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Ai cattolici un miliardo, ai valdesi 5 milioni di euro. Come sono spesi i fondi dell’8 per mille?

Il modello Unico

Tempo di otto per mille. Ma come spendono gli enti religiosi le quote ricevute dai contribuenti e dallo Stato? La trasparenza nella gestione delle risorse è facilita da internet: molti beneficiari pubblicano un rendiconto delle attività.

Nel 2008 la Chiesa cattolica ha ricevuto poco più di un miliardo di euro: la voce più cospicua sono i 420 milioni saranno destinati alle “esigenze di culto e pastorale” che includono 185 milioni per l’edilizia religiosa. Non sono specificate le destinazioni degli interventi sul territorio (leggi il rendiconto). Lo Stato, poi, è il secondo beneficiario dell’otto per mille, ma quest’anno la cifra è stata ridotta a sette progetti per la prevenzione dei disastri naturali dal valore complessivo di 3,5 milioni di euro (leggi la ripartizione). Ottocentomila euro non sono stati assegnati come previsto dalla finanziaria. Niente fondi, inoltre, per l’assistenza alimentare nei paesi in via di sviluppo e per i beni culturali. L’anno scorso il finanziamento era stato ben più lauto: circa 46 milioni di euro. E, spulciando tra le righe, si nota che i principali destinatari erano edifici storici e religiosi prevalentemente cattolici (leggi la ripartizione). Dopo Chiesa cattolica e Stato è il turno delle altre confessioni. Gli Avventisti del settimo giorno hanno dedicato un sito specifico all’otto per mille del 2008, pubblicando anche un elenco dettagliato dei progetti avviati, come Salutexpò (un evento per sottoporsi a test clinici gratuiti) e un’iniziativa scolastica in Namibia. Le cifre sono rendicontate fino all’ultimo centesimo degli 1.889.249,33 milioni di euro ricevuti: tra l’altro, dichiarano che gli interessi attivi su conti correnti bancari (derivanti dall’otto per mille) sono stati di 6097 euro e 41 centesimi (leggi l’elenco).

Gli altri enti religiosi non hanno ancora reso note le spese per il 2008: bisogna rifarsi all’anno precedente. La Chiesa Valdese ha avuto più di 5 milioni di euro: parti consistenti dell’importo sono state impegnate in attività sociali, dall’assistenza per gli anziani (895mila euro) a progetti per rifugiati, migranti e nomadi (238mila euro) (leggi il documento). Circa metà dell’otto per mille ricevuto dalla Chiesa evangelica luterana (pari a 2,6 milioni di euro) è stato devoluto a opere di evangelizzazione (leggi il rapporto). Due istituzioni religiose, invece, non hanno pubblicato il rendicont su internet, ma hanno descritto le attività sostenute con i fondi ricevuti. L’Assemblea di Dio ha promosso a progetti in Asia, Africa e Italia. L’Unione delle comunità ebraiche ha finanziato iniziative rivolte all’infanzia, alla solidarietà, alla cultura.

Redditi, i numeri medi degli italiani: 18mila euro all’anno

Unico

Il reddito medio annuo degli italiani? Poco più di 35 milioni delle vecchie lire. Precisamente: 18.324 euro.

È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d’imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all’anno precedente del 5,7%.
Avvertenza doverosa: il 25% dei contribuenti non paga imposta a causa del basso reddito e dell’effetto delle deduzioni e delle detrazioni. Pertanto, spiega il documento di sintesi del Dipartimento (qui il .pdf) l’imposta dichiarata non è distribuita su 40,8 milioni di soggetti ma su poco più di 30 milioni, da cui risulta un importo medio pro capite di 4.480 euro ed un’incidenza dell’imposta netta sul reddito complessivo del 18,4% (nel 2005 era del 17,9%).
Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro arriva appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell’Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.

Considerando la distribuzione per area geografica, rispetto al 2005, il reddito complessivo medio (18.324 euro) è aumentato su tutto il territorio nazionale, con un incremento minimo del 5,3% al Centro ed un incremento massimo del 6,5% al Sud e nelle Isole, in cui si riscontra comunque un valore assoluto medio (14.626 euro) di circa il 20% inferiore a quello nazionale.
Il Sud resta quindi, sul fronte dei redditi, il fanalino di coda del Paese. Con un reddito medio complessivo di 14.626 euro gli italiani che abitano in queste regioni del Paese di fatto dispongono del 20% in meno rispetto al reddito medio nazionale. Nonostante questo nell’ultimo anno al Sud e nelle Isole il reddito risulta aumentato del 6,5% rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda il tipo di reddito dichiarato, il 78% è da lavoro dipendente e pensione,
il 5,5% sono redditi da partecipazione, il 5,1% redditi di impresa ed il 4,2% redditi da lavoro
autonomo. Tra queste tipologie di reddito, il valore medio dei redditi da lavoro autonomo (36.388 euro) è il più elevato (circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi medi da pensione (13.046 euro) risultano essere i più bassi.
Non bene nemmeno l’andamento delle società italiane, visto che la metà - stando sempre ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze - è in “rosso”: “La quota di società con imposta positiva” si legge nel documento “ha raggiunto il 52,4% del totale (circa 503.000), con una crescita del 3,5% rispetto al 2005. Tali società con reddito positivo sono localizzate principalmente al Nord, anche se la loro quota nel Sud e Isole sul totale nazionale è aumentata dell’1% rispetto al 2005″.

E con il federalismo dalla casa spariscono le 13 tasse

Case del entro di Roma

di Gino Pagliuca

Due case di caratteristiche analoghe e distanti magari solo poche decine di metri possono avere, per il fisco, valori assai diversi, che possono tradursi in differenze di migliaia di euro se vengono vendute. Possono pesare in misura molto diversa sui proprietari quando si trovano a pagare tre diverse imposte (registro, ipotecaria e catastale). Gli stessi proprietari possono pagare importi diversi nel caso in cui comprino da un costruttore al quale bisogna versare l’Iva. L’Ici, poi, si calcola sul valore presunto dell’immobile, l’Irpef invece sulla rendita, cioè sul canone di affitto teorico che secondo l’erario si potrebbe ottenere. Quella sui rifiuti è una tassa, quindi dovrebbe tener conto dell’”attitudine” del contribuente a produrre rifiuti, invece si paga a seconda dei metri quadrati, come se i rifiuti li producessero i pavimenti e non le persone…
L’elenco delle assurdità nell’imposizione fiscale sulla casa potrebbe continuare a lungo. Di sicuro la legislazione ha contribuito a rendere opaco un mercato come quello immobiliare che già non brilla per trasparenza. Alla fine il risultato è una congerie di norme farraginose che comunque fanno affluire nelle casse pubbliche un fiume di denaro, come si può rilevare dai dati resi noti dall’Agenzia del territorio sul gettito dei 13 tributi principali nel 2007. In cassa sono entrati 42,8 miliardi di euro, con l’Ici a fare la parte del leone (entrate per 11,4 miliardi); nel computo però entrano anche gli 1,7 miliardi arrivati dalla prima casa, che dal 2008 non è più tassata.
Nelle entrate sono considerate anche voci di entità modesta, come gli 80 milioni di euro dell’imposta di successione, abolita nel 2001 dal secondo governo Berlusconi, anche perché ha sempre reso meno di quanto costasse incassarla, e poi riproposta, sebbene con forti esenzioni, dal governo Prodi. Al computo andrebbero aggiunti anche tributi minori (ma non per chi li paga) come quello ambientale per i consorzi di bonifica.
Il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha lanciato, all’interno della riforma federale dello Stato, l’idea di un tributo unico sulla casa gestito dai comuni, la cosiddetta service tax, che sostituisca le imposte attuali. Non sarà facile, perché non tutte e 13 si prestano a essere accorpate. è il caso dei tributi (registro, ipotecario e catastale, Iva) legati alle compravendite e che hanno andamenti molto variabili.
L’idea della service tax non dispiace ai rappresentanti dei proprietari di casa, ma con qualche distinguo. Dice il presidente della Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani: “L’uso dell’inglese è sospetto. Tax significa sia tassa, e quindi corrispettivo di erogazione di servizi, sia imposta. Noi vorremmo che si trattasse di una tassa per i servizi forniti dagli enti locali agli immobili e non di un’imposta patrimoniale. Solo mettendo paletti molto chiari è possibile lasciarne ai comuni la gestione, contrariamente sarebbe come spalancare a una volpe la porta del pollaio”.

La manovra di Tremonti: ridurre il deficit senza aumentare le tasse

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti

Il messaggio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti è chiaro: “Ridurre il deficit non aumentando le tasse”. Quella del tesoretto, poi, è una “mitologia”: “Non ci sono giacenze nascoste” precisa il numero uno di Via XX settembre. E chiarisce alcuni aspetti del progetto di federalismo fiscale: “È fondamentale un accordo su una preventiva condivisione dei dati di finanza pubblica su entrate, uscite, stock e dinamiche. Poi siamo aperti a tutte le scelte, senza pregiudiziali programmatiche o ideologiche”. Secondo Tremonti, inoltre, nella creazione del federalismo fiscale è essenziale, oltre al coinvolgimento delle Regioni, anche quello della “dimensione municipale”.

Le misure. Addio all’Ici sulla prima casa, nuove regole per chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile e ora si trova a fare i conti con rate troppo salate e novità per i dipendenti privati in busta paga grazie agli sgravi sugli straordinari: sono queste le misure chiave del pacchetto fiscale contenuto nel decreto legge che il Senato ha approvato oggi in via definitiva. Il testo era stato varato alla Camera il 25 giugno dopo un voto di fiducia. Stop totale all’Ici sulla prima casa, dunque, ma la tassa resta però per le case di lusso (per un valore di soli 61 milioni di euro). L’abolizione dell’Ici, però, ha fatto alzare barricate ai Comuni. Così durante l’esame in Parlamento è stato messo a punto un pacchetto di modifiche in loro favore: il 50% del rimborso, a titolo di acconto, deve arrivare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione: è stato sospeso, inoltre, il potere di Regioni ed enti locali di aumentare le aliquote di tributi.
Rispetto al testo varato dal Governo novità sono state inserite all’articolo 3 sulla convenzione Abi-Economia sulla rinegoziazione dei mutui a tasso variabile. È stato introdotto un elemento di maggiore concorrenza, prevedendo che il tasso che grava sul conto di finanziamento accessorio non sia più maggiorato di uno spread dello 0,50 ma maggiorabile “fino a un massimo” dello 0,50. Restano confermate, invece, le norme sulla detassazione degli straordinari e dei premi di produttività: il beneficio consiste nell’applicazione di un’imposta sostitutiva di Irpef e addizionali regionali e comunali pari al 10%, entro il limite di importo complessivo di 3mila euro lordi. I lavoratori non devono avere percepito nel 2007 un reddito da lavoro dipendente superiore a 30mila euro.

I Comuni. A fare il punto sulla situazione delle casse comunali è il rapporto 2008 Ifel-Anci sulla manovra finanziaria dei Comuni, presentato oggi a Roma: nel 2008 incassano in totale un miliardo e 677 milioni di euro in meno rispetto a quanto deliberato in bilancio, ma hanno tenuto invariata l’addizionale Irpef oltre quattro Comuni su cinque in cui è vigente l’aliquota. Da un riepilogo del taglio alle entrate emerge che nel 2007 per il taglio ai trasferimenti Ici dovuti al decreto Visco i Comuni si sono visti sottrarre 609 milioni di euro, nel 2008 768 milioni e nel 2009 818 milioni. Con la Finanziaria 2008 si aggiunge poi un taglio per i costi della politica pari a 313 milioni e sempre nel 2008 con il nuovo taglio Ici ai Comuni vengono tolti altri 596 milioni di euro. “Se lo Stato” si legge nel rapporto “non garantisce un ristoro completo i Comuni avranno un introito sul gettito Ici per l’anno 2008 minore di 596 milioni di euro rispetto a quanto risulta dalla elaborazione dei consuntivi 2006″.
Per quanto riguarda l’addizionale Irpef risulta in vigore nel 75,47% dei Comuni (pari ad una popolazione dell’87,09%): il 62,08% ha tenuto invariata l’aliquota, il 12,69% l’ha aumentata, lo 0,83% l’ha diminuita e il 24,53% non l’ha istituita. Nel rapporto sono state poi confrontate le aliquote medie, ponderate sulla base imponibile 2005, calcolate per Regione, sui Comuni che hanno adottato l’addizionale: l’aliquota media nazionale nel 2008 è risultata pari a 0,497%, calcolata sui Comuni che hanno adottato l’imposta (75,47%) “ben lontana” si legge nel rapporto “dal livello massimo consentito dalla legge pari a 0,8%”. Il principale dato che emerge nel confronto tra le ultime due manovre è che gli incrementi dell’aliquota dell’addizionale comunale all’Irpef nel 2008 si sono stabilizzati, risultando considerevolmente inferiori rispetto a quelli del 2007, anno di “sblocco” del tributo. Nel 2007 l’aliquota media nazionale era infatti cresciuta di 0,145 punti percentuali contro gli 0,027 del 2008 ad indicare che i Comuni hanno utilizzato “responsabilmente” la leva fiscale.

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Mutui casa ai massimi: a maggio tassi al 5,75%

Case del entro di Roma

Non si arresta il costo dei mutui per l’acquisto di abitazioni, influenzato anche dalla crescente propensione delle famiglie italiane per il tasso fisso. A maggio, segnala il bollettino mensile dell’Abi, il saggio di interesse si è collocato in media al 5,75%, nuovo massimo da ciqnue anni. L’incremento è dello 0,09% rispetto al 5,66% di aprile e dello 0,36% nei confronti del 5,39% di maggio 2007.
Al record quinquennale si è collocato il mese scorso anche il tasso medio dei prestiti in euro concessi dalle banche: i finanziamenti sono costati il 6,23% contro il 6,19% di aprile e il 5,68% di un anno prima. Il tasso sui prestiti in euro alle società non finanziarie è invece sceso al 5,35% dal 5,48% del mese precedente. Resta comunque basso l’indebitamento delle famiglie italiane nel confronto internazionale. In particolare, spiega l’Abi, il rapporto tra debiti finanziari e reddito disponibile si collocava al 47% nel 2006 e le ultime informazioni sul 2007 segnalano un incremento al 50%. Un dato contenuto rispetto al 144% degli Stati Uniti, al 125% della Spagna, al 99% della Germania, all’87% del complesso dell’area dell’euro e anche al 69% della Francia dove più la dinamica si avvicina a quella del nostro Paese.
La composizione del debito delle famiglie italiane che emerge dall’ultima indagine della Banca d’Italia vede il peso maggiore assunto dai debiti verso banche e finanziarie che incidono per circa l’86% del totale. Un dato in calo rispetto all’88% del 2000 e al 93% del periodo 2002-2004. A crescere è invece il peso dei debiti commerciali che si attestava al 5,4% nel 2006, e di quelli verso amici e parenti, che si collocava all’8,4%.

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Ici, mutui e straordinari: 1.400 euro in più in tasca per gli italiani

Una busta paga

Più o meno uno stipendio. È quanto risparmieranno le famiglie italiane grazie alle tre misure adottate dal governo su Ici, straordinari e mutui: fino a 1.400 euro. Il calcolo è stato fatto dal Sole 24 Ore, secondo cui la parte maggiore del taglio alle spese verrebbe dagli straordinari, con un risparmio che premierebbe soprattutto chi più si avvicina al tetto fissato, i 30mila euro di reddito. All’Ici dicono addio 17 milioni di famiglie.

Il capitolo più incerto è quello sul congelamento della rata del mutuo, dove i calcoli sono molto indicativi. Ma quanto ai risparmi legati ai tagli fiscali sugli straordinari, secondo il quotidiano finanziario si potrà arrivare anche fino ai 760 euro. Quanto all’Ici, una famiglia che vive in una grande città potrà contare su un taglio delle tasse anche superiore ai 500 euro.
A continuare a pagare la tassa sulla prima casa a giugno saranno soltanto lo 0,3% delle famiglie, pari in tutto a 54mila nuclei. I “non esentati” saranno infatti i proprietari di case delle categorie catastali A1 (signorili), A8 (ville) e A9 (palazzi e castelli). Poco più di 70mila unità immobiliari, scrive il Sole, su un complesso abitativo nazionale pari a 30 milioni, tra i quali il 73% sono prime case. Insomma, tra ville e residenze di lusso si parla di poco più di 50mila costruzioni, pari allo 0,3% del totale. E i proprietari hanno redditi superiori ai 200mila euro. Che renderanno, con la loro Ici, circa 100 milioni di euro

E sulla possibilità di rinegoziare i mutui a tasso variabile offerta dall’accordo tra governo e Abi? In questo caso, secondo i dati di Ing Direct, un mutuo trentennale che era stato acceso nel 2006 ha già visto crescere la rata di 200 euro al mese. Si potrà dunque contare, ma solo indicativamente, su uno sconto di questo tenore. Ma i benefici di questa misura sono difficilmente calcolabili, dal momento che dipenderanno dall’andamento dei tassi. Infatti congelare la rate del mutuo significherà anche allungarne la durata e quindi pagare di più, proprio in relazione al trend del costo del denaro. Può anche darsi che l’operazione di tornare alla rata del 2006 non venga scelta da tutte le famiglie interessate (un milione e 250mila). Sarà possibile prolungare il prestito da un minimo di tre mesi fino a un massimo di 52.

Per quanto riguarda la detassazione degli straordinari, gli aumenti in busta paga saranno tra i 200 e gli 800 euro l’anno e costeranno allo Stato un miliardo di euro. In tutto sono 17 milioni i dipendenti, a cui bisogna sottrarre quelli pubblici, circa 3 milioni, e quelli che guadagnano meno di 8mila euro, altri 3,8 milioni. Saranno interessati dalla manovra circa l’85% del totale: arriviamo a circa 9 milioni di persone. Tra queste però è difficile conteggiare quelli che ricorreranno agli straordinari. Un calcolo indicativo parla del 45% del totale.

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Fisco, entrate ancora in crescita: in 3 mesi a +5,3%

Banconote da 100 euro
Continua la crescita delle entrate tributarie erariali: nel periodo gennaio-marzo 2008, sono risultate superiori di circa 4 miliardi di euro, con un incremento del 5,3% rispetto a quelle dello stesso periodo del 2007, al netto delle entrate cosiddette ‘una tantum’, cioè derivanti da prelievi straordinari. Al lordo delle “una tantum” la crescita è stata del 5,2%. È quanto riporta il Bollettino di marzo del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, confermando dunque un andamento già evidenziato dalla Banca d’Italia.
In numeri, nel primo trimestre, le entrate totali, al lordo delle “una tantum” sono ammontate a 88.044 milioni. Dalle imposte dirette sono provenuti 47.534 milioni ( 4.515 milioni, pari a 10,5%), dalle indirette 40.510 milioni (-166 milioni, pari a -0,4%).
Nel mese di marzo, si legge nel documento diffuso dal dipartimento delle Finanze, “continua il buon andamento di gettito dell’Irpef ( 11,3%) e in particolare delle ritenute da lavoro dipendente per i recenti rinnovi contrattuali. Rallenta invece il tasso di crescita delle imposte indirette, in particolare dell’Iva ( 2,7%) e delle accise su oli minerali e gas metano che in parte riflettono il rallentamento dell’economia”.
L’Iva, l’imposta sul valore aggiunto, segna invece il passo. Se infatti le imposte dirette (come Ire e Ires) registrano ancora percentuali di crescita a due cifre, per l’Iva, la tassa sui consumi che fa da cartina di tornasole rispetto all’andamento dell’economia, la crescita è stata nel primo trimestre 2008 del 3,2% e nel solo mese di marzo del 2,7%, rispetto agli analoghi periodi del 2007. Dalle imposte dirette - si legge nel documento del dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia - sono provenuti 47.534 milioni ( +10,5%), mentre dalle indirette 40.510 milioni (-0,4%). Il gettito dell’Irpef è stato di 41.593 milioni (+10,9%).

Abolire l’Ici: il primo punto nell’agenda del nuovo governo

Modello Ici (l'imposta comunale sugli immobili)
Arriverà con il primo Consiglio dei Ministri, quello che seguirà i due cdm per sistemare tutte le “caselle” del nuovo governo (quelle che riguardano i viceministri e i sottosegretari), l’abolizione totale dell’Ici sulla prima casa. Il premier Silvio Berlusconi ha più volte confermato quello che definisce “un impegno programmatico” nei confronti degli elettori.
Potrebbe arrivare per decreto, per consentire l’applicazione già con l’acconto di giugno. Il costo della misura dovrebbe essere di poco inferiore ai 2 miliardi di euro. Escluse le case lussuose e salvaguardati i Comuni: questi i due punti fermi del provvedimento. Si lavora invece alle coperture. Escludendo di finanziare il taglio di un’imposta con una nuova tassa, la strada che resta è solo quella di un taglio alla spesa.
A meno che nella “due diligence” emerga l’esistenza anche per il 2008 di un extragettito. La congiuntura negativa ha infatti rallentato la crescita delle entrate ma contando sul fatto che le tasse risentono delle dinamiche economiche relative ai mesi passati (quando ancora la congiuntura era positiva) è probabile che un “tesoretto” da utilizzare ancora ci sia. Si potrebbe poi profilare anche un aumento della tassazione per le banche, anche se questa misura annunciata dallo stesso Tremonti in campagna elettorale potrebbe essere legata più che all’Ici ad un alleggerimento del peso dei mutui per le famiglie.
L’abolizione dell’Ici sulla prima casa costerebbe tra 1,7 e 2 miliardi di euro. Questo quanto emerso nella prima riunione informale nei giorni scorsi tra il ministro, allora in pectore, Giulio Tremonti e i rappresentanti dell’Anci. L’associazione dei Comuni stima però un costo della misura leggermente più alto: 2,2 miliardi di euro. Si tratta della cancellazione dell’imposta per quel 60-70% degli italiani che ancora pagano questa tassa dal momento che la Finanziaria per il 2008, con la detrazione aggiuntiva dell’1,33 per mille l’ha di fatto “cancellata” nel circa 30-40% dei casi.
Come già avviene per la nuova detrazione decisa con l’ultima Finanziaria, l’abolizione dell’Ici non riguarderà gli immobili, anche se casa di abitazione, accatastati come ville, castelli e appartamenti di lusso. L’Ici è la fonte primaria del finanziamento dei Comuni e la sua eliminazione sarà per gli stessi a costo zero. L’assicurazione è arrivata nei giorni scorsi dallo stesso Tremonti nell’incontro con l’Anci. Quello che si profilerebbe è dunque un “ritocco” verso l’alto della compartecipazione dell’Irpef nazionale da parte degli stessi Comuni. L’Anci chiede comunque al governo di aprire un tavolo tecnico. Il presidente Leonardo Domenici sottolinea che serve una soluzione ad hoc per quei Comuni che hanno già abbassato per propria iniziativa l’Ici e che rischiano di ottenere una compensazione esclusivamente per il taglio che farà eventualmente il governo Berlusconi, ma non per il loro. Domenici suggerisce dunque che il provvedimento del governo preveda una compensazione che riguardi gli ultimi due anni per i Comuni che hanno già ridotto l’Ici.
È la questione sulla quale si lavorerà nei prossimi giorni. L’impegno è di circa 2 miliardi di euro: extragettito o taglio alla spesa? Si potrebbe però profilare anche una terza ipotesi. Tremonti aveva infatti preannunciato in campagna elettorale un possibile aggravio dell’aliquota Ires per le banche, lasciando “il regalo di Prodi”, ovvero il taglio dal 33% al 27,5%, “solo alle banche che daranno alle famiglie italiane mutui più umani”.

Buste magre e tasche vuote: nel 2007 stipendi fermi per gli italiani

Lavoro in ufficio
Gli italiani hanno le tasche sempre più vuote. A certificarlo arriva il IX Rapporto sulle Retribuzioni degli italiani 2008 realizzato da OD&M Consulting, società di consulenza che ogni anno prepara una ricerca insieme al Sole24Ore. Rallenta infatti nel 2007 la crescita delle retribuzioni di tutte le categorie, in particolare dei dirigenti. Ancora in difficoltà chi vive al Sud e le donne che vedono aumentare il gap retributivo con gli uomini.
Le retribuzioni medie lorde annue di categoria rilevate a livello nazionale nel 2007 sono risultate pari a: 101.334 euro per i dirigenti; 50.346 euro per i quadri; 25.340 euro per gli impiegati; 21.484 euro per gli operai. A confronto con il 2006 le quattro categorie presentano variazioni molto differenziate, comprese tra lo 0% dei dirigenti e il +3,1% dei quadri. Nello stesso periodo l’inflazione, misurata dall’Istat, è stata del +1,8%. Hanno quindi avuto incrementi inferiori a quelli dei prezzi le retribuzioni dei dirigenti e degli operai (+1,1%). Hanno guadagnato potere d’acquisto invece le retribuzioni dei quadri e degli impiegati (+2,5%). Considerando tuttavia l’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (+2,9% nell’ultimo anno), anche gli impiegati perdono potere d’acquisto.
Nel 2007 inoltre si è delineata una situazione di forte rallentamento della crescita retributiva già riscontrata durante gli ultimi mesi dell’anno precedente. Si è interrotta infatti una serie positiva che dal 2003 al 2006 ha portato le retribuzioni a crescere in maniera sensibile, tanto da stazionare al di sopra della soglia dell’inflazione.
Anche l’anno scorso gli stipendi hanno fatto registrare differenti livelli sul territorio. Fra dirigenti, quadri e impiegati i valori retributivi più alti si registrano al Nord Ovest, i più bassi al Sud. Il Centro è l’area che ha maturato nel corso del 2007 gli incrementi più bassi per tutte le categorie d’inquadramento. Il Nord Est prosegue invece il percorso di avvicinamento al Nord Ovest. Nel 2007 infine i differenziali retributivi tra Nord e Centro-Sud si sono amplificati ulteriormente.
Aumenta nel 2007 il divario retributivo fra gli uomini e le donne che però pur presentando una retribuzione costantemente inferiore ai colleghi uomini, hanno riportato nel quinquennio 2003-2007 i trend maggiormente positivi. Nell’ultimo anno, tuttavia, le lavoratrici hanno presentato incrementi retributivi inferiori a quelli dei colleghi uomini, in particolare per operai e impiegati: la forbice strutturale tra uomini e donne si così è ampliata.

Imposte: stangata continua a livello locale


A Reggio Emilia il maggior aumento pro capite dell’addizionale Irpef 2008: +102 euro

di Daniele Martini
Puntuale come una cambiale arriva la stangatina fiscale dei comuni.
Forse non sarà devastante come quella del 2007, ma ci sarà. L’anno passato fra Ici, addizionali Irpef e imposte sui rifiuti si abbatté sui contribuenti una specie di tsunami: 333 euro in media per ogni cittadino, secondo il calcolo dell’Associazione di artigiani e piccole imprese di Mestre (Cgia), con punte di quasi 1.000 euro a Bologna (906,35 per l’esattezza) e un incremento medio di 43 euro solo per quanto riguarda le addizionali Irpef.
Dai primi esami sulle delibere dei comuni emerge che quest’anno l’aumento medio per l’addizionale Irpef dovrebbe risultare inferiore, 16 euro pro capite, cifra non sconvolgente che però si inserisce in un quadro di aumento della pressione fiscale, e colpisce anche quei redditi medi e bassi che da almeno 6 anni stanno perdendo potere d’acquisto.
Da uno studio preparato dalla Uil per Panorama, su un campione di 537 comuni grandi, medi e piccoli, risulta che nel 2008 il 28 per cento di essi ha deciso di aumentare ancora l’addizionale, mentre i casi in cui l’aliquota viene ridotta sono veramente pochi, appena il 2 per cento. Nella maggioranza dei comuni (il 70 per cento circa) le amministrazioni si limitano a confermare la tassazione dell’anno passato, anche perché molte erano già arrivate al limite massimo consentito dalla legge (0,8 per cento sull’imponibile fiscale). Nel 2007, infatti, buona parte dei 2.690 enti locali (un terzo del totale) che decisero di inasprire l’imposta lo fecero premendo al massimo sui contribuenti.
L’indagine preparata dal Dipartimento per le politiche territoriali del sindacato guidato da Luigi Angeletti si è basata sui dati pubblicati nel sito del ministero dell’Economia, integrati da un’analisi delle informazioni offerte da una trentina di capoluoghi di provincia. Tra questi, 22 confermano l’aliquota già applicata l’anno passato e nell’elenco spiccano Roma, Torino, Bologna, Padova, Treviso, Firenze. Solo un comune (Bergamo) diminuisce l’addizionale, tre non la applicano proprio (Brescia, Trento e Milano), mentre altri tre decidono di aumentarla ulteriormente (Reggio Emilia, Ancona e Olbia).
La metà circa del campione preso in esame ha adottato un’aliquota media o alta, tra lo 0,5 e lo 0,8 per cento, l’altra metà ha puntato su un’imposizione tra 0,1 e 0,5 per cento.
Così come per lo Stato centrale, anche per i comuni gli aumenti di tasse e spese vanno a braccetto. L’Associazione degli artigiani di Mestre ha calcolato che tra il 2002 e il 2005 le entrate comunali sono cresciute del 15,3 per cento, le spese del 15,6.

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