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Ecco l’orologio che misura il debito pubblico

Credits: Ap Photo/Matthias Rietschel

Credits: Ap Photo/Matthias Rietschel

A quanto ammonta il debito pubblico italiano? Che sia uno dei più pesanti al mondo, ormai lo sappiamo tutti. Anche perchè se i soldi non ci sono (per le riforme, per la riduzione fiscale a imprese e cittadini, per la ricerca ecc.) la colpa è “sia dell’irresponsabilità della nostra classe politica, sia degli oggettivi vincoli di finanza pubbica a cui il nostro paese deve sottostare”, scrive l’Istituto Bruno Leoni che ha pubblicato sul suo sito un orologio (il codice javascript è incollabile sui siti e sui blog qui) che aggiorna ogni 3 secondi lo stock di debito del nostro Paese. Continua

Libertà d’impresa: l’Italia è all’ultimo posto in Europa

La sede di Confindustria a Roma (Ansa)

La sede di Confindustria a Roma (Ansa)

L’Italia è il paese meno libero d’Europa, dal punto di vista economico. È quanto emerge dall’ultimo studio dell’Istituto Bruno Leoni incluso nel volume “Libertà e benessere, l’Italia al futuro” del Centro studi di Confindustria. Continua

L’Italia perde punti (e posizioni) nella classifica della libertà economica

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L’Italia peggio di Uganda, Albania, Bulgaria, Belize e Mongolia in una classifica guidata da Hong Kong, Singapore e Irlanda. È il verdetto annuale della libertà economica. Per la quale l’Italia scende ancora: al 64esimo posto (era al 60esimo posto un anno fa e al 42esimo nel 2006), preceduta anche da Paesi in via di Sviluppo, nel rapporto 2008 dell’Indice sulla Libertà Economica, redatto dall’Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, in collaborazione con un network di think-thanks europei fra cui, per l’Italia, l’Istituto Bruno Leoni di Torino.
Secondo l’indice, l’economia più libera del mondo resta Hong Kong (considerata libera al 90,3%). L’Italia, come si diceva, è classificata al sessantaquattresimo posto (libera al 62,5%), con un punteggio dello 0,2 peggiore rispetto al 2007.

L’Indice stima il grado di libertà economica, considerata come assenza di ostacoli da parte dello Stato all’agire individuale, attraverso dieci parametri: libertà imprenditoriale; libertà di scambio; libertà fiscale; libertà dallo Stato; libertà monetaria; libertà d’investimento; libertà finanziaria; diritti di proprietà; libertà dalla corruzione; libertà del lavoro. Tali parametri si concentrano sia su fattori macro-economici, sia su indicatori che consentano di stabilire la facilità o la difficoltà di aprire e gestire un’attività economica.
”Il punteggio dell’Italia in queste classifiche di libertà economica” ricorda l’Ibl “è praticamente il medesimo dal 1995. Alcuni indicatori sono migliorati (il punteggio in termini di libertà del lavoro è ora del 73,5%, ad esempio), ma altri restano fortemente negativi. L’Indice in particolar modo segnala la rilevanza della ”questione fiscale”, con imposte ancora troppo alte (libertà fiscale: 54,3%); la difficoltà nel riformare la spesa pubblica (libertà dallo Stato 29,4%); l’eccessiva durata e complessità dei procedimenti, che porta a valutare negativamente il grado di tutela dei diritti di proprietà (diritti di proprietà: 50%); il perdurante peso della corruzione percepita (libertà dalla corruzione: 49%)”.
L’Italia è considerata una economia ”moderatamente libera” ed è classificata come la 29ma economia più libera, sulle 41 considerate parte del blocco europeo. A pesare su questo giudizio, non sono solo le difficoltà del nostro Paese - ma soprattutto la capacità di riforma che hanno al contrario dimostrato altre realtà (i Paesi dell’Est europeo come quelli balcanici).
Dopo il tandem Hong Kong-Singapore, al terzo posto c’è l’Irlanda (primo Paese europeo in classifica e un anno fa al settimo posto). Gli Stati Uniti occupano il quinto posto, il Cile l’ottavo posto, la Danimarca l’undicesimo posto e l’Estonia il dodicesimo.

Liberalizzazioni anno primo. Cosa resta delle lenzuolate di Bersani?

Un distributore di benzina. Lo sciopero è stata la risposta dei benzinai alle misure esaminate oggi dal Consiglio dei ministri in materia di distribuzione carburanti nell'ambito del pacchetto liberalizzazioni.
L’Istituto Bruno Leoni ha raccolto a Milano uomini d’impresa ed esponenti politici, per parlare di che cosa (e quanto) sia cambiato il capitolo delle liberalizzazioni, a un anno dal decreto Bersani.
L’Ibl ha infatti creato l’indice delle liberalizzazioni, tema tanto caro a tutti i cittadini-consumatori (e alle loro tasche), con una metodologia di carattere quantitativo, mettendo cioè a paragone l’Italia non con un paese idealmente liberalizzato (che neanche esiste), ma con un paese europeo campione in materia (per esempio il Regno Unito, la Svezia o, solo nel trasporto aereo, l’Irlanda).
L’indice si propone di valutare un aspetto particolare della libertà economica, vale a dire “il livello della libertà di iniziativa in alcuni settori chiave dell’economia italiana”. E già da questa breve frase, contenuta nell’introduzione di Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’Ibl, si capisce cosa si debba intendere parlando di liberalizzazioni: l’assenza di vincoli e barriere a intraprendere, di ostacoli all’ingresso in un determinato mercato e alla sua concorrenza, intralci che nella quasi totalità dei casi sono prodotti dallo Stato. L’istituto torinese ha quindi applicato l’indice a otto settori in cui il decreto del ministro dello Sviluppo avrebbe dovuto liberalizzare il mercato: elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto ferroviario e aereo, poste, professioni intellettuali e lavoro. Il risultato?
L’Italia è un paese liberalizzato a metà: precisamente al 52%. Il motivo? Riforme iniziate ma non terminate, che hanno portato notevoli costi, e pochi benefici.
“Che il cammino parlamentare delle liberalizzazioni sia stato difficile è un dato di fatto”, dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “ma c’è stata grande confusione anche fra tentativi di vera liberalizzazione e provvedimenti invece di sapore più populista”.
Spiega Carlo Stagnaro: “Nel caso dell’elettricità l’Italia ha fatto più della maggior parte degli Stati membri ed è andata oltre quello che la Commissione chiedeva di fare; nel caso dei trasporti aerei, siamo stati costretti a liberalizzare dalla presenza di direttive europee che regolamentano il settore”.
Cioè: non esiste una strada unica per le liberalizzazioni: a volte esse possono essere fatte grazie alle pressioni di Bruxelles, altre volte grazie al verificarsi di congiunture politiche favorevoli a livello nazionale. “L’importante è saper cogliere entrambe le opportunità per aumentare gli spazi di libertà all’interno di un paese” aggiunge Stagnaro.
Di fronte alla fotografia di Ibl, il presidente di Astrid Franco Bassanini (ex pluriministro nei governi di centro-sinistra), vede il “bicchiere mezzopieno”, contrariamente alla visione del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che si iscrive “parte di quell’Italia che sente il bicchiere troppo vuoto”.
Un’idea simile a quella del presidente della Banca Popolare di Milano Roberto Mazzotta, che ironicamente ha osservato: “Gli italiani sono favorevoli alle liberalizzazioni degli altri”.
E dunque le lenzuolate di Bersani sono servite o no? “Si può dire, senz’altro, che abbiano reso popolare la parola liberalizzazione”, conclude Carlo Stagnaro. “L’unico punto sul quale abbiamo potuto testare la loro efficacia è, però, la regolazione delle professioni. In Italia le professioni liberali sono libere al 46%, rispetto all’Inghilterra. Prima che Bersani ponesse mano alla libertà di pubblicità per i professionisti, e ne rilassasse i vincoli alla libertà di associazione, lo erano assai di meno”.
Già, liberalizzare cambia anche la struttura del mercato, determinando incentivi all’efficienza - sia a livello di imprese che di lavoratori: potendone raccogliere i frutti, gli occupati sono spinti a diventare più produttivi, mentre i “fannulloni” possono essere identificati e sanzionati. Non è per questo che le riforme si bloccano?


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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