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Intagliatori di legno a Mogadiscio (Credits: La Presse)
La Somalia è il Paese più corrotto del mondo. Lo ha sancito il consueto rapporto di Transparency International, l’organizzazione non governativa tedesca che ogni anno pubblica un’indagine basata sulla percezione che gli operatori economici hanno del livello di corruzione del sistema in cui operano. Continua

Che succede in Iran? Da oggi il cortocircuito tra le proteste di piazza a Teheran e internet coinvolge direttamente anche due protagonisti del web. Google ha appena lanciato una pagina per tradurre dal persiano in inglese e viceversa. Dopo poche ore, l’annuncio di Facebook: è disponibile una versione nella lingua parlata in Iran, progettata in fretta grazie al contributo di “più di 400 persone madrelingua che hanno inviato migliaia di traduzioni individuali del sito”. Da giorni, poi, i mass media parlano di twitter, un microblog che con i suoi brevi messaggi ha fornito notizie delle proteste. Anzi, alcuni esultano per la “twitter revolution”.
Eppure i dubbi non mancano: perché da giorni la connessione a internet è stata rallentata o tagliata dalle autorità di Teheran: per vedere il motore di ricerca Google serve più un minuto. Facebook e twitter, poi, sono inaccessibili. A chi serviranno, allora, le pagine tradotte? Certo, esiste il modo di aggirare i filtri della censura: ma sono nelle mani di una sparuta minoranza di esperti del web. Che in queste settimane hanno dimostrato comunque una straordinaria capacità di farsi sentire nel resto del mondo.
Gli analisti di Foreign policy sono stati i primi a gettare acqua sul fuoco: twitter è servito soprattutto a diffondere i messaggi delle manifestazioni, ma probabilmente non è stato decisivo per organizzarle. Nessuno sa, infatti, quanti sono davvero gli utenti da Teheran: molti utenti online si limitano a ripetere quello che hanno letto altrove. Twitter, inoltre, ha conquistato i titoli dei giornali in tutto il mondo: se prima era noto soprattutto agli appassionati di tecnologia, adesso ha ricevuto una pubblicità gratuita sulle prime pagine dei quotidiani. In tempi di tagli alle spese in tecnologia, Google e Facebook offrono un servizio indubbiamente utile.
Ma che, nel frattempo, li riporterà sotto la luce dei riflettori dei mass media. E degli investitori.

meeting straordinario di Oran (Algeria): “Quello che vogliamo e che questi tre paesi diventino membri dell’Opec”.
Ed è stato proprio Khelil di recente a chiedere più volte ai tre paesi produttori che non fanno parte ancora dell’Opec di diventare membri del cartello o almeno a partecipare dall’esterno alle decisioni dei 14 paesi, ossia condividere le scelte sui tagli alla produzione che porterebbero a un rialzo del prezzo del greggio, sceso nelle scorse settimane sotto i 46 dollari.
Già il prezzo del petrolio, un target che ancora non riesce a tenere unita tutta l’Opec. I falchi, Iran (sciita) e Venezuela in testa, sembrano puntare a una quota di 100 dollari al barile, risvegliando in Occidente i fantasmi della scorsa estate quando il petrolio ha toccato quota 147 dollari. Le colombe, i paesi moderati e sunniti del Golfo Persico (Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) guidati dall’Arabia Saudita, seguono invece le anticipazioni del re di Riad, Abdallah, che nelle scorse settimane aveva parlato di un prezzo equo di 75 dollari. E il taglio alla produzione? Anche qui falchi e paesi moderati proseguono il braccio di ferro che dura ormai da fine ottobre. L’Iran nelle ultime settimane ha ripetuto più volte che è necessario una riduzione tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Per quanto riguarda l’allargamento dell’Opec ai paesi non membri, la Russia si era sempre rifiutata di aderire per evitare di piegarsi al sistema delle quote, visto che starne fuori consentirebbe di beneficiare dei tagli alla produzione altrui senza ridurre la propria capacità. Ma il crollo del prezzo del greggio a novembre si è rivelato fatale a questa strategia e potrebbe far sì che la Russia decida di riconsiderare la propria posizione. “Dobbiamo difendere i nostri interessi”, ha detto il presidente Dimitri Medvedev. “Si tratta delle nostre fonti di reddito che si basano su petrolio e gas: queste misure di protezione possono combinare una riduzione dei volumi di produzione, una partecipazione alle organizzazioni esistenti dei produttori, così come una partecipazione a nuove organizzazioni”.
I falchi dell’Opec giocano la carta della Russia. Continua il braccio di ferro in seno all’Opec (l’Organizzazione dei paesi produttori) sull’imminente taglio della produzione del petrolio. Niente di deciso al meeting di El Cairo di sabato scorso: la decisione è stata rinviata a metà dicembre, quando si svolgerà la prossima riunione dell’Opec in Algeria. Un incontro che si annuncia particolarmente caldo e che vedrà la partecipazione straordinaria di Viktor Khristenko, ministro del petrolio della Russia - paese che non fa parte dell’Opec - ma che esporta circa 5 milioni di barili al giorno. Una presenza fortemente voluta da Iran e Venezuela, i falchi dell’Opec, che insistono per una maggiore cooperazione tra i paesi membri dell’organizzazione e i paesi non Opec (Russia, ma anche Norvegia e Messico).
La mossa congiunta di Teheran e Caracas punta a trovare una sponda tra i paesi membri del cartello, che producono il 40% del petrolio mondiale, e quelli che non ne fanno parte, per trovare una strategia comune contro il calo dei prezzi del greggio. E non a caso domenica Teheran è tornata di nuovo alla carica: a un giorno dalla riunione dell’Opec - che ha deciso di lasciare invariata la produzione, nonostante il prezzo del greggio stia calando – il ministro del petrolio,Gholam Nozari, ha fatto sapere che il mercato globale “È sovrafornito con due milioni di barili al giorno”.
La soluzione iraniana? Un colpo di mannaia sulla produzione dell’1 - 1,5 milioni di barili al giorno.
Dall’altra parte le colombe - Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar – prima di acconsentire a nuovo taglio, hanno preteso di veder rispettati gli attuali “tetti” di produzione dagli altri paesi.
L’Opec ha già tagliato due volte di seguito la produzione per un totale di 2 milioni di barili al giorno, portando l’output a 27,3 milioni di barili al giorno. Il segretario generale dell’organizzazione, Abdalla El-Badri, per ora non si sbilancia e parla di una riduzione di “grossa quantità” al prossimo vertice in calendario. Attualmente il prezzo del petrolio oscilla tra i 50 e i 57 dollari al barile, in calo del 63% rispetto al livello record di 147 dollari del luglio scorso. L’Arabia Saudita, il maggior paese produttore, per bocca del re Abdallah ha già fatto sapere che considera “equo” un prezzo di 75 dollari al barile e il segretario dell’Opec sostiene che non ci saranno aumenti significativi del prezzo fino a metà del 2009.
Il quartier generale di Gazprom a Mosca
Ci sarà un organismo internazionale come l’Opec del petrolio anche per il metano? Iran, Qatar e Russia (i principali Stati produttori di gas) hanno mosso i primi passi in questa direzione ieri in un summit a tre a Mosca. Alexei Miller, numero uno di Gazprom, ha dichiarato: “Abbiamo convenuto che la fluttuazione dei prezzi del petrolio non mette in discussione la tesi fondamentale: l’era degli idrocarburi a basso costo è finita. E le parti devono iniziare da questo per lavorare”. Dopo i colloqui con il ministro dell’Energia di Doha, Abdallah ben Hamad al-Attiyah, e con Alexei Miller, il ministro del Petrolio iraniano Gholam Hossein Nozari ha parlato di “un punto di svolta” nella loro cooperazione e ha annunciato: “Abbiamo preso decisioni importanti. C’è una richiesta di dare vita a questa Opec del gas e c’è il consenso per formarla”.
Invece la Russia cerca di non usare il termine “Opec”. Anche se Miller sottolinea “la necessità di una rapida trasformazione” del forum in un “organismo permanente che serva a garantire affidabili e stabili forniture energetiche in tutto il mondo”, non si parla di una struttura rigida come il cartello creato dai principali esportatori di greggio. Si parla di trasformazione di Gas Exporting Countries Forum (GECF), che comprende 14 principali paesi esportatori di gas, di fatto un circolo di discussioni senza decisioni in una piattaforma internazionale per definire le formule universali del prezzo del gas (adesso collegato al prezzo del greggio) e decisioni su futuri gasdotti.
Di una “Opec del gas” si parlava da anni. Ma proprio le visioni diverse dei due maggiori possessori di gas, Russia e Iran, non permettevano di arrivare a un accordo. Teheran voleva una struttura rigida, che dettasse le leggi (e prezzi) ai suoi membri. Mosca, che non è membro dell’ Opec, voleva più flessibilità. Inoltre tutti i paesi membri volevano vedere le loro capitali come la sede principale della nuova organizzazione. Anche adesso i tre paesi (che controllano insieme quasi due terzi delle riserve del gas mondiale) hanno proposto le loro città: Mosca, Doha e Teheran ( si dice che la Russia come compromesso, abbia proposto una sede in Svizzera).
La firma di un accordo comune (anche con altri paesi) probabilmente sarà a Mosca, il 18 novembre al prossimo incontro del GECF. Se si risolveranno tutte le contraddizioni, che sono poche di fronte alla paura di una rapida discesa del prezzi del gas.
Secondo quanto commenta Mikhail Korchemkin, capo del East European Gas Analysis, “La dichiarazione di creazione dell’ “Opec del gas” è un segno di reazione da panico di Gazprom sulla caduta di prezzi di greggio”.
Mosca è più cauta in termini e definizione della nuova organizzazione anche per altri motivi. Già ha irritato gli europei con il conflitto in Caucaso. Dopo lo scontro Russia-Georgia l’ Europa ha dato più priorità alle vie energetiche che non passano per la Russia, in particolare al progetto Nabucco.
Questo ha messo in difficoltà il progetto comune Eni-Gazprom South Stream, che potrebbe slittare dal 2012-2013 a oltre 2015. La Russia adesso sta cercando addirittura di cambiare la rotta sostituendo la Bulgaria con la Romania. Costa meno, ed evita discussioni calde con Sofia. Il termine “cartello” avrebbe innervosito e fatto preoccupare ancora di più i paesi importatori. E’ proprio questo che vuole evitare la Russia, che ha grossi interessi (e appoggi) in Europa.

Raffinerie, impianti petrolchimici e di estrazione: dal ventidue ottobre l’Iran inizia la privatizzazione di una parte del settore petrolifero con la Fanavaran, specializzata nella produzione di metanolo. Lo riferisce il quotidiano Tehran Times: sono decine gli stabilimenti nazionali sulla lista dell’Ipo, l’organizzazione iraniana per le privatizzazioni che l’anno scorso ha ceduto quote delle imprese statali per un valore di cinque miliardi di dollari.
L’apertura al mercato decisa dal governo iraniano, però, ha una caratteristica particolare: le azioni saranno date ai poveri del paese, circa 21 milioni di persone, che potranno cederle soltanto dopo quattro anni. È un programma chiamato “azioni di giustizia”, ma secondo molti osservatori si tratta di una mossa populistica del presidente Mahmud Ahmadinejad. Per ora le società straniere hanno la possibilità di accedere alle privatizzazioni in modo limitato e attraverso particolari fondi di investimento.
L’Iran è il quarto esportatore mondiale di petrolio, ma tra le nazioni dell’Opec (Organizzazione paesi esportatori di petrolio) è al secondo posto per le riserve di greggio.