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Lavoro e italiani: meglio un buon rapporto coi colleghi che uno stipendio alto

Fotogramma da "Biancaneve e i sette nani" - Walt Disney Pictures, Lapresse

Fotogramma da "Biancaneve e i sette nani" - Walt Disney Pictures, Lapresse

Forse non ci voleva un’indagine per capirlo: un clima rilassato e una buona relazione con i colleghi sul lavoro sono più importanti, per i lavoratori, dello stipendio. O delle possibilità di carriera. Continua

Disoccupazione, l’esercito degli scoraggiati

Lavoratori dell'Alcoa in sciopero a Cagliari - Ansa

Lavoratori dell'Alcoa in sciopero a Cagliari - Ansa

Ci sono vari modi di leggere i dati diffusi periodicamente dagli istituti di statistica che riguardano l’occupazione in Italia e in Europa. In genere si dà risalto alla percentuale del tasso di disoccupazione: secondo quanto ha reso noto l’Istat oggi questo dato è ancora in crescita, nonostante la ripresa dell’economia. Continua

Italiani più ricchi? Grazie alle casalinghe, il Pil non c’entra

Panni stesi nei vicoli di Forcella a Napoli (Ansa)

Panni stesi nei vicoli di Forcella a Napoli (Ansa)

Gli italiani sono più ricchi di quello che sembrano nelle statistiche ufficiali. Il merito, secondo gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino, è delle casalinghe. Meglio, del lavoro fatto in casa. Detto altrimenti, gli italiani producono ogni giorno circa 51,8 euro per la famiglia, lavando i piatti, cucinando, pulendo casa, portando i figli a scuola e badando ai genitori anziani; una cifra superiore a quanto producono in media per il mercato, ossia 42,6 euro al giorno. Continua

Crisi: lavorare meno, lavorare tutti. Ecco il piano dell’Ue

Josè Manuel Barroso

Diciannove miliardi di euro provenienti dal Fondo sociale europeo per sostenere l’occupazione nel biennio 2009-2010 e almeno 500 milioni di euro (100 milioni prelevati dal bilancio Ue esistente più i fondi di altre istituzioni finanziarie internazionali come la Bei) per la creazione di un nuove strutture di microcredito necessarie a favorire la nascita di nuove imprese. Sono due delle misure principali del cosiddetto “Piano europeo di ripresa sociale” prospettato oggi dal presidente della commissione Ue Josè Manuel Barroso, che andrà il 18 e 19 giugno sul tavolo del Consiglio europeo (qui il .pdf in inglese).

L’obiettivo, ha spiegato Barroso, è “affrontare l’emergenza occupazione con la stessa determinazione con cui si è affrontata la crisi finanziaria ed economica”. Ma accanto a queste due misure, Bruxelles ha chiesto anche un impegno di imprese e governi a creare 5 milioni di contratti di apprendistato in tutta l’Ue per i giovani, aiuti immediati ai senza lavoro per evitare rischi di lunga disoccupazione, incentivi di assunzione e promozione di opportunità per chi ha bassa qualifica.
“L’impatto della crisi sul lavoro è la nostra principale preoccupazione” ha sottolineato Barroso “e sarebbe un grave errore per l’Europa voltare le spalle a questa emergenza. Perché non ci potrà essere alcuna ripresa dell’economia in un quadro di collasso sociale”.
Anche se “questa crisi è nata nel settore finanziario” ha continuato il presidente della commissione Ue “le sue ripercussioni riguardano oggi ognuno di noi” e di fronte alla crescita della disoccupazione “l’Europa non può limitarsi a fare da osservatore”.

Ecco perché Bruxelles ha esortato gli Stati membri sia a “favorire l’occupazione attraverso la formazione e il lavoro a tempo parziale” che “garantire un aiuto immediato ai disoccupati”, per esempio “con proposte finalizzate a offrire tempestive opportunità di formazione o lavoro a ciascun disoccupato: entro un mese per i giovani di età inferiore ai 20 anni, entro due mesi per quelli sotto i 25 anni, entro tre mesi per quelli sopra i 25 anni”. Quanto ai 19 miliardi destinati dal Fondo sociale europeo, Barroso ha osservato come “sia per il lavoratore che per le imprese, sia più utile ridurre l’orario di lavoro mantenendo i posti di lavoro e facendo ricorso, se possibile, alla formazione professionale. Anche perché il costo del licenziamento è molto maggiore”.

Contratti, no all’accordo separato. La Cgil: “Il 96,2% lo ha bocciato”

Guglielmo Epifani

Un risultato destinato a fare discutere. E non solo in ambito sindacale. Tre milioni e 400mila lavoratori (pari al 96,27%) hanno bocciato l’intesa di riforma del modello contrattuale, siglata alla fine di gennaio da Cisl e Uil, e non firmata dalla Cgil.
Complessivamente hanno partecipato al referendum 3,6 milioni di persone. E il 96,27% ha detto no alla riforma.

A rendere noti i dati è la stessa Cgil, che ovviamente esulta. Nel complesso, fa sapere il sindacato di Corso d’Italia, hanno votato 3.643.836 lavoratori, pari al 71% di quanti si espressero in occasione del referendum sul protocollo welfare, condotto assieme da tutte e tre le organizzazioni confederali. In quella occasione votarono 5.128.507 lavoratori.
“Abbiamo tenuto assemblee in oltre 55.000 posti di lavoro e abbiamo ottenuto un risultato per noi insperato: quasi 3 milioni 700 mila persone sono venute a votare, hanno raccolto il nostro invito e hanno votato nella quasi totalità contro l’accordo separato sul modello contrattuale”, ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, commentando i dati relativi alle consultazioni dei lavoratori sull’accordo separato per il modello contrattuale: “Questo comporta che le ragioni sul nostro dissenso per un accordo che riduce troppo le funzioni e gli spazi della contrattazione, non garantisce i salari al contratto nazionale e neanche il mantenimento del costo della vita, non allarga la contrattazione di secondo livello sulle condizioni di lavoro dove si giocano questioni come la professionalità, gli orari, i diritti, la tutela e la sicurezza del lavoro, escono rafforzati da questa prova democratica.
Di “risultato importante”, parla anche il segretario confederale Enrico Panini, tanto più “per la crisi che attraversa il Paese e che ha reso difficili le assemblee e le consultazioni”. “Le assemblee che, in cinque settimane, la sola Cgil ha organizzato, sono state 59.367. Una straordinaria prova di democrazia perché, nel 2007″, quando le consultazioni furono avviate dalla Cgil assieme alla Cisl e alla Uil, “le assemblee furono 51.626″.
C’e’ poi da considerare il fatto che “le assemblee sono state organizzate e si sono svolte in un quadro economico e politico molto diverso rispetto a quello di due anni fa: in molte zone del Paese ci sono realta’ con molti lavoratori in cassa integrazione e molte sono le fabbriche chiuse”. Infine, la Cgil denuncia “tentativi di inquinamento il voto” che “solo l’organizzazione dei seggi ha permesso di evitare”.
Forte anche di questi numeri, la Cgil si appresta quindi a organizzare a Roma per il 4 aprile: “Una manifestazione nazionale imponente che cresce in modo visibile”. È sempre Enrico Panini, segretario confederale della Cgil, a presentare il programma del giorno: “40 i treni speciali organizzati per portare in città i manifestanti, tutto quello che la rete nazionale può reggere; saranno, poi, 4.800 i pullman ai quali si aggiungono 2 navi. Fuori da questo contesto, c’è poi da considerare la città di Roma dove, da venerdì scorso, sono stati distribuiti 1.466.000 volantini”.
Panini si sofferma anche sui percorsi che terranno i cinque cortei previsti: “All’inizio dovevano essere sei, ma per non gravare sugli ospedali che uno di questi cortei avrebbe toccato, abbiamo deciso di ridurre il numero a cinque”. Che partiranno da piazza della Repubblica, da piazza Ragusa, da piazzale dei Partigiani, da piazzale dei Navigatori e dalla stazione Tiburtina. I primi arrivi sono previsti alle 3 di notte e continueranno fino alle 10 del mattino. Uno dei cortei, annuncia poi Panini: “Sarà aperto dagli operai di Pomigliano per rappresentare le problematiche dei lavoratori in cassa integrazione”.

Allarme Cgil: salari fermi dal 1993 e tasse in crescita

Una busta paga

Buste paga che non lievitano. Salari netti fermi. Dal 1993.
È quanto evidenzia il nuovo rapporto dell’Ires-Cgil, secondo cui il fisco in 15 anni ha beneficiato di guadagni di produttività calcolati in 6.738 euro per ciascun lavoratore, in termini di potere d’acquisto, tra la mancata restituzione del fiscal drag (aumento delle tasse in relazione ala crescita dell’inflazione) e l’aumento della pressione fiscale. In totale allo Stato sono arrivati 112 miliardi di euro dal ‘93 al 2008.
Secondo la Cgil, se fosse stato applicato l’accordo separato sugli aspetti contrattuali del 22 gennaio scorso, dal 1993 al 2008, in aggiunta alla perdita fiscale i lavoratori avrebbero perso altri 6.587 euro di potere d’acquisto. La proposta del sindacato guidato da Guglielmo Epifani rivolta al governo è che vengano erogati 100 euro medi di aumento mensile in busta paga, aumentando le detrazioni fiscali per lavoratori dipendenti, pensionati e collaboratori. Ciò, dice la Cgil, dovrà avvenire da gennaio 2010 e dunque dovrà essere previsto nella prossima manovra economica. Sempre secondo i dati diffusi dall’istituto di ricerca della Cgil, dal 1995 al 2006 i profitti netti delle maggiori imprese industriali sono cresciuti di circa il 75% a fronte di un aumento delle retribuzioni di solo il 5%. E ancora: in base alle dichiarazioni dei redditi presso i Caf Cgil, si ha che circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni meno di mille, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7,5 milioni dei pensionati prende meno di mille euro netti mensili.
Il reddito disponibile famigliare fra il 2000-2008 registra così una perdita di circa 1.599 euro nelle famiglie di operai e 1.681 euro nelle famiglie con “capo famiglia” impiegato a fronte di un guadagno di 9.143 euro per professionisti e imprenditori. Riguardo alla cassa integrazione, un lavoratore a “zero ore” per un mese vede il suo stipendio abbassarsi dai 1.320 euro netti in busta paga ad appena 762 euro; una lavoratrice in Cig, sempre a zero ore, con uno stipendio mensile di 1.100 euro netti passerà a 634 euro netti. Dall’analisi dei dati Istat - sempre secondo la Cgil - emerge come le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 abbiamo accumulato una perdita del potere di acquisto pari a 2.467 euro, di cui circa 1.182 di mancata restituzione del drenaggio fiscale.

Falsi miti di piazza: se gli scioperanti non risultano in sciopero

Guglielmo Epifani

Scioperi o bluff? Astensioni vere dal lavoro, con sacrificio della busta paga, oppure assenze retribuite, malattie, ferie, permessi, se non autentiche furbate? I dati appena resi noti dal ministero della Funzione pubblica sul “novembre rosso” che ha coinvolto tutti i settori del pubblico impiego, fino a culminare, venerdì 14, nel blocco delle università e della ricerca, sembrano autorizzare la seconda ipotesi: solo il 10,96 per cento di docenti e ricercatori in servizio quel giorno, esclusi dunque gli assenti per motivi vari, ha aderito all’agitazione. Rimettendoci cioè lo stipendio.
I dati diffusi dagli uffici del ministro Renato Brunetta parlano chiaro. Il 14 novembre tutte le confederazioni, a eccezione della Cisl, hanno proclamato lo sciopero nelle università, negli enti di ricerca, nonché nel comparto Afam (Alta formazione artistica e musicale) e, a opera della sola Cgil, nell’Enac, l’ente per l’aviazione civile. Queste le cifre: su 141.182 dipendenti totali, quel giorno dovevano figurarne ufficialmente in servizio solo 20.305, tolte le molte assenze per ferie richieste, permessi e malattia. Altri 2.231 erano assenti per “altri motivi”. E 4.694 sono stati gli scioperanti in tutta Italia: poco più di un quarto di quanti avrebbero dovuto essere presenti.
Il calcolo, confermato dalle trattenute sulle retribuzioni (57.169 euro complessivi), rivela altri paradossi. Nelle università, il fulcro della protesta contro i decreti del ministro Mariastella Gelmini, le adesioni allo sciopero sono state del 27,44 per cento, appena superiori alla media. Ma tra docenti e ricercatori il numero di scioperanti effettivi crolla a picco: 614 docenti su 5.244 previsti in cattedra quel giorno (l’11,7 per cento) e 32 ricercatori su 652 (4,91 per cento). Totale partecipazione allo sciopero nel corpo docente: appunto quel misero 10,96 per cento.
Eppure, la Cgil ha fatto del 14 novembre una bandiera (così come per un altro “venerdì rosso”, lo sciopero generale di oggi, venerdì 12 dicembre), annunciando un corteo a Roma di 200 mila persone, tra cui i dirigenti della sinistra e del Pd, compreso Walter Veltroni. Sulla gente in piazza le cifre sono da sempre elastiche, ma sul calcolo delle assenze dal lavoro è più difficile barare. E dunque, in base alle retribuzioni di novembre, si scopre che se in alcune regioni l’astensione ha superato o sfiorato il 50 per cento (come in Veneto e Friuli-Venezia Giulia), in Lombardia è stata del 5,5 per cento, nel Lazio del 16,15, in Toscana del 27 per cento, in Puglia del 17.
E altrove non si è scioperato affatto, o si è preferito programmare gli orari in modo da tenere le aule chiuse. Più alta la partecipazione tra gli enti di ricerca, ma sempre molto inferiore al 50 per cento: per l’esattezza il 39,02, con punte all’Istituto di radioastronomia di Bologna, all’Istituto nazionale di statistica di Palermo, all’Osservatorio astrofisico di Arcetri (Firenze) e a quello astronomico di Roma, ma anche con il 13 per cento di scioperanti all’Istituto nazionale di astrofisica di Roma e all’Osservatorio astrofisico di Catania. E zero scioperanti all’Istituto nazionale di alta matematica Francesco Severi di Roma e alla Stazione sperimentale per l’industria di Milano.
Dice un sindacalista della Cgil: “Il successo di uno sciopero non si misura dalle sole astensioni dal lavoro, ma dalla mobilitazione e dalla visibilità mediatica. Per di più, con l’autonomia accademica, molte università possono programmare le lezioni in modo da non farle coincidere con le agitazioni. È uno dei motivi per cui gli scioperi avvengono quasi sempre di venerdì o lunedì, a ridosso dei finesettimana”. Ma che dire degli scioperi che quel 14 novembre hanno coinvolto altri settori del pubblico impiego, dalle agenzie fiscali agli enti locali, dagli enti pubblici non economici come l’Aci, l’Inps e l’Istat fino ai ministeri e al Servizio sanitario nazionale? Era la terza giornata di cosiddetto blocco, riservata al Sud Italia e alle Isole, dopo quelle di lunedì 3 (Centro Italia) e di venerdì 7 (Nord). Risultato: su 108.588 dipendenti in servizio, 9.277 hanno fatto sciopero. Neppure il 10 per cento. Percentuale che precipita al 5 negli enti locali.
La Cgil ha preferito non fornire cifre precise sull’astensione dal lavoro nel pubblico impiego il 14 novembre. Scegliendo invece di parlare di manifestanti nelle piazze: “Cinquantamila a Palermo” ha dichiarato il sindacato di Guglielmo Epifani “30 mila a Napoli, 10 mila a Cagliari, 3 mila a Potenza”. E così via. Totale, sempre secondo la Cgil, “102.750 lavoratrici e lavoratori che hanno partecipato alle manifestazioni nelle regioni del Sud e nelle Isole”. Mentre in tutto il Paese, “sommando le piazze delle tre giornate di lotta, hanno manifestato oltre 300 mila persone. Un numero enorme”.
I conti non tornano neppure al Nord. Tra persone in piazza e dipendenti in sciopero c’è già una bella differenza. E per questi ultimi parlare di successo della protesta appare difficile. Il 3 novembre, allo sciopero indetto in Toscana, Lazio, Marche e Umbria, l’adesione effettiva allo sciopero è stata di 21.196 dipendenti su 151.005 in servizio al netto di ferie e malattie: il 14 per cento.
Appena meglio il 7 novembre, al Nord: 55.373 in sciopero su 389.736 previsti in servizio, circa il 15 per cento. Tuttavia, un comunicato ufficiale della Cgil di quel 7 novembre affermava che “a Milano e Sesto San Giovanni per il comparto autonomie locali ha scioperato il 95 per cento dei lavoratori, al Comune di Milano una media del 50 per cento con oltre il 70 per cento dei servizi chiusi”. In base ai dati della Funzione pubblica risulta però che al Comune di Milano le trattenute per sciopero abbiano riguardato il 29,9 per cento dei dipendenti e a Sesto San Giovanni il 52,2. Non solo, dichiarava ancora la Cgil: “Nella sanità, all’ospedale Niguarda di Milano ha scioperato il 70 per cento, alle Molinette di Torino il 40. Le adesioni allo sciopero in Liguria registrano punte del 45 per cento all’ospedale genovese di San Martino e del 70 per cento al Gaslini”. Cifre che il ministero, sempre sulla base delle trattenute in busta paga, ridimensiona in misura imbarazzante: l’adesione effettiva allo sciopero sarebbe stata del 5,7 per cento al Niguarda, del 5,65 alle Molinette, del 17,2 al San Martino di Genova e del 32,5 al Gaslini.
Viene da chiedersi: come è possibile tanta disparità di numeri? “Semplice” afferma malignamente un dirigente di una confederazione concorrente. “Intanto la Cgil riempe le piazze per mascherare il calo di iscritti veri. E del resto i telegiornali e i talk-show sono abituati a presentare le notizie così: “Domani si fermano 1 milione di lavoratori di qua, 2 milioni di là”. La gente la dà per buona. E si crea comunque un clima da autunno caldo”.
La confederazione di Epifani non elude il problema, ma lo fa a modo suo. Nel comunicato del 7 novembre consiglia a Brunetta “di guardare le foto delle manifestazioni”. Mentre il 14 una nota dello staff del segretario chiede al ministro “se ha scomputato dai suoi dati il numero dei partecipanti alle assemblee in sede e fuori sede indette per l’intera giornata dalle altre organizzazioni sindacali e avallate da dirigenti compiacenti”. Che significa? Mistero. Ma, dopo lo sciopero del 12 dicembre, aspettiamoci un’altra guerra di percentuali.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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