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Irpef

Il premier Mario Monti alla presentazione del decreto (Credits: Roberto Monaldo / LaPresse)
TUTTE LE MOSSE ANTI-CRISI DEL GOVERNO MONTI
Non c’è nessun incremento dell’Irpef. Sorpresa. La quarta in poche ore dopo il tweet con cui il ministro alle infrastrutture Corrado Passera annunciava già nel pomeriggio i grandi sacrifici per gli italiani, dopo le lacrime del ministro del welfare Elsa Fornero quando dalle sue labbra stavano per uscire (ma non ce l’hanno fatta) le parole “sacrificio” in tema pensionistico con la cancellazione dell’indicizzazione all’inflazione, e dopo la comunicazione del capo del governo Mario Monti della rinuncia dello stipendio da Presidente del consiglio e da ministro dell’economia e delle finanze.
Per il resto, il decreto presentato in serata dal premier, che ha invitato a chiamarlo “decreto Salva-Italia”, è una stangata forte e dolorosa che peserà per 30 miliardi lordi tra il 2012 e il 2014. Continua

(Credits: ANSA)
TUTTE LE MOSSE ANTICRISI DEL GOVERNO MONTI
Maggiori entrate tra 2,4 e oltre 12 miliardi di euro, che si traducono in una stangata media per ogni famiglia italiana compresa tra 97 e 483 euro all’anno. Potrebbero essere questi gli effetti delle misure fiscali studiate dal governo Monti, che si basano principalmente sull’ aumento di almeno un punto percentuale dell’Iva e sulla reintroduzione dell’Ici sulla prima prima casa o dell’Imu (Imposta municipale unica), una nuova tassa sugli immobili. Per ora, si tratta soltanto di ipotesi ma la Cgia, la Confederazione degli artigiani di Mestre, ha già provato a fare i conti sugli effetti di queste manovre. Continua

Un'immagine dell'alluvione nel vicentino (ANSA/VIGILI DEL FUOCO)
A lanciare il sasso ci ha pensato il presidente degli industriali vicentini, Luciano Vescovi, lunedì ai microfoni di Radio24: “Se il sostegno alle imprese e ai cittadini vicentini non ci sarà da parte dello Stato, noi non pagheremo le tasse”. Continua

Agenti della Guardia di Finanza - Ansa
Grande risalto è stato giustamente dato dai giornali ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze secondo cui un italiano su tre (il 27% a essere precisi) non paga un euro di Irpef. Continua

Tempo di otto per mille. Ma come spendono gli enti religiosi le quote ricevute dai contribuenti e dallo Stato? La trasparenza nella gestione delle risorse è facilita da internet: molti beneficiari pubblicano un rendiconto delle attività.
Nel 2008 la Chiesa cattolica ha ricevuto poco più di un miliardo di euro: la voce più cospicua sono i 420 milioni saranno destinati alle “esigenze di culto e pastorale” che includono 185 milioni per l’edilizia religiosa. Non sono specificate le destinazioni degli interventi sul territorio (leggi il rendiconto). Lo Stato, poi, è il secondo beneficiario dell’otto per mille, ma quest’anno la cifra è stata ridotta a sette progetti per la prevenzione dei disastri naturali dal valore complessivo di 3,5 milioni di euro (leggi la ripartizione). Ottocentomila euro non sono stati assegnati come previsto dalla finanziaria. Niente fondi, inoltre, per l’assistenza alimentare nei paesi in via di sviluppo e per i beni culturali. L’anno scorso il finanziamento era stato ben più lauto: circa 46 milioni di euro. E, spulciando tra le righe, si nota che i principali destinatari erano edifici storici e religiosi prevalentemente cattolici (leggi la ripartizione). Dopo Chiesa cattolica e Stato è il turno delle altre confessioni. Gli Avventisti del settimo giorno hanno dedicato un sito specifico all’otto per mille del 2008, pubblicando anche un elenco dettagliato dei progetti avviati, come Salutexpò (un evento per sottoporsi a test clinici gratuiti) e un’iniziativa scolastica in Namibia. Le cifre sono rendicontate fino all’ultimo centesimo degli 1.889.249,33 milioni di euro ricevuti: tra l’altro, dichiarano che gli interessi attivi su conti correnti bancari (derivanti dall’otto per mille) sono stati di 6097 euro e 41 centesimi (leggi l’elenco).
Gli altri enti religiosi non hanno ancora reso note le spese per il 2008: bisogna rifarsi all’anno precedente. La Chiesa Valdese ha avuto più di 5 milioni di euro: parti consistenti dell’importo sono state impegnate in attività sociali, dall’assistenza per gli anziani (895mila euro) a progetti per rifugiati, migranti e nomadi (238mila euro) (leggi il documento). Circa metà dell’otto per mille ricevuto dalla Chiesa evangelica luterana (pari a 2,6 milioni di euro) è stato devoluto a opere di evangelizzazione (leggi il rapporto). Due istituzioni religiose, invece, non hanno pubblicato il rendicont su internet, ma hanno descritto le attività sostenute con i fondi ricevuti. L’Assemblea di Dio ha promosso a progetti in Asia, Africa e Italia. L’Unione delle comunità ebraiche ha finanziato iniziative rivolte all’infanzia, alla solidarietà, alla cultura.

Il reddito medio annuo degli italiani? Poco più di 35 milioni delle vecchie lire. Precisamente: 18.324 euro.
È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d’imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all’anno precedente del 5,7%.
Avvertenza doverosa: il 25% dei contribuenti non paga imposta a causa del basso reddito e dell’effetto delle deduzioni e delle detrazioni. Pertanto, spiega il documento di sintesi del Dipartimento (qui il .pdf) l’imposta dichiarata non è distribuita su 40,8 milioni di soggetti ma su poco più di 30 milioni, da cui risulta un importo medio pro capite di 4.480 euro ed un’incidenza dell’imposta netta sul reddito complessivo del 18,4% (nel 2005 era del 17,9%).
Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro arriva appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell’Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.
Considerando la distribuzione per area geografica, rispetto al 2005, il reddito complessivo medio (18.324 euro) è aumentato su tutto il territorio nazionale, con un incremento minimo del 5,3% al Centro ed un incremento massimo del 6,5% al Sud e nelle Isole, in cui si riscontra comunque un valore assoluto medio (14.626 euro) di circa il 20% inferiore a quello nazionale.
Il Sud resta quindi, sul fronte dei redditi, il fanalino di coda del Paese. Con un reddito medio complessivo di 14.626 euro gli italiani che abitano in queste regioni del Paese di fatto dispongono del 20% in meno rispetto al reddito medio nazionale. Nonostante questo nell’ultimo anno al Sud e nelle Isole il reddito risulta aumentato del 6,5% rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda il tipo di reddito dichiarato, il 78% è da lavoro dipendente e pensione,
il 5,5% sono redditi da partecipazione, il 5,1% redditi di impresa ed il 4,2% redditi da lavoro
autonomo. Tra queste tipologie di reddito, il valore medio dei redditi da lavoro autonomo (36.388 euro) è il più elevato (circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi medi da pensione (13.046 euro) risultano essere i più bassi.
Non bene nemmeno l’andamento delle società italiane, visto che la metà - stando sempre ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze - è in “rosso”: “La quota di società con imposta positiva” si legge nel documento “ha raggiunto il 52,4% del totale (circa 503.000), con una crescita del 3,5% rispetto al 2005. Tali società con reddito positivo sono localizzate principalmente al Nord, anche se la loro quota nel Sud e Isole sul totale nazionale è aumentata dell’1% rispetto al 2005″.
di Gino Pagliuca
Due case di caratteristiche analoghe e distanti magari solo poche decine di metri possono avere, per il fisco, valori assai diversi, che possono tradursi in differenze di migliaia di euro se vengono vendute. Possono pesare in misura molto diversa sui proprietari quando si trovano a pagare tre diverse imposte (registro, ipotecaria e catastale). Gli stessi proprietari possono pagare importi diversi nel caso in cui comprino da un costruttore al quale bisogna versare l’Iva. L’Ici, poi, si calcola sul valore presunto dell’immobile, l’Irpef invece sulla rendita, cioè sul canone di affitto teorico che secondo l’erario si potrebbe ottenere. Quella sui rifiuti è una tassa, quindi dovrebbe tener conto dell’”attitudine” del contribuente a produrre rifiuti, invece si paga a seconda dei metri quadrati, come se i rifiuti li producessero i pavimenti e non le persone…
L’elenco delle assurdità nell’imposizione fiscale sulla casa potrebbe continuare a lungo. Di sicuro la legislazione ha contribuito a rendere opaco un mercato come quello immobiliare che già non brilla per trasparenza. Alla fine il risultato è una congerie di norme farraginose che comunque fanno affluire nelle casse pubbliche un fiume di denaro, come si può rilevare dai dati resi noti dall’Agenzia del territorio sul gettito dei 13 tributi principali nel 2007. In cassa sono entrati 42,8 miliardi di euro, con l’Ici a fare la parte del leone (entrate per 11,4 miliardi); nel computo però entrano anche gli 1,7 miliardi arrivati dalla prima casa, che dal 2008 non è più tassata.
Nelle entrate sono considerate anche voci di entità modesta, come gli 80 milioni di euro dell’imposta di successione, abolita nel 2001 dal secondo governo Berlusconi, anche perché ha sempre reso meno di quanto costasse incassarla, e poi riproposta, sebbene con forti esenzioni, dal governo Prodi. Al computo andrebbero aggiunti anche tributi minori (ma non per chi li paga) come quello ambientale per i consorzi di bonifica.
Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha lanciato, all’interno della riforma federale dello Stato, l’idea di un tributo unico sulla casa gestito dai comuni, la cosiddetta service tax, che sostituisca le imposte attuali. Non sarà facile, perché non tutte e 13 si prestano a essere accorpate. è il caso dei tributi (registro, ipotecario e catastale, Iva) legati alle compravendite e che hanno andamenti molto variabili.
L’idea della service tax non dispiace ai rappresentanti dei proprietari di casa, ma con qualche distinguo. Dice il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani: “L’uso dell’inglese è sospetto. Tax significa sia tassa, e quindi corrispettivo di erogazione di servizi, sia imposta. Noi vorremmo che si trattasse di una tassa per i servizi forniti dagli enti locali agli immobili e non di un’imposta patrimoniale. Solo mettendo paletti molto chiari è possibile lasciarne ai comuni la gestione, contrariamente sarebbe come spalancare a una volpe la porta del pollaio”.