
Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo (Credits:Imagoeconomica)
di Sergio Luciano
“È tutto nelle mani del professor Bazoli, e se lo dice anche il presidente Guzzetti… ho fiducia nel professor Bazoli!”. Sante parole di una santa donna, Suor Giuliana, al secolo vicepresidente della Compagnia di San Paolo, prima tra le fondazioni che sono azionisti dormienti (tra poco capiremo il perché) di Intesa Sanpaolo, col 10% del capitale. Chissà che ne pensa, di quest’ammissione della buona Suora, quell’altra santa donna – santa laica, nel suo caso – che è Rosalba Casiraghi, vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, nonché fondatrice e presidente di Ned Community, l’esclusiva associazione dei consiglieri d’amministrazione «non esecutivi e indipendenti», tra i sommi teorici della «buona governance societaria». Continua

di Sergio Luciano
«Se il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare»: sorprendente, sulle labbra di suor Giuliana, la vicepresidente della Compagnia di San Paolo, fondazione bancaria che controlla il 9,88 per cento dell’Intesa Sanpaolo, questo slogan rugbistico. Sorprendente ma vero. Continua
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Credits: LaPresse
Quanti dollari vale il nome di una multinazionale? Parecchi: avere un marchio conosciuto ed apprezzato significa essere capaci di attirare più clienti e, di conseguenza, moltiplicare gli affari. Le aziende investono molto per dare lustro al proprio nome e per costruirsi una reputazione proprio per questo. Più difficile è quantificare in termini monetari il valore di un buon nome. Ci ha provato la società di marketing Brandfinance, Continua
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di Daniela Fabbri
Se il buongiorno si vede dal mattino, la «giornata» 2010 della Fiera Milano potrebbe tendere al bello, dopo un 2009 inevitabilmente segnato dalla crisi. Il Macef, primo grande appuntamento nel calendario del polo fieristico milanese, che con i suoi 345 mila metri quadrati di superficie espositiva è fra i più grandi al mondo, ha chiuso con 90 mila visitatori, più 12 per cento rispetto all’edizione dello scorso anno, 100 mila metri quadrati occupati e 1.100 grandi aziende presenti. Continua
“La vicenda Alitalia avrà presto una soluzione, ci stiamo lavorando con una serie di interlocutori seri e disposti a dare una mano, ma preferisco non commentare l’incontro avvenuto presso la sede di Banca Intesa”. Piero Modiano, direttore generale di Intesa SanPaolo, dribbla le domande dei giornalisti a margine di un convegno sugli effetti del ’68 in Italia al Meeting di Rimini. Secondo quanto appreso da Panorama.it, il ruolo forte nella cordata dovrebbe spettare a Roberto Colaninno, disposto a investire con la Immsi circa 200 milioni ricevendo in cambio il ruolo di presidente con deleghe forti dal punto di vista strategico. Carlo Toto volgerebbe per circa 300 milioni la sua Air One alla newco e ne reinvestirebbe circa un centinaio, probabilmente con il ruolo di vicepresidente. Sempre secondo “rumors” circolati a Rimini, un consiglio di amministrazione straordinario di Atlantia, controllata dalla famiglia Benetton, è in corso di convocazione e si terrà entro domani per valutare se partecipare con un investimento nell’ordine di 100 milioni di euro alla nuova Alitalia disegnata da Intesa SanPaolo nel piano “Fenice”. Una fonte vicina alla società, a cui fa capo Autostrade per l’Italia, la maggiore concessionaria autostradale del Paese, spiega che “Atlantia ha una serie di investimenti in corso, alcuni in fase di dismissione, e questo potrebbe essere anche in sostituzione di altri investimenti, ci sono partecipazioni in società italiane ed estere che possono essere dimesse”. La fonte ha detto che l’entità dell’investimento è “attorno a 100 milioni di euro e non avrà assolutamente ripercussioni sui conti della società, non va ad incidere sulla struttura patrimoniale”. Domani l’amministratore delegato di Atlantia sarà a Rimini per il Meeting dove sono attesi anche Alessandro Profumo, ad di Unicredit e socio forte della holding autostradale, ma anche l’azionista di riferimento di Alitalia, nella persona del ministro dell’Economia Giulio Tremonti e Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture e Trasporti a cui fa capo la regolamentazione del settore.
Modiano parla anche di mutui e indebitamento delle famiglie italiane. “Sui mutui non esiste in Italia nessuna bolla ed il fenomeno dell’indebitamento delle famiglie nel nostro Paese si è sviluppato in modo sano e non desta preoccupazioni - dice il dg di Intesa San Paolo - Le famiglie che hanno accresciuto il loro debito, se guardiamo alle statistiche, sono famiglie i cui capi famiglia sono dotati di attività finanziarie più della media italiana ed hanno anche titoli di studio superiori alla media, ha aggiunto. Secondo il banchiere, “la crisi del risparmio e delle famiglie è stato del tutto fisiologico, nulla a che fare con quanto avvenuto negli Stati Uniti prima dello scoppio della bolla. Qui non c’è nessuna bolla perché la società italiana ha manifestato una propria saggezza nella modernizzazione dei comportamenti finanziari”. Modiano fa un breve riferimento anche del suo passato “sessantottino”. “Il ‘68 non è stato un percorso rivoluzionario e nemmeno la rivoluzione – dice Modiano - Più semplicemente era il percorso di formazione di una parte, non grande peraltro ma rumorosa, del Paese: i giovani di allora, alle prese con un mondo intero che provava a cambiare”.
Al Meeting è stata anche inaugurata la mostra “Vivere senza menzogna”, dedicata ad Aleksander Solzenicyn, lo scrittore russo morto poche settimane fa a 89 anni che, grazie ai suoi lavori, fece conoscere al mondo i Gulag, i campi di lavoro sovietici, e, per questo gli fu conferito il Nobel per la letteratura nel 1970. “L’assoluta novità di Solženicyn nella cultura europea del Ventesimo secolo - dice Adriano Dell’Asta, docente di lingua e letteratura russa all’Università Cattolica di Milano - non consiste tanto nel fatto che lui abbia svelato in Occidente l’esistenza dei campi di lavoro e di sterminio in Unione Sovietica, i tristemente noti Gulag, l’acronimo che definisce il sistema concentrazionario sovietico e che Solženicyn ha immortalato nel suo Arcipelago Gulag. Solženicyn è stato così dirompente perché ha mostrato che in quel disumano sistema l’uomo poteva resistere ed essere se stesso, poteva contrattaccare la menzogna del potere con la sua vita nella verità”.

Da 1 miliardo 700 milioni a 2,5 miliardi di euro: è quanto costerebbe allo Stato, o al sistema Italia, in ogni caso al contribuente, accettare alla lettera le clausole imposte dall’Air France- Klm per assorbire l’Alitalia. Una cifra in gran parte da pagare sull’unghia. Vediamo perché, secondo i calcoli di Panorama, sentiti esperti, politici, fonti riservate del ministero dell’Economia e dopo aver consultato documenti dei sindacati e delle altre parti interessate. Il capitolo più rilevante è la richiesta tassativa di chiudere il contenzioso fra la Sea e l’Alitalia. L’azienda che gestisce gli aeroporti di Malpensa e Linate, presieduta da Giuseppe Bonomi, primo azionista il Comune di Milano, ha depositato presso il tribunale di Busto Arsizio un’azione di risarcimento da 1,25 miliardi per “danno emergente e lucro cessante”, cioè per l’abbandono dello scalo milanese da parte della compagnia aerea. Jean-Cyril Spinetta, numero uno dell’Air France-Klm, pretende dal governo una manleva, cioè la garanzia formale e scritta che si accollerà tutte le spese se la magistratura darà ragione alla Sea. Escluso un decreto, che con le elezioni alle porte non avrebbe neppure i tempi tecnici di conversione in legge, si tratta di accantonare i soldi, come fanno le aziende private per far fronte alle querele. Bonomi ha già detto che la cifra è trattabile, però la causa (appoggiata in pieno dal sindaco di Milano, Letizia Moratti) non è ritirabile. Si potrebbe scendere a 4-500 milioni, cioè al “lucro cessante”, ma solo a condizione che il governo si accolli altri impegni. Anche questi con oneri ancora tutti da verificare. La seconda voce di spesa immediata è il prestito ponte da 300 milioni che il Tesoro dovrebbe concedere all’Alitalia per garantirne la sopravvivenza da qui alla chiusura dell’accordo con l’Air France. Il prestito ha già sollevato i malumori dell’Unione Europea e il Tesoro dovrebbe quindi tentare di ricorrere al mercato. Poi c’è il problema spinoso dei cosiddetti esuberi, le persone a rischio di licenziamento.
È in realtà lo scoglio, anzi un’enorme barriera, contro cui pare destinata a infrangersi l’intera trattativa: Spinetta chiede il sì scritto di tutte le organizzazioni sindacali di piloti, personale di volo e addetti di terra. E mercoledì 19 lo ha ribadito a Roma: senza l’ok sindacale l’assorbimento dell’Alitalia è praticamente impossibile. Il primo incontro, martedì 18 marzo, era andato malissimo; il secondo, dopo preliminari il 20 marzo, dovrebbe tenersi dopo Pasqua. L’ultimatum scade il 31. Nel piano di Spinetta i tagli riguardano 1.600 dipendenti nell’Az Fly, cioè il personale collegato ai voli, e almeno 500 nell’Az Servizi, principalmente la manutenzione. Ma secondo un documento riservato della Cgil gli esuberi raggiungerebbero il totale di 7 mila in tutta Italia, tra aziende che lavorano direttamente per l’Alitalia, come l’Atitech di Napoli, e l’indotto di Malpensa. Paolo Ferrero, ministro uscente della Solidarietà sociale, e il suo collega dei Trasporti, Alessandro Bianchi, hanno sui loro tavoli dossier ancora più pessimistici: 10 mila posti a rischio, dei quali dovrebbe farsi carico lo Stato attivando immediatamente la cassa integrazione. A quale costo? Il governo ha appena firmato una prima procedura di cassa integrazione per 900 dipendenti Sea di Malpensa: 80 milioni in due anni, circa 45 mila euro l’anno per ogni addetto.

Attenzione: questi 900 lavoratori che perdono il posto a causa del taglio dei voli già deciso dall’Alitalia sono in aggiunta ai 7-10 mila stimati da sindacati e governo. Ma procedura e costi sono unanimemente considerati il modello da estendere all’intera operazione. Dunque se gli esuberi saranno 7 mila lo Stato dovrà impegnarsi per 315 milioni l’anno se saliranno a 10 mila per 450 milioni. In aggiunta ai 40 già decisi per 2008 e 2009. Non finisce qui, perché altri 5-700 dipendenti dell’Az Servizi dovrebbero passare alla Fintecna, contenitore nato dalle ceneri dell’Iri per gestire aziende decotte. Anche per questa operazione ci sarebbe un prezzo, da definire.
A questo punto siamo già a 1,25 miliardi di euro da stanziare subito nella migliore delle ipotesi, quella dell’accordo extragiudiziale con la Sea. A 2 miliardi nella peggiore. Per limitarci però ai soli costi vivi. Alla lista va aggiunta la svalutazione dell’offerta “cash” per le azioni Alitalia da parte dell’Air France-Klm. Erano 485,3 milioni a dicembre 2007, si sono ridotti a 138,5 oggi. Dunque circa 347 milioni di minori introiti, giustificati da Spinetta con l’incrocio tra perdita di valore in questi tre mesi dell’Alitalia e calo della capitalizzazione dell’Air France-Klm in borsa: l’offerta è infatti di un’azione Air France ogni 160 Alitalia, stimate a Parigi e Amsterdam meno di 10 centesimi. Questo calcolo trascina un’ulteriore conseguenza: al Tesoro viene offerto non più il 3,2 per cento dell’eventuale nuovo gruppo Air France-Klm-Alitalia, bensì l’1,5. Quanto pesa questa perdita? Dipende dalle oscillazioni del mercato: oggi incide tra gli 80 e i 140 milioni. In compenso i francesi migliorano la proposta di aumento di capitale: 1 miliardo anziché 750 milioni. Al conto immediato vanno aggiunte le spese per i prossimi anni. Solo per gli ammortizzatori sociali non meno di 200 milioni l’anno da qui al 2011-2012, 150 dei quali per la sola Lombardia.
E se nella ricca Padania i lavoratori potrebbero riconvertirsi più facilmente, è anche vero che un documento dello Studio Ambrosetti calcola in un punto percentuale del pil della Lombardia l’impatto globale del ridimensionamento di Malpensa sull’economia della regione. Di quanto stiamo parlando? Della bellezza di 3 miliardi di euro; cioè la riduzione della crescita del pil lombardo nel 2008 dal 3,5 al 2,5 per cento.

È ragionando su queste cifre che nel governo, nel Partito democratico e alleati (su tutti, Antonio Di Pietro) sta montando la rabbia nei confronti di Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa. “La sola Malpensa vale dieci volte l’Alitalia, ci abbiamo investito 20 miliardi” protesta Di Pietro. “Questa operazione non ha senso”: Walter Veltroni invoca gradualità per Malpensa, in pratica sembra convertirsi alla moratoria chiesta inutilmente da mesi dal governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni per trovare altre compagnie aeree che rimpiazzino l’Alitalia. Questione che si scontra con un’altra clausola imposta da Spinetta, che cioè vengano mantenuti gli slot, ma questo impedirebbe ad altre compagnie di offrire collegamenti alternativi tra Milano e il mondo.
A sinistra si litiga furiosamente e si invocano soluzioni bipartisan. Cioè concordate con Silvio Berlusconi, con la Lega e con An. Quasi certamente il Cavaliere finirà per trovarsi la grana sul tavolo, se vincerà le elezioni. Nel frattempo, come si è chiesto il Financial Times, si capirà se “Spinetta vuol fare il check-in o il check-out dall’Alitalia”. Se insomma la sua offerta capestro sia in realtà un modo per sfilarsi. Lasciando al futuro governo di Roma due possibilità: il commissariamento dell’Alitalia o una cordata tricolore che risorga all’orizzonte. Berlusconi è tra i pochi a crederci.
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