stato effettivamente utilizzato poco più di un centesimo. Questo significa che se la crisi dovesse peggiorare nella cascina degli ammortizzatori sociali ci sarebbe ancora fieno a sufficienza per scongiurare macellerie di massa. Il primo ad accorgersi del fenomeno del basso tiraggio della cassa è stato il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, studiando i dati sull’erogato. Con quelle cifre sulla scrivania ora dice a Panorama: “L’incremento della cassa integrazione autorizzata è reale e notevole, ma anche i dati sul tiraggio sono un fatto e dimostrano che gli imprenditori continuano a credere nelle loro aziende nonostante le difficoltà temute. Questo vuol dire molto, perché proprio gli imprenditori, al di là di ogni previsione o di ogni polemica, hanno il polso del mercato più di altri e si comportano di conseguenza”. Se il tempo volgesse al peggio e i colpi della crisi dovessero diventare improvvisamente più duri anche in Italia, gli stessi imprenditori avrebbero 12 mesi di tempo per ripensarci attuando una nuova inversione di marcia e impiegando in fretta quanto fino a oggi hanno ritenuto superfluo utilizzare. Ma non è affatto detto che ciò succeda. Nessuno può dire con certezza come si evolverà la crisi: parecchi focolai restano accesi in molte parti del mondo, molti sono i lati oscuri e gli aspetti imprevedibili, soprattutto per quanto riguarda il dato finanziario. Però negli ultimi giorni, e in particolare in Italia, sulle prospettive si sono moltiplicate voci autorevoli, se non proprio ottimistiche, quantomeno non del tutto pessimistiche. Con accenti e toni diversi, tre personaggi di solito non allineati, come il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e il presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, hanno lasciato intendere che in mezzo a tanta persistente nuvolaglia si intravede anche qualche timida schiarita. E che gli sprazzi di sereno appaiono più nitidi in Italia che altrove.
I NUMERI
La crisi vista dall’Inps sulla base delle ore autorizzate di Cig ed effettivamente utilizzate dalle imprese
1.180milioni di euro: il valore della cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga autorizzata dall’Inps nel primo trimestre 2009.
344milioni di euro: il valore della cassa ordinaria, straordinaria e in deroga utilizzata dalle imprese nel primo trimestre del 2009.
+925%: la cassa ordinaria autorizzata nel marzo 2009 sul marzo 2008.
816milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1984.
549milioni di ore: la cassa autorizzata nel 1993.
223milioni di ore: la cassa autorizzata nel 2008.

Il governo non ritiene questo il momento giusto per fare le riforme pensionistiche. “Nonostante da varie parti, anche da parte di molti editorialisti, ci venga chiesta una stagione di riforme del sistema pensionistico, non è questo il momento per riforme strutturali”. A ribadirlo stamattina il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, durante la presentazione del Rapporto annuale 2008 Inps a Montecitorio. Sacconi ha detto che più avanti le riforme dell’età potranno esserci, ma ora “durante questo periodo di crisi economica, di cui non abbiamo una previsione di quanto possa durare, le riforme determinerebbero un’insicurezza perché avrebbero bisogno di un periodo di transizione”.
Il presidente Gianfranco Fini, nel suo intervento da padrone di casa ha sostenuto l’importanza di una riforma del sistema pensionistico spiegando che questa “è doverosa”, ma al tempo stesso ha messo in guardia contro un aggressione “le pensioni non possono essere aggredite ed erose progressivamente perché sono un vero e proprio ammortizzatore sociale per tutti i nuclei familiari, spesso mono reddito, al cui interno è sempre più presente la componente dei giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro”. Per Fini “è necessario conciliare obiettivi di solidarietà con l’equilibrio dei conti pubblici” e per questo “le prestazioni dei servizi sociali vanno adattate alle nuove situazioni demografiche”. E quindi “garantire la previdenza significa che non venga frustrato dal legislatore quanto è stato faticosamente costruito nel tempo. Altrimenti sarebbe priva di contenuto la tutela nei confronti di chi ormai ha speso le sue migliori energie lavorative e, per natura o legge, non è più in grado di ricostruire una sua posizione assicurativa”. Poi la terza carica dello Stato ha lanciato la proposta di un patto generazionale: “Destinare più risorse pubbliche per le politiche del lavoro sarà più agevole se le forze sociali condivideranno un nuovo patto generazionale, in cui si accetti di lavorare più a lungo, in cambio di un welfare più in sintonia con le odierne esigenze della società”.
Quindi la relazione vera e propria in cui il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua ha spiegato che “i conti dell’Istituto sono in ordine per le pensioni e non c’è nessuna necessità di riforma”. Per Mastrapasqua “Il bilancio 2008 presenta un saldo attivo di più di 11 miliardi di euro”. E sull’opportunità di una nuova riforma delle pensioni ha aggiunto: “La risposta spetta al Parlamento, al governo e alle parti sociali. Io mi permetto solo di rammentare che un troppo frequente intervento su questa materia rischia di incrinare il necessario rapporto di fiducia tra generazioni: il sistema delle pensioni ha bisogno di tempi certi, fare riforme ogni due anni rischia di compromettere la capacità di guardare al futuro con la necessaria fiducia e certezza”.
Guardando agli obiettivi futuri il presidente Inps ha parlato di lotta all’evasione e al lavoro nero. “Il piano di vigilanza ha un solo obiettivo, ovvero combattere la piaga del lavoro nero e contrastare le collaborazioni fittizie che mascherano rapporti di lavoro dipendente” per “accertare un’evasione di almeno 1,5 miliardi di contributi, con un’emersione di almeno 100mila lavoratori attualmente in nero”. Ma controlli a tappeto anche sugli invalidi civili: l’Inps punta a “200mila verifiche entro l’anno” destinate a “far recuperare almeno 100 milioni di euro e si tratta di una stima assai prudenziale, dal momento che le oltre 2,5 milioni di prestazioni erogate agli invalidi civili producono una spesa di circa 13 miliardi l’anno”.
Poi un accenno e un bilancio agli ammortizzatori sociali erogati nel 2008: “Nel 2008 l’Inps ha staccato assegni di disoccupazione a 1,4 milioni di persone mentre sono stati 700.000 i trattamenti di cassa integrazione”. Il lavoro dell’Inps è stato molto apprezzato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, che ha parlato di “Inps dei primati” guidata da Mastrapasqua: “Questa Inps, a differenza della vulgata di una volta, deve essere da esempio e di modello per tutto il Paese”.
Nel corso del convegno che si è svolto a Montecitorio è stata ricordata la figura di Marco Biagi, il giuslavorista barbaramente ucciso proprio il 19 marzo di sette anni fa. E se Fini e Letta ne hanno ricordato la figura di “grande studioso e di uomo delle riforme”, Sacconi ha rivelato che domani la sede del suo ministero verrà intitolata proprio alla sua memoria. E inoltre “gli dedicheremo il nuovo libro bianco rivolto ai valori di un nuovo stato sociale”.
- Tags: ammortizzatori, Confindustria, crisi, Emma-MArcegagli, governo, imprese, Inps, lavoro, Maurizio-Sacconi, operaio, Silvi-Berlusconi, welfare
-

Le imprese avranno “soldi veri”. Presto, forse già domani o dopodomani, il governo varerà un fondo di garanzia da 1,3 miliardi per le piccole e medie imprese in grado di garantire, con la leva finanziaria che sono in grado di generare i confidi, 60-70 miliardi di crediti. Soddisfatta la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, al termine dell’incontro di quasi due ore con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e una nutrita rappresentanza di ministri, da quello dell’Economia, Giulio Tremonti, al titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, fino al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Un faccia a faccia invocato più volte dagli industriali nel corso della scorsa settimana, fino al grido di allarme sulla “vera emergenza” e sulla necessità di “soldi veri” lanciato nel week end a Palermo al convegno della Piccola Industria, il cui presidente Giuseppe Morandini era oggi seduto al tavolo di Palazzo Chigi. “Incontro positivo, costruttivo. Su alcuni punti abbiamo visto soldi veri, altri arriveranno. I lavori continueranno in modo spedito e veloce per arrivare a soluzioni concrete nei prossimi giorni”, ha detto la presidente riportando l’impegno del governo a sostenere le imprese. Accanto al fondo di garanzia, mirato a risolvere il problema numero uno, quello della liquidità, che potrebbe arrivare come emendamento al decreto sugli incentivi auto, l’esecutivo ha così assicurato che nei prossimi giorni sarà innalzata da 560.000 a un milione di euro la soglia di compensazione debiti-crediti con l’erario.
La Cassa depositi e prestiti metterà a disposizione 5 miliardi per finanziare la ricerca e “altri fondi per gli investimenti nelle infrastrutture”. Tutti stanziamenti, ha precisato Marcegaglia, finora inutilizzati e che saranno adesso “velocemente a disposizione delle pmi”. Infine Confindustria ha anche ottenuto “assicurazione sull’emendamento per una deroga temporanea al patto di stabilità interno, in modo che i Comuni virtuosi possano fare investimenti nelle piccole opere”, in quelle infrastrutture cioé immediatamente cantierabili, in grado di rilanciare il settore dell’edilizia. Restano invece in sospeso il nodo, fondamentale per la Confindustria, dei crediti della p.a. (calcolati dalle imprese in circa 60 miliardi di euro) e la proposta, più volte avanzata da Marcegaglia, di detassare gli utili reinvestiti dalle imprese. Su quest’ultimo punto “è in corso un approfondimento”, ha detto la presidente degli industriali, mentre dello sblocco dei crediti dell’amministrazione pubblica si potrebbe parlare al prossimo incontro sul credito che il ministro del Tesoro convocherà il 25 marzo, a seguito del primo Credit and Liquidity Day.

Nei primi due mesi di quest’anno hanno perso il posto di lavoro 370.561 persone, il 46,13% in più rispetto al 2008. Tutti hanno presentato all’Inps la domanda per ottenere l’indennità di disoccupazione, 116.938 in più dello stesso periodo dell’anno scorso.
Si tratta di richieste che, secondo l’Ansa, comprendono l’indennità ordinaria, speciale e con i requisiti ridotti.
A gennaio le domande pervenute sono state 169.274 (con un picco nella sola giornata del 15 di 11.653 richieste) contro le 95.851 dello stesso mese del 2008. A febbraio sono salite a 201.287 (il picco è del 10 del mese) contro le 157.727 dello stesso mese dell’anno precedente.
All’Inps sono arrivate dunque richieste che riguardano la disoccupazione ordinaria, a requisiti ridotti, e speciale. Quella ordinaria spetta ai lavoratori licenziati, ma anche sospesi da aziende colpite da eventi temporanei, come la mancanza di lavoro, di commesse, di ordini o per crisi di mercato. Per ottenerla bisogna essere assicurati all’ente da almeno due anni e avere almeno 52 contributi settimanali versati nel biennio precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro.
L’indennità con i requisiti ridotti spetta ai lavoratori che invece non hanno 52 contributi settimanali negli ultimi due anni, ma che nell’anno precedente hanno lavorato almeno 78 giornate.
L’indennità speciale infine interessa l’edilizia ed è una prestazione riservata ai lavoratori del settore quando termina l’attività aziendale, c’è una riduzione di personale o un cantiere viene ultimato.
Ecco nella tabella il confronto tra i numeri relativi ai primi mesi del 2008 e del 2009.
DOMANDE 2008 —————– DOMANDE 2009
GENNAIO 95.851 —————- 169.274
FEBBRAIO 157.727 ————— 201.287
=========================================================
TOT.GEN-FEB
2008—————————– 2009
253.578 ————————– 370.561
Il VIDEO servizio:

Mentre ferve il dibattito sull’età da pensione per le donne (statali), si scopre che in Europa guadagnano in media il 17,4% in meno rispetto agli uomini, e hanno pensioni inferiori. Questi i dati della tavola rotonda “Donne contro i razzismi e le discriminazioni”, organizzata dall’Inca Cgil, in corso a Roma.
E proprio contro le disparità retributive fra uomini e donne, in occasione dell’8 marzo, sul tema “stesso guadagno per un lavoro dello stesso valore” la Commissione europea ha lanciato una campagna in tutta la Ue.
In Europa, sono diminuiti i casi di discriminazione diretta, come le differenze salariali tra uomini e donne che svolgono esattamente lo stesso lavoro, ma resta una disparità retributiva che riflette discriminazioni e disuguaglianze nel mercato del lavoro.
E la disparità salariale, riducendo reddito e pensioni durante la vita attiva delle donne, causa povertà in età avanzata: il 21% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
Le donne lavorano a orario ridotto più spesso degli uomini (31,2%, contro 7,7% per gli uomini) e predominano in settori in cui i salari sono inferiori (oltre il 40% delle donne lavora nella sanità, nell’istruzione e nella pubblica amministrazione, valore doppio degli uomini). Le donne rappresentano però il 59% di tutti i nuovi laureati.
L’Italia si caratterizza per l’assenza di forme strutturate di welfare familiare e per una spesa sociale complessivamente più bassa degli altri Stati europei, con scarse risorse destinate al sostegno delle famiglie.

Chi meglio delle donne protagoniste, fa intendere Umberto Bossi, per decidere se sia giusto o meno che vadano in pensione (nel 2018) a 65 anni.
Insomma, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego, al leader del Carroccio non va giù. “Devono essere le donne a scegliere”. Ha tagliato corto così il ministro per le Riforme commentando la proposta caldeggiata (anzi, quasi imposta) dall’Europa. Sull’emendamento alla legge comunitaria, che potrebbe essere presentato dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), Bossi dice: “Vedremo”. E poi chiosa con una battuta fra il serio e il faceto: “In Aula ci azzufferemo”. Poi si corregge: “Discuteremo”. Bossi ha parlato delle pensioni nel pubblico impiego a margine dei lavori in Senato sulle quote latte, rimarcando che la Lega in questa materia “è per la libera scelta delle donne”. Ci possono essere donne che vogliono andare in pensione dopo, ha spiegato, ma la scelta deve essere la loro.
A dare man forte al leader della Lega anche la fedelissima Rosi Mauro che aggiunge: “Vada l’Europa in pensione a 65 anni. Non ci piacciono le imposizioni di stampo europeo, che poco conoscono la realtà del nostro Paese”. E Rosi Mauro ribadisce che se verrà presentato all’Aula del Senato un emendamento della maggioranza alla Comunitaria, per innalzare la pensione delle donne nel pubblico impiego, rispondendo al richiamo dell’Europa, “ci sarà da discutere”.
Cerca di smorzare i toni il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intervenendo a Radio 24, si è detto “contrarissimo all’equiparazione del trattamento pensionistico di uomini e donne nel settore privato. Le donne vanno quasi sempre in pensione di vecchiaia, non contributiva come gli uomini, e se facessimo l’equiparazione l’effetto paradossale sarebbe che le donne andrebbero in pensione più tardi degli uomini”.

In 3 anni, dal 2006 al 2008, sono stati scoperti circa 770.000 lavoratori irregolari, di cui 392.000 completamente in nero (1 lavoratore su 2 tra gli irregolari).
Sono state 957 mila le aziende visitate dagli ispettori del Ministero del Lavoro, Inps, Inail, Enpals. Di queste, 598 mila, ovvero 6 aziende su 10, hanno presentato forme di irregolarità. Nel corso delle ispezioni degli ultimi tre anni, sono stati recuperati 5,4 miliardi di euro tra contributi e premi evasi, con un incremento tra il 2006 ed il 2008 del 29%. A mettere insieme la mole di dati ci ha pensato la Uil - Servizio Politiche del Lavoro e della Formazione, che ha elaborato le cifre dell’ultimo biennio.
Nel dettaglio, nel 2008 le aziende ispezionate sono state 323.655 con un incremento del dell’11,5% rispetto al 2006, ma con una diminuzione del 5,6% rispetto al 2007, anno in cui sono state ispezionate 343.004 aziende. Nel 2008 le aziende che presentavano irregolarità lavorative sono state 198.496, con un incremento del 9,6% rispetto al 2006, ma in flessione del 9,2% se paragonate alle aziende trovate irregolari nel 2007 (218.561).
Ma non accenna a diminuire il fenomeno dei lavoratori trovati irregolari, infatti nel 2008 sono stati 303.301 unità, con un incremento del 9,4% rispetto al 2007 (277.365 lavoratori irregolari) del 60,2% rispetto al 2006 (189.295 lavoratori irregolari). Diverso il discorso se si analizzano i dati sul lavoro nero, difatti nel 2008 sono stati scoperti 126.600 lavoratori in nero, con una diminuzione del 10% rispetto al 2007 (140.642 unità), ed in leggero aumento dell’1,6% rispetto al 2006 (124.564 unità).
“Questi dati dimostrano” commenta Guglielmo Loy, segretario confederale Uil “come il sommerso sia ancora una metastasi e che, anche in un momento di crisi come questo, in cui si cerca di estendere tutele a chi ne è privo, non si può pensare di abbassare la guardia nei confronti di un fenomeno che produce violazione di diritti e tutele. I dati dimostrano che le politiche di contrasto al lavoro nero condotte negli anni scorsi, soprattutto con i contratti di emersione e le norme “chiusura cantiere”, hanno prodotto una diminuzione di questo fenomeno”.
Ma, al contempo, “occorre continuare a prestare attenzione e a combattere i fenomeni di fittizi rapporti di lavoro e di elusione contributiva che si nascondono dietro il dato della crescita dei lavoratori irregolari. Ci preoccupa, quindi, la significativa diminuzione dell’attività ispettiva programmata per il 2009, che pur se prospettata nel segno di una “maggiore qualità” dell’attività ispettiva, rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari. Infatti, per il 2009″, continua Loy “le ispezioni programmate dal Ministero del Lavoro nelle aziende diminuiranno del 24% rispetto al 2008, passando dalle oltre 182 mila aziende ispezionate nel 2008 alle 138 mila del 2009. La diminuzione interesserà, ad eccezione del Piemonte, tutte le Regioni, a partire dalla Calabria e dall’Abruzzo dove si prevede un calo delle ispezioni rispettivamente del 46,7% e del 37,9%”. Inoltre, nell’attività ispettiva, non sono chiare quali irregolarità verranno sanzionate, dal momento che le direttive indicano espressamente che si procederà a sanzionare soltanto quelle aziende che presentano irregolarità “sostanziali”, senza che si sia stabilito quali esse siano. “Crediamo” conclude Loy “che sia necessario proseguire la battaglia contro l’irregolarità, intensificando i controlli, dotando di maggiori strumenti e di maggior personale le strutture ispettive, per restituire quei diritti negati al più alto numero di lavoratori e lavoratrici e dare così un segnale che l’evasione e la irregolarità contributiva sono una malattia che si può curare”.

Graduale e flessibile, ma inevitabile: la riforma per allineare il requisito per la pensione di vecchiaia di uomini e donne del pubblico impiego. Cioè, scrive il Sole24Ore, il governo assicura all’Ue, in una comunicazione inviata ieri a Bruxelles dal ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che sarà elevata l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego.
La nota prende atto della sentenza dell’Alta corte di giustizia del Lussemburgo che il 13 novembre scorso aveva individuato nella differenza d’età minima (60 anni per le donne e 65 per gli uomini) una violazione dell’articolo 14 del Trattato.
Le nuove norme per allineare i trattamenti, sottolinea il Sole24Ore, saranno presentate nelle prossime settimane in consiglio dei ministri dal titolare della Funzione Pubblica Renato Brunetta dopo una verifica su costi e compatibilità. L’ipotesi più accreditata è che le modifiche verranno inserite nel disegno di legge comunitario 2009.
Delle mosse del governo per adeguare l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego a quanto richiesto dalla Corte di giustizia europea, ha parlato lo stesso Brunetta, ai microfoni di Radio24, sottolineando come “la materia è di competenza del Consiglio dei ministri che ha aperto un’istruttoria per cercare nel più breve tempo possibile una soluzione progressiva e flessibile al problema”, ha spiegato Brunetta, precisando che “bisognerà tener conto del ciclo di vita delle donne, rispettando la parte di vita lavorativamente attiva e quella familiare”. “Cercheremo di cambiare le regole in maniera equa, equilibrata e corretta, superando le discriminazioni che ci sono state nel passato nei confronti delle donne”, ha concluso Brunetta.
Per i sindacati, qualsiasi adeguamento dell’età di pensionamento di vecchiaia tra uomini e donne impiegati nella pubblica amministrazione deve essere negoziato e avvenire su base volontaria. “Le armonizzazioni sono certamente all’orizzonte” afferma il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini “ma ci sono margini per trattare e discutere. C’è ancora spazio per un confronto tra le parti perché la cosa deve essere affrontata senza fretta e senza trovarsi davanti a fatti compiuti”.
Secondo il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, “ogni intervento sull’età pensionabile delle donne deve essere fatto esclusivamente su base volontaria, nel rispetto dello spirito della legge Dini. Già la legge 903 del 1977 garantisce la possibilità per le donne di continuare a lavorare fino ai 65 anni e, in alcuni casi, anche fino ai 67″. Per Proietti “l’attuale situazione non rappresenta quindi una discriminazione ma un’opportunita’ offerta alle donne in ragione di particolari condizioni sociali e lavorative tipiche del nostro Paese. Riteniamo pertanto che sia sbagliato parlare di modifiche in un momento in cui il sistema previdenziale ha invece bisogno di certezze e stabilità”.
Per modificare l’attuale regime, comunque, il Ministro della Funzione Pubblica ha già costituito una commissione tecnica. Le norme di adeguamento potrebbero essere presentate agli altri ministri competenti nelle prossime settimane per cercare di inserirle nel testo del ddl comunitario 2009.
Una prevede un adeguamento scaglionato, con l’aumento di un anno ogni due del requisito per l’accesso alla vecchiaia delle donne. La seconda punta a un primo aumento da 60 a 62 anni per la vecchiaia da accompagnare con una fascia flessibile di pensionamento di anzianità tra i 62 e i 67 anni uguale per tutti i dipendenti pubblici.
Per il ministro Brunetta le done dovranno andare in pensione a 65 anni. La Cgil replica: Non ci provi. Voi con chi state?
Discutine sul FORUM: “A proposito delle donne in pensione a 65 anni… E gli onorevoli?”

Boom della cassa integrazione a dicembre: i trattamenti complessivi di integrazione del reddito nell’industria e nel settore dell’edilizia hanno registrato un aumento del 110,28% rispetto a dicembre 2007 (nella sola industria +129,66%). È quanto ha riferito il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, anticipando, a margine della registrazione della puntata di Porta a Porta, i dati dell’Inps che saranno ufficializzati questo pomeriggio in occasione della riunione dell’unità di tutela dell’occupazione del dicastero di via Veneto.
Nel mese di dicembre la cassa integrazione ordinaria (Cigo) è aumentata addirittura del 525,82%; quella straordinaria è invece calata dell’11,61%. Nel 2008, i trattamenti totali di cassa integrazione (nell’industria e nell’edilizia) rispetto all’anno precedente hanno registrato un aumento del 24,56% (nella sola industria +27,04%). Tra gennaio e dicembre le ore complessive di Cig sono state pari a 223.161.536. Per quanto riguarda il boom della cassa integrazione ordinaria a dicembre, sul dato pesa il risultato del settore meccanico: su circa 17,7 milioni ore complessive di Cigo, 11,2 milioni hanno riguardato l’industria meccanica.
Sacconi ha spiegato che a dicembre c’è stata “un’esplosione della Cig ordinaria” a fronte di un calo della cassa integrazione straordinaria. “È un dato relativamente preoccupante - ha spiegato - le imprese non hanno perso la testa o pensato a un ridimensionamento strutturale. Il dato di dicembre non dà l’idea di un’industria che fugge dalle sue responsabilità o che è intenta a espellere molta forza lavoro. C’è ancora fiducia nel futuro e bisogna incoraggiarla”. Secondo il ministro del Welfare anche il dato delle ore complessive di cassa integrazione nel 2008 non desta particolare preoccupazione. “Rispetto a larga parte dell’ultimo ventennio” ha osservato “c’è un calo, a parte il periodo tra il 1997 e il 2001″. Sacconi ha inoltre rivendicato l’impegno del Governo che ha stanziato circa un miliardo di euro per gli ammortizzatori, “la strumentazione è già robusta”, auspicando che anche le Regioni “possano concorrere” con una cifra analoga “e anche di più”.
Otto pagine, 12 articoli, un allegato tecnico, qualche tabella e un titolo anodino: “Convenzione tra Istituto nazionale della previdenza sociale e Agenzia delle entrate”. Un atto di routine o poco più, a prima vista, redatto su carta dalla grammatura spessa, uno dei tanti documenti della sterminata produzione burocratica statale destinato ad un oblio precoce. Il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, e il direttore delle Entrate, Attilio Befera, che venerdì 12 dicembre l’hanno firmato all’ottavo piano della sede degli uffici fiscali in via Cristoforo Colombo a Roma, assicurano invece che quelle paginette dall’aspetto così dimesso sono l’inizio di una nuova concreta stagione della lotta all’evasione.
E siccome Inps ed Entrate fanno affluire ogni anno nelle casse dello Stato un fiume di circa 620 miliardi di euro tra gettito erariale e contributivo (cioè qualcosa come più di un terzo del prodotto interno lordo dell’Italia), se insieme si spendono in un’affermazione così pesante ed impegnativa, forse è opportuno prenderli sul serio.
“I risultati ci saranno, a questo punto non possono non esserci” assicurano convinti parlando con Panorama. La convenzione sembra la scoperta dell’acqua calda dal momento che sancisce una novità talmente semplice da rasentare la banalità: d’ora in avanti i due uffici statali si scambiano in maniera coordinata, continuativa ed organizzata le informazioni delle rispettive banche dati. In pratica Inps ed Entrate a cui si affianca Equitalia, la società della riscossione tributaria, finalmente decidono di parlarsi e di fare fronte comune contro gli evasori. Detto in modo un po’ scontato, diventano il Grande Fratello antievasione d’Italia. Vista da questa angolazione la novità può risultare davvero dirompente.
Nei database dei due enti ci sono i profili di milioni di soggetti, persone fisiche ed imprese, miliardi di dati su redditi, dichiarazioni fiscali, contratti di appalto, risultati di accertamenti e verifiche, codici di conti correnti, presenze di collaboratori domestici, patrimonio, case, terreni, auto, imbarcazioni, partite iva, vita delle imprese, passaggi di proprietà, numero di dipendenti, contributi versati. Un bendiddio di notizie da mandare in sollucchero qualsiasi centrale di intelligence del mondo, un tesoro di informazioni che se ben raffrontate ed incrociate possono davvero far male agli evasori.
Finora quei dati sono stati in sonno, utilizzati poco e male. L’Inps aveva le sue schede raccolte ed elaborate fin dai tempi in cui presidente era Gianni Billia, e se le teneva strette. L’Agenzia idem. Stessa solfa per le ispezioni, 150 mila circa quelle dell’Inps, 115 mila delle Entrate. Finora ognuno lavorava per sé e le informazioni raccolte con fatica sul campo e con costi spesso notevoli restavano rigorosamente separate, quasi mai tempestivamente incrociate. Ora anche il lavoro degli ispettori è concordato e diventa patrimonio comune.
“Eliminiamo le duplicazioni, recuperiamo efficienza e con le stesse forze in pratica raddoppiamo da un giorno all’altro l’attività ispettiva e quindi creiamo i presupposti per incrementi di gettito contributivo e fiscale. Sarebbe inesatto ed ingeneroso affermare che finora la collaborazione tra i due enti fosse del tutto assente; ce n’era pochina e il sistema funzionicchiava”, sintentizzano Befera e Mastrapasqua.
In passato Inps ed Entrate per passarsi le informazioni dovevano infilarsi nel labirinto degli uffici e sottomettersi alla trafila dei timbri: domanda formale redatta spesso non per via informatica, ma su carta, inoltro della pratica all’altro ufficio che se ne aveva voglia la prendeva in considerazione, altrimenti la metteva nel mucchio, risposta se e quando c’era il tempo e via sonnecchiando.
Lo scambio di notizie, che era l’eccezione, ora diventa la regola. La novità sembra piacere anche ad altri pezzi della macchina statale. Per esempio i dirigenti dell’Inail hanno già fatto informalmente sapere che vorrebbero essere della partita e non è affatto escluso che possano diventare in tempi brevi il terzo soggetto dell’accordo. Ed anche questo è un fatto dirompente per la sonnacchiosa macchina statale se si considera che finora Inps ed Inail, due enti se non proprio fratelli quanto meno parenti stretti, si sono di fatto quasi ignorati, come se appartenessero a due galassie diverse.
La manovra economica d’estate del governo ha messo le basi perché l’andazzo finisse. Uno degli articoli prevedeva espressamente che Inps ed Agenzia delle entrate collaborassero nella lotta all’evasione a partire dalla condivisione dei database. La firma della convenzione del 12 dicembre è il passaggio formale che suggella la decisione politica voluta soprattutto dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e da quello del Welfare, Maurizio Sacconi. Nei prossimi mesi vedremo se e quanto la scelta effettuata darà davvero i risultati sperati assestando un colpo all’evasione fiscale e contributiva, un moloch di almeno 100 miliardi di euro all’anno finora solo scalfito dall’azione di contrasto.
Le previsioni di Befera e Mastrapasqua sono improntate a prudenza, ma incoraggianti. Befera ritiene che nel 2009 grazie anche alla convenzione con l’Inps “il gettito derivante dall’azione di controllo possa aumentare di 1,1 miliardi di euro”. Mastrapasqua prevede di far emergere dal nero tra 80 e 100 mila lavoratori all’anno, un recupero di mezzo miliardo di euro di contributi evasi più altri 400 milioni circa dai titolari di partite Iva.
Gli ultimi commenti