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Joaquin-Almunia

Grecia: vista su Atene (Credits: lo.tangelini, Flickr)
Le violente dimostrazioni degli ultimi giorni hanno riacceso i riflettori sul disagio popolare in Grecia, dove le Università sono in subbuglio in occasione dell’anniversario dei peggiori scontri di piazza degli ultimi trent’anni. Continua
L’economia italiana rallenta più che nel resto d’Europa. Con una previsione di crescita dello 0,1% nel 2008, il Pil italiano si conferma il più debole tra i principali Paesi di Eurolandia che cresceranno tutti sopra l’1%. Secondo i dati Istat, se a livello congiunturale nel secondo trimestre dell’anno, ovvero rispetto al primo trimestre 2008, cali analoghi a quello dell’Italia (-0,3%) si riscontrano anche in Francia e addirittura più pesantemente in Germania, a livello tendenziale, ovvero rispetto al corrispondente trimestre del 2007, non c’è nessun grande Paese che arretra.
Sulla situazione italiana la Commissione europea nelle previsioni economiche intermedie, spiega che “questo dato rappresenta una revisione al ribasso delle già deboli stime di crescita formulate nella primavera, pari allo 0,5%, e implica che non ci sarà nessun effetto traino per il 2009″. Per gli uffici del commissario europeo per gli Affari economici Joaquin Almunia “la stagnazione dell’economia riflette principalmente l’evoluzione della domanda interna”. Infatti, “per via dell’impatto della corsa dei prezzi e degli effetti negativi sul potere d’acquisto, i consumi privati sono stati flebili già dal quarto trimestre del 2007″.
Nel complesso, il Pil dei paesi dell’area Euro è diminuito dello 0,2% in termini congiunturali ed è cresciuto dell’1,4% in termini tendenziali. Ma l’incertezza sulle prospettive di crescita dell’Eurozona resta comunque “particolarmente alta con rischi legati all’impatto negativo della crisi dei mercati finanziari”, così il presidente della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, parlando al Parlamento Europeo, commenta la situazione economica. “Il 2010 sarà migliore del 2009, con un ritorno alla stabilità dei prezzi” rassicura. Sulla crisi dei mutui, Trichet è invece più cauto, “dobbiamo stare allerta, molto allerta” spiega, visto che la crisi finanziaria scoppiata nell’agosto 2007 ha colpito “il cuore del sistema finanziario del mondo industrializzato”. La sua è un’analisi dura che segnala come quella della scorsa estate sia stata una crisi non più limitata alla “periferia” come l’Argentina, il Messico, la Russia o l’Estremo Oriente.
E sul fronte dei prezzi Trichet lancia un monito: “I prezzi sono sempre ad alti livelli, molto al di sopra dei parametri necessari per garantire la stabilità”. E ciò, aggiunge, è il risultato di effetti “sia diretti sia indiretti” dei passati rialzi nei prezzi delle materie prime. Nel prossimo futuro, inoltre, l’inflazione nell’area Euro resterà alta e inizierà gradualmente e moderatamente a calare “solo nel corso del 2009″.

Tutto confermato. Disco verde della Commissione Ue sull’abrogazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo aperta nei confronti dell’Italia nel 2005. Spetta ora al Consiglio Ecofin dare il via libera definitivo. L’Unione europea ha deciso di bloccare anche la procedura contro Portogallo, Slovacchia e Repubblica Ceca.
L’esecutivo europeo ha approvato la proposta del commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia - che nel pomeriggio incontrerà il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa - secondo la quale in Italia “il deficit è stato portato sotto il tetto del 3% del Pil in maniera credibile e sostenibile”. Il rapporto deficit Pil - conferma la Commissione Ue - si è attestato all’1,9% nel 2007 ed è previsto risalire al 2,3% nel 2008 e al 2,4% nel 2009. Il debito pubblico continuerà a calare “solo leggermente” per attestarsi intorno al 102,5% nel 2009.
Nel 2006 l’Italia è stato il Paese con il rapporto debito/pil più elevato (106,8%) tra il 27 membri dell’Unione europea. Il valore scende nel 2007 al 104%. Sono i dati contenuti nella pubblicazione dell’Istat, Cento statistiche per il Paese. Indicatori per conoscere e valutare. L’Italia, viene sottolineato, è dunque ancora lontana dal raggiungere l’obiettivo di Maastricht di contenere il rapporto debito/pil al di sotto del 60%, anche se il valore è appunto il decrescita nel 2007. L’incidenza dello stock del debito pubblico ha toccato il massimo del 121,5% nel 1994, diminuendo fino al 103,8% nel 2004. Sul fronte del saldo primario, il Paese mostra un “netto recupero”. Nel 2007, sottolinea l’Istat, soprattutto grazie a un cospicuo aumento delle entrate, l’Italia si colloca al quarto posto tra i paesi dell’Unione economica e monetaria per surplus primario, mentre l’incidenza dell’indebitamento netto in un biennio (2005-2007) diminuisce da 4,2 sino all’1,9% del pil.
La correzione del deficit pubblico eccessivo compiuta dall’Italia nel 2006 e nel 2007 è un fatto “molto positivo”, ma “ciò non significa che gli sforzi per proseguire il consolidamento del bilancio debbano finire”.
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È come quando uno eredita una casa non tanto in buono stato su cui per di più pesa un’ipoteca e non sa se rallegrarsi per il lascito o preoccuparsi per ciò che lo aspetta. Silvio Berlusconi e i ministri economici in pectore del prossimo governo si trovano in una situazione simile, con la casa comune dei conti pubblici non proprio in fiore, anzi con molte crepe nascoste sotto una mano di intonaco, e con l’ipoteca rappresentata dai nuvoloni di crisi che dall’Atlantico si stanno spostando sull’Europa.
In via XX settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, si susseguono i vertici dei vari responsabili dei dipartimenti per un ultimo monitoraggio del bilancio e dei conti, ma la vera “due diligence” sulle finanze statali partirà solo nel momento in cui sarà formalmente costituito l’esecutivo e il nuovo ministro, quasi certamente Giulio Tremonti, avrà preso possesso degli uffici accompagnato da diversi collaboratori rodati, alcuni dei quali prelevati di peso dai ranghi del governo di centrosinistra. I nomi che circolano sono quelli di Vincenzo Fortunato, docente alla Scuola superiore per la pubblica amministrazione e capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, affiancato da altri due “gabinettisti” a lui vicini: Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo dello stesso ministero, e Marco Pinto, capo di gabinetto del responsabile delle Finanze, Vincenzo Visco. Negli ultimi giorni si è già materializzato a più riprese nelle stanze del dicastero economico Enrico Cantarelli, manager della Bank of ScoFontland, già assistente del direttore generale del Tesoro e in seguito ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, e poi dello stesso Tremonti, con il quale collaborò al piano per la cartolarizzazione degli immobili di proprietà statale. Circostanza che ha fatto ipotizzare che il nuovo governo intenda riprendere in mano il tema della vendita di parti del patrimonio pubblico per dare un colpo all’enorme debito pubblico (104 per cento del prodotto interno lordo).
I conti statali soffrono più di quanto appaia dai dati ufficiali. Secondo valutazioni ufficiose della Ragioneria generale, nel 2008 il deficit non salirà solo dall’1,9 al 2,4 per cento, come già ammesso dal governo uscente, ma probabilmente fino al 2,8 e forse al 3, per una serie di motivi collegati: la spesa corrente niente affatto imbrigliata e la prevedibile contrazione delle entrate soprattutto per effetto della crisi internazionale. Alcuni giorni fa l’Eurostat ha certificato che la spesa pubblica è cresciuta ancora nel 2007 arrivando a quota 48,5 per cento del pil. Sono aumentate perfino le uscite per i circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici che il governo precedente si era solennemente impegnato a ridurre. In base alle ultime rilevazioni, l’incidenza del costo del pubblico impiego è salita all’11 per cento del pil, con un balzo di oltre mezzo punto in sette anni, a fronte di livelli di efficienza e produttività tra i più modesti del Continente. Fra tutte le economie europee, quella italiana, inoltre, è la più esposta alle burrasche internazionali a causa del debito pubblico e della crescita anemica, a dispetto di qualche brillante esempio contrario soprattutto nelle esportazioni. Poco più di un mese fa l’esecutivo di Romano Prodi aveva rivisto al ribasso i ritmi di crescita per il 2008 facendoli scendere dall’1,5 per cento del pil a meno della metà (0,6). Molti analisti ritengono che anche questa previsione sia ottimistica e che in realtà il tasso di sviluppo possa risultare più basso: intorno allo 0,3 per cento secondo il Fontland do monetario internazionale (Fmi), o addirittura 0 secondo la Confindustria, o sottozero (meno 0,2) per il centro Economia reale di Mario Baldassarri.
Con queste premesse, la caduta del gettito erariale appare scontata. Finora le prime avvisaglie della crisi americana dei subprime (i mutui per l’acquisto della casa elargiti con eccessiva disinvoltura dalle banche Usa) hanno paradossalmente incrementato le entrate fiscali, già salite al 43,3 per cento del pil, alimentando una specie di effetto narcotico, tanto gradevole dal punto di vista immediato della contabilità pubblica quanto ingannevole. Nel bimestre gennaio-febbraio, l’ultimo per il quale sono disponibili dati ufficiali, gli incassi fiscali sono cresciuti di altri 4 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo scattare il solito teatrino intorno all’utilizzo dell’ennesimo “tesoretto”. Sono aumentate sia le imposte dirette sia quelle indirette, in particolare l’iva, cioè proprio la tassa che per prima avrebbe dovuto risentire in negativo dei contraccolpi della crisi. È successo che, proprio a causa delle difficoltà emergenti, sono parecchio cresciuti i prezzi di alcuni prodotti fondamentali come il petrolio, arrivato vicino ai 120 dollari per barile, i carburanti e i generi alimentari, soprattutto quelli di prima necessità, e l’iva ha seguito gli aumenti nonostante la flessione generalizzata dei consumi. In pratica si è verificato un prodigio ingannevole, una crescita nominale che funziona come un placebo: illude, ma non cura la malattia dei conti pubblici. A dispetto degli exploit fiscali, e a riprova delle difficoltà, non più di un mese fa la Ragioneria generale, alle prese con una crisi di cassa acuta, ha esortato il ministro uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, a rimandare i pagamenti alla quarta settimana del mese fino a tutto giugno (Panorama 13). Il pareggio di bilancio concordato dal governo uscente con l’Unione Europea per il 2011 diventa un obiettivo assai complicato da raggiungere. Prodi aveva messo in conto una cura pensata in un periodo di crescita sostenuta e centrata su una serie di manovre economiche del valore di circa 20 miliardi di euro, che a conti fatti sarebbero diventati quasi il doppio per effetto di altre spese non iscritte nei bilanci tendenziali a legislazione vigente, quali quelle per l’ennesimo adeguamento dei contratti pubblici, le Ferrovie e l’Anas.
Le probabili difficoltà sul piano del disavanzo si faranno ovviamente sentire anche sul versante del debito, la cui discesa d’ora in avanti diventerà più ardua. Anche perché ormai si sono ridotti all’osso i margini per entrate straordinarie ottenibili con la vendita di aziende statali, a meno che il probabile ministro Tremonti non riesca a rilanciare in fretta il progetto di alienazione degli immobili pubblici. La mattina di martedì 15 aprile, quando ancora i risultati delle elezioni del 13 e 14 non erano ufficiali, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha esortato il prossimo governo “a continuare con il consolidamento delle finanze pubbliche”, specificando che “nel 2007 sono stati raggiunti dei risultati molto buoni”.
Il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, lo ha imitato qualche giorno dopo. E dal loro punto di vista di custodi del patto di stabilità l’esortazione non solo è pertinente, ma istituzionalmente obbligatoria. Nel frattempo, però, il quadro di riferimento è cambiato: nel 2007 l’economia italiana cresceva, ora piange.

di Daniele Martini
Come in un gigantesco gioco di prestigio fiscale, l’extragettito prima c’è e un attimo dopo non c’è più. C’è nel senso che effettivamente nel corso del 2007 i contribuenti hanno fatto piovere nelle casse dello Stato un mare di quattrini: prima 9 miliardi di euro in più rispetto a quelli previsti a marzo dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, poi altri 6 miliardi a fine dicembre rispetto a quelli preventivati tre mesi prima. Basta distrarsi un momento, però, e l’extragettito subito scompare e la manna si trasforma in micragna.
Come in una porta girevole, buona parte dei 6 miliardi incamerati a fine anno sono destinati a uscire dalle casse statali con la stessa velocità con cui sono entrati. E non solo per effetto della spesa delle amministrazioni pubbliche che, seguendo passo passo gli exploit fiscali, è cresciuta in questi ultimi tempi a rotta di collo arrivando a superare il 50 per cento del pil (prodotto interno lordo). Ma anche perché, e qui sta la sorpresa, buona parte degli incassi recenti sono come una meteora, destinati a sparire subito perché collegati all’andamento assai anomalo dell’autoliquidazione di novembre, un fenomeno difficilmente replicabile in futuro.
La circostanza è spiegata con chiarezza dai tecnici del dipartimento delle politiche fiscali dell’Economia in un appunto riservato preparato per il ministro Tommaso Padoa-Schioppa di cui Panorama è entrato in possesso. Dall’analisi del gettito 2007 risulta che almeno 4 dei 6 miliardi incassati in più tra settembre e dicembre sono frutto non di lotta all’evasione o di precise scelte di politica fiscale, ma soltanto di una specie di enorme partita di giro, il risultato abbastanza fortuito del buon andamento dell’autoliquidazione per quanto riguarda l’imposta sulla produzione pagata dalle imprese (Irap) e le imposte dirette (Irpef). Un bel risultato con il veleno nella coda, insomma.
Quei soldi sono stati effettivamente incassati dallo Stato, ma nel giro di pochi mesi quasi sicuramente torneranno in un modo o nell’altro nelle tasche dei cittadini e nelle casse delle imprese. Dei 4 miliardi di euro di entrate impreviste incamerate dall’erario con l’autoliquidazione, 2,5 provengono dall’Irap e gli altri sono dovuti a minori compensazioni delle imposte dirette.
Il maggior incasso dovuto all’Irap è stato quasi per intero causato dalla scelta delle imprese di non avvalersi subito dei benefici collegati allo sconto d’imposta garantito dalla riduzione del cuneo fiscale e contributivo voluto dal centrosinistra. Dal momento che le stesse imprese quasi sicuramente chiederanno l’applicazione del bonus al momento del saldo a giugno 2008, a quel punto l’extragettito incassato dal fisco a novembre si trasformerà in minor gettito perché i soldi invece di fluire ancora nelle casse dello Stato resteranno in quelle delle aziende.
Idem la faccenda delle minori compensazioni delle imposte dirette. Chi paga le tasse con il modello Unico può chiedere all’amministrazione fiscale una compensazione tra il debito dovuto e il credito d’imposta maturato attraverso il cosiddetto modello F24 facendo la somma algebrica tra le imposte da pagare e le somme da riscuotere. Invece di avvalersi di questa facoltà, a novembre molti cittadini hanno preferito pagare subito il dovuto rimandando ad altra data la riscossione del credito accumulato con l’erario. Grazie a questo comportamento lo Stato ha incassato 1,5 miliardi di euro in più, ma anche in questo caso si tratta di un’entrata ballerina: con il prossimo giro di valzer fiscale quei soldi probabilmente torneranno nelle tasche dei contribuenti.
Secondo gli esperti del ministero dell’Economia, insomma, le straordinarie performance enfatizzate per mesi, a conti fatti si rifletteranno sul gettito 2008 per appena 1 miliardo di euro, al massimo 1,5 miliardi. Nel frattempo, però, la brusca frenata dell’economia prosciugherà le entrate per un importo sostanzialmente analogo, almeno 1 miliardo, per cui il saldo tra maggiori entrate e minori incassi fiscali sarà prossimo allo zero.
Anzi, c’è il rischio che possa risultare addirittura negativo perché la previsione dei tecnici ministeriali sulla riduzione del gettito si basa su un presupposto macroeconomico tutto sommato ottimistico, con una crescita dell’1 per cento del pil. L’Unione Europea, invece, proprio alcuni giorni fa per bocca del commissario Joaquín Almunia ha drasticamente rivisto al ribasso le previsioni per l’economia italiana, stimando un aumento del pil di appena lo 0,7 per cento, l’incremento più basso a livello continentale, mentre la Confindustria pronostica addirittura una crescita zero.
Il documento del dipartimento delle politiche fiscali segna un punto fermo nella saga del cosiddetto tesoretto e fa capire perché sia di fatto imploso il progetto di utilizzare il fantomatico extragettito per abbassare subito le tasse sui redditi medi e bassi carezzato a lungo dal governo precedente e poi all’inizio della campagna elettorale dai sindacati e dal leader del Pd, Walter Veltroni.
Un’idea difficile da realizzare per mancanza di soldi, anche se ragionevole, perché ormai è chiaro che, anche alla luce degli ultimi dati sul rincaro dei beni di più largo consumo, dagli alimentari alla benzina (più 4,8 per cento), la caduta del potere d’acquisto e la conseguente contrazione dei consumi non sono un’invenzione.
Con l’appunto dei tecnici ministeriali sulla scrivania che dimostrava quanto i bollettini di vittoria fiscale fossero da prendere con le molle, Padoa-Schioppa ha fatto capire in più di un’occasione di considerare il tesoretto poco più che una chimera sfidando le pressioni della sua maggioranza e le esigenze della campagna elettorale. Forse ormai stufo di tutto il can can che si stava montando sul nulla, una volta ha addirittura ammesso che l’extragettito non c’era, salvo poi correggere il tiro, prendendo tempo e rinviando la valutazione definitiva alla trimestrale di cassa di marzo.
Perfino sulla tenuta delle entrate future ormai è legittimo avanzare qualche dubbio, per almeno altri due motivi. Il primo è che la lotta all’evasione è stata più annunciata che conseguita con un gettito aggiuntivo calcolato anche dai tecnici ministeriali di 2 miliardi al massimo 3 all’anno e non 10. Il secondo motivo è la frenata della crescita economica che provocherà dal 2009 un minor gettito di pari importo: 3 miliardi.
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Più 0,1% o 0,3%? Questione di centesimi. Sui quali si dividono i giudizi dell’Europa e di Confindustria. Che però concordano nella sostanza: la crescita dell’economia italiana sarà “quasi piatta” nei primi tre mesi del 2008.
A sostenere la prima cifra è la commissione Ue nel rapporto in cui sono contenute le nuove stime sull’andamento del pil dei principali Paesi dell’Ue: “L’attività economica in Italia” spiegano i servizi del commissario agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia “ha rallentato più che nel resto della zona euro nell’ultima parte del 2007, chiudendo l’anno all’1,8%, uno 0,1% in meno del previsto”. Questo - si spiega - è dovuto anche a “fattori eccezionali, come gli scioperi di dicembre nel settore dei trasporti”. Ma il dato 2007 avrà inevitabilmente ripercussioni sul 2008, “con le indicazioni disponibili per la prima parte dell’anno abbastanza negative”, per poi riprendersi in maniera “graduale ma modesta” nei trimestri successivi (+0,2%, +0,3%, +0,3%), chiudendo l’anno con un +0,7%.
Anche l’inflazione resterà intorno al 3% nei primi mesi dell’anno, per poi attestarsi al 2,7% a fine 2008. Nel mirino di Bruxelles non solo il caro-benzina e gli elevati prezzi dei generi alimentari, ma anche “gli aumenti delle tariffe”.
A sostenere invece una crescita di Pil ancor più bassa è il numero uno di Confindustria, Luca di Montezemolo: “Abbiamo accolto senza stupore la revisione al ribasso della crescita italiana, sarà ancora minore se il prezzo del petrolio non scende”, dice commentando i dati sul Pil italiano dell’Ue. “Se il petrolio si manterrà sopra i 90 dollari” ha sottolineato Montezemolo “sarà più vicina allo 0,3% che all’1%. Rischiamo una crescita infinitesimale - ha aggiunto Montezemolo - ma non la recessione”.
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”Quando i mercati finanziari agiscono in maniera irrazionale e sono guidati da comportamenti che assomigliano a quelli di un gregge non c’è ragione per i ministri delle Finanze di fare lo stesso”: lo ha detto il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, arrivando alla riunione dell’Ecofin. Parole che fanno eco a quelle pronunciate poco prima dell’inizio della riunione dal commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia: ”Spero che gli Stati Uniti, che hanno adottato delle misure, riescano ad evitare la recessione. E penso che sui mercati nei prossimi giorni possa tornare la calma” .
Fatto sta che dopo il disastroso lunedì nero delle Borse mondiali, molte sono le ombre all’orizzonte: anche se i listini europei sembrano ridurre il ribasso, quelli orientali hanno fatto registrare un vero e proprio tonfo con perdite che hanno toccato il 7 per cento e contrattazioni sospese.
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