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Vestiti cancerogeni: la nuova minaccia per i neonati cinesi

Fabbrica tessile di Huaibei

Negli ultimi mesi la credibilità della qualità delle produzioni cinesi è stata messa in discussione da diversi scandali. Tra tutti, hanno avuto più risalto a livello internazionale quelli dei giocattoli tossici, del latte alla melamina e dell’acqua al cloro.

Le vittime principali dei mancati controlli nelle diverse tappe delle catene di montaggio cinesi sono i bambini, e nonostante il governo di Pechino abbia tentato di rimediare ad alcune delle inefficienze del Paese, controlli a tappeto nella provincia meridionale del Guangdong hanno rivelato che seppure il 95% dei giocattoli e il 67,7% dei mobili per bambini messi sul mercato possa essere oggi considerato “sicuro”, il tasso di affidabilità dei prodotti crolla nel settore dell’abbigliamento, in cui poco meno del 50% degli articoli messi in vendita contiene una quantità di reagenti chimici talmente elevata che nel lungo periodo rischia di intossicare i neonati.

Le aziende coinvolte nell’inchiesta hanno cercato di difendersi accusando i rispettivi fornitori di filati che, per risparmiare, tenderebbero a colorare le rocche di filo grezzo con additivi ricchi di formaldeide, sostanzia potenzialmente cancerogena la cui ingestione o esposizione a quantità consistenti può risultare letale anche per gli adulti.

Gli stabilimenti in cui sono stati rintracciati i capi più pericolosi per la salute dei minori sono stati chiusi e i prodotti precedentemente messi sul mercato verranno al più presto ritirati, mentre i vestiti di tutte quelle aziende i cui standard qualitativi sono stati giudicati al di sotto della soglia di sicurezza sì, ma “non così tanto”, dovranno semplicemente essere sottoposti, più spesso, a controlli più seri.

La classifica dei prezzi: a Rimini la spesa più cara, 1000 euro in meno a Napoli

carrellospesa

È Rimini la città dove per riempire il carrello della spesa si spende di più (4.127 euro il valore medio in un anno). Mentre, nella classifica dei prezzi, Napoli risulta all’ultimo posto con oltre 1.000 euro in meno rispetto a Rimini (3.043 euro in media l’anno).
Riassumendo, ecco quanto risulta da un’indagine realizzata dal Sole 24 Ore su dati dell’osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico. In particolare, sono stati confrontati i prezzi di 20 prodotti di largo consumo (e tra questi pane, pasta, latte e caffè). Le differenze sono notevoli: ad esempio, spiega il quotidiano, per un chilo di pane sulla Riviera si spendono in media 3,75 euro, nel capoluogo partenopeo ne bastano 1,94.
Insomma il Nord si conferma l’area del paese dove la spesa costa di più con un record di ben sei città emiliano-romagnole nei primi 15 posti mentre i centri del sud sono tutti nella fascia del “low cost”. Questo anche se - spiega il quotidiano - non mancano alcune sorprese: nella parte bassa della classifica, accanto al Mezzogiorno, spiccano anche città toscane come Siena, Firenze e Grosseto o centri di confine come Como, Gorizia e Trieste. In tutte queste città acquistare i beni del paniere individuato costa da 3.000 a 3.400 euro.
Ad esempio Gorizia fa concorrenza a Napoli sul parmigiano (15,25 euro al chilo contro 16,23) mentre Firenze è “competitiva” sul burro 7,5 euro contro 9).
Il quotidiano richiama infine l’attenzione sul fatto che è proprio la differenza di potere d’acquisto tra Nord e Sud a muovere la nuova bozza di riforma del ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, e che, dopo l’ok al federalismo fiscale, torna così d’attualità l’idea delle gabbie salariali.
Cioè legare al territorio la contrattazione salariale di secondo livello per gli statali con un sistema di incentivi legati alla produttivita.

Il VIDEO servizio:

Parmalat, arriva una multa di 2,2 milioni dall’Antirust

Parmalat

Una multa da 2,2 milioni di euro a Parmalat per non aver ceduto Newlat nei tempi prescritti: l’Antitrust punisce il gruppo di Collecchio, sottolineando che la vendita della società alla Tmt, realizzata con sei mesi di ritardo, è comunque “idonea a garantire un significativo livello di concorrenza nel mercato del latte fresco in Campania e Lazio”, come spiega in un comunicato il Garante, evidenziando che la sanzione comminata “rappresenta il minimo edittale”. “Abbiamo sbloccato finalmente la vendita di Newlat che Parmalat si ostinava a non fare e che riguarda in particolare il territorio campano” ha dichiarato il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, ricordando che “abbiamo sanzionato Parmalat perché ci ha messo troppo tempo a vendere, non ottemperando alla precedente delibera dell’Autorità”. Anzi la chiusura del procedimento e la sanzione inflitta, aggiunge il Garante, rappresentano “la prima, immediata risposta alla segnalazione del ministro Scajola” sugli aumenti anomali del prezzo del latte rilevati nella provincia di Napoli.

È la fine di una lunga storia giudiziaria. “Con la sanzione a Parmalat si conclude il procedimento di inottemperanza avviato dall’Antitrust il 15 novembre 2007, dopo che la società, pur avendo ottenuto alcune proroghe, non aveva attuato le misure prescritte dall’Autorità”, spiega la nota dell’Autorità garante per la concorrenza, osservando che “per eliminare gli effetti distorsivi legati alla concentrazione Parmalat/Eurolat e ripristinare condizioni di concorrenza effettiva, l’Autorità, a giugno 2005, aveva imposto la cessione dei marchi Matese e Torre in Pietra e di due stabilimenti produttivi di Frosinone e di Paestum-Capaccio Scalo, appartenenti alla società Newlat”. A dicembre 2006 il gruppo di Collecchio aveva proposto, in alternativa, la cessione dell’intera società Newlat, da realizzarsi entro il 30 ottobre 2007. “Tale misura era stata giudicata dall’Autorità idonea a garantire un significativo livello di concorrenza nel mercato del latte fresco in Campania e nel Lazio”, conclude il comunicato dell’Antitrust.

Per Coldiretti si tratta di una conferma delle distorsioni presenti nel mercato del latte, dove il prezzo aumenta di quasi quattro volte dalla stalla alla tavola, passando dai 0,42 euro al litro riconosciuti agli allevatori ai 1,6 euro al litro pagati dai consumatori. Oggi la maggiore organizzazione agricola europea ha avviato presidi delle principali industrie di trasformazione che intendono ridurre i compensi riconosciuti agli allevatori, nonostante in Italia nel primo trimestre del 2008 si sia verificato un aumento dei consumi in quantità e in valore dei prodotti lattiero caseari, con record di incrementi in valore del 19,1% per il grana padano e del 9,6% per il latte fresco (con una forte crescita dei prezzi al dettaglio).

Alimentari, ma quanto mangia il dragone cinese

la popolazione cinese punta a 1,4 miliardi e arricchisce la sua dieta di frutta e vegetali

di Raffaella Galvani

Aumenta la pasta, il prezzo di latte, carne e zucchero schizza in su e gli italiani riducono i consumi alimentari, colpiti da rincari che secondo studi recenti della Confcommercio in alcuni casi, come i cereali, toccano punte del 10-12 per cento. E non si tratta di un fenomeno solo italiano, tanto che l’Onu, che tiene sotto controllo le quotazioni dei mercati mondiali all’ingrosso, prevede che il rialzo dei cereali si scaricherà nel corso del 2008 su burro, formaggio, carne e latte (più 15 per cento).

La colpa viene attribuita in gran parte alla Cina. Ma è vero? E cosa e quanto mangiano, e soprattutto mangeranno, i cinesi? Panorama lo ha chiesto alla Fondazione Edison, che sotto la regia del vicepresidente Marco Fortis ha elaborato uno studio sul tema. I numeri (come risulta dalle tabelle pubblicate in queste pagine) non lasciano dubbi. La Cina, dopo aver sconvolto i mercati mondiali di petrolio, carbone e materie prime industriali come il rame e lo zinco per sostenere il boom dell’economia (nel 2015 sarà addirittura il primo consumatore mondiale di energia superando gli Stati Uniti e l’Europa a 27), preme l’acceleratore anche sulle importazioni di cibo. Per vari motivi.
Primo, i cinesi continuano ad aumentare. La dinamica della popolazione mondiale indica che, tra il 2000 e il 2030, l’Europa dell’est e dell’ovest scenderà da 728 a 706 milioni di abitanti, mentre la Cina salirà da 1,26 a 1,45 miliardi.
Secondo, i cinesi avranno a disposizione redditi crescenti. Sostengono alla Fondazione Edison: “La Cina è da anni il primo consumatore mondiale di cereali, oli vegetali, carne e zucchero, ma l’incremento del reddito farà ulteriormente salire la domanda di cibo in Asia, e soprattutto in Cina, che è destinata a diventare il maggior consumatore mondiale di derrate alimentari. E perciò a influenzare in misura crescente anche i prezzi delle materie prime agricole”.
Non basta. Si prevede infatti che il benessere diffuso non porterà solo a un aumento quantitativo, ma anche a un’accelerazione del cambiamento nella tipologia dei consumi. Così diminuirà sulle tavole cinesi la quantità di riso (che già tra il 1990 e il 2003 aveva messo a segno un calo del 15 per cento pro capite) mentre crescerà in maniera esponenziale quella di frutta (già più che triplicata), vegetali, uova e latte (quasi triplicata), carne e pesce (più che raddoppiata).
La domanda energetica cinese
Per il latte in particolare, stima la Fondazione Edison, se i consumi pro capite arriveranno ai livelli di Taiwan, la domanda assoluta crescerà di 13 milioni di tonnellate e la Cina, pur non privilegiando tradizionalmente questo alimento, si collocherà al terzo posto per consumo dopo Stati Uniti e India.
Quanto alla carne, la produzione interna è già cresciuta tra il 1989 e il 2004 di una quantità uguale all’intera produzione dell’Europa dei 27. Solo nel 2006, del resto, il consumo di carne di maiale è stato di 51,5 milioni di tonnellate, pari al 53 per cento della domanda mondiale. E più animali allevano, più i cinesi hanno bisogno di cereali.
I consumi alimentari in Cina
Insomma, una gigantesca corsa al cibo, tanto che qualcuno parla di mondo a rischio carestia. Eccessivo, forse. Intanto un popolo di ex magri si sta trasformando: e con 60 milioni di obesi anche la Cina scopre il rovescio della medaglia del benessere.

Marchi, quote e consumi: i numeri del latte e dei formaggi

Mucche da latte alla Fiera Internazionale del Bovino da Latte - Edizione 2006 - a Cremona
Latte e formaggi italiani in bella vista nel mondo. Grazie a un marchio collettivo “Italia” e una campagna di marketing che contraddistingue e valorizza le produzioni casearie di origine italiana. La novità sarà presentata a Cremona, dal 25 al 28 ottobre, durante la 62esima edizione della Fiera internazionale del bovino, tra le prime tre manifestazioni al mondo per il settore lattiero-caseario. L’occasione giusta per fare il punto sull’universo latte e formaggi.
A cominciare dalla diminuzione generale della produzione di latte in Europa in quest’ultimo periodo, con il conseguente innalzamento del prezzo (circa 40 centesimi al litro in cisterna), per continuare con l’annosa questione delle quote. In particolare, la disparità in Europa. L’Italia, infatti, riesce a coprire solo il 60 per cento della domanda interna. Mentre Paesi come l’Irlanda hanno una quota nazionale che è superiore di 3,6 volte rispetto al consumo. Ogni cittadino irlandese, per esempio, dispone di una quota latte di 0,90 tonnellate all’anno. L’Italia, invece, con una quota nazionale di 10,5 milioni di tonnellate e 59 milioni di abitanti, ha una quota procapite di sole 0,18 tonnellate. Anche di questo si parlerà durante i convegni a fianco della manifestazione: l’abolizione del regime delle quote latte entro il 2015, un’abolizione preceduta da una fase transitoria, l’“atterraggio morbido” (già a partire dalla stagione 2008-2009).
Meno latte ma con più qualità: quello che si consumava alla fine degli anni Ottanta, per il 75 per cento, aveva una carica batterica superiore a 100 mila unità per millilitro. Ora quel limite si è abbassato alle 30 mila unità. Un miglioramento dovuto all’introduzione del sistema di pagamento del latte secondo i parametri qualitativi e alle restrittive norme comunitarie.
Ma in Italia si sta meglio sul versante formaggi: con 24 chili consumati in un anno da ogni abitante, abbiamo superato anche i francesi (nel 2006, per la prima volta). Il consumo medio di un cittadino europeo è di 18 kg. Il comparto, con il suo giro d’affari poco al di sotto dei 16 miliardi di euro all’anno, è il principale dell’industria agro-alimentare nazionale.
Del resto, negli ultimi anni, la domanda di formaggi è cresciuta tra l’1 e l’1,5 per cento all’anno. Dal 2000 al 2007, infatti, il consumo, nell’Unione Europea è aumentato da 7 a 9 milioni di tonnellate, non solo per effetto dell’allargamento a est ma soprattutto per un aumento della domanda in tutti Paesi membri.
Sulla stessa scia lo yogurt. Il consumo italiano è quasi raddoppiato negli ultimi 10 anni, passando da 4,7 chili procapite del 1996, agli attuali 8,7 chili. Cioè, 500 mila tonnellate annue. Un consumo comunque contenuto rispetto al resto dell’Europa (in Olanda, Francia e Germania si consumano tra i 20 ed i 30 chili a testa).

Contro i rincari: consumatori divisi da un piatto di pasta

Un giorno senza pasta. Un’iniziativa delle principali associazioni di consumatori, condivisa anche dal ministro Mastella, per protestare contro i rincari selvaggi. Nel mirino quelli di maccheroni e spaghetti: fino a venti centesimi in più al chilo sugli scaffali. Una stangata alimentare del valore di circa 700 euro per le famiglie, che ha mobilitato Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, con la partecipazione anche delle organizzazioni degli agricoltori, Coldiretti e Cia
Un autunno caldissimo a suon di rincari. Riparte da qui la lunga stagione di milioni di famiglie italiane costrette a fare i conti con l’aumento dei principali generi alimentari, soprattutto pane, pasta e latte. E da qui riprende anche la protesta delle maggiori associazioni dei consumatori, appoggiate dal ministro Mastella e unite nel combattere il caro vita ma divise più che mai sui tempi e i modi.
Giovedì 13 Adoc, Adusbef, Federconsumatori, Codacons ma anche i produttori della Coldiretti, manifestano davanti a Palazzo Chigi per promuovere una giornata di sciopero della spesa e della pasta contro i recenti rincari. I consumatori chiedono nell’immediato il blocco dei prezzi e indicano l’obiettivo di tagliare del 5% le tariffe con l’accordo di tutte le parti interessate. Una riduzione che consentirebbe un risparmio per ogni nucleo di 1000-1200 euro l’anno.

Iniziativa lodevole, ribattono ironicamente le altre dodici associazioni che non aderiscono alla protesta, peccato che in molti casi gli aumenti siano stati “gonfiati” e che con tutto questo allarmismo “non si va da nessuna parte”. In ogni caso non vuol dire che la strada privilegiata sia meno dura. Anzi. Paolo Landi, di Adiconsum, tuona: “Bisogna boicottare chi aumenta i prezzi e favorire chi li mantiene invariati”. In sostanza se il prezzo di un tipo pasta aumenta in modo irragionevole, suggeriscono le associazioni dei consumatori, bisogna proprio smettere di comprarla. Non solo per un giorno. E il discorso vale per tutti i prodotti.
La pasta, il piatto preferito dagli italiani
Gli italiani sono già i primi della classe in materia di risparmio tra gli scaffali dei supermercati: come spiega Federdistribuzione, organismo di coordinamento e di rappresentanza della grande distribuzione organizzata, un quarto della spesa viene fatta con prodotti in promozione e aumentano i clienti che scelgono marche private o i primi prezzi. Sul fronte rincari anche Federdistribuzione è costretta ad ammettere la dura realtà: “Ci sono e dipendono soprattutto dall’aumento delle materie prime nei mercati internazionali”, spiega Stefano Crippa. Più o meno il dieci per cento quello della pasta, circa la metà quello del latte. “Ma la stangata non sarà così pesante come dicono”. Nessun miracolo. Secondo una recente indagine della Ac Nielsen le famiglie italiane spendono ogni anno circa 80 euro per acquistare la pasta. Così in caso ci fosse l’aumento del dieci per cento, l’aggravio sarebbe al massimo di 8 euro. E poi, conclude Crippa, “l’incidenza della pasta sulla spesa è dello 0,3 per cento”. Tutta un’altra musica se si parla di bollette e carburanti. Il salasso è un piatto che va servito freddo. Come l’inverno che ci aspetta.

Il VIDEO servizio:


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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