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Bambole, cartoline, cuscini decorati e altri gadget: la contraffazione non conosce più limiti e tutti i settori merceologici debbono stare sul chi va là.
Questa volta è toccato alle bambole che riproducono i volti di bambini fotografati dalla celebre Anne Geddes.
Un carico di pupazzi contraffatti in arrivo dalla Cina è approdato a Roma e stava per essere messo in circolazione dal distributore italiano Giacchieri Trading.
I legali dello studio internazionale Bird & Bird che sono stati prontamente interpellati da Geddes Group Holdings Pty Limited di Sydney, la società titolare dei diritti economici delle fotografie, e da Unimax Toys Limited sua licenziataria esclusiva, hanno quindi fatto ricorso al tribunale di Roma che ha immediatamente disposto il sequestro in via cautelare e d’urgenza, del materiale contraffatto.

I consumatori italiani non dovrebbero avere difficoltà a distinguere i capi d’abbigliamento della Fox, da quelli di Fendi. Almeno questo è quanto sostengono i giudici romani che hanno affermato, per la seconda volta, che i marchi delle due case di moda, anche se si assomigliano perché costruiti entrambi da due “Effe” in stampatello invertite, non si possono confondere. Fox che è una multinazionale israeliana che produce vestiti casual, a dicembre ha provato a entrare nel mercato italiano aprendo alcuni punti vendita. La griffe italiana, che ha subito ravvisato la somiglianza tra i loghi, è ricorsa in via d’urgenza al tribunale di Roma. I giudici però a dicembre hanno respinto il ricorso e adesso anche il reclamo, aprendo a una nuova interpretazione giuridica del concetto di marchio.
Secondo il legislatore europeo infatti i marchi formati da lettere dell’alfabeto sono deboli perché utilizzano segni che possono rappresentare, ad esempio, le iniziali del nome del fondatore dell’azienda. In Italia fino ad ora era prevalso l’orientamento secondo il quale i marchi più celebri - dotati cioè di una certa riconoscibilità e diffusione sul mercato - sono forti di per sé. Questa posizione pare ribaltata dalle ordinanze dei giudici romani che invece riaprono sulla questione del monogramma.
“Si tratta di decisioni molto interessanti” commenta Gabriele Cuonzo, l’avvocato difensore di Fox, “perchè detteranno probabilmente nuovi parametri per valutare l’ambito di tutela dei marchi monogramma, costruiti cioè con segni di uso comune come le lettere dell’alfabeto e i numeri”. Ora bisognerà aspettare il giudizio di merito a cui presumibilmente Fendi ricorrerà per evitare che il suo marchio, peraltro quotato in borsa, possano in qualche misura svalutarsi.
Non è escluso che questa vicenda possa incidere sull’esito del decennale contenzioso Gucci-Chanel. Anche quella querelle si combatte sui loghi che si assomigliano: la doppia “Ci” riflessa di Chanel contro la doppia “Gi” riflessa di Gucci.

Autogrill, la nota catena di servizi di ristorazione di Autostrade italiane, perde definitivamente l’esclusiva del marchio Ciao. È l’effetto di una sentenza della Corte d’Appello di Napoli del 2006 che dichiarava nullo il brand della famiglia Benetton, perché troppo generico e poco distintivo. La decisione della corte è diventata irrevocabile quando sono scaduti i termini per il ricorso in Cassazione e la cancelleria ha certificato la fine dell’iter processuale.
Si conclude così una lunga e agguerrita vicenda giudiziaria che ha visto schierati da un lato Gerica spa, un piccolo ristoratore napoletano che per attrarre clienti ha cominciato a scrivere sulle insegne dei suoi locali Ciaopizza, Ciaopasta e Ciaobar, e dall’altro il gigante della ristorazione autostradale. Praticamente un guerra tra Davide e Golia. Nel 2002 dopo che Autogrill aveva diffidato Gerica per l’utilizzo del
termine Ciaopizza nelle insegne dei suoi locali, i legali della società napoletana Maurizio Borghese e Rossella Giordano, sono passati al contrattacco ricorrendo al giudice in via cautelare, scommettendo proprio sulla tesi che il termine “Ciao” fosse talmente generico e sovrautilizzato con una frequenza senza eguali nella lingua italiana da non poter rappresentare in via esclusiva nessuna società. La battaglia legale innescata allora è durata cinque anni, durante i quali si sono contati due gradi di giudizio, sei tra ricorsi e reclami d’urgenza, altrettante ordinanze, due sentenze di merito e una certificazione in giudicato.
Alla fine Autogrill ne esce sconfitta e perde il diritto di rivalsa nei confronti di altri concorrenti che vorranno “salutare” i propri clienti apponendo un bel “Ciao” sulle insegne dei loro ristoranti o negozi al dettaglio. La sentenza difatti non vieta l’utilizzo del “Ciao” a nessun soggetto imprenditoriale, semplicemente toglie l’esclusività dell’uso ad Autogrill. Nel paradosso tutto italiano inoltre anche se in senso assoluto non potranno esistere più marchi Ciao, nel momento in cui si compie la procedura di deposito di un nome, non avviene alcuna verifica sulla terminologia utilizzata. Automobilisti d’Italia non temete quindi: in autostrada ci saranno ancora tanti Ciao a ristorarvi.
A partire dal 1º luglio i produttori di alimenti e bevande potranno scrivere sulle confezioni “senza grassi”, “senza zuccheri”, “light” solo se rispetteranno i parametri scientifici previsti dalla legge.
Per esempio: l’espressione “ad alto contenuto di fibre” potrà essere utilizzata solo in alcuni casi. Entro il 2010, poi, i produttori dovranno rinunciare a marchi che contengono parole come “snello”, “slim” o “fitness”.
“Lo stabilisce il regolamento 1924/2006 (qui il documento in .pdf) con il quale i legislatori incrementano la tutela dei cittadini rendendo più chiara l’informazione pubblicitaria e quella che compare sulle confezioni degli alimenti” ricorda Francesca Rolla, partner dello studio legale Lovells, responsabile di legislazione sulla sicurezza dei prodotti.