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Sciopero generale (e solitario) della Cgil, Epifani: “Obiettivo giusto”

Manifestanti della Cgil

Il maltempo non ha fermato lo sciopero generale (e solitario) della Cgil. Lo ha soltanto “alleggerito”.
Per non aggravare i disagi ai cittadini il sindacato guidato da Guglielmo Epifani ha deciso di revocare la protesta nei trasporti. E così treni e aerei funzionano oggi regolarmente in tutto il Paese, mentre in alcune zone - per ora il Lazio e Venezia - gli addetti del trasporto pubblico locale saranno esonerati dallo sciopero. Dopo il “pressante invito” a Cgil e sindacati di base (Cub, Cobas e Sdl) da parte del Garante degli scioperi, Corso Italia ha deciso così “per senso di responsabilità” di ammorbidire il programma della protesta, ma il significato politico del primo sciopero generale di Epifani senza Cisl e Uil resta intatto.
E se nonostante la pioggia e il freddo l’obiettivo del sindacato è portare in piazza contro il governo almeno un milione di persone, l’esecutivo - convinto dell’isolamento politico e sindacale della Cgil - assicura già che non ci saranno cambiamenti di rotta. L’obiettivo indicato dalla Cgil nel presentare lo sciopero generale è di almeno un milione di persone nelle 108 manifestazioni che ci saranno a livello regionale e provinciale.

Tutti in piazza, allora, perché lo sciopero di oggi ha un “obiettivo giusto” che è quello di chiedere al governo di affrontare una “crisi economica” di portata “eccezionale”, ha detto il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che a Panorama del giorno su Canale 5 ha spiegato le ragioni della mobilitazione. “L’obiettivo” ha rimarcato “è chiedere al governo di affrontare la crisi che, come si vede giorno dopo giorno, sta avendo effetti molto pesanti sull’occupazione, sui giovani precari e sulla vita delle imprese, sui redditi dei dipendenti e dei pensionati, di intervenire come stanno facendo gli altri Paesi europei”.
Poi al suo arrivo a Bologna, alla testa del corteo diretto verso piazza Maggiore sotto una pioggia battente, parlando con i cronisti Epifani ha detto che “i primi dati dello sciopero sono molto buoni e confortanti, soprattutto nelle fabbriche del Nord e questo dà ragione alla domanda di cambiamento della politica del governo”. “Spero che il governo, come è avvenuto per la Gelmini, possa cambiare marcia” ha poi aggiunto “cambiare indirizzo e affrontare con più serietà e anche con più consapevolezza la portata di questa crisi”.

Commentando la mancata adesione di Cisl e Uil, Epifani ha detto di rammaricarsi di “non stare insieme, perché le ragioni di questo sciopero sono sacrosante e non è vero che non serve. Se non avessimo fatto la grande manifestazione sulla scuola il 30 ottobre, non avremmo avuto la retromarcia della Gelmini”. E ribadisce: “Non è vero che questo sciopero non serve, se non avessimo fatto la grande manifestazione sulla scuola il 30 ottobre non avremmo avuto oggi la retromarcia della Gelmini”.
In piazza a Milano, a proposito, c’è l’intero mondo della scuola e dei lavoratori per manifestare contro il governo e chiedere “diritti per tutti”. Sono tre i cortei distinti che invadono pacificamente le strade del centro: gli studenti sfilano in zona Missori, i rappresentanti della Cgil stanno raggiungendo piazza Castello mentre il corteo dei sindacati di base sta attraversando via Carducci. Tre manifestazioni che stanno mandando in tilt il traffico di Milano. “Mentre ingrassano i pescecani della finanza, tagliano salari, pensioni, scuola, sanità e servizi sociali” è uno degli striscioni firmati dal Cub, la Confederazione unitaria di base.

Alcune migliaia di persone sono scese in piazza anche a Torino per il corteo ‘Contro la valanga della crisi’. Così recita lo striscione che ha aperto la manifestazione che si sta muovendo da piazza Vittorio e che è preceduta da tre grosse palle di neve, a rappresentare appunto la valanga della crisi, con le scritte ‘Precari, Tagli, Disoccupazione, Rischio povertà, Cassa, Licenziamenti’. Un gruppo di studenti dell’assemblea no Gelmini di Torino ha ‘murato’ con tubi e assi di legno l’ingresso di una banca in via Po.
Sono previste oggi 108 manifestazioni in tutta Italia. A Napoli parlerà il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini. A Milano sono partiti due cortei diversi, uno della Cgil e uno dei Cobas, che ha una piattaforma più radicale del primo sindacato italiano. Nella capitale il corteo della Cgil è partito dal piazza Santa Croce di Gerusalemme, diretto al Colosseo alla presenza dell’ex segretario di Rifondazione comunista ed ex presidente della Camera, Fausto Bertinotti.

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Sciopero generale: così venerdì la Cgil conta di fermare l’Italia

Un corteo dei lavoratori Cgil
Quattro ore di sciopero che diventano uno stop di otto ore o di tutta la giornata lavorativa in diversi settori: è la modalità scelta dalla Cgil per il fermo generale del 12 dicembre, proclamato per tutti i comparti con l’esclusione del trasporto aereo e ferroviario, interamente esentati dallo sciopero.
La Cgil va da sola alla mobilitazione: il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani, è critico sull’utilità dello sciopero generale per rispondere alla crisi economica. “La risposta alla crisi non è lo sciopero generale: non si tratta di unire la protesta bensì di unire la proposta”. “Non condivido tanta agitazione, è uno sciopero contro la iella, contro la sfiga” ha ribadito il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni.

Ma la protesta contro la politica economica del governo risparmia due città flagellate dal maltempo: Roma e Venezia. Vista la situazione meteo era stato il sindaco della capitale, Gianni Alemanno, a chiedere un passo indietro al leader della Cgil: “Dopo aver parlato con il presidente della Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali Antonio Martone, ho richiesto al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro di intervenire perché lo sciopero del trasporto pubblico venga sospeso a causa della grave situazione generata in città dal maltempo”. E il leader Epifani, dopo un iniziale “il maltempo non ci fermerà”, ha accolto la richiesta comunicandolo per telefono al sindaco Alemanno, che lo ha ringraziato.
Comunque, lo sciopero domani sarà di 8 ore anche in Abruzzo dove tuttavia, in vista delle imminenti elezioni amministrative, non parteciperanno alcuni settori, come previsto dalla legge. Resta invece confermato lo sciopero di otto ore di tutte le altre categorie e le manifestazioni previste.

La protesta sarà organizzata a livello regionale con manifestazioni nei capoluoghi in Emilia Romagna, Veneto, Puglia, Molise e Sardegna. Alle 108 manifestazioni in programma la Cgil arriva dopo 38.452 assemblee di lavoratori durante l’orario di lavoro e prevede la partecipazione di almeno un milione di persone, sulla base delle prenotazioni di pullman e treni. Nelle città dove si sono verificate morti sul lavoro le bandiere saranno listate a lutto e in tutte le piazze si osserverà un minuto di silenzio.

Intanto, sul fronte politico, 26 deputati del Pd - tra cui il ministro ombra Michele Ventura e Roberto Zaccaria - hanno deciso di aderire allo sciopero. Il partito ha deciso di lasciare alla scelta individuale la partecipazione o meno alla mobilitazione sindacale. “Siamo sostenitori convinti dell’unità sindacale per dare forza alle ragioni del lavoro, alla sua dignità, alla sua centralità sulla quale si misura la qualità sociale della nostra comunità” si legge nel documento. Dall’Italia dei Valori arriva invece un sostegno completo: “Lo sciopero generale è la legittima risposta alle inadeguate proposte del governo, per questo l’Italia dei Valori scenderà in piazza al fianco dei lavoratori” ha detto Antonio Di Pietro, che venerdì sarà a Lanciano. “C’è sempre chi viene e chi non viene” ha commentato Epifani “ma l’importante è condividerne il merito, sul quale la Cgil sta trovando un consenso molto grande”.Il dato sulla partecipazione, sostiene il segretario confederale Cgil responsabile d’organizzazione, Enrico Panini è “molto rilevante, calcolato per difetto, e non ha precedenti per quanto riguarda la quantità di assemblee organizzate da un solo sindacato e che registra un sostegno verso le nostre proposte e le nostre critiche, che va ben oltre la nostra stessa organizzazione”.

Ecco tutti i settori in cui lo sciopero generale avrà una durata superiore alle 4 ore.
- POSTE. I dipendenti di Poste Italiane, delle aziende del gruppo Poste e del settore degli appalti e dei recapiti postali, sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro
- RISTORAZIONE, FARMACIE, IMPRESE PULIZIA. I lavoratori dei settori della ristorazione collettiva, della distribuzione del farmaco, delle farmacie private e speciali, delle imprese di pulizia servizi integrati/multiservizi sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro.
- STRADE, PORTI. I lavoratori dei porti, merci e logistica, agenzie marittime, autostrade, Anas compresi, Ferrovie e TPL (solo impianti fissi) si fermano otto ore.
- TRASPORTI. Il Trasporto pubblico locale e i marittimi si fermeranno 4 ore seguendo modalita’ definite a livello locale. Niente sciopero invece per i trasporti del Lazio, per tutto il trasportoferroviario e quello aereo.
- BANCHE. I lavoratori del credito sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro; quelli della Banca d’Italia l’intero turno di lavoro.
- IGIENE URBANA. I lavoratori del settore, pubblico e privato, sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro.
- SCUOLE E UNIVERSITÀ. Gli addetti della Formazione professionale, delle scuole non statali, delle università non statali, delle scuole italiane all’estero, dei corsi ex legge 153, dei lettorati presso le università sciopereranno per l’intera giornata. I lavoratori della scuola, dell’alta formazione artistica e musicale sciopereranno, nel rispetto dei servizi minimi indispensabili, per l’intera giornata o turno di lavoro. Anche i lavoratori dell’Universita’ e della Ricerca sciopereranno per l’intera giornata.
- STATALI. I lavoratori del Pubblico Impiego, delle Regioni, delle Autonomie locali, della sanità pubblica e privata, si fermano l’intera giornata rispettando i servizi minimi indispensabili. I lavoratori dei settori socio sanitario, assistenziale, educativo e di inserimento lavorativo privato sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro.
- TLC, GAS, ACQUA. Nelle telecomunicazioni i dipendenti che applicano il contratto nazionale telecomunicazioni (e Legge 146/2000) sciopereranno per l’intero turno di lavoro; i lavoratori dei settori elettrico, gas-acqua, calore, energia e petrolio soggetti ai vincoli della legge, nel rispetto dei servizi minimi indispensabili sciopereranno per l’intera giornata o turno di lavoro.
- SERVIZI PUBBLICI ESSENZIALI. In generale i lavoratori di tutti gli altri settori od attività regolamentati dalle leggi (146/90 e 83/2000) sullo sciopero nei servizi pubblici, sciopereranno per 4 ore con modalità che saranno comunicate dalle rispettive categorie a livello nazionale o territoriale.

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La promessa di Brunetta agli statali: da gennaio 50 euro in più al mese

 Renato Brunetta

I lavoratori del pubblico impiego riceveranno, con la busta paga di gennaio 2009, 50 euro come anticipo sugli aumenti definitivi in attesa del rinnovo contrattuale. Questa è la promessa del ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta che, in un’intervista al Sole 24Ore, spiega che il pacchetto del pubblico impiego inserito nella Finanziaria consiste in “una serie di misure che tendono a salvaguardare il potere di acquisto dei lavoratori”.

Brunetta aggiunge che i lavoratori pubblici non dovranno aspettare ancora per il rinnovo del contratto. “Visto che erano disponibili i circa 500 milioni per la vacanza contrattuale 2008 - spiega - abbiamo deciso di pagare subito le indennità. E così ho inserito, d’intesa con Tremonti, un intervento che equipara il settore pubblico a quello privato”.
Per quel che riguarda il negoziato con i sindacati sul rinnovo dei contratti, il ministro dice che “si parte a inizio ottobre”, e sul pacchetto osserva che “in questo quadro, che certamente non è di vacche grasse, avere di fatto tre miliardi di euro per i rinnovi contrattuali penso che non sia poca cosa”.

“Se poi” aggiunge “il sindacato pensa di chiedere di più vada da Tremonti e da Berlusconi a farselo dare. Io non ce l’ho”.

Buste magre e tasche vuote: nel 2007 stipendi fermi per gli italiani

Lavoro in ufficio
Gli italiani hanno le tasche sempre più vuote. A certificarlo arriva il IX Rapporto sulle Retribuzioni degli italiani 2008 realizzato da OD&M Consulting, società di consulenza che ogni anno prepara una ricerca insieme al Sole24Ore. Rallenta infatti nel 2007 la crescita delle retribuzioni di tutte le categorie, in particolare dei dirigenti. Ancora in difficoltà chi vive al Sud e le donne che vedono aumentare il gap retributivo con gli uomini.
Le retribuzioni medie lorde annue di categoria rilevate a livello nazionale nel 2007 sono risultate pari a: 101.334 euro per i dirigenti; 50.346 euro per i quadri; 25.340 euro per gli impiegati; 21.484 euro per gli operai. A confronto con il 2006 le quattro categorie presentano variazioni molto differenziate, comprese tra lo 0% dei dirigenti e il +3,1% dei quadri. Nello stesso periodo l’inflazione, misurata dall’Istat, è stata del +1,8%. Hanno quindi avuto incrementi inferiori a quelli dei prezzi le retribuzioni dei dirigenti e degli operai (+1,1%). Hanno guadagnato potere d’acquisto invece le retribuzioni dei quadri e degli impiegati (+2,5%). Considerando tuttavia l’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (+2,9% nell’ultimo anno), anche gli impiegati perdono potere d’acquisto.
Nel 2007 inoltre si è delineata una situazione di forte rallentamento della crescita retributiva già riscontrata durante gli ultimi mesi dell’anno precedente. Si è interrotta infatti una serie positiva che dal 2003 al 2006 ha portato le retribuzioni a crescere in maniera sensibile, tanto da stazionare al di sopra della soglia dell’inflazione.
Anche l’anno scorso gli stipendi hanno fatto registrare differenti livelli sul territorio. Fra dirigenti, quadri e impiegati i valori retributivi più alti si registrano al Nord Ovest, i più bassi al Sud. Il Centro è l’area che ha maturato nel corso del 2007 gli incrementi più bassi per tutte le categorie d’inquadramento. Il Nord Est prosegue invece il percorso di avvicinamento al Nord Ovest. Nel 2007 infine i differenziali retributivi tra Nord e Centro-Sud si sono amplificati ulteriormente.
Aumenta nel 2007 il divario retributivo fra gli uomini e le donne che però pur presentando una retribuzione costantemente inferiore ai colleghi uomini, hanno riportato nel quinquennio 2003-2007 i trend maggiormente positivi. Nell’ultimo anno, tuttavia, le lavoratrici hanno presentato incrementi retributivi inferiori a quelli dei colleghi uomini, in particolare per operai e impiegati: la forbice strutturale tra uomini e donne si così è ampliata.

Gli stipendi degli italiani tra centrodestra e centrosinistra

Un'operaia alla catena di montaggio
di Edmondo Rho e Renzo rosati
Un punto mette d’accordo tutti i sondaggi: al prossimo governo gli italiani chiedono come prima cosa di migliorare il loro bilancio mensile. E stavolta senza trucchi, tipo una mano che riduce (e di poco) le tasse e l’altra che le aumenta con gli interessi. E proprio su stipendi, lavoro e imposte Silvio Berlusconi e Walter Veltroni giocheranno gran parte della campagna elettorale. Entrambi promettono di ridurre l’Irpef (il Cavaliere anche di cancellare l’Ici sulle prime case); ma sugli stipendi e sul potere d’acquisto, ormai un’emergenza sociale, il leader del Pdl e quello del Pd hanno ricette diverse.
Berlusconi si impegna a ridurre le tasse sugli straordinari e, in misura minore, su tredicesime e quattordicesime. Veltroni ha garantito che porterà a 1.100 euro (cifra poi ridotta a 1.000) la retribuzione minima per i precari.
Intenti lodevoli: ma dove si troveranno i soldi? Fra gli economisti non mancano distinguo e perplessità. “Quello che propongono, sia da una parte che dall’altra, rischia di far saltare ogni parametro di finanza pubblica” avverte Michele Salvati, docente di economia politica alla Statale di Milano. Il quale però si dice anche “fiducioso sul fatto che vengano specificate le coperture. Spero che si dia un’indicazione precisa per i prossimi cinque anni”. Mentre Pietro Ichino, economista che ha appena detto sì al Pd, afferma che l’aumento per i precari non potrà essere a carico dello Stato: “Non deve finanziarlo nessuno, è solo uno standard minimo di trattamento. Funziona da decenni anche in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti e in tanti altri paesi. Svolge la stessa funzione dei contratti collettivi nel lavoro subordinato”.

Pdl: Meno imposte su straordinari e tredicesime
Le proposte del Pdl puntano a una forte riduzione delle tasse sugli stipendi dei lavoratori dipendenti: in particolare su straordinari, premi, tredicesime e quattordicesime. “Proponiamo una tassazione fissa del 10 per cento su tutti gli straordinari, i premi e gli incentivi” spiega Maurizio Sacconi, responsabile nazionale per il lavoro di Forza Italia. “In realtà è molto più della detassazione perché sottrae risorse al cumulo fiscale e alla mannaia della progressività”.
Il Pd propone di detassare la parte variabile degli stipendi, quella legata alla produttività.
Ma quali sono le cifre in ballo? Dai dati della Ragioneria dello Stato emerge che la spesa prevista nel 2008 per gli straordinari nel settore privato dovrebbe essere intorno a 2,5 miliardi di euro. Applicando l’ipotesi di tassazione al 10 per cento, il conto fiscale potrebbe essere intorno a 250 milioni.
Comunque, i calcoli sono destinati a essere rivisti se passa la proposta del Pdl: secondo Sacconi “oggi lo straordinario è erogato ampiamente in nero, ci sarebbe una grande emersione di base imponibile”.
Sta di fatto che, stando alle attuali ore medie dichiarate di straordinario, il beneficio per i lavoratori sarebbe modesto: secondo i calcoli di Panorama, l’aumento netto in busta andrebbe da 100 euro l’anno per un impiegato che fa 30 ore di straordinario a 140 euro per un operaio con 60 ore annue di straordinario.
A questa proposta, appoggiata dalla Confindustria, i sindacati sono fortememente contrari: “Non sono convinta che detassare gli straordinari sia utile a far aumentare la produttività” dice Marigia Maulucci, segretario confederale della Cgil, di cui è responsabile per fisco e politica economica. “Sarebbe molto meglio prevedere sgravi fiscali sugli aumenti di secondo livello”.
Non c’è inoltre il rischio che una minore tassazione sugli straordinari spinga a far lavorare di più chi ha già un posto, frenando le nuove assunzioni? Tra gli industriali si sostiene che “lo straordinario serve a coprire meglio necessità produttive di breve periodo, invece le assunzioni sono legate a progetti di sviluppo nel lungo termine. è chiaro che un uso più flessibile dello straordinario può incentivare la competitività aziendale”. Ed è proprio su questo punto che sarà complicato trovare l’accordo con i sindacati.
Maulucci della Cgil propone, anziché di detassare gli straordinari, di “dare un premio alle imprese che aprono per la prima volta alla contrattazione aziendale, per esempio una riduzione dell’Irap o un altro sostegno fiscale”.
La posta più alta in gioco non è comunque quella sugli straordinari: considerando che il monte retributivo da lavoro dipendente è di circa 250 miliardi, la detassazione maggiore sarebbe la ritenuta secca per tredicesime e quattordicesime. Su questo fronte si sta ancora definendo, per quanto risulta a Panorama, la proposta del Pdl: a fronte di una tassa del 10 per cento su premi e straordinari, quella su tredicesime e quattordicesime potrebbe essere più alta.
Con una minore tassazione su tredicesime e quattordicesime muterebbe pelle anche la contrattazione: con uno stimolo ai sindacati a modificare la dinamica degli aumenti di stipendio, privilegiando le due mensilità aggiuntive.
Le parti sociali sono pronte alla novità? Sia per i lavoratori sia per gli imprenditori è una proposta su cui ancora discutere. Secondo molti industriali “sarebbe meglio una riduzione complessiva delle aliquote sul lavoro dipendente”.
Nella simulazione, quanto pesa il fisco sugli straordinari di operai e impiegati italiani. Il beneficio di una detassazione sarebbe assai limitato

Pd: Mille euro e più protezione per gli atipici
Oggi lo stipendio minimo di un precario è di 800 euro. Aumentarlo a 1.100 per i 3,5 milioni di contratti a termine costerebbe 9,1 miliardi l’anno. Se invece ci si limitasse al milione di contratti di collaborazione, di miliardi ne servirebbero 3. Che si ridurrebbero a 2 se la promessa venisse ridimensionata, come è scritto nel programma definitivo del Pd, a 1.000 euro.
Per gli economisti di area moderata l’idea di Veltroni è la classica montagna che partorisce il topolino. “Tutto qui?” chiede Giuliano Cazzola, esperto di questioni del lavoro. “Il rischio è doppio: rendere molti contratti a termine non competitivi con quelli fissi, provocando un crollo dell’offerta di lavoro per i giovani. E ignorare che, su un altro fronte, esistono già trattamenti superiori a 1.000 euro al mese, per scelta delle parti. Secondo l’Inps, il livello retributivo medio degli iscritti alla gestione separata è superiore a 15 mila euro lordi l’anno. Dopo che il governo Prodi ha aumentato di 9 punti i contributi per i precari, ora, con una finta stabilizzazione, livelliamo verso il basso i contratti?”.
Ichino la vede in modo opposto: “Non è una proposta volta a stabilizzare gli atipici, mira soltanto a proteggerli nelle situazioni di particolare debolezza, dove rischiano compensi innaturalmente bassi. La stessa cosa, in modo meno preciso, è prevista dalla legge Biagi, dove si stabilisce che il giudice deve controllare l’adeguatezza del corrispettivo del collaboratore”.
Sacconi, che con Marco Biagi collaborò alla stesura della legge 30, teme che il vero obiettivo sia di smantellare la flessibilità: “E i danneggiati sarebbero i lavoratori. Hanno pensato Veltroni e i suoi economisti a quante figure professionali nuove si sono create, che sfuggono alla logica del salario minimo e non hanno nulla a che fare con lo sfruttamento? Da chi lavora in un call center qualche ora alla settimana, per arrotondare il budget familiare, a chi si organizza con due o tre contratti. Che facciamo, li vogliamo tutti portare sotto l’ala della Cgil?”.
Già, il sospetto è che dietro vi sia lo zampino della confederazione di Guglielmo Epifani, vicinissimo a Veltroni. Epifani ha da sempre l’obiettivo di smantellare la legge Biagi, una contrattazione collettiva sarebbe il primo passo.
Sospetto che è quasi una certezza per le altre due confederazioni storiche, Cisl e Uil, risolutamente ostili alla proposta sui precari. “Queste materie” è la linea di Raffaele Bonanni, leader della Cisl, “vanno lasciate alla trattativa privata. Altrimenti rischiamo più danni che benefici. Ne abbiamo avuto la prova quando i partiti hanno messo lo zampino nel protocollo sul welfare. A meno che non si tratti di un modo per dare altri soldi alle aziende, magari con i soliti sgravi fiscali”.
Illazioni sproporzionate, secondo Ichino, per qualcosa che va solo nella direzione dell’equità. “Certo” dice “non basta per superare il dualismo del nostro mercato, fra iperprotetti e sottoprotetti. Quello che propone il Pd, in sostanza, è di introdurre una protezione minima in un settore dove finora non ce n’è stata alcuna, precisando un principio che è già enunciato nella legge Biagi. Accade già all’estero: l’esperienza Usa mostra che, se lo standard minimo è calibrato bene, ha solo l’effetto positivo di impedire al datore di lavoro di lucrare una rendita indebita. E non ha effetti sull’occupazione negativi, semmai positivi”.
Insomma, forse Veltroni non migliorerà la busta paga dei precari, ma il Pd otterrà un risultato: far digerire alla sinistra la legge Biagi.

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Tre ricette per far lievitare gli stipendi (e la spesa) degli italiani


Lo scarso potere d’acquisto dei salari è, da tempo, sotto gli occhi di tutti: le buste paga degli italiani sono mediamente basse, inferiori rispetto ai principali paesi europei. L’inflazione viaggia verso il 3 per cento mentre la pressione fiscale continua ad aumentare, e grava soprattutto su chi è tassato alla fonte. Sul tema il governo Prodi scommette il rilancio della politica economica del 2008 (e la sua sopravvivenza), mentre i sindacati chiedono proposte concrete come il “taglio della imposte sugli aumenti salariali” chiesto dal segretario della Uil, Luigi Angeletti e minacciano lo sciopero generale. L’esecutivo mette sul tavolo un “tesoretto” di 10 miliardi (da usare anche per il rinnovo dei contratti pubblici) e promette ai sindacati un fisco da qui in avanti più leggero con i lavoratori dipendenti. Ma in cambio pretende un accordo con Cgil, Cisl e Uil per “rilanciare lo sviluppo”, come ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano.
Detta così, la trattativa non si annuncia né semplice né veloce: sull’accordo vigila il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che non intende allargare i cordoni della borsa prima della trimestrale di cassa e prima di un necessario chiarimento nella maggioranza, che avverrà nel vertice già convocato per giovedì. Come se ne esce? Bastano i 100 euro in più in busta paga proposti dal ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero (Rifondazione) per i lavoratori fino a 35-40 mila euro?
“Ma così si continua a distribuire fette di una torta che già c’è e non basta per tutti”, taglia corto il l’economista Giacomo Vaciago. “È una soluzione tampone, buona solo per i primi mesi. Invece bisognerebbe affrontare il problema su un periodo lungo. Infatti, l’emergenza salari non è scoppiata oggi, ma dura da quando in Italia la produttività media dei lavoratori non è più cresciuta, intorno alla metà degli anni ‘90″. E il sistema Italia ha accumulato mancati aumenti di reddito. Invece, secondo il docente di Politica economica dell’Università Cattolica è proprio su queste basi che andrebbe fatto l’accordo tra governo, sindacati e Confindustria: aumentare il valore (produttività e redditi) del capitale umano: “Non si può continuare a produrre come si faceva 10/15 anni fa. Anche detassare i prossimi aumenti di stipendio potrebbe non bastare, se fosse una misura spot. Per non tassarli, lo Stato deve prendere soldi dalle tasche di qualcun altro, al quale fra qualche mese dovrà promettere altre detassazioni. E così via…”
Insomma un circolo per nulla virtuoso. Dal quale si esce secondo il professor Giuliano Cazzola, invece, chiedendo al governo di fare… un passo indietro. Cioè? “Il problema vero è riformare la struttura della contrattazione. Potessi dare un consiglio a Romano Prodi sarebbe quello di non fare lo stesso errore del 2007, quando regalò miliardi di cuneo fiscale agli imprenditori senza chiedere in cambio niente”. Ma questo cosa porta ai magri salari delle famiglie italiane? “Implica che lo Stato, dopo aver messo a disposizione le sue risorse, si defila e lascia che siano sindacati e Confindustria a mettersi d’accordo. Si chiama contrattazione decentrata (settore per settore, azienda per azienda, territorio per territorio). Solo a patto avvenuto, ha senso che lo Stato intervenga: riducendo le tasse ai lavoratori e agevolando fiscalmente le imprese”.
Una busta paga con relative trattenute | Ansa
Anche l’economista Tito Boeri si lancia in un consiglio al governo: “Tagliare l’Irpef in modo marginale”, dice, “significa non tenere conto della lezione della passata legislatura: modesti tagli alle imposte, soprattutto quando non accompagnati da riduzioni delle spese, non riescono a rilanciare l’economia”. Una soluzione virtuosa per l’economista de lavoce.info e professore della Bocconi sarebbe “detassare parzialmente o totalmente i guadagni di produttività futuri (misurati in termini di crescita del valore aggiunto, al netto dell’inflazione) per un periodo di tempo prestabilito e significativo, noto in anticipo, ad esempio i prossimi 5-8 anni”. Questo “darebbe tono alla domanda corrente di beni: i lavoratori anticiperebbero maggiori redditi per il futuro e sarebbero incoraggiati a spendere di più oggi”.

Italiani: i peggio pagati d’Europa

agli italiani una busta paga più leggera | Ansa
di Anna Maria Angelone

Mettiamoci l’anima in pace: siamo i meno pagati d’Europa. E anche per il 2008 il salario degli italiani è destinato a crescere poco o nulla. Stando alle elaborazioni della Mercer, società leader globale della consulenza nelle risorse umane e nell’investment consulting, l’Italia ha gli stipendi più bassi fra i principali paesi Ue. Perfino la Spagna, fino a qualche anno fa indietro nella classifica europea, ora ci batte. E la differenza fra le retribuzioni medie delle quattro categorie di lavoratori prese in esame dall’indagine (operaio, impiegato, quadro e manager) può arrivare a pesare fino a 15 mila euro netti in meno.
Qualche esempio? Il salario lordo di un operaio di livello base, ovvero non specializzato, in Italia è mediamente di 14.018 euro all’anno: 8.068 euro meno di quanto percepisce un collega di pari grado in Germania.
Itaiani, stipendi bassi ma prezzi europei
E stiamo parlando di retribuzione fissa, senza benefit previsti o variabili. Se si prende a riferimento il netto a parità di potere d’acquisto, cioè il reddito realmente disponibile una volta eliminate le tasse e uniformato il costo della vita, la differenza sfiora i 7.500 euro. Situazione analoga per l’impiegato: la paga lorda o netta, una media calcolata su tutti i settori industriali, relega l’Italia in fondo a tutti.
Le cose cambiano (ma solo in apparenza) quando si passa alle categorie più alte. Un quadro, per esempio, in Italia costa più che in Francia: oltre 64 mila euro lordi all’anno contro poco più di 61 mila (media fra le retribuzioni più basse dei giovani e le più alte di chi ha maggiore anzianità professionale). Va ancora meglio alle posizioni dirigenziali: capi d’azienda, direttori e amministratori delegati sono più pagati in Italia che altrove. Un italiano arriva a prendere 30 mila euro lordi all’anno in più di un francese. Peccato che tasse e costo della vita rosicchino questo vantaggio fino ad azzerarlo: alla fine quadri e manager italiani hanno in tasca meno reddito disponibile di tutti gli altri.
“Le retribuzioni nette indicano che, a parità di posizione e fisco, il lavoratore italiano è più povero degli altri” riassume Elena Oriani, principal della Mercer Italia. “Ma mentre sulle posizioni più alte incide in modo significativo il peso delle tasse, quelle basse sono penalizzate piuttosto dal carovita”.
D’altronde una recente indagine dell’Eurostat, su un paniere di 500 prodotti alimentari, ha certificato che l’Italia ha i prezzi più alti dopo la Gran Bretagna. Milano e Roma appaiono fra le città più care al mondo nelle ultime classifiche mondiali della Ubs e della stessa Mercer. Anche se in Italia ci sono sensibili differenze di prezzo fra grandi centri urbani e provincia (vedere la tabella a fianco) che incidono non poco sul potere d’acquisto.
Poi c’è la “ciliegina” dei servizi. “Dubito che il costo della vita sia il vero responsabile della bassa crescita dei nostri salari” commenta Tommaso Monacelli, docente presso l’Igier-Bocconi. “Ma è vero che l’Italia ha pesanti sacche di inefficienza e molti servizi, come quello bancario e l’accesso al credito, restano troppo cari”.
A conti fatti, un operaio spagnolo vede lievitare i suoi 2.627 euro netti all’anno in più rispetto all’operaio italiano a 3.772, tenendo conto della differenza del potere d’acquisto, cioè grazie ai prezzi più bassi della Penisola Iberica.
Inoltre, negli ultimi anni si è assistito all’aumento del divario fra livelli retributivi alti e bassi. “In Europa si è verificato un raffreddamento dei salari per le posizioni più basse perché le pretese sono state spesso calmierate dal timore della delocalizzazione delle imprese verso paesi più economici” continua Oriani. “Al contrario le retribuzioni manageriali, almeno sul lordo, tendono ad avvicinarsi per effetto della globalizzazione che ha portato maggiore omogeneità sulle figure più richieste dal mercato”.
Uno sguardo più lontano nel tempo conferma la lentezza italiana. Secondo i calcoli Ires-Cgil, su dati Ocse, fra il 1998 e il 2006 le retribuzioni lorde reali al netto dell’inflazione sono cresciute meno in Italia: appena il 2,6 per cento contro il 5 per cento della Germania e addirittura il 16-18 di Gran Bretagna e Francia.
“In Italia i salari hanno perso terreno per due ragioni: scarsa redistribuzione della ricchezza delle imprese verso il lavoro e produttività più bassa” sintetizza il presidente dell’Istituto di ricerche economiche e sociali, Agostino Megale. “Frutto anche di un peso eccessivo nel nostro sistema delle piccole imprese, parte delle quali è stata incapace di investire in ricerca e innovazione tecnologica a differenza di quanto hanno fatto le inglesi”.
E per il 2008? Le proiezioni della Mercer indicano che a livello globale gli stipendi saliranno in media del 6 per cento. Ma, scremata dall’inflazione, la crescita si arresterà all’1,9. In Europa occidentale l’aumento retributivo reale più robusto è previsto in Irlanda. In Italia, invece, l’aumento al netto dell’inflazione sarà di appena l’1,2 per cento. Come dire: se volete guadagnare di più, forse è il caso di preparare la valigia per Dublino.
La crescita prevista dei Paesi dell'Europa Occidentale


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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