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Alitalia, scende in pista Berlusconi e ferma il decollo per Parigi

Un Boeing 747 dell'Alitalia
Berlusconi rompe il silenzio su Alitalia e va all’attacco: la proposta di Air France ”è irricevibile”, dice e suona la riscossa del tricolore. ”E’ venuto il momento che se esistono in Italia degli imprenditori con un minimo di orgoglio si devono fare avanti”. Il Cavaliere pensa, in particolare, all’offerta di Air One come una delle iniziative possibili. Una ipotesi che in nottata rafforza chiarendo che la compagnia aerea francese rinuncerà all’acquisto del vettore italiano per lasciare spazio al rilancio di Toto e di una cordata di imprenditori che dovrebbe comprendere Banca Intesa e vede anche l’interessamento dei suoi figli.
E’ quindi scontro con Romano Prodi, che ieri in serata, come ha reso noto lo stesso Berlusconi, ha cercato telefonicamente il Cavaliere.
Per ora, risponde il Professore, quella di Air France ”è l’unica proposta. Se Berlusconi non è d’accordo presenti un’altra soluzione”. Il che significa avere un piano e poi fare un’opa che deve essere valutata e accettata dal Tesoro, chiarisce Palazzo Chigi.
Le posizioni di Berlusconi sono invece ”inaccettabili” per il ministro Pierluigi Bersani, che ha definito ”irresponsabile” l’atteggiamento del leader del Pdl.
Romano Prodi e il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa sono infatti convinti che se dovesse saltare la trattativa con Parigi, il destino della compagnia di bandiera si ridurrebbe al commissariamento. E il fallimento sarebbe dietro l’angolo. Scenario che va evitato a tutti i costi. Certo, spiega il leader del Pd Walter Veltroni (che avrebbe però apprezzato poco il fatto di essere stato messo in disparte in questa vicenda) su Malpensa serve ”gradualità”. E poi se Alitalia non può avere due hub, l’Italia invece - sostiene - può.
Tra le cose che sembrano non andare giù al Cavaliere c’è proprio il trattamento riservato dai francesi su Malpensa. Il numero uno di Air France Jean-Ceryl Spinetta, ha chiuso definitivamente la porta a qualsiasi ripensamento. E questa, insieme al capitolo cargo, è una delle condizioni ”inaccettabili” per il Pdl. Ma il consenso di Fi, An e Lega è considerato da Parigi necessario.
Nonostante la dura presa di posizione di Berlusconi, non è comunque ancora detta l’ultima parola. Due infatti sono le anime che in questi giorni si stanno confrontando: da una parte il Carroccio e la ‘carica’ dei lombardi, dall’altra Gianni Letta e Giulio Tremonti. Il consigliere politico del Cavaliere e l’ex ministro dell’Economia sarebbero infatti più inclini a favorire la chiusura della partita Alitalia. Evitando così al prossimo governo molte grane. L’unica richiesta che sarebbe arrivata, nel corso dei contatti di questi giorni, è di mettere in campo tutta l’accortezza possibile per gestire i rapporti con i sindacati e quindi di tutelare in particolare l’aspetto occupazionale.
Quest’ultimo rappresenta un tema che sta molto a cuore anche alla sinistra della coalizione, che ne sarebbe tornata a parlare nel corso del Consiglio dei ministri di ieri mattina. Di fronte al titolare dell’Economia che avrebbe richiamato i colleghi alla dura realtà, spiegando che non esistono alternative auspicabili alla privatizzazione di Alitalia,salvo il rischio di ritrovarsi con un commissario, i ministri non avrebbero nascosto i timori. Risultato: un confronto a Palazzo Chigi vivace, a tratti dai toni ”accesi”. Indiscutibile che il destino dei lavoratori sia un tema sensibile e quindi non stupisce che sia anche stato al centro dell’incontro, avvenuto intorno all’ora di pranzo sempre a Palazzo Chigi, tra Spinetta, il presidente di Alitalia Maurizio Prato, il ministro Padoa-Schioppa e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, e Prodi. Certo, non sarebbe stato l’unico: tra i capitolo affrontati anche quello delle tratte per la Cina e l’India, tagliate nel piano franco olandese.
Tornado invece al capitolo esuberi, nel corso del colloquio, secondo quanto riferiscono fonti di governo, i francesi avrebbero rassicurato gli interlocutori spiegando che l’asticella fissata intorno a quota 2000 potrebbe scendere ancora, toccando una cifra decisamente più bassa. Il governo si sarebbe detto invece disponibile a intervenire sull’unico fronte di sua competenza, facendo il massimo possibile, quello degli ammortizzatori sociali.

LEGGI ANCHE: Il dossier Alitalia -I DOCUMENTI: Il comunicato di Air France - Il comunicato dell’Anpac - La lettera di Air France-Klm ad Alitalia - La lettera di Alitalia al Ministero dell’Economia.

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Battibecco Air France-Air One: tra i due litiganti Alitalia scricchiola

I banchi del check-in Alitalia, presso lo scalo milanese di Linate
Battibecco fra l’amministratore delegato di Intesa SanPaolo, Corrado Passera, e Air France, che hanno continuato il braccio di ferro alla vigilia del cda di Alitalia che oggi è chiamato a scegliere il partner con cui trattare in esclusiva la privatizzazione. Ma a frenare il countdown per la soluzione ieri in serata ambienti di governo hanno fatto notare che sulla partita c’è ancora grande incertezza perché occorrono garanzie sui piani industriali, tanto che non viene escluso un ulteriore rinvio della decisione del board. Il Sole 24 Ore oggi scrive addirittura che la scelta del partner sarà rinviata addirittura a gennaio. Intanto, il numero uno della compagnia, Maurizio Prato, che sinora sarebbe stato orientato sulla valutazione dell’advisor per il piano Air France, ha escluso eventuali dimissioni nel caso di un nuovo slittamento.
Nei giorni scorsi il premier Romano Prodi aveva detto che non c’è una scadenza legale e che la decisione sarebbe passata prima per una riunione collegiale. Mentre il presidente francese Sarkozy ha detto che ne avrebbero parlato nell’incontro previsto per giovedì prossimo a Roma. Intanto, riunioni tecniche e colloqui fra Prodi e alcuni ministri ci sarebbero state ieri e ne sarebbero previste per oggi. Insomma, si cerca di arrivare alla quadratura del cerchio, perché, indipendentemente da scadenze legali, a pesare ci sono i conti in profondo rosso della compagnia che nello stallo decisionale continua a perdere milioni di euro e ha praticamente esaurito la sua liquidità.

Non a caso ieri si è registrata un’altra seduta da dimenticare per Alitalia, sospesa al ribasso ieri in mattinata e in calo del 4,9% a 0,72 euro in chiusura. Il consorzio Evergreen si è ritirato, e i sindacati confederali di categoria ribadiscono una richiesta di convocazione al governo e assieme a Ugl, Sdl e Up faranno domani un coordinamento nazionale per decidere eventuali iniziative da assumere.
Nel duello fra i due contendenti di Alitalia, il manager che supporta l’AirOne di Carlo Toto ha detto che il piano di Air France e il proprio ”non sono confrontabili” perché quello italiano punta ”alla creazione di un’azienda indipendente”.
Pronta la replica d’oltralpe: ”Quello di Air One è un piano di rilancio bancario, con l’ambizione di posizionare Alitalia quale quarto vettore europeo; quello di Air France-Klm è un piano di sviluppo industriale, che inserisce Alitalia da protagonista nel primo gruppo mondiale del settore”.

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Alitalia, che cosa prevede l’offerta Air One

Secondo indiscrezioni, per l'acquisizione di Alitalia, Air France offrirebbe 35 centesimi per azione, AIR ONE solo 1 centesimo! Pronto il nome per la nuova compagnia!<br /> [i](Credits: [url=http://uberg.ods.org/]Gianfranco Uber[/url])[/i]
Carlo Toto, il padre padrone di Air One, ha presentato il 17 dicembre la nuova offerta non vincolante con le integrazioni, assieme a Corrado Passera e all’advisor Goldman Sachs (che potrebbe entrare direttamente nell’operazione affiancando Intesa SanPaolo, Nomura e Morgan Stanley), e ha confermato che sarà lanciata un’opa sul 100% di Alitalia ad un centesimo per azione in modo da destinare le risorse al rilancio dell’azienda e un aumento di capitale da un miliardo di euro. Ma anche, ha spiegato Passera, ”un premio del 3% a fine piano (2012, ndr) per chi aderirà all’opa, con modalita’ da definire. Intesa SanPaolo resterà nel capitale fino a quando sarà necessario. Con il 49,9% acquisito dal Tesoro, Ap Holding lancerebbe l’aumento di capitale e conferirebbe le sue aziende del settore aereo, compresa AirOne (valutate 870 milioni ma il board di Alitalia farà, nel caso di scelta di Ap Holding, una sua perizia) nella nuova Alitalia. Ap holding avrebbe così il 60-65% di Alitalia e il 40-35% sarebbe sul mercato. Entro il 2012 ci saranno 5,3 miliardi di investimenti inclusi quelli per la flotta di lungo raggio (+130 nuovi aerei in totale), riduzione dei costi per 900 milioni di euro, crescita media dei ricavi di circa il 3,5%. Il partner aereo internazionale sarà trovato dopo la ristrutturazione mentre la nuova Alitalia diventerebbe il quarto gruppo aereo europeo prevede di entrare nell’alleanza Sky Team (dove sono Alitalia e Air France-Klm) almeno fino alla scadenza nel 2010.

L’Unicredit batte Intesa nella gara dei mutui

Uno sportello di Intesa Sanpaolo
È l’Unicredit, con quasi 4 miliardi di euro (3,780 per la precisione), la principale erogatrice di mutui alle famiglie, secondo i dati elaborati dall’Osservatorio Assofin per i primi sei mesi del 2007.
L’Unicredit supera, in questa speciale classifica, l’ex Sanpaolo-Imi (2,8 miliardi) e precede un’altra banca generalista, il Monte dei Paschi, e una specializzata in questo comparto, la Banca per la Casa che fa sempre parte del gruppo Unicredito. Dall’Osservatorio arrivano anche dati interessanti soprattutto sulle tendenze del mercato, che si conferma in deciso rallentamento.
Se nei primi mesi del 2006 l’aumento dei volumi erogati era stato del 21,1 per cento, quest’anno ci si è fermati al 6,8 per cento. Lo stesso vale per il numero dei contratti stipulati, che erano cresciuti del 9,8 per cento lo scorso anno e che nel primo semestre 2007 sono cresciuti solo del 3,6 per cento. Un dato che conferma come la domanda di acquisto di immobili sia calata, soprattutto come forma di investimento.
L’aumento dei tassi e la crisi dei prodotti subprime ha poi modificato radicalmente le scelte degli italiani: se fino al 2006 il tasso variabile era la formula preferita, nel primo semestre 2007 oltre la metà dei contratti è stata stipulata con tassi fissi, per un importo medio di 125 mila euro ciascuno (la gran parte dei finanziamenti è compresa fra i 100 e i 200 mila euro) e con una netta tendenza ad aumentare il periodo di pagamento, che ormai è, per il 41 per cento dei mutui, superiore ai 25 anni.

Autorità Tlc contro Telecom: Ancora Tu? Ma non dovevamo sentirci più?


Un ennesimo buco nell’acqua. Il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Corrado Calabrò, è tornato ad accusare senza mezzi termini Telecom Italia di trovarsi in una posizione dominante, ma il lungo discorso in Parlamento rimarrà lettera morta ancora per parecchio. Almeno fino a quando il riassetto azionario dell’ex monopolista non sarà completato, è difficile che si arrivi a quello scorporo dell’infrastruttura tlc chiesto a gran voce da concorrenti e consumatori.
Anche nella nuova Telecom del dopo Marco Tronchetti Provera il progetto di separazione delle rete non sembra essere in capo all’agenda degli impegni dei supermanager che, casomai, stanno spendendo gli ultimi giorni prima delle ferie d’agosto per assicurarsi il rinnovo del contratto.
Secondo le ultime indiscrezioni, il nuovo azionista di Telecom Italia (Telco che raggruppa Telefonica, Mediobanca, Generali e Banca Intesa) ha intenzione di procedere al ricambio complessivo di tutti e tre i manager a capo della società e cioè Pasquale Pistorio (presidente), Carlo Buora (vicepresidente) e Riccardo Ruggiero (ad).
Telecom Italia è ”ancora operatore dominante in tutti i mercati che riguardano la rete fissa, pertanto la separazione funzionale della rete è il rimedio più efficace per risolvere i problemi concorrenziali”, ha detto Calabrò spiegando che “per raggiungere l’obiettivo di separazione entro l’anno”, l’Autorità intende ”dialogare con tutti, Telecom in primis”. Si tratta comunque di un percorso a ostacoli. “Non si è ancora perfezionato il nuovo assetto proprietario di Telecom e questo allunga i tempi di interlocuzione – ha spiegato Calabrò - ma la separazione delle rete è nell’interesse di tutti”.
Più o meno il monito lanciato un anno fa, sempre in occasione della Relazione annuale al Parlamento, ma di fatti neanche l’ombra. E anche quest’anno le cose non si stanno mettendo per il verso giusto. La bozza messa a punto da Ruggiero sarebbe dovuta andare in cda Telecom da tempo, ma l’esame viene rinviato di volta in volta. A pesare c’è anche un altro motivo, tutt’altro che secondario: l’enorme distanza che ancora rimane tra le richieste dei concorrenti (separazione netta, possibilmente anche azionaria, della rete) e le concessioni di Telecom che non vanno oltre la separazione funzionale.

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Mediobanca: inizia l’era di Cesare Geronzi

Cesare Geronzi
Sedendosi sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, comincia l’era di Cesare Geronzi in Mediobanca, la più blasonata banca d’affari del paese. Doppia poltrona in realtà per Geronzi: quella di presidente del consiglio di sorveglianza e di guida del patto di sindacato, l’organismo che riunisce i grandi soci di Piazzetta Cuccia, al posto di Piergaetano Marchetti.
Lo ha deciso all’unanimità il patto stesso con una scelta che, per la prima volta, affida a un’unica persona le due cariche. Le novità, comprese le modifiche allo statuto, verranno sottoposte all’assemblea dei soci il 27 giugno. Un voto che fa di Geronzi il grande regista dell’alta finanza italiana, autentico arbitro di partite delicate come quelle che verosimilmente si giocheranno in un futuro non lontano in Telecom Italia, Rcs MediaGroup e Generali.
Marchetti, autore della nuova governance introdotta in Mediobanca (il consiglio di sorveglianza, nominato dai soci, e quello di gestione, composto solo da manager) “ha chiesto di non essere rinnovato”, si legge nel comunicato ufficiale, volendosi dedicare solo all’impegno di presidente della Rcs (società editrice del Corriere della Sera). E proprio in coerenza con la nuova impostazione, il presidente “dei soci” è stato individuato nello stesso Geronzi. Anche in vista di un nuovo ruolo, nei fatti, del patto, destinato a trasformarsi sempre più in un accordo di voto, lasciando al consiglio di sorveglianza strategie e indirizzi.
L’accordo prevede che Geronzi resti presidente di Capitalia fino a settembre, quando in seguito alla fusione con Unicredit lascerà la banca romana per dedicarsi solo a Mediobanca.
Un’operazione che per quanto abbia un’indubbia valenza industriale tutti hanno salutato come un capolavoro “politico”: per il ruolo di “controllore” di quel tempio della finanza “laica” che fu per anni guidato da Enrico Cuccia, è stato preferito un banchiere ormai alla fine di una lunga carriera, come Geronzi - ma ancora con tanta voglia di giocare il ruolo di “grande vecchio” della finanza italiana - ad un giovane brillante e che in Mediobanca aveva costruito l’inizio della sua carriera come Matteo Arpe.

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Geronzi e Profumo, si sposano il Diavolo e l’acqua santa


Diciamo la verità. Mai fusione bancaria fu più intrigante. E non solo perché il matrimonio tra Unicredit e Capitalia forma, d’un sol botto, il più grande agglomerato bancario del vecchio continente, ma per la natura stessa degli sposi. Perché, a salire sull’altare, sono un banchiere mercatista, Alessandro Profumo, e uno di relazione, Cesare Geronzi. Uno che ha in sommo fastidio salotti buoni e padrinaggi politici, l’altro che proprio sulla politica ha costruito camaleontescamente la sua fortuna. Perché, nella sua oramai lunga carriera, Geronzi è stato di tutto: democristiano, andreottiano, berlusconiano, prodista, dalemiano, ed alla bisogna è sempre pronto a cambiare. Profumo, invece, è genericamente di sinistra: come direbbe Silvio Berlusconi, è uno di quei banchieri che hanno votato alle primarie dell’Ulivo, è che perciò sta inequivocabilmente dall’altra parte. Ma che quando Prodi si arrabbiò perché mollò di botto la sua poltrona di amministratore del Corriere della Sera, fece spallucce.
Profumo, ha ragione, preferisce giocare sulla scena internazionale. E dio sa quanto è stato tirato per la giacchetta affinché accettasse la fusione con Roma, se era per lui, la banca guardava dritta a Parigi, a quella Société Générale che sarebbe stata la seconda preda d’oltralpe, dopo la tedesca Hvb. Pazienza, il progetto pare rinviato a miglior data, a quando cioè il neo inquilino dell’Eliseo Nicolas Sarkozy avrà deciso dove orientare la barra dell’altero e altezzoso capitalismo francese. Naturalmente, fatte le nozze ora bisogna vedere come andrà la convivenza: così, senza metterci le mani, la potenza del colosso fa impallidire quella pur ragguardevole di Sanintesa, la banca nata dal matrimonio milan-torinese tra Sanpaolo e Intesa. Sulla carta, Un-italia diventa socio forte di Mediobanca, Generali e Corriere della Sera. Insomma, una banca che sbanca, che si prende tutto. Impossibile da accettare, anche in un paese per il quale l’antritrust è materia da accademia. Bisognerà dunque vedere come il grande albero verrà sfrondato: per ora, si sa solo che la partecipazione in Mediobanca, che per la somma dei sue istituti arriva al 18%, verrà dimezzata. Per il resto si vedrà.
Dicevamo della convivenza: Profumo e Geronzi sono banchieri di indole diversa, diciamo pure opposta. Che comandi il più giovane non ci sono dubbi, ma che Geronzi accetti un ruolo di rappresentanza non esiste. Due ipotesi: che lo mettano a fare il vice presidente in attesa che il presidente tedesco di Unicredit faccia le valige, che gli assegnino mano libera sulle partecipazioni. Visto il calibro delle suddette, un ruolo di straordinario potere per il settuagenario banchiere di Marino. Uno che non ha votato alle primarie dell’Ulivo, che per questo (ma non solo) gode della stima di Berlusconi, ma che intrattiene con D’Alema un proficuo e longevo rapporto di simpatia.
Legami importanti in un paese dove, malgrado Profumo, le azioni – purtroppo ancora- si pesano e non si contano.

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