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62%: si ferma qui la percentuale dei sì all’ipotesi di accordo tra Fiat e sindacati, esclusa la Fiom-Cgil, per il futuro dello stabilimento di Pomigliano. A questo punto cosa deciderà di fare l’ad Sergio Marchionne? Difficile fare pronostici anche per uno dei massimi esperti delle vicende legate alla casa autombilistica di Torino come Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea alla Bocconi, tra i fondatori dell’ASSI e già Responsabile dell’Archivio storico Fiat. “Mi chiede cosa succederà? Impossibile dirlo!”. Continua

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È fatta. L’alleanza tra la Fiat e la Chrysler ora è realtà (qui il comunicato del Lingotto in .pdf). Sergio Marchionne sarà l’amministratore delegato del nuovo gruppo, Robert Kidder è stato designato presidente. Nella “nuova” società Marchionnesi porterà tre manager da Torino: il responsabile della finanza di Fiat Group Automobiles, Richard Palmer, che farà lo stesso tipo di lavoro negli Stati Uniti; Pietro Gorlier, Network & Owned Dealerships e Customer Services di Fiat Group Automobiles, che diventerà il nuovo responsabile della Mopar (società che si occupa dei ricambi) e della Customer Service; Gualberto Ranieri, responsabile dell’ufficio stampa estero del Lingotto e della Comunicazione di Cnh, che diventerà il capo della comunicazione interna ed esterna di Chrysler Group.
L’annuncio dell’intesa arriva dalle due società, dopo il via libera della Corte Suprema americana che respinge il ricorso contro l’operazione presentato dai fondi pensione dell’Indiana.
Plaude alla decisione dei giudici la Casa Bianca, che sottolinea la nascita di “un produttore automobilistico vitale e competitivo”. A Piazza Affari il titolo del Lingotto vola e, dopo l’ufficializzazione dell’accordo, continua la sua corsa chiudendo con un rialzo del 4,85% a 7,79 euro con scambi pari al 2,6% del capitale.
Marchionne, che Le Monde definisce “l’uomo che fa sognare l’Italia”, parla di “un giorno importante per l’intera industria automobilistica”. Grazie all’alleanza, spiega, la società americana “può tornare ad essere forte e competitiva con una gamma di vetture affidabile che colpiscono l’immaginazione e ispirano fedeltà. è già iniziato il lavoro per sviluppare vetture ecologiche”.
La Fiat assumerà, attraverso una controllata, una quota del 20% nella nuova società denominata Chrysler Group, quota che aumenterà progressivamente fino al 35% “subordinatamente al raggiungimento di determinati obiettivi previsti dall’accordo”.
Il Dipartimento del Tesoro statunitense e il Governo canadese avranno rispettivamente l’8% e il 2%, mentre il 55% sarà detenuto da United Auto Workers Retiree Medical Benefits Trust, associazione volontaria di ex dipendenti.
Il Lingotto, che trasferirà tecnologie, piattaforme e propulsori alla nuova Chrysler, non potrà ottenere la quota di maggioranza fino a quando i debiti derivanti dai finanziamenti pubblici non saranno stati interamente rimborsati.
La nuova società sarà guidata da un consiglio di amministrazione composto da tre amministratori nominati da Fiat, tra i quali lo stesso Marchionne, quattro nominati dal dipartimento del Tesoro statunitense, uno dal governo canadese e uno da United Auto Workers Retiree Medical Benefits Trust.
Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, torna a parlare di un incontro, nei prossimi giorni, con azienda e sindacati “per ribadire che i cinque stabilimenti italiani devono rimanere”. E aggiunge che il governo “è disponibile a trovare soluzioni che possano garantire il consolidamento di Fiat in Italia”. “Grazie all’accordo” sottolinea il leader della Cisl, Raffaele Bonanni “è possibile costruire una compagnia dell’auto all’altezza della situazione”.
Chiedono di aprire rapidamente un tavolo sull’auto anche le Regioni, convocate a Roma dalla governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso. Al governo propongono un piano da 800-900 milioni di euro per lo sviluppo della ricerca nel settore automotive e in particolare nell’auto pulita, che veda la partecipazione finanziaria anche delle Regioni interessate da stabilimenti Fiat. Alla cifra “potrebbero concorrere per un terzo le Regioni stesse, per un terzo l’azienda e per un terzo il governo”, spiega Bresso che parla di interesse manifestato del gruppo torinese.
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La Corte Suprema Usa ha dato il via libera alla vendita della Chrysler alla Fiat, e la decisione oltrechè un successo per il Lingotto segna una vittoria indiscutibile per l’amministrazione Obama. La decisione mette fine dunque a giorni di incertezza. Il tribunale ha annunciato di aver bocciato la richiesta di un gruppo che amministra fondi pensione di lavoratori dell’Indiana e di gruppi a difesa dei consumatori che volevano ostacolare l’intesa.
La scorsa settimana la Corte d’Appello di New York aveva dato semaforo verde alla vendita, concedendo nello stesso tempo tre giorni di tempo ai gruppi contrari per presentare i loro argomenti di opposizione alla vendita. Nella breve sentenza (appena due pagine), la Corte Suprema ha sostenuto che che coloro che tentavano di ostacolare l’accordo non hanno presentato gli estremi per giustificare tale azione. Adesso i vertici della Chrsyler potranno completare in tutta libertà la vendita degli asset alla Fiat.
Poco prima il giudice del Tribunale della Bancarotta del Distretto meridionale di New York incaricato del caso, Arthur Gonzalez, aveva dato il via libera all’azienda statunitense per rompere la relazione contrattuale con i quasi 800 concessionari della sua rete in franchising. Entusiasta la Casa Bianca, che ha detto che ora l’alleanza Fiat-Chrysler può andare avanti per consentire al gruppo di “riemergere come un produttore competitivo e vitale”.
L’ok della Corte Suprema rimuove l’ultimo ostacolo alla vendita degli asset buoni della Chrysler alla newco controllata dalla casa automobilistica torinese: secondo alcune fonti vicine all’operazione nella giornata di oggi potrebbe esserci il closing dell’operazione. Il passo preliminare sarà il passaggio ai creditori di Chrysler di 2 miliardi di dollari di fondi del governo americano. Dopo di che il trasferimento dei fondi e la cessione degli asset alla newco di cui Fiat detiene il 20% dovrebbero essere definiti entro le 15.00 ora italiana. La Borsa ha accolto molto bene la notizia arrivata dagli States: subito dopo i primi scambi il titolo del Lingotto, infatti, balza in territorio positivo.
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Sarà in libreria dal 9 giugno “Marchionne. L’uomo che comprò la Chrysler”, l’ultimo libro di Marco Ferrante, che dopo Casa Agnelli torna a occuparsi di Fiat. Stavolta è una “biografia manageriale” di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato che ha salvato e rilanciato il gruppo imponendo un nuovo stile a Torino. Lo stesso che esporterà nella Chrysler. Ecco un significativo estratto del libro.
Ma che cosa ha fatto precisamente Sergio Marchionne per realizzare la svolta e portare in quattro anni un gruppo che perdeva 2 miliardi l’anno a un utile di 2 miliardi e all’accordo con Barack Obama? (…) Giuseppe Volpato, professore di economia e gestione delle imprese e dei settori industriali all’Università di Venezia, che ha scritto il libro Fiat group automobiles, riassume così la sua idea di come il manager italocanadese abbia ottenuto i risultati di bilancio che abbiamo visto in questi anni: “Primo punto: è riuscito a convincere l’azienda ridotta in condizioni estremamente precarie che si sarebbe affidato a un sistema di valutazione tipicamente meritocratico, cioè avrebbe premiato i più bravi. (…) Il secondo punto, strettamente collegato al primo, è che Marchionne sa giudicare le persone”. (…)
Racconta un ingegnere di quella stagione: “Le guardie alla porta quasi si inchinavano quando arrivavano le macchine di servizio con gli alti dirigenti. Marchionne, invece, si fermava alla porta e parlava con loro, andava a mangiare in pizzeria insieme agli uomini della scorta, andava nei reparti e nelle officine a sorpresa. Entrava nelle stanze non preceduto dal solito codazzo di collaboratori, si sedeva alle scrivanie e faceva due chiacchiere con i dipendenti. Non perché era buono, ma perché voleva capire”.
Un testimone ricorda che una volta l’amministratore delegato arrivò in uno stabilimento. Invitato a sedersi attorno a un tavolo per una riunione, a un certo punto chiese di andare in bagno. Dopo 35 minuti non era ancora tornato. Con l’aria da Peter Sellers e il suo maglioncino, aveva cominciato a gironzolare per i corridoi, era entrato nelle stanze, aveva chiacchierato con gli impiegati. Quando tornò nella sala riunioni, disse che lì l’inefficienza si respirava. Il racconto di questo episodio giunse a Torino e si diffuse molto velocemente.
“Una volta” confida un altro testimone di quegli anni “in una riunione furono convocati due dirigenti che dovevano relazionare su un certo problema di produzione: uno gli portò due pagine con quattro punti per segnalare le questioni aperte e due punti per prospettare le soluzioni; l’altro gli portò il solito dossier Fiat fatto di 100 pagine di slide che servivano a dimostrare che era molto difficile superare lo stallo e che di sicuro non dipendeva dal relatore la difficoltà in cui ci si trovava. Marchionne lo interruppe alla quarta pagina e gli disse: “Guardi che io so che siamo messi molto male, lei è pagato per tirarci fuori dai problemi, non per descriverli” (il linguaggio fu molto più colorito, pare)”. (…)
Uno che lo ha visto all’opera racconta: “È un uomo a cui piace l’emergenza. (…) Mandò via molta gente, ma non fu un dramma. Onestamente, quasi nessuno di coloro che furono allontanati subì un’ingiustizia. Furono mandati via quelli che se lo aspettavano, che non avevano ragione per restare (a parte qualche eccezione, è ovvio). In quel momento eravamo soprattutto incuriositi dall’informalità, dall’ingresso a sorpresa, dalla capacità di risalire da un dettaglio, in cui aveva incocciato per caso, a un problema di carattere generale. Ci dette la sensazione che stare accanto a lui significava stare seduti dalla parte giusta del tavolo. E, in Fiat, non capitava da una vita”.
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“Per il Governo è inderobagile il mantenimento di cinque stabilimenti in Italia”. A ricordarlo a Fiat è il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a margine del Liquidity Day.
Scajola ha detto inoltre che al termine delle trattative tra Fiat e Opel “ci sarà un incontro per definire e ascoltare il piano industriale”. Il ministro ha detto comunque di augurarsi che l’esito delle trattative sia positivo “perché se la Fiat cresce all’estero cresce anche in Italia”. Scajola ha poi annunciato che riconvocherà a breve il tavolo del settore dell’auto con all’ordine del giorno “il tema dei flussi di pagamento dal settore primario alla componentistica e all’indotto”.
Su possibili aiuti regionali per la Fiat, infine il ministro, spiega che “attraverso lo strumento dei contratti del territorio valuteremo se, e noi siamo disponibili a farlo, sia necessario fare contratti di sviluppo che aiutino il territorio in difficoltà”.
Continua intanto la spola di Sergio Marchionne tra Torino e la Germania, dove domani presenterà al governo tedesco il piano per l’acquisizione della Opel. L’ad di Fiat ha incontrato a Francoforte il segretario generale del sindacato dei metalmeccanici tedesco Ig Metall, Berthold Huber. Lo ha confermato all’Ansa un portavoce del sindacato. Mercoledì stesso il governo della cancelliera Angela Merkel discuterà le offerte ricevute per la Opel.
Intanto, dalle notizie che filtrano dalla stampa, il governo tedesco si aspetta domani almeno tre offerte per la Opel. Così almeno scrive il tabloid Bild, confermando che, oltre a Fiat e Magna, potrebbe esserci anche la proposta del fondo Usa di private equity Ripplewood. Non è chiaro a questo punto, scrive il giornale - che cita fonti governative - se anche altri pretendenti di faranno avanti. Le offerte, ricorda la Bild, dovranno essere presentate sia al governo tedesco, attraverso il ministero dell’Industria, sia alla casa madre americana. Il tabloid osserva che il piano Ripplewood è poco conosciuto e che di recente il ministro dell’Economia tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg (Csu), aveva indicato che l’interesse di un investitore finanziario per la Opel era diminuito. Come è noto, era stato il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeinen Zeitung (Faz) il 12 maggio a riportare l’interesse del fondo Usa, attivo in Europa attraverso la controllata Rjh International (Bruxelles), a sua volta proprietaria in Germania della Honsel, una società di componentistica auto con sede nel Sauerland.

Sergio Marchionne è il protagonista delle discussioni su twitter che riguardano il settore automobilistico: la sua nomina come amministratore delegato di Chrysler, dopo che la società americana avrà finito le procedure fallimentari, è stata segnalata da decine di persone nelle ultime ore. Tra i commenti dei blogger, risalta il parere positivo del presidente Usa, Barack Obama, sull’accordo tra il gruppo torinese e l’azienda di Detroit. Anche la rivista di tecnologia Wired ha sostenuto tempo fa le trattative di Marchionne, sottolineando che “ha passato gli ultimi quattro anni a salvare la storica azienda italiana dal baratro”. Alcuni su twitter sono più polemici: JustGoodHosting ricorda i 35 milioni di euro di aiuti che saranno stanziati dal governo Usa. Ma le preoccupazioni dei blogger sono rivolte anche verso il timore di una nuova caccia al manager come per l’Aig, la compagnia assicurativa finita del mirino delle polemiche perché i suoi dirigenti avevano programmato di ricevere bonus nonostante gli aiuti ricevuti dallo Stato. Lo staff di Obama, infatti, ha reso noti i nomi dei principali creditori che si sono opposti all’accordo con Chrysler: alcuni blogger temono una replica del linciaggio mediatico. Qualcuno, poi, esprime l’aspettativa per la sfida che attende il Lingotto: “Ce la farà la Fiat a tornare alla profittabilità in tempi ragionevoli?”
Sono soprattutto i tedeschi, invece, a commentare su twitter le trattative con Opel. Il clima è cauto: in Germania non sono mai state chiuse fabbriche automobilistiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, il piano presentato dalla Fiat al governo tedesco per Gm Europe (e per un ingresso in Opel) prevede la chiusura di diversi impianti in Europa, tra cui due in Italia (uno al Nord e uno al Sud). Per il Financial times deutschland, in particolare, sarebbe stata decisa la chiusura di una fabbrica nel Regno Unito e di una in Polonia. “Fiat-Chrysler-Opel è formidabile” scrive German Learn su twitter “chissà quanto capitale dovranno investire la Fiat o il governo tedesco…”.

Ad aprile sulla stampa tedesca è apparsa la notizia che insieme con l’azienda austro canadese Magna, la russa Gaz fosse interessata all’acquisto di Opel . Il gruppo automobistico russo (concorrente di Autovaz) ha smentito seccamente il suo convolgimento. Ma lunedì il ministro dell’economia dellaTuringia, Jürgen Reinholz, ha dichiarato che la banca russa Sberbank, Gaz e Magna stanno preparando l’offerta per Opel.
Da indiscrezioni della stampa, questo consorzio prevederebbe il 31 per cento ai russi e il 19,1 ai canadesi.
Il produttore di componenti d’auto Magna ha confermato i colloqui per un eventuale ingresso nel capitale della Opel. Sono in corso colloqui con “la Opel, la General Motors e le autorità in Germania”, ha reso noto il gruppo in un comunicato. L’obiettivo è di trovare “potenziali alternative per il futuro della Opel, inclusa una possibile acquisizione di una quota di minoranza da parte della Magna”, spiega la nota, sensa alcun riferimento ai russi.
Il colosso di credito russo, il primo in assoluto in Russia e in tutta la zona Csi, non commenta i rumors.
Non commenta ufficialmente (ma non smentisce questa volta) neanche Gaz. Ma sul sito del settimanale russo Expert si parla della possibile fonte nella società automobilistica russa: “Probabilmente si tratta del nostro azionista di maggioranza, il miliardario Oleg Deripaska”. La “fonte” invece è scettica sul coinvolgimento della banca russa. “Noi abbiamo appena concluso accordi con Sberbank per il finanziamento del nostro debito. Abbiamo tante altre cose alle quali pensare.”
Il gruppo Gaz ha un grosso debito, quasi 45 miliardi di rubli (circa 1 miliardo di euro), e non ha liquidi. Le vendite nel primo trimestre sono scese del 60 per cento a 12.870 auto (Opel ha segnato un meno 49 per cento, con 11.945 auto). Al momento il governo ha deciso solo aiutare Autovaz, e sta negoziando ancora con Gaz. Quindi se Gaz parteciperà con la sua offerta, sarà senza dubbio con la benedizione del governo russo, e di Vladimir Putin.
Armin Schild, membro del board del Opel, ha detto “per opinione dei sindacati della compagnia la proposta dei russi è più convincente”. Ma per gli analisti russi, un’operazione del genere sarebbe “una pazzia” per Gaz. Per Elena Sakhnova del VTB Capital, “Gaz ha già fallito in due progetti internazionali, con i modelli Volga Siber e Maxus. Quindi dovrebbe scordare la sua ambizione per le auto, e concentrarsi sul suo business principale, i furgoni”.
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