
Il petrolio in Arabia Saudita (Credits: LaPresse)
L’andamento del prezzo del petrolio viene da sempre considerato un buon indicatore per prevedere future difficoltà economiche. La guerra dello Yom Kippur del 1973, la rivoluzione iraniana del 1979 e l’aumento record del prezzo del petrolio registrato nel 2008 hanno tutti aperto la strada a periodi di grandi difficoltà. Ecco perché alcuni analisti temono che l’ennesimo aumento registrato in questi giorni possa creare nuovi problemi a un mercato internazionale già instabile.
Rispetto alle difficoltà anni ‘70, dovute essenzialmente ad anomalie dell’offerta, quelle più recenti dipendono esclusivamente da un problema di domanda globale, ha confermato un economista autorevole del calibro di Paul Krugman. Dal momento che la quantità di idrocarburi presenti sulla terra è limitata, l’aumento delle importazioni da parte dei paesi in via di sviluppo sta creando scompensi difficili da eliminare.
Ma il problema del 2011, purtroppo, coinvolge sia la domanda che l’offerta. Non solo, l’aumento dei prezzi non riguarda solo il petrolio ma anche i generi alimentari, il cotone e molte materie prime in generale. Continua

Un rubinetto di gasdotto / Ap-Lapresse
Che finanza, politica e relazioni internazionali vadano spesso di pari passo è cosa risaputa. Tant’è che, secondo alcuni osservatori, non dovrebbe stupire l’estrema cautela mostrata in questi giorni dal governo nel commentare i fatti che stanno avvenendo nell’altra sponda del Mediterraneo. Di mezzo, ovviamente, c’è la realpolitik, ma anche il portafoglio di alcune blue chip di Piazza Affari. Continua

Il logo di Unicredit in un'immagine d'archivio (Ansa)
“Una normale dinamica di un mercato dei capitali”. Così il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini ha commentato l’avanzata in Unicredit dei soci libici, che ha tenuto banco in questi giorni sulla stampa, soprattutto dopo l’arrivo lo scorso weekend del leader Muammar Gheddafi in Italia, per la sua seconda visita ufficiale. Continua

Berlusconi e Gheddafi posano la prima pietra di un cantiere - (AP Photo/Ben Curtis)
“Una miniera d’oro a un passo dall’Italia altro che la Cina”.
L’avvocato Antonio de Capoa, bolognese, presidente della Camera di commercio Italo Libica, ne è più che convinto. Ha partecipato all’inaugurazione a Tripoli della seconda edizione della “Fiera italo-libica per le infrastrutture, la meccanica e le tecnologie“, durata fino al 5 novembre e che ha visto oltre 50 imprese partecipanti. Gli obiettivi sono ambiziosi. “Siamo vicini alla conclusione di commesse per le aziende italiane per almeno 1,5 miliardi di euro“, dichiara de Capoa a Panorama.it. Continua
Il leader libico Muammar Gheddafi e il premier Silvio Berlusconi
I soldi del colonnello in una delle più importanti aziende italiane. In cui lo Stato è azionista di maggioranza. La Libia ha manifestato “interesse” nell’acquisto di una quota di Eni, “in tempi da definire e compatibilmente con le condizioni di mercato”. Il Lybian energy found di Gheddafi potrebbe quindi entrare nel capitale della società guidata da Paolo Scaroni. Il governo italiano, dice Palazzo Chigi in una nota, “ha preso atto dell’interesse e della finalità economica del prospettato investimento, che testimonia fiducia nella solidità industriale e nella capacità reddituale della società petrolifera, e della dichiarata assenza di qualsiasi intendimento di interferire nella gestione della società”. A questo proposito il governo libico è stato esplicito, perché “è consapevole dei limiti all’esercizio del diritto di voto stabiliti dalla legge italiana e dallo statuto di Eni” concludono dal governo: insomma non importano i “poteri di veto” che lo statuto della società concede al Tesoro. L’interessamento dei libici è un segnale del clima distensivo instauratosi tra i due governi dopo gli accordi di amicizia e cooperazione siglati lo scorso agosto a Bengasi.
Eni ha affidato la sua posizione a un comunicato: “L’Eni è una società quotata a larga capitalizzazione. La società provvederà a informare il mercato di eventuali cambiamenti rilevanti nel proprio azionariato in linea con le regole Consob”. La società italiana ha aumentato la propria presenza in territorio libico dopo la firma di un accordo con la NOC controllata dal governo di Tripoli il 16 ottobre scorso: Eni è il primo operatore straniero in Libia, dove si trovano ricchi giacimenti di gas e petrolio.
L’interesse di Tripoli per una partecipazione nel capitale della compagnia energetica si inserisce in un generale consolidamento del ruolo dei fondi sovrani del paese nordafricano nel panorama finanziario italiano. La vicenda Unicredit e i rumor su Telecom sono solo gli ultimi capitoli di una storia iniziata oltre trent’anni fa, quando l’avvocato Agnelli, in un contesto di forti tensioni tra Gheddafi e l’occidente, aprì a Tripoli le porte del Lingotto. Proprio a Torino la presenza dei libici è molto forte, con partecipazioni in Fiat (il 2 per cento circa) e Juventus (7 per cento).
L’ambasciatore libico in Italia Hafed Gaddur, intervistato dal Sole 24ore ha parlato di una quota “tra il 5 per cento e il 10 per cento del capitale di Eni” per illustrare gli interessi degli uomini del colonnello. “La National Oil Company conta di investire, quindi, una cifra compresa tra 5 e 9 miliardi di euro, con la prospettiva” si legge sul quotidiano economico “di entrare anche nel consiglio di amministrazione, anche se questo” assicura l’ambasciatore Gaddur “non è il nostro principale obiettivo: a noi interessa la stabilità dell’investimento e la sua redditività”.