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Londra

Nubi sull’economia della Gran Bretagna

Credits: LaPresse

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Quella dell’ultimo biennio è stata la peggior recessione nella storia recente del Regno Unito. Il Prodotto interno lordo, infatti, è sceso per diciotto mesi consecutivi, registrando un calo complessivo del 6%, e solo nell’ultimo trimestre del 2009 si è intravisto uno spiraglio di ripresa con una crescita dello 0,1%. Continua

Paradisi fiscali, un forziere globale da 11mila miliardi di dollari

Le fortezze impenetrabili del segreto bancario sono nel mirino dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: le new entries nella lista nera finora sono Malaysia, Costa Rica e Filippine. Marcia indietro sull’Uruguay, prima aggiunto all’elenco e poi ritirato. Il giro d’affari dei paradisi fiscali è di circa 11mila miliardi di dollari: più del doppio di quanto i governi di tutto il mondo stanzieranno nei prossimi due anni per trascinare i propri Paesi fuori dalla crisi (qui il report). Un forziere distribuito tra oltre 40 roccaforti delle agevolazioni finanziarie sparse nel mondo, divise fra ‘neri’, ‘grigi’ e ‘grigio chiaro’, a seconda delle modalità con cui vengono rispettati gli standard fiscali internazionali. Secondo Tremonti, la lista stilata dall’Ocse rappresenta solo un inizio, perché quello utilizzato dall’organizzazione è “un criterio empirico ma non sarà l’unico”.

Anche se stilare cifre precise sui fondi che affluiscono ai paradisi fiscali è estremamente difficile (tanto che le stime Ocse variano da un minimo di 1.700 miliardi fino ad un massimo di 11.500 miliardi), il fenomeno ha nel tempo assunto dimensioni preoccupanti: come emerge dal recente annuncio del Senato degli Stati Uniti, secondo il quale ogni anno il fisco a stelle e strisce potrebbe perdere circa 100 miliardi di dollari, a tutto vantaggio dei paradisi fiscali. Senza contare che Christian Aid, una delle maggiori agenzie per lo sviluppo nel mondo, ha dichiarato nei giorni scorsi che la fuga di capitali verso i paradisi fiscali costa ogni anno ai paesi in via di sviluppo circa 160 miliardi di dollari, molto di più di quanto ottengano dagli aiuti umanitari.

Basta un veloce giro su Google per capire quanto sia esteso il problema, con siti che propongono investimenti mirati in determinati paesi del mondo, elencando le ’specialità della casa’ di ogni singolo Stato o di singole località, ad esempio l’Isola di Man o Campione d’Italia che ricorrono spesso fra le mete più consigliate. Se infatti, secondo l’Ocse, un paradiso fiscale è un luogo caratterizzato da tassazione nulla o minima, da una totale assenza di trasparenza finanziaria e dal rifiuto di fornire informazioni alle autorità fiscali internazionali, i ‘tax havens’ finiscono poi per differire molto uno dall’altro. Da chi offre la possibilità di aprire conti correnti senza l’obbligo di residenza a chi consente l’avvio di società senza alcun capitale di partenza, fino a chi permette la nascita di attività di intermediazione bancaria, assicurativa in totale deroga ai principi internazionali (all’interno dei cosiddetti fondi off-shore).

La lista nera. Singapore, Svizzera, Hong Kong, Bahamas, Andorra, le isole Cayman Islands e il principato di Monaco restano i nomi più famosi, ma sono fra i Paesi che hanno accettato e sottoscritto accordi per il rispetto degli standard fiscali, senza peraltro applicarli sinora. Nella lista nera dell’Ocse rimangono quindi Costa Rica, Filippine e l’isola Labuan della Malaysia: la prima è specializzata in società che consentono di aggirare la limitazione imposta alle banche nazionali di non accettare valute estere; l’ultima prevede una tassazione massima di 4.200 euro a prescindere dall’utile conseguito da società o persone fisiche, che comunque non hanno alcun obbligo di fornire le proprie generalità. I Paesi finiti nel mirino dell’Ocse, però, non ci stanno e fanno sentire la propria voce: se San Marino e Monaco si dicono “soddisfatti” per non essere stati inclusi nella lista nera, “la Svizzera non è un paradiso fiscale, rispetta sempre i propri impegni ed è disposta al dialogo”, afferma il ministro delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, mentre il governatore della Banca centrale dell’Uruguay, Mario Bergera, sottolinea la “solidità” e la “serietà” del sistema finanziario del Paese.

Gli Stati Uniti. Che il Delaware sia una sorta di paradiso fiscale lo sanno benissimo gli americani: quasi la metà delle società quotate a Wall Street e al Nasdaq hanno la sede nello Stato del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, per pagare meno tasse locali, non essendo gli utili imponibili. Che il piccolo Stato a sud della Pennsylvania offra grossi vantaggi alle società offshore, presentandosi come una alternativa alle isole Cayman o alle Bermuda, sono in meno a saperlo, ma chi opera nel settore ne è al corrente da tempo. Stabilire una società offshore nel Delaware permette infatti di non pagare quasi un centesimo di imposte a parte bassissime tasse sulla concessione e sul deposito.

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Caro-vita: Milano cala, ma costa più di Londra. Tokyo al top

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Con la crisi, c’è qualcuno che sorride: in questo caso i visitatori di Londra. E a farli sorridere sono proprio gli inglesi dell’ Economist, che hanno pubblicato i dati di una ricerca condotta dal loro centro studi sul costo della vita nelle principali città del mondo. A Westminster e dintorni il pessimo 2008 della sterlina ha persino fatto pensare a un possibile abbandono della gloriosa moneta in favore del giovane euro. Comprensibile quindi che nella classifica stilata dal settimanale britannico Londra scivoli dall’ottavo al ventisettesimo posto. La ricerca compara i prezzi dei beni principali in rapporto ai salari medi in 140 città di 93 paesi.
Milano e Roma, le due città italiane incluse nello studio, passano rispettivamente dal 12 al 14 esimo posto e dal 28 al 29 posto. Il capoluogo lombardo, quindi, si conferma come una delle città più care in Europa. Il poco ambito top della classifica spetta comunque al Giappone, con Tokyo e Osaka ai primi due posti. Nonostante l’indebolimento dell’euro, comunque, l’Europa si conferma la macroarea con i prezzi più elevati. Oslo, al numero 1 lo scorso anno, scende al quinto posto, dietro a Parigi e Copenaghen. Ultima città per costo della vita si conferma invece Karachi, in Pakistan, che mantiene la centotrentaduesima posizione.
L’indagine mette in evidenzia soprattutto il forte impatto delle fluttuazioni dei tassi di cambio che hanno modificato il relativo costo della vita nelle città negli ultimi mesi (dal settembre 2008 al marzo 2009). “Più di 50mila singoli prezzi sono raccolti in ogni turno di rilevazione a marzo e a settembre” sostiene sul suo sito l’Eiu (Economist intelligence unit), tra gli indicatori i costi di trasporti pubblici, alimentari, tasse da pagare, servizi domestici, affitti. Lo scopo è fornire alle aziende un indicatore delle differenze del costo della vita tra due diverse città nel caso, ad esempio, si debba trasferire un dirigente o aprire una filiale all’estero.

Lombardia e Bolzano più ricche d’Italia. Londra vince in Europa

Expo 2015, vince Milano

Lombardia e provincia autonoma di Bolzano: sono questi due territori i più ricchi d’Italia; mentre le regioni più povere si confermano la Campania, seguita da Sicilia e Calabria.
La classifica nasce prendendo i dati del rapporto realizzato da Eurostat, l’ufficio europeo di statistica, che ha reso noto i numeri del 2006 relativi al prodotto interno lordo per abitante espresso in standard di potere d’acquisto di 271 regioni Ue.
Non ci sono grandi novità rispetto a quelli resi noti lo scorso anno per il 2005, insomma. Né a livello italiano, né a livello europeo. Dove Londra, con un pil per abitante pari al 336% (considerando 100 la media Ue-27), continua a mantenere lo scettro di regione più ricca dell’Unione.
Da registrare la corsa delle capitali della “Nuova Europa”, capaci di raggiungere il reddito delle regioni più ricche dell’Unione europea. Anzi, alcune capitali dell’Est sono - già ora - persino più ricche di città italiane del calibro di Bolzano, che certo non sono note per un tenore di vita modesto: è la provincia più ricca d’Italia, secondo Bruxelles.
Secondo Eurostat, il Pil procapite (a parità di potere d’acquisto) di Praga e Bratislava è rispettivamente il 160,3% e il 147,9% della media Ue, rispetto al 136,7% dei bolzanini. Insomma, la rivoluzione è già cosa fatta. Colpa della stagnazione italiana e della vibrante crescita degli ultimi arrivati alla grande tavola europea.
Con Londra, in testa alla classifica ci sono poi il Lussemburgo (267%) e Bruxelles capitale (233%). Tra le 41 regioni europee che superano invece il 125%, oltre a Bolzano (135,5%) e alla Lombardia (135,1%) che pure perdono un 1% circa rispetto al 2005, c’é anche l’Emilia Romagna (126,6%). Resta fuori invece il Lazio che passa dal 127% del 2005 al 123,2% del 2006.
Il nord-est della Romania risulta essere la zona più povera di tutta l’Ue, con il 24% della media del reddito procapite comunitario, mentre Bucarest raggiunge il 74,8% e la Romania il 35,4%. Nella top 10 delle aree più indigenti dell’Unione figurano cinque regioni bulgare e altre quattro romene.In Italia la più povera, la Campania, è al 66,1%, seguita dalla Sicilia con il 66,9%, dalla Calabria al 67% e dalla Puglia al 67,4%.
In Italia il pil-procapite è indicato pari al 103,5% (era al 104,8 nel 2005), ma sale al 126% nel Nord-Ovest e a 123,4% nel Nord-Est; nel Centro si attesta al 115,4% e nel Sud e isole scende al 68,9%.

Il VIDEO servizio:

Bce e Fed tagliano i tassi. Borse europee a picco: bruciati 340 miliardi

mercato azionario nella Borsa
Mercoledì nero per le Borse europee, che terminano in picchiata una seduta molto volatile, in cui sono stati bruciati 340 miliardi di capitalizzazione. A frenare i pesanti ribassi non è bastato l’intervento coordinato delle banche centrali, Bce, Fed e Banca d’Inghilterra comprese, che hanno tagliato i tassi di interesse in risposta al peggioramento della crisi. La seduta era iniziata con fortissimi cali, sulla scia delle chiusure pesanti di ieri a Wall Street e di oggi sui mercati asiatici: il taglio dei tassi è servito a dare ossigeno ai listini, che hanno ridotto per poco le perdite e sono tornati in fortissimo calo dopo l’apertura negativa di Wall Street, per poi chiudere con un tonfo. A sollevare i listini non è servito nemmeno il piano di intervento del governo britannico per le banche, che prevede una nazionalizzazione parziale di otto istituti per otto miliardi di sterline. Il Cac40 ha chiuso in calo del 6,39%, il Dax del 5,88%, il Ftse100 del 5,88%. Tra i settori, tutti in deciso calo, affondano le materie prime (Eurostoxx -12%) e le banche (-6,76%), ma vanno male anche le utilities (-5,26%).Un altro tracollo per la Borsa di Milano, che non reagisce al taglio dei tassi deciso dalle banche centrali e chiude in netto arretramento. L’indice Mibtel finisce con un ribasso del 5,72%, a 16.793 punti, mentre l’S&P/Mib perde il 5,71% e l’All Stars il 5,64%. Il ribasso di martedì di Wall Street ha indirizzato in negativo la seduta già dall’avvio per Piazza Affari e tutte le borse europee. A metà seduta si è concretizzato il recupero (dopo il -7,3% della mattina) con il Mibtel che riduceva il calo fino a un -0,4% in concomitanza con la notizia del taglio concertato dei tassi di mezzo punto. Poi di nuovo il buio, mentre anche Wall Street dimostrava alta volatilità.
Maglia nera fra le blue chip per Unicredit che ha ceduto il 12,58% scendendo sotto quota 2,5 a 2,445 euro con scambi pari al 2,2% del capitale. Questo nonostante le rassicurazioni sul prevedibile buon esito dell’aumento di capitale e sulla qualità del portafoglio Abs da parte del numero uno Alessandro Profumo, intervenuto a Londra a un conference organizzata da Merrill Lynch.

La mossa attuata oggi da sei fra le maggiori banche centrali per il taglio di mezzo punto percentuale dei tassi di riferimento non ha precedenti. Dopo l’attacco alle Torri di Manhattan dell’11 settembre 2001 infatti la Fed e la Bce tagliarono il costo del denaro a distanza di pochi giorni, il 17, con due azioni distinte anche se coordinate fra di loro. La decisione odierna - spiega un comunicato congiunto - riflette “il recente intensificarsi della crisi finanziaria” che ha “aumentato i rischi di rallentamento dell’ economia ed al tempo stesso ha diminuito le pressioni inflazionistiche”.
Con il taglio di mezzo punto del costo del denaro deciso congiuntamente a livello mondiale, la Fed portato i tassi all’1,5% e la Bce al 3,75%.
All’operazione hanno partecipato anche la Banca d’Inghilterra, la Banca del Canada, e le Banche centrali di Svezia e Svizzera. Con un taglio minore, pari a -0,27%, si è aggregata anche la banca centrale cinese. Dopo l’attacco alle Torri di Manhattan dell’11 settembre 2001 infatti la Fed e la Bce tagliarono il costo del denaro a distanza di pochi giorni, il 17, con due azioni distinte anche se coordinate fra di loro.

Il Tesoro britannico ha annunciato un piano di sostegno per le banche che punta a provvedere alle esigenze di liquidità a breve termine, mettendo a disposizione degli istituti di credito almeno 200 miliardi di sterline. Il governo ha informato la Commissione europea del piano ed è in contatto con altri paesi per una sua eventuale estensione. La nuova linea di credito creata dal governo è destinata a banche e società di credito immobiliare registrate in Gran Bretagna. Tra i gruppi che rispondono ai requisiti individuati dal Tesoro ci sono Abbey, Barclays, Hbos, Hsbc, Lloyds Tsb, Rbs Standard Chartered e Nationwide Building Society. Questi ultimi si sono impegnati presso il governo per aumentare il coefficiente patrimoniale “Tier 1″ di 25 miliardi di sterline. Con tale iniziativa, ha assicurato il ministro delle Finanze Alistair Darling, gli interessi dei contribuenti sono protetti. Non sono escluse altre misure, ha aggiunto Darling.

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Classifica delle città del commercio: Londra prima, Milano batte Roma

Il Duomo a colori

Affitti, Roma batte Milano. Ma Tokyo batte tutti

Un grattacieolo di Tokyo | Ansa
È Tokyo la città con gli affitti più cari del mondo. Per un bilocale nella capitale giapponese si toccano i 3.117 euro al mese e i 5.000 euro per un quadrilocale non arredato.

Praticamente più del costo di tre mesi a Milano, dove un bilocale costa in media 920 euro al mese e un quadrilocale viaggia intorno ai 1.350 euro. In Italia non é però il capoluogo lombardo ad essere il più caro. La capitale batte tutte le altre città, visto che Roma figura al 29/o posto delle città più costose al mondo contro il 42/o di Milano. La classifica del caro-affitti, che emerge dai dati della Camera di Commercio di Milano, vede New York tallonare Tokyo al secondo posto, con cifre ancora da capogiro: 3.040 euro al mese per un bilocale. Terzo posto per la cinese Tianjin, mentre Londra, prima tra le europee, batte Pechino, rispettivamente al quarto e quinto posto. Sesta Osaka, settima Hong Kong, mentre all’ottavo posto c’é un’altra città europea, Parigi. Roma è al 29/o posto della classifica mondiale, con un guadagno di cinque posizioni nel 2007 rispetto al 2006. La capitale è ottava in Europa per il costo degli affitti, mentre Milano è all’11/o posto.

Secondo le rilevazioni, un bilocale arredato costava l’anno scorso 800 euro a Roma (contro i 700 del 2006) e 920 a Milano (contro i 900 dell’anno prima), città dove è maggiore la richiesta per le case piccole. Per i trilocali, sempre arredati, la capitale è però più cara: 1.350 euro contro i 1.200 in media della città lombarda. E quello di Roma è quasi un paradosso, visto che i trilocali non arredati costano più di quelli forniti di mobili: l’affitto mensile raggiunge infatti i 1.400 euro contro i 1.000 di Milano. I costi lievitano rispettivamente a 1.800 euro e 1.350 per un quadrilocale non arredato. La più conveniente tra le città europee è Budapest, appena 316 euro per un bilocale arredato e 364 per un trilocale. In fondo alla classifica mondiale si trova invece Tunisi, dove un appartamento di due stanze costa appena 139 euro.

Ecco la tabella con le città più care del mondo.
1) Tokyo
2) New York
3) Tianjin
4) Londra
5) Pechino
6) Osaka/kobe
7) Hong Kong
8) Parigi
9) Guangzhou
10) Seul

29) Roma

42) Milano.


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