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joint-venture

La Cina investe in arti marziali

Monaci bambini (Credits: LaPresse)

Monaci bambini (Credits: LaPresse)


É possibile investire in arti marziali? In Cina sì: lo storico tempio di Shaolin, noto in tutto il mondo per essere la culla del Kung Fu, sta per essere quotato in borsa. Continua

Walmart si prepara a sbarcare in India

walmart

La grande catena di distribuzione americana Walmart, che vanta una presenza già ben consolidata sul mercato cinese con 227 negozi gestiti da 70.000 dipendenti, si prepara in questi giorni a sbarcare in India. La prossima settimana il gigante statunitense aprirà il suo primo punto vendita nel subcontinente in collaborazione con il colosso locale Bharti Enterprises.

Dal momento che in India gli investimenti diretti esteri nel settore della distribuzione sono vietati allo scopo di proteggere gli operatori nazionali, per Walmart la scelta di associarsi a un partner locale è stata inevitabile. L’accordo tra i due distributori per una joint venture al 50% é stato raggiunto nel 2007, e il primo outlet verrà inaugurato ad Amritsar, nello stato settentrionale del Punjab, ma i due rivenditori hanno già previsto di aprirne almeno altri dieci nelle principali città del Paese. L’ampiezza di ogni negozio oscilletà tra i cinque e i diecimila metri quadrati, in cui dovrebbero riuscire a trovare lavoro un totale di cinquemila persone.

L’investimento di Walmart e Bharti è stato fatto tenendo in considerazione le stime di uno studio che prevede che il valore del settore delle vendite al dettaglio in India, pari oggi a circa quattrocento miliardi di dollari, possa raddoppiare entro il 2015.

Fino ad oggi sono riusciti ad accedere al mercato indiano della grande distribuzione colossi internazionali come Metro (Germania), Tesco (Stati Uniti) e Marks and Spencer (Regno Unito), mentre i francesi di Carrefour sono ancora alla ricerca di un partner con cui mettere in piedi una joint venture.

E con la Chrysler, Fiat va alla riscoperta dell’America

Accordo Fiat

di Andrea Silvuni

Il caso ha voluto che Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, scegliesse il momento in cui tutti i riflettori erano puntati sugli Stati Uniti, con l’ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca, per annunciare il ritorno della casa torinese in America attraverso la Chrysler. Un progetto esaminato da anni al Lingotto (Panorama ne aveva già parlato nel 2007) e che ha trovato nell’andamento negativo del settore il catalizzatore ideale per essere alla fine definito. Due gli elementi che hanno permesso di passare alla fase esecutiva: il forte deprezzamento della Chrysler e il contributo varato dal governo Usa a favore delle aziende che, negli Stati Uniti, si impegneranno a progettare e produrre auto a basso impatto ambientale e con consumi ridotti (circa 25 miliardi di dollari).
Quest’ultimo aspetto chiarisce che, per il momento, non ci saranno ricadute positive sulla produzione di vetture complete in Europa o comunque fuori dagli Stati Uniti. Ma è anche evidente che questa joint-venture, ruotando attorno alla fornitura di tecnologie, motori, componentistica e pianali, influirà invece rapidamente sulla Fiat e sulle aziende del gruppo (come Fiat Powertrain Technologies e Magneti Marelli) che sono la merce di scambio più appetibile per il management di Detroit.

Marchionne ha giocato questa partita, come altre, senza esborso di denaro: il 35 per cento iniziale della Chrysler (con la possibilità di salire al 55) sarà infatti la contropartita di forniture, come la tecnologia Multiair che gli esperti paragonano all’invenzione (sempre torinese) del sistema Common rail. La Fiat potrà anche contare, per la realizzazione degli impianti di sperimentazione e montaggio negli Usa, sui fondi del dipartimento dell’Energia.
Una volta avviata l’attività negli Usa, che potrebbe prevedere da subito la costruzione in loco della 500, seguita da un modello di dimensioni leggermente superiori, derivato dalla futura low cost brasiliana, l’alleanza Fiat-Chrysler potrebbe coinvolgere anche la Tata, che ha un ruolo sempre più importante nella galassia del gruppo Fiat e potrebbe offrire all’alleanza Fiat-Chrysler una gamma unica, di grande interesse per i mercati emergenti.

Sempre che funzioni (ricordate il divorzio con la Daimler?), l’accordo con la Chrysler dovrebbe poi far ripartire nel segmento delle berline sportive il programma di rinnovo della gamma Alfa Romeo e lo sbarco di questo marchio negli Stati Uniti. Un nuovo pianale condiviso tra Fiat-Alfa-Dodge-Chrysler potrebbe servire per l’erede dell’Alfa 159.
Infine il mercato dei 4×4: la Chrysler è proprietaria della Jeep e un’alleanza Fiat-Chrysler-Tata può creare un colosso nel settore dei fuoristrada, con ampie possibilità di integrazione e l’opportunità per l’Iveco di partecipare, come azienda americana, alle gare per la sostituzione della Hummer nelle forze armate Usa.

Fs e Poste viaggiano insieme nella logistica

Si parte. Nasce oggi “Italia Logistica” la joint-venture tra Ferrovie dello Stato e Poste Italiane per creare un polo nazionale di logistica integrata che punta a collocarsi fin da subito tra i primi operatori di mercato in Italia.
Con le firme apposte sotto l’intesa dagli amministratori delegati Mauro Moretti (Fs) e Massimo Sarmi (Poste) “Italia Logistica”, parte con una pianta organica “snella”, come è stato detto nel corso di una conferenza stampa. Saranno circa un centinaio di addetti, per un giro d’affari di 70 milioni di euro che già alla fine dell’anno potrebbe arrivare a 86-87 e nel giro di tre-quattro anni a 100-120 milioni.

La joint-venture è paritetica e nasce attraverso l’integrazione tra le attivita’ di Omnia Logistica (gruppo Fs) e quelle di Sda Logistica (gruppo Poste Italiane). “Poste Italiane e Ferrovie dello stato” ha rilevato Massimo Sarmi “hanno messo in comune il loro patrimonio di esperienze logistiche e tecnologiche per dotare il Paese di un importante polo logistico, utile per la crescita delle imprese e in grado di competere con i maggiori player europei. Con Italia Logistica - ha aggiunto Sarmi - si conferma la vocazione di Poste Italiane a fare sistema e di offrire servizi ad alto valore aggiunto. In questo modo possiamo rispondere sempre meglio alle aspettative dei nostri clienti, siano essi privati cittadini, imprese o pubblica amministrazione”.
“Il treno percorre” ha detto l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti “medie e lunghe distanze, creando importanti economie di scala e abbattendo i costi esterni e l’impatto sull’ambiente ma non puo’ arrivare fin sotto casa e neppure dentro ogni stabilimento. Per questo, dopo avere intrapreso una strategia di razionalizzazione e rilancio del settore merci e dopo aver focalizzato la sua attenzione sui porti con l’acquisizione del sesto modulo di Genova-Voltri, il gruppo Ferrovie aggiunge un altro tassello alla sua offerta integrandosi con Poste Italiane”, in questo progetto.
La nuova Italia logistica sfrutterà a pieno le due infrastrutture (centri sul territorio, treni, mezzi su gomma, aeromobili) e conta di inserirsi “in un mercato che”, secondo Riccardo Sciolti la prima guida di questo nuovo soggetto, “è assolutamente dominato dai player stranieri”.

Il VIDEO servizio:

At&t contro Vodafone: sfida all’ultimo telefonino nella campagna indiana


Il gigante americano della telefonia mobile, At&t, vuole contare di più nello sterminato mercato indiano. Pochi giorni fa la società statunitense ha siglato un accordo con l’operatore MahindraTelecommunications in base al quale le due società acquisteranno le licenze nelle 22 zone in cui è diviso il mercato dell’India. Secondo quanto riportato dal sito internet del Times, la società americana otterrà il 74% della joint venture.
“La At&t vuole fare affari in India… ovviamente intravede da queste parti grandi opportunità”, dice Ulhas Yargop, presidente della sezione information technology di Mahindra & Mahindra, la società sorella di Mahindra Telecommunications. Per At&t, che già detiene le licenze per le chiamate internazionali e nazionali a lunga distanza, questa mossa vuol dire investire ancora di più nel promettente mercato indiano. At&t, inoltre, è il primo operatore straniero ad entrare nel paese asiatico dopo la fornitura di servizi telefonici iniziata lo scorso aprile.

L’interesse della società americana per il settore della telefonia mobile è dovuto al fatto che in India, soprattutto nelle zone rurali, la penetrazione dei cellulari è relativamente bassa rispetto ad una popolazione complessiva di 1 miliardo e 100 milioni.
Nel paese asiatico, si calcola che ogni mese ci siano 8 milioni di nuovi clienti di telefoni cellulari. In Cina sono 5 milioni che si aggiungono ai 500 milioni di utenti di cellulari già abbonati. Secondo gli analisti, entro il 2010 l’India conterà 500 milioni di abbonati a un operatore di telefonia cellulare rispetto agli attuali 230 milioni.
Il colosso americano dei telefoni, che negli Usa registra 63,7 milioni di utenti, sembra seguire le orme di Vodafone, il gruppo di telefonia mobile più importante del mondo, che ha comprato la quota di controllo di Hutchison Essar per 11,1 miliardi di dollari.

Nel subcontinente la battaglia per il mercato dei cellulari è appena iniziata. Vodafone infatti spenderà 12 miliardi di dollari nei prossimi anni migliorando e ampliando il quarto network in India nella speranza di scalzare la rivale Bharti Airtel dal primo posto. Quest’ultima ha registrato lo scorso mese 50 milioni di utenti e mira a raggiungere quota 100 milioni nel 2010.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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