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Marchionne style. Management in maglioncino

L'ad di Fiat, Sergio Marchionne

Sarà in libreria dal 9 giugno “Marchionne. L’uomo che comprò la Chrysler”, l’ultimo libro di Marco Ferrante, che dopo Casa Agnelli torna a occuparsi di Fiat. Stavolta è una “biografia manageriale” di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato che ha salvato e rilanciato il gruppo imponendo un nuovo stile a Torino. Lo stesso che esporterà nella Chrysler. Ecco un significativo estratto del libro.

Ma che cosa ha fatto precisamente Sergio Marchionne per realizzare la svolta e portare in quattro anni un gruppo che perdeva 2 miliardi l’anno a un utile di 2 miliardi e all’accordo con Barack Obama? (…) Giuseppe Volpato, professore di economia e gestione delle imprese e dei settori industriali all’Università di Venezia, che ha scritto il libro Fiat group automobiles, riassume così la sua idea di come il manager italocanadese abbia ottenuto i risultati di bilancio che abbiamo visto in questi anni: “Primo punto: è riuscito a convincere l’azienda ridotta in condizioni estremamente precarie che si sarebbe affidato a un sistema di valutazione tipicamente meritocratico, cioè avrebbe premiato i più bravi. (…) Il secondo punto, strettamente collegato al primo, è che Marchionne sa giudicare le persone”. (…)
Racconta un ingegnere di quella stagione: “Le guardie alla porta quasi si inchinavano quando arrivavano le macchine di servizio con gli alti dirigenti. Marchionne, invece, si fermava alla porta e parlava con loro, andava a mangiare in pizzeria insieme agli uomini della scorta, andava nei reparti e nelle officine a sorpresa. Entrava nelle stanze non preceduto dal solito codazzo di collaboratori, si sedeva alle scrivanie e faceva due chiacchiere con i dipendenti. Non perché era buono, ma perché voleva capire”.
Un testimone ricorda che una volta l’amministratore delegato arrivò in uno stabilimento. Invitato a sedersi attorno a un tavolo per una riunione, a un certo punto chiese di andare in bagno. Dopo 35 minuti non era ancora tornato. Con l’aria da Peter Sellers e il suo maglioncino, aveva cominciato a gironzolare per i corridoi, era entrato nelle stanze, aveva chiacchierato con gli impiegati. Quando tornò nella sala riunioni, disse che lì l’inefficienza si respirava. Il racconto di questo episodio giunse a Torino e si diffuse molto velocemente.
“Una volta” confida un altro testimone di quegli anni “in una riunione furono convocati due dirigenti che dovevano relazionare su un certo problema di produzione: uno gli portò due pagine con quattro punti per segnalare le questioni aperte e due punti per prospettare le soluzioni; l’altro gli portò il solito dossier Fiat fatto di 100 pagine di slide che servivano a dimostrare che era molto difficile superare lo stallo e che di sicuro non dipendeva dal relatore la difficoltà in cui ci si trovava. Marchionne lo interruppe alla quarta pagina e gli disse: “Guardi che io so che siamo messi molto male, lei è pagato per tirarci fuori dai problemi, non per descriverli” (il linguaggio fu molto più colorito, pare)”. (…)
Uno che lo ha visto all’opera racconta: “È un uomo a cui piace l’emergenza. (…) Mandò via molta gente, ma non fu un dramma. Onestamente, quasi nessuno di coloro che furono allontanati subì un’ingiustizia. Furono mandati via quelli che se lo aspettavano, che non avevano ragione per restare (a parte qualche eccezione, è ovvio). In quel momento eravamo soprattutto incuriositi dall’informalità, dall’ingresso a sorpresa, dalla capacità di risalire da un dettaglio, in cui aveva incocciato per caso, a un problema di carattere generale. Ci dette la sensazione che stare accanto a lui significava stare seduti dalla parte giusta del tavolo. E, in Fiat, non capitava da una vita”.

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A Fiat l’invito del ministro Scajola: “Mantenere cinque impianti in Italia”

fiatopel

“Per il Governo è inderobagile il mantenimento di cinque stabilimenti in Italia”. A ricordarlo a Fiat è il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a margine del Liquidity Day.
Scajola ha detto inoltre che al termine delle trattative tra Fiat e Opel “ci sarà un incontro per definire e ascoltare il piano industriale”. Il ministro ha detto comunque di augurarsi che l’esito delle trattative sia positivo “perché se la Fiat cresce all’estero cresce anche in Italia”. Scajola ha poi annunciato che riconvocherà a breve il tavolo del settore dell’auto con all’ordine del giorno “il tema dei flussi di pagamento dal settore primario alla componentistica e all’indotto”.
Su possibili aiuti regionali per la Fiat, infine il ministro, spiega che “attraverso lo strumento dei contratti del territorio valuteremo se, e noi siamo disponibili a farlo, sia necessario fare contratti di sviluppo che aiutino il territorio in difficoltà”.
Continua intanto la spola di Sergio Marchionne tra Torino e la Germania, dove domani presenterà al governo tedesco il piano per l’acquisizione della Opel. L’ad di Fiat ha incontrato a Francoforte il segretario generale del sindacato dei metalmeccanici tedesco Ig Metall, Berthold Huber. Lo ha confermato all’Ansa un portavoce del sindacato. Mercoledì stesso il governo della cancelliera Angela Merkel discuterà le offerte ricevute per la Opel.
Intanto, dalle notizie che filtrano dalla stampa, il governo tedesco si aspetta domani almeno tre offerte per la Opel. Così almeno scrive il tabloid Bild, confermando che, oltre a Fiat e Magna, potrebbe esserci anche la proposta del fondo Usa di private equity Ripplewood. Non è chiaro a questo punto, scrive il giornale - che cita fonti governative - se anche altri pretendenti di faranno avanti. Le offerte, ricorda la Bild, dovranno essere presentate sia al governo tedesco, attraverso il ministero dell’Industria, sia alla casa madre americana. Il tabloid osserva che il piano Ripplewood è poco conosciuto e che di recente il ministro dell’Economia tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg (Csu), aveva indicato che l’interesse di un investitore finanziario per la Opel era diminuito. Come è noto, era stato il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeinen Zeitung (Faz) il 12 maggio a riportare l’interesse del fondo Usa, attivo in Europa attraverso la controllata Rjh International (Bruxelles), a sua volta proprietaria in Germania della Honsel, una società di componentistica auto con sede nel Sauerland.

Fiat-Opel, l’Europa critica: dove trovate i soldi? Il governo reagisce

Accordo Fiat
L’interesse di Fiat su Opel scatena la tensione tra gli industriali italiani e il membro tedesco della Commissione Ue. “Mi chiedo dove questa società altamente indebitata (la Fiat, ndr) trovi i soldi per portare avanti allo stesso tempo due operazioni di questo genere”. Ad esprimere forti dubbi sulle trattative in corso tra la casa automobilistica italiana e le statunitensi Chrysler e General Motors (che controlla Opel) è stato questa mattina il commissario europeo all’Industria (e vicepresidente della Commissione Ue) Guenter Verheugen. ”Provo un senso di sorpresa, la Fiat è un concorrente diretto della Opel ed è un costruttore d’auto europeo che non gode della salute migliore” ha aggiunto durante un’intervista all’emittente radio bavarese Bayerischen Rundfunk. Le sue parole hanno provocato la reazione del numero 1 del Lingotto Sergio Marchionne, cui poi si sono aggiunti la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro degli Esteri Frattini.

“Credevo” ha detto Marchionne in una nota “che il suo ruolo a Bruxelles fosse chiaramente super partes, indipendentemente dalla sua nazionalita’”. Il manager Fiat ha aggiunto che “è la seconda volta nel giro di pochi mesi che il Commissario Verheugen ha espresso opinioni che non sono costruttive per l’industria dell’auto, affermando a un certo punto che non tutti i costruttori europei sopravviveranno”. “Dovrebbe, in quanto Commissario Ue, risolvere i problemi che stanno impattando negativamente sull’industria invece di lanciare sentenze di morte, scegliendo unilateralmente chi debba sopravvivere”, ha concluso.
Un duro attacco cui si è aggiunto quello di Confindustria: “Se quello che è stato riportato corrisponde al vero” ha detto la Marcegaglia “credo sia un atteggiamento grave e fuori luogo che, in un certo senso, distrugge l’Europa”.
Nel pomeriggio Verheugen interpellato sul tema ha fatto una parziale marcia indietro dicendo di ”non essere contrario” a un possibile interesse della Fiat per la tedesca Opel, del gruppo General Motors. Ma che ”esistono ancora troppe questioni aperte”. ”Nessun intento di essere poco cortesi” ha specificato il commissario di nazionalità tedesca “ma sull’operazione dobbiamo saperne di più. E’ ancora troppo presto per giudicare”.
Anche il ministro degli Esteri italiano ha criticato il collega della Commissione, ” Viva sorpresa” ha scritto in una nota la Farnesina, “per un’ interferenza nelle scelte industriali di soggetti privati, tanto più inaccettabile in quanto una delle aziende in questione è della stessa nazionalità del vice presidente della Commissione”. Frattini ha poi aggiunto di sperare in una smentita da parte del presidente dell’esecutivo europeo José Manuel Barroso. “La Commissione è custode dei trattati ” conclude il ministero degli Esteri, “Non si può comprendere, dunque, la motivazione nè il fondamento di tali improprie dichiarazioni, che spero il Presidente della Commissione vorrà smentire”.
A mediare ci ha provato il presidente della Confindustria tedesca (Bdi) Hans-Peter Keitel nel corso del G8 imprese in Sardegna, dove era seduto allo stesso tavolo della Marcegaglia. Keitel ha detto che “se esiste un problema in Gm o Opel deve essere affrontato in modo riservato. Non è possibile parlare in pubblico perché può essere poi difficile trovare un accordo”. Secondo il leader della Confindustria tedesca l’intervento di Verheugen su Fiat più che essere volto al protezionismo è “un appello all’importanza di un’operazione ben gestita e un ritorno a un negoziato privato e non pubblico”. Keitel avverte infatti che si sta parlando di posti di lavoro di più di 27 mila persone: “Credo” ha continuato “che dobbiamo stare attenti alle affermazioni che facciamo in pubblico in questo momento”.”Dobbiamo avere procedure idonee, appropriate e adeguate. Gestire l’operazione Chrysler e Opel è possibile, ma farlo di fronte al pubblico” ha ribadito ” in modo così plateale forse non è consigliabile. Se c’è un elemento propagandistico questo non ci aiuta”.

C’è crisi? E i manager diventano flessibili

Manager strapagati

Quando si parla di lavoro in “outsourcing”, è facile immaginare l’esercito di giovani nei call center impegnati in telefonate commerciali per conto di aziende che propongono abbonamenti, offerte e altri servizi. Diventa meno intuitivo, invece, pensare ai manager.
Ma l’onda lunga della crisi cambia le carte in tavola anche ai piani alti delle aziende: la parola magica, adesso, è adattamento a uno scenario in continua trasformazione. Perché la crisi può diventare un’opportunità di crescita. Dopo anni di esperienza all’interno di multinazionali, tre manager milanesi hanno scelto la strada del lavoro in outsourcing: mettere le loro competenze al servizio di imprese differenti su progetti specifici.

La società che hanno fondato, eBit, punta a settori strategici nella gestione del cambiamento: marketing, ricerca e sviluppo, retail e commercio elettronico. L’idea è di collaborare ai processi decisionali all’interno dell’azienda, seguendo lo sviluppo dei progetti dall’ideazione fino alla valutazione dei risultati. Un tentativo, quindi, di superare barriere tradizionali rimesse in discussione da incertezze economiche che in questi mesi minacciano di allargarsi alle società di consulenza.
Uno studio di Enrico Finzi, presidente di Astra ricerche, rivela il calo di fiducia nel consulting: il 68 per cento dei 400 imprenditori intervistati si è dichiarato “drasticamente insoddisfatto della consulenza tradizionale”.
Eppure il bisogno di innovazioni non riguarda soltanto i cervelli. La globalizzazione e la diffusione di internet hanno alimentato la necessità di integrare in tempi rapidi esigenze gestionali attraverso le tecnologie informatiche: è il mondo dell’azienda 2.0, aperta alla collaborazione e al dialogo con i clienti. Attraverso blog, social network e forum. Spiega Peter Herzum, ideatore dell’approccio Cosm per l’unificazione dell’information technology: “Al web 2.0 bisogna aggiungere altre due tendenze che influenzano la gestione d’impresa e l’adozione di infrastrutture informatiche. Le tecnologie analitiche rese popolari da Google, infatti, hanno reso possibile una ‘real time enterprise’, sviluppando la capacità di estrarre in tempo reale informazioni da dati strutturati, semistrutturati e non strutturati”. Poi aggiunge: “Adesso, inoltre, i progetti informatici possono adeguarsi con maggiore aderenza alle esigenze d’impresa, favorendo la riduzione dei costi con il modello di adaptive enterprise”. Un’impresa, cioè, in grado di adattarsi in tempi rapidi ai cambiamenti del mercato.

Ma all’orizzonte appaiono i primi segnali di un mutamento di tendenza nella percezione della crisi economica. È da dieci anni che gli italiani sono diventati più pessimisti sul loro futuro: un lento declino nella fiducia che è ultimamente ha accelerato. Almeno fino al mese scorso, quando è stata registrata la prima inversione del “sentiment”. Come ha ricordato Finzi, secondo le ultime rilevazioni all’inizio del 2009, gli italiani ottimisti erano il 29 per cento (appena due anni prima erano il 51 per cento): a marzo, sono diventati il 33 per cento e il mese scorso sono arrivati al 37 per cento degli intervistati. “La crisi sarà lunga e deve ancora mostrare le sue conseguenze, ma il punto di svolta nella percezione degli italiani è alle nostre spalle” commenta con un sorriso Finzi.

Unicredit: 4 mld di utili nel 2008 e zero bonus ai manager

La sede genovese di UniCredit

Unicredit passa indenne la tempesta dei mercati finanziari e chiude il 2008 con utile netto di 4 miliardi di euro, come previsto dal gruppo di Piazza Cordusio e sopra le attese.
Ciò nonostante, in linea con la governance, la banca ha deciso di non destinare alcun bonus relativo alla performance 2008 per l’ad Alessandro Profumo e i suoi top manager. Il Cda, d’altra parte, ha proposto di sottoporre alla prossima assemblea l’assegnazione degli utili ai soci con l’attribuzione di azioni Unicredit di nuova emissione.

Tornando ai risultati del 2008, il coefficiente di patrimonializzazione Core Tier 1 pro-forma (il valore che indica lo stato di salute patrimoniale in base alla liquidita’ disponibile) è al 6,5% per i 3 miliardi di aumento di capitale, ma il risultato di gestione è sceso da 13,34 miliardi a 10,17 miliardi. Il margine di intermediazione è sceso da 29,5 a 26,86 miliardi, come conseguenza della crisi che ha colpito, in particolare, la divisione Markets & Investment banking, che chiude con un risultato di gestione negativo per 1,287 milioni, con un rosso di 919 milioni solo nel quarto trimestre. Unicredit, specifica in un comunicato, chiederà ai governi di Italia e Austria l’emissione di obbligazioni di Stato fino a un massimo 4 miliardi di euro “al fine di potenziare ulteriormente la politica già in atto di forte sostegno all’economia e di allineare il gruppo al contesto competitivo europeo”.

Per l’Italia lo strumento sono i Tremonti bond, mentre in Austria si attingerebbe al pacchetto di sostegno al sistema creditizio messo a punto dal governo di Vienna. In mattinata, il titolo Unicredit sale quasi di dieci punti percentuali in Borsa dopo la diffusione dei dati positivi del 2008.

Il grido di Obama contro lo “scandalo” dei bonus ai dirigenti Aig

AIG

Dirigono il dipartimento Prodotti finanziari di Aig, il colosso assicurativo americano che, per evitare il fallimento, ha ricevuto dal piano salvataggio del Governo Usa circa 173 miliardi di dollari. Un settore difficile e delicato, quello in mano ai top manager dell’Aig finiti al centro di una polemica sui media americani: sarebbero stati loro ad aver dato il via libera, secondo le accuse del Governo Usa, alla maggior parte delle operazioni che nel 2008 hanno portato la società al collasso.
Eppure, rispettando il contratto stipulato coi propri top manager, il colosso assicurativo ha deciso lo stesso di destinare loro un bonus di 165 milioni di dollari. Il presidente Obama e il suo staff grida allo scandalo. “I bonus distribuiti ai trader di derivati da Aig sono un oltraggio, un’offesa”, attacca il presidente Obama. “Aig è una società che si trova in difficoltà a causa della sua imprudenza e avidità. Come possono giustificare un oltraggio ai contribuenti che tengono la società in vita? Negli ultimi sei mesi Aig ha ricevuto consistenti somme dal Tesoro e ho chiesto al segretario Geithner di seguire tutte le strade per bloccare questi bonus”. Il Governo, per ora, non mette in discussione i contratti dei dirigenti. “Piaccia o no, non siamo in un paese dove i contratti possono essere cancellati. Ciò deve servire da lezione: il nostro sistema di regole è insufficiente”, aggiunge Larry Summers, direttore del Consiglio Economico di Obama. Non è detto, comunque, che il “tesoretto” dei top manager dell’Aig sia del tutto garantito: Barney Frank, presidente della Commissione Servizi Finanziari della Camera Usa, ha chiesto al Governo di trovare un modo per costringere i manager a restituire i bonus.
Aig ha ricevuto dal governo 173 miliardi di dollari. Oltre la metà sono finiti nelle casse delle banche. Il colosso assicurativo Usa, infatti, è stato costretto a cedere alle pressioni della Casa Bianca e a rendere pubblico l’elenco dei beneficiari dei pagamenti effettuati dal 16 settembre scorso, ovvero da quando lo stato è entrato in suo soccorso, al 31 dicembre: in tale periodo ha versato 93 miliardi di dollari, come copertura di emissioni azionarie e garanzie su derivati, a una lista di istituti finanziari tra cui Goldman Sachs (12,9 miliardi in tre operazioni distinte), Société Générale (11,9 miliardi di dollari), Deutsche Bank (11,8 miliardi) e Barclays (8,5 miliardi).
Aig due settimane fa ha annunciato una perdita trimestrale di 61,7 miliardi di dollari e si è giustificata affermando di essere obbligata contrattualmente a versare gli incentivi, ma di essere pronta a stabilire nuove regole per il futuro.

Ordine di servizio: “Buy Panasonic”. L’ultima trovata per uscire dalla crisi

Un negozio Panasonic

Il Giappone sta attraversando la più grave crisi economica dai tempi della seconda Guerra mondiale, e il gruppo Panasonic sembra soffrire più di altri per l’attuale congiuntura. All’inizio di febbraio ha annunciato il taglio di 15mila posti di lavoro e la chiusura di 27 fabbriche in tutto il mondo per far fronte alle stime di perdita netta di fine esercizio di 380 miliardi di yen (3,17 miliardi di Euro). Un crollo piuttosto significativo se si considera che a inizio esercizio, nell’aprile 2008, Panasonic contava su un guadagno netto di oltre 310 miliardi di yen.

Purtroppo, la caduta del gruppo di Osaka non è stata arginata, e la dirigenza cerca ora di correre ai ripari lanciando un “buy Panasonic” di sapore obamiano. I diecimila manager dell’azienda sono stati caldamenti invitati ad acquistare, entro la fine di luglio, elettrodomestici Panasonic per un valore di duecentomila yen (1.710 Euro), mentre per i quadri più giovani la quota di acquisti suggerita è di “appena” centomila yen, ha spiegato a Japan Today Akira Kadota, portavoce dell’azienda. Per quanto la solidarietà dei manager nella campagna per risollevare le sorti del colosso giapponese non sia stata chiesta in maniera coercitiva, in un gruppo in cui la fedeltà è tutto, è scontato immaginarsi che nessun dirigente si tirerà indietro.

Tuttavia, a fronte di un prodotto interno lordo in calo da tre trimestri (-3, -0,4, -12,7%) e di un’attività industriale che continua a diminuire da ottobre, con una perdita record del 9,8% registrata a dicembre, i piani di rilancio, soprattutto se ambiziosi, difficilmente riescono ad apparire credibili.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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